Rassegna stampa settimanale a cura di Maria Rita Cosliani, Eufemia Giuliana Budicin e Stefano Bombardieri

 

N. 895 – 16 Novembre 2013

                                 

Sommario

 

 

537 - L'Arena di Pola 13/11/13 A Trieste il Salone del libro dell'Adriatico orientale - L'attività della Mailing List Histria

538 – Corriere della Sera 06/11/13 Denunce online? Errori e sviste geografiche nel portale della Polizia postale (Gian Antonio Stella)

539 – Corriere della Sera 07/11/13 Zara, Pola e Fiume via dall’elenco aggiornato il sito della Polizia postale

540 - L'Arena di Pola 13/11/13 Cristicchi riscatta gli Esuli (Paolo Radivo)

541 - Il Piccolo 13/11/13 Trieste - "Magazzino 18", la città ringrazia Cristicchi (Ugo Salvini)

542 - Il Piccolo 13/11/13 Museo istriano: via all'allestimento, Irci e Comune, resta il contenzioso per la gestione (Gabriella Ziani)

543 - La Voce in più Dalmazia 09/11/13 Asilo di Zara il sogno realizzato (Ilaria Rocchi)

544 - Agenzia Parlamentare 14/11/13 Priebke: Fedriga (LN), Criminale chi inneggia alle foibe (AgenParl)

545 - Il Piccolo 14/11/13 Spunta a Spalato un anfiteatro romano

546 - La Voce di Romagna 12/11/13 Arsia, le ricerche continuano (Aldo Viroli)

547 - La Voce del Popolo 14/11/13 Diego Zandel e le relazioni culturali italo-croate (Gianfranco Miksa)

548 - Il Piccolo 14/11/13 I conti Attems riconquistano i boschi confiscati da Tito (Mauro Manzin)

549 - L'Indipendenza 12/11/13 Corfù, nel 1800 nasce la Repubblica Settinsulare. Il Leone nella bandiera (Ettore Beggiato)

 

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

537 - L'Arena di Pola 13/11/13 A Trieste il Salone del libro dell'Adriatico orientale - L'attività della Mailing List Histria

A Trieste il Salone del libro dell’Adriatico orientale

 

Si è svolta da giovedì 17 a martedì 22 ottobre nel palazzo del Tergesteo a Trieste l'edizione 2013 della Bancarella - Sa­lone del libro dell’Adriatico orientale: sei intense giornate di presentazioni, conferenze, dibattiti, convegni, proiezioni e spettacoli con anche due o tre appuntamenti in contempora­nea distribuiti fra la galleria centrale a croce, la sala ENEL e il primo piano della libreria Ubik. Materialmente impossibile dunque seguirli tutti. Anche quest'anno l'iniziativa è stata pro­mossa e curata dal CDM - Centro di Documentazione Multi­mediale della cultura giuliana, istriana, fiumana e dalmata. Mentre in libreria erano esposti i libri in vendita, quelli prodotti dalle varie organizzazioni degli esuli e cedibili dietro offerta erano collocati su dei tavolini insieme a dvd e giornali.

 

L’attività della Mailing List Histria

 

17 ottobre - La mattina in galleria Lino Vivoda e Maria Rita Cosliani hanno illustrato le attività della Mailing List Histria.

La mattina di domenica 20 ottobre Lino Vivoda e Maria Rita Cosliani hanno presentato l'attività della Mailing List Histria, di cui sono autentiche colonne portanti. Sorta nel 2000 per iniziativa di Axel Famiglini e Gianclaudio de Angelini, si è svi­luppata come gruppo di discussione “virtuale” su internet tra esuli, “rimasti”, rispettivi discendenti e simpatizzanti. I suoi primi due raduni li ha tenuti in Italia (nel 2001 a Cesenatico, nel 2002 a Roma), i successivi sempre nell'Adriatico orienta­le: Pirano, Rovigno, Albona, Pola, Isola, Fiume, Capodistria, Sissano, Buie e nel 2013 Valle. Al confronto interno i “mailini” hanno affiancato prima una rassegna stampa quotidiana dif­fusa anche all'esterno e dal 2003 un concorso internazionale rivolto agli alunni delle scuole italiane di Slovenia e Croazia e dei corsi di italiano del Montenegro, che ha riscosso una par­tecipazione crescente coinvolgendo molti sodalizi di esuli. Grazie al contributo del CDM, i temi dei ragazzi partecipanti vengono ogni anno pubblicati su un libro. Nel 2008 è uscito inoltre il primo volume della collana di testimonianze Chiude­re il cerchio, curata da Olinto Mileta Mattiuz e Guido Rumici.

 

 

 

 

 

 

538 – Corriere della Sera 06/11/13 Denunce online? Errori e sviste geografiche nel portale della Polizia postale

 

Denunce online? Errori e sviste geografiche nel portale della Polizia postale

 

Il caso -   La pagina dove segnalare furti di dati sensibili e reati informatici risulta inattiva

Sito anti truffe, pagina non trovata Il sito dei poliziotti della Rete dov’è impossibile fare denuncia

 

Denunce online? Errori e sviste geografiche nel portale della Polizia postale Il caso La pagina dove segnalare furti di dati sensibili e reati informatici risulta inattiva  . . .

. . .  Scorriamo l'elenco e restiamo senza fiato: cosa ci fa, tra Firenze e Foggia, la città di Fiume? Non l'abbiamo persa quando fu occupata dalla Jugoslavia titina il 3 maggio del 1945 e cioè 24 anni prima del primo collegamento Arpanet fra quattro università americane e 37 anni prima della prima e rudimentale rete internet? E cosa ci fa, in questo elenco di commissariati virtuali compilato nei tempi della banda larga l'amata Pola cantata dopo l'esodo da Sergio Endrigo? E Zara: che ci fa in quella lista negli Anni 2.0 (aggiornata con le ultime province, tipo Barletta-Bari-Andria) anche Zara «sì bella e perduta»? È uno scherzo, una insulsa provocazione verso i croati (ai quali ora bisognerebbe chiedere scusa) o la sbadataggine di un somaro? È vero che quando apri la finestrella su quelle città il commissariato non compare ma in un Paese serio l'autore di strafalcioni simili sarebbe licenziato in tronco. Per carità, sulla buona volontà, la perizia professionale, la cocciuta determinazione a perseguire i criminali online di tanti uomini e donne della polizia postale, che perdono i giorni e le notti per fare fino in fondo il loro dovere, non abbiamo dubbi. Lavorano, e lavorano bene. Dio li benedica. E non vediamo l'ora che parta quel «113 digitale» promesso qualche mese fa che dovrebbe consentire di fare una denuncia online «con un semplice clic su un pulsantino nella pagina della polizia di Stato». Ma certo segnalare un reato è ancora oggi troppo complicato. Se davvero vogliamo combattere i truffatori del Web, che sono sempre i più aggiornati di tutti, non sarà il caso di darci una regolata?

 

Gian Antonio Stella

 

 

 

539 – Corriere della Sera 07/11/13 Zara, Pola e Fiume via dall’elenco aggiornato il sito della Polizia postale

Dopo la segnalazione del Corriere

Zara, Pola e Fiume via dall’elenco aggiornato il sito della Polizia postale

Zara, Pola e Fiume non sono più nell'elenco degli uffici di polizia abilitati a ricevere le denunce online pubblicato sul sito della Polizia postale. La correzione è stata fatta ieri, subito dopo la pubblicazione dell’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera dove si faceva notare l'esistenza di queste tre città nell'elenco delle Province italiane e delle relative sedi della Polizia postale attive. «Abbiamo già provveduto a correggere gli errori evidenziati. Capita di sbagliare», chiarisce in una nota l'Ufficio relazioni esterne e cerimoniale del Dipartimento della Pubblica sicurezza. Nell’articolo Gian Antonio Stella metteva in evidenza anche le difficoltà a fare le denuncie via Internet proprio sul portale della Polizia dedicato alle segnalazioni contro le truffe online (e cioè www.denunceviaweb.poliziadistato.it). Difficoltà che l'Ufficio relazioni esterne chiarisce così: «Capita che l'algoritmo di Google continui a rendere accessibili pagine obsolete come quella del 2009 citata nell'articolo ' si legge nella nota '. Ma questo nulla toglie alla possibilità di denunciare facilmente reati online. Basta digitare le parole 'polizia o polizia postale o commissariato online' su i motori di ricerca, per essere indirizzati al nuovo portale della Polizia postale, dove il cittadino troverà subito tutto quello che serve allo scopo. E nel caso sul motore di ricerca si digitasse la frase ? come denunciare alla polizia una truffa online? basterà cliccare il link, nella (vecchia) pagina che si apre, per essere comunque indirizzati al portale del commissariato online

 

 

 

 

540 - L'Arena di Pola 13/11/13 Cristicchi riscatta gli Esuli

Cristicchi riscatta gli Esuli

 

E' confortante registrare come di mese in mese i progressi aumentino e la tendenza generale si confermi positiva. Que­sta volta la notizia più bella viene dal “fronte interno”.

L'edificante spettacolo Magazzino 18, messo in scena da Simone Cristicchi al Politeama “Rossetti” di Trieste dal 22 al 27 ottobre, ha avuto per ciascuna rappresentazione un ri­scontro di pubblico così eccezionale da superare anche i pronostici più fausti, spazzando via le pretestuose polemiche della vigilia. Tutto è bene, insomma, ciò che finisce bene. Anzi benissimo, visto che l'autore-cantautore-attore romano si è dimostrato capace di tenere viva l'attenzione degli spet­tatori per un’ora e tre quarti proponendo loro in forma accatti­vante una storia negletta e spinosa che li ha fatti commuovere ma a trat­ti anche ridere. Ci è riuscito alter­nando una brillante recitazione a canzoni intensamente interpretate e splendidamente musicate.

Con semplicità e sapienza Cristic­chi ha celebrato un rito collettivo della memoria capace di produrre catarsi autentica, come nella miglio­re drammaturgia. Con umiltà e acu­tezza ha tenuto una lezione di storia efficace, che meriterebbe di essere riproposta in tutte le scuole italiane per lo sforzo di completezza e one­stà intellettuale. Con sincerità ha ri­scattato gli Esuli, se n'è fatto testi­mone, interprete, sdoganatore, vin­dice. Li ha raccontati per come so­no, ha reso loro pubblicamente giu­stizia, li ha risarciti moralmente dopo tanti decenni, dando a quella tragedia una valenza universa­le. E ciò senza dimenticare o sminuire la sofferenza degli al­tri: “rimasti”, sloveni, croati... Che in realtà - ci ha fatto capire

tanto altri non sono, poiché hanno condiviso e ancora con­dividono lo stesso fazzoletto di terra a lungo concupito da nazionalismi e totalitarismi di importazione.

Questo moderno musical civile altamente didattico colma dunque un vuoto di conoscenza perché rende lo spettatore compartecipe della vicenda, facendolo palpitare con i prota­gonisti/vittime e portandolo a cogliere i nessi con analoghe vicende attuali. Nelle prossime settimane verrà riproposto in alcuni teatri minori d'Italia, ma anche a Pirano, Pola e Uma- go, cioè proprio laddove quei fatti avvennero e dove ancora vivono non pochi italiani autoctoni insieme ad altri conterra­nei slavi divenuti maggioranza: un fatto straordinario. La po­polarità di Magazzino 18 potrebbe convincere persino i cauti direttori artistici dei principali teatri italiani che metterlo in sce­na non solo non è rischioso, ma è addirittura... conveniente per il loro botteghino. Del resto le stesse polemiche preventi­ve triestine hanno attirato l'interesse della stampa anche na­zionale calamitando pubblico pagante. Ne parliamo a pagina 9, mentre la 8 è tutta dedicata allo spettacolo in sé.

 

Altro evento di importanza nazionale in quest'ultimo mese è stata La Bancarella - Salone del libro dell’Adriatico orienta­le, svoltasi a Trieste dal 17 al 22 ottobre scorso: un conden­sato di iniziative interessanti sulle nostre tematiche, un espe­rimento di collaborazione tra sodalizi degli Esuli, dei “Rima­sti” e non solo. Gli dedichiamo uno speciale di 4 pagine (dalla 4 alla 7) riferendo prima l'intensissimo programma comples­sivo e poi alcuni dei principali contenuti. Fra questi la presen­tazione delle ultime “creature” del Libero Comune di Pola in Esilio: le Pagine scelte de “L'Arena di Pola” 1948-1960 e la ristampa anastatica delle annate del giornale 1945-47.

Contestuale alla Bancarella è stato un altro evento di rilie­vo nazionale a Trieste: il Festival del Turismo Scolastico (pag. 13), incentrato per il secondo anno consecutivo sul confine orientale grazie alla proficua partecipazione del Touring Club Italiano al Gruppo di lavoro fra Ministero dell'Istru­zione, Università e Ricerca e associazioni degli Esuli.

Fra le notizie positive menzioneremo la firma della conven­zione tra Ministero degli Esteri e FederEsuli per dare attua­zione nel triennio 2013-2015 alla legge sul finanziamento delle attività culturali delle nostre organizzazioni (pag. 3).

 

Meritevole di lode è il volumone del giovane studioso con­nazionale Raul Marsetic sul cimitero civico di Monte Ghiro, edito dal Centro di Ricerche Storiche di Rovigno e presentato alla Comunità degli Italiani di Pola il 25 ottobre. Nella stessa ottica, i connazionali di Fiume hanno realizzato una ricerca da cui è scaturita una mostra sulle tombe italiane del cimitero di Cosala, molte delle quali, abbandonate, rischiano di esse­re messe in vendita per mancato pagamento della tassa ci­miteriale. Questi sono tutti segni inequivocabili che la mino­ranza italiana in Croazia e Slovenia sta alzando con orgoglio la testa a difesa dei propri diritti e del patrimonio culturale au­toctono lasciato in eredità dalle generazioni precedenti.

La pagina 16 illustra le cerimonie per i Defunti a Pola, Zara e Fiume compiute ancora una volta su iniziativa congiunta di esuli e residenti. La grande novità di quest'anno è l'attenzio­ne che Zara ha dedicato al 70° anniversario dei bombarda­menti anglo-americani commissionati da Tito, che distrusse­ro l'80% degli edifici sterminando oltre 2.000 abitanti e co­stringendo quasi tutti gli altri allo sfollamento, poi tradottosi in esilio permanente. Mostre e cerimonie per ricordare quelle vittime non erano scontate in una città che da decenni è una roccaforte del nazionalismo croato.

 

Un monumento dell'esule polese Gualtiero Mocenni e del figlio Simone Mocenni Beck per commemorare le vittime dei bombardamenti aerei su Pola è stato invece appena colloca­to nel rione di San Policarpo su iniziativa della Città (pag. 3).

Messe e cerimonie per i Defunti nelle terre d'origine hanno avuto luogo anche ad opera della Fameia Capodistriana e della Famiglia Umaghese (pag. 3).

Rincuora altresì apprendere che in Slovenia le commemo­razioni ufficiali per i Defunti hanno riguardato pure le vittime dei titini e che a Gonars si sono spese parole di pietà anche per gli esuli istriano-fiumano-dalmati, oltre che per le vittime slovene e croate lì rinchiuse nel 1942-43 (pag. 3).

A Fiume è stata solennemente avviata la beatificazione della suora fiumana Maria Crocifissa Cosulich (pag. 2).

Grande soddisfazione suscita poi la notizia che l'edificio ospitante la sede periferica di Sicciole della Scuola Elemen­tare Italiana di Pirano e della Scuola Italiana dell'Infanzia è stato ricostruito e i bambini lo frequentano di nuovo (pag. 2).

 

Un successo ancora superiore a quello dello scorso anno lo hanno riscosso le Giornate della lingua e della cultura ita­liana a Fiume, con una tappa anche a Pola (pag. 2).

Di chiaro interesse per noi è che il presidente della Repub­blica di Croazia Ivo Josipovic abbia chiesto alle autorità mon- tenegrine di concedere anche ai croati la restituzione dei beni oggetto di confisca ai tempi dell'ex Jugoslavia (pag. 2): un precedente politico-giuridico che speriamo incoraggi le auto­rità italiane a risollevare presso quelle croate e slovene l'an­cora irrisolto problema. In ballo c'è sia l'equiparazione dei cittadini italiani a quelli croati e sloveni nei casi non coperti dai trattati sia l'attuazione dell'accordo del 1983 che prevede­va la messa in «libera disponibilità» di 679 beni immobili (500 nei territori ceduti e 179 nella ex Zona B del TLT).

Altre notizie positive sono che al Raduno degli Esuli albo- nesi svoltosi a Padova ha partecipato anche una folta rappre­sentanza di italiani residenti ad Albona, che il Comune di Montebelluna ha chiesto alla Regione Veneto i fondi per ge­mellarsi con il Comune di Montona e che l'UNESCO è inte­ressata a tutelare le fortificazioni asburgiche di Pola (pag. 2).

Di negativo in pratica c'è soltanto il danneggiamento dell'Arco dei Sergi a Pola per opera di ignoti vandali: un feno­meno cui l'Italia purtroppo non è certo immune (pag. 2)...

Da luglio stiamo progressivamente anticipando l'uscita del giornale, affinché vi possa essere recapitato entro la fine del mese di riferimento. In ottobre ce l'abbiamo fatta, almeno per le spedizioni in Italia. Lo sforzo dunque non è stato vano. Se­gnalateci comunque eventuali ritardi di Poste Italiane.

Anche il numero di novembre è a 16 pagine. Onestamente non avremmo potuto farne di meno, perché le notizie da dare sono tante e ci sentiamo in dovere di offrirvi un giornale quanto più ricco, vario e completo. Ma le solite esigenze di spazio ci hanno ancora una volta costretto a rinviare numero­si articoli e lettere, che pubblicheremo prossimamente.

Comunque non manca nemmeno stavolta la pagina dedi­cata al dialetto, alla poesia e ai cognomi polesi e istriani (12). Continuiamo poi con le ultime scoperte relative alla presenza della Regia Guardia di Finanza a Pola (pag. 13).

 

Qui a fianco Claudio Bronzin, testimone oculare della stra­ge di Vergarolla, risponde a un ex militare inglese facente parte del Reggimento responsabile delle munizioni belliche.

Già nel numero di luglio avevamo raccolto in una pagina le opinioni di alcuni lettori. E' stato un esperimento che adesso abbiamo inteso riprendere per dare la parola direttamente a voi (pag. 11). La pur corposa pagina delle lettere in Redazio­ne (14) non può infatti contenere veri e propri articoli o com­menti lunghi su temi di attualità. Sta a voi fruirne nel migliore dei modi, senza cadere nella prolissità, per far sentire la vo­stra voce e partecipare alla realizzazione del giornale.

Un appuntamento simpatico da non mancare è il Ritrovo dell'Ultima Mularia de Pola, in programma a Padenghe dal 6 all'8 dicembre: i mulipolesani (de una volta) i ve speta!

 

Paolo Radivo

 

 

 

 

541 - Il Piccolo 13/11/13 Trieste - "Magazzino 18", la città ringrazia Cristicchi

“Magazzino 18”, la città ringrazia Cristicchi

 

Targa del Comune all’artista per la sua opera «lucida e delicata». Cosolini:

obiettività e rispetto

 

Stima, gratitudine e affetto espressi con una targa ricordo del Comune. Così Trieste, per il tramite del sindaco Roberto Cosolini, ha ringraziato ieri Simone Cristicchi, autore di "Magazzino 18" dedicato all’esodo dei giuliano-dalmati, proposto al Rossetti con grande successo dopo le polemiche della vigilia. Una targa «perché la città - ha spiegato Cosolini, rivolgendosi amichevolmente all'artista in una breve cerimonia nel salotto azzurro del Municipio gremito come di rado accade - ti è in qualche modo debitrice. L'emozione che ha colto me e quanti hanno visto lo spettacolo si è tradotta nel lunghissimo e liberatorio applauso conclusivo. Come se tutti ci fossimo tolti un peso, perché siamo consapevoli di quanto sia stata dolorosa, triste e drammatica la vicenda umana e storica che ha originato lo spettacolo. Il momento vissuto da Trieste nell'immediato dopoguerra - così il sindaco - a seconda dei tempi, delle convenienze e divisioni era stato oggetto di rimozione, di divisione e di giustificazionismi. Con “Magazzino 18” dopo altri momenti unificanti per la città abbiamo fatto un passo avanti» nel «riconoscimento di una grande tragedia, di tutta la città e dell'intero Paese, e della sua contestualizzazione, cosa ben diversa dai giustificazionismi». Cosolini ha poi ringraziato Cristicchi «per la scelta fatta, per il coraggio dimostrato attraversando una difficile vigilia«. In particolare «nel tuo lavoro - ha aggiunto il sindaco - ho trovato tanta voglia di futuro, cui il rispetto del passato ha fatto da premessa. Una voglia di futuro espressa soprattutto dai bambini che hai voluto con te sul palco. Anche per loro, come comunità dobbiamo imparare a rispettare e a riconoscere la nostra storia, i nostri dolori e su di essi saper costruire il domani». Poi la consegna della targa, in cui l'opera artistica di Simone Cristicchi è definita «lucida e delicata». «Lucida - ha spiegato Cosolini - per la capacita che hai avuto di essere obiettivo nella lettura dei fatti e delicata per il grande rispetto manifestato nei confronti di tanto dolore».

«Nella settimana in cui “Magazzino 18” è stato rappresentato - ha risposto Cristicchi, palesemente emozionato - mi è sembrato di vivere un sogno, che si è avverato grazie a coloro che mi hanno aiutato, a cominciare da quel grande poeta della regia che è Antonio Calenda. Sono felice - ha concluso - anche perché la città ha percepito la mia buona fede nel proporre questa idea».

 

Ugo Salvini

 

 

 

542 - Il Piccolo 13/11/13 Museo istriano: via all'allestimento, Irci e Comune, resta il contenzioso per la gestione

Museo istriano: via all’allestimento

 Nei primi sei mesi del 2014 dovrebbe avvenire il trasferimento anche di masserizie custodite in Porto Vecchio nei locali di via Torino

VICINI ALLA META Domani è in programma un incontro operativo tra i due “enti” per affrontare il problema del trasloco

INVENTARIO DA FARE Alcuni giovani storici avranno il compito di catalogare tutti i beni e anche i libri (nella foto Piero Delbello)

di Gabriella Ziani

Più che lo straordinario successo (insaporito da fiammanti polemiche) del “Magazzino 18” di Simone Cristicchi al Teatro stabile Rossetti, ha forse pesato la protesta altrettanto straordinaria messa in scena lo scorso giugno dalle associazioni degli esuli, dopo che il Comune si era cancellato dalla lista dei soci dell’Irci, l’Istituto regionale della civiltà istriana. Una lite finita con promesse: ci sentiamo a settembre, riscriviamo la convenzione del 1998 che assegnava proprio all’Irci (che lì ha fissato la propria sede) l’edificio comunale di via Torino, sede del Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata, e pensiamo finalmente ad allestire quel museo che attende dal 2009 di diventare quel che annuncia col titolo. Promesse mantenute: questa dunque, nonostante la povertà di cassa, sembra stagione creativa e attiva per i musei triestini. Entrambi i “contraenti” si dicono vicini alla meta. Proprio domani alle 16 è fissato un incontro tra la Consulta museale formata dalla direttrice dei Musei civici e vicepresidente dell’istituto di via Torino, Maria Masau Dan, e da due conservatori, con i vertici dell’Irci, la presidente Chiara Vigini, il segreterio Raoul Pupo, il direttore Piero Delbello. Non per spaccare ancora in otto il filo rovente delle questioni giuridiche (che pure sono in campo) ma per parlare di allestimento del museo, «cui dobbiamo arrivare - annuncia Masau - entro metà 2014». I 2300 metri quadrati di un edificio allora vuoto e disastrato furono assegnati all’Irci per scopo museale appunto nel 2008 con l’impegno che il Comune avrebbe restaurato e gestito, e ogni cosa esposta sarebbe rimasta proprietà dell’istituto. In realtà fu proprio l’Irci a procurarsi i fondi, circa 5 milioni, da Stato e Regione e in parte dalla Fondazione CrTrieste. Dal 2009-2010 data dell’apertura nella sede si sono tenute numerose mostre, allestite per lo più o quasi tutte dal direttore Piero Delbello, custode del luogo assieme a una schiera di volontari. A segnale e simbolo del futuro museo, il primo piano ospita alcune testimonianze dell’Istria, soprattutto una collezione di antichi attrezzi agricoli, e al secondo altri esempi di cultura materiale e una completa farmacia, un banco da orafo, e poi quadri, stampe, l’enorme foto dell’esodo, e la riproduzione della contesa collezione dei “quadri istriani”, provvisoriamente al Museo Sartorio. «In tutti questi anni non è stato fatto un inventario dei beni - è la constatazione critica di Masau Dan i cui rapporti tesi con Delbello, e di Delbello nei suoi confronti, non sono certo un segreto - e la biblioteca è un ammasso dove neanche cercando si riesce a trovare un libro». Ma al direttore viene ampiamente riconosciuto di aver tenuto vivo e attivo quell’ennesimo museo “in fieri”. Per inventariare sono stati già interpellati giovani storici. Dal Magazzino 18 in Porto vecchio sarà sufficiente traslocare qualche masserizia fra tante, il patrimonio è noto. E del resto sarà museo della “civiltà” e non dell’esodo. Però questa è la parte facile. Il nodo si chiama gestione. Si va così dai contenziosi alla pace ritrovata, ai dissensi residui: parlano in due ma hanno ancora due idee diverse.

NODO IRRISOLTO

Irci e Comune, resta il contenzioso per la gestione

 Masau Dan: «Pronto il testo della convenzione». Ma l’Istituto rivendica la sua autonomia

«Sì, il nuovo testo della convenzione è quasi pronto, ma l’Irci vuole che il Museo di via Torino entri fra i “Civici musei”. Non credo avverrà subito. Non adesso. Questa è l’ipotesi prevalente, ma forse opteremo per una condivisione. E anche della gestione parleremo in un secondo momento». È la sintesi con cui la vicepresidente dell’Irci e direttrice dei Civici musei, Maria Masau Dan, presenta la questione fin qui spinosetta dei rapporti Comune-Irci sul Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata. Tutti d’accordo? Quasi. Perché Chiara Vigini, che dell’Irci è presidente, per parte sua invece annuncia cose diverse: «La gestione certamente deve essere dell’istituto, perché i materiali sono di nostra proprietà. E saremo noi a finanziare l’attività di gestione». Dunque questa convenzione datata 1998 che il Comune ha voluto aggiornare tanto è pronta che le versioni sono a dir poco contrastanti. Per Masau la domanda è concreta: «Chi aprirà le porte del museo? Chi pagherà i custodi? Chi farà le visite guidate? Noi stiamo riscrivendo il Regolamento dei musei che è datato al 1978, dobbiamo inserire il nuovo “de Henriquez” e altre sedi, e solo quando questo lavoro sarà concluso potremo parlare della gestione. Adesso in una prima fase dobbiamo concentrarci sull’allestimento». Una cosa rimane scritta però sulla pietra: la struttura comunale di via Torino resterà all’Irci “a tempo indeterminato”. La questione si era riaperta in modo assolutamente burrascoso lo scorso giugno. Derubricandosi anche da socio dell’Irci oltre che di altri nove enti attivi a Trieste, il Comune aveva acceso la miccia di tutte le associazioni degli esuli dalle più belligeranti alle più pacifiste e s’era visto bacchettare anche da Stelio Spadaro, l’ex Pci che fa il ponte fra i “due mondi”. Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani, aveva urlato al “tradimento di un patto”. Per Renzo Codarin, presidente dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia e della Federazione degli esuli, «patto tra gentiluomini violato». Cose serie, insomma. Il sindaco Cosolini, dopo essersi derubricato giustificando l’azione con motivi di legge amministrativa, aveva anche sollecitamente depoliticizzato la delibera. E si era rimandato a settembre per risolvere tutte le grane che all’improvviso il mondo degli esuli, che non aspetta troppo per irritarsi, gli aveva scaricato addosso: convenzione non rispettata, museo mai aperto. E i soldi per ristrutturarlo ce li avevano messi tutti quanti loro, attraverso l’Irci. «Un mondo senza storia non ha futuro» era stato l’appello. E siamo al dunque. (g. z.)

 

 

 

 

543 - La Voce in più Dalmazia 09/11/13 Eventi -  Asilo di Zara il sogno realizzato

EVENTI di Ilaria Rocchi

ASILO DI ZARA  IL SOGNO REALIZZATO

 

L'APERTURA GIUNGE SESSANT'ANNI DOPO LA CHIUSURA DELLE SCUOLE ITALIANE E HA IL SAPORE DEL RISCATTO PER L'ITALIANITÀ E LA TRADIZIONE CULTURALE COMPLESSIVA DELLA REGIONE

 

Scuola Italiana dell’Infanzia “Pinocchio” di Zara: il sogno è diventato realtà.

 

E la Fatina Azzurra non c’entra nulla in questa fiaba. Non è stato facile. C’è voluta tanta tenacia e forza per arrivarci. La fiducia non è mai venuta meno, anche se ci sono voluti 22 anni di trattative, a volte estenuanti. Se il progetto finalmente si è realizzato è merito in primis degli italiani “rimasti” di Zara e degli esuli zaratini e, più in generale, dalmati; ma anche dell’Unione Italiana (Furio Radin e Maurizio Tremul), dello Stato italiano e della Regione Veneto; del governo croato (non dimentichiamo l’appoggio dato negli anni passati dall’allora premier Ivo Sanader, grazie a un accordo con l’on. Radin) e più di recente anche della Città di Zara. Ampia condivisione, dunque, in virtù di uno spirito europeo di condivisione delle ricchezze delle diverse culture. È giunto il momento - e l’apertura dell’asilo arriva a pochi mesi dall’ingresso della Croazia nell’Unione europea - di trasformare in speranza di sviluppo dinamiche che in passato hanno significato divisioni e tragedie. E i rappresentanti politici di Zagabria e di Zara hanno ribadito la loro volontà di impegnarsi in tale direzione, per una pacificazione a beneficio di tutti.

 

Ora l’asilo c’è e la cosa che forse maggiormente conta a questo punto è che tutte le parti si sono impegnate a mantenerlo in vita. Di sostegno ne avrà indubbiamente bisogno, visto che si tratta della prima istituzione prescolare privata della Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia. Significative, in tal senso, le parole del sindaco Bozidar Kalmeta, il quale ha promesso che gli stipendi delle educatrici saranno a carico della Città nel 2014, e che la sua amministrazione farà in modo che i genitori dei piccoli del “Pinocchio” paghino una retta identica a quella degli altri asili pubblici. Una bella inversione di marcia, considerato che il suo attuale vice, sindaco nella precedente legislatura, Zvonimir Vrancic, aveva ripetutamente detto e scritto che la Città di Zara non avrebbe dato e fatto nulla a favore dell’asilo italiano.

Dunque, il 12 ottobre scorso si è consumata una giornata storica per gli Italiani di Zara, con l’apertura della Scuola Italiana dell’Infanzia “Pinocchio”, nella casa d’un tempo del giocatore di pallacanestro Stipe Sarlija, nel rione Spada, nella parte nuova della città. “Avevo preparato una relazione dettagliata sulle tappe, sofferte, che ci hanno portato al risultato finale”, ha detto Rina Villani, presidente della Comunità degli Italiani di Zara, rivolgendosi al numero pubblico di autorità ed attivisti accorsi alla cerimonia. È stata lei a spingere il progetto, anche quando questo pareva costretto ad arenarsi, a superare tutti gli ostacoli e le “false partenze”. Come quella del maggio 2010, quando alla chiusura delle iscrizioni all’asilo “Sunce” di Zara (allora si pensava a un gruppo italiano nell’ambito di quest’ultimo), la Direzione dell’istituto e la Città di Zara avevano constatato che non vi era il numero minimo richiesto di bambini di nazionalità italiana per poter procedere all’apertura della Sezione italiana: delle 13 domande presentate, solo 3 erano state dichiarate ammissibili!

“Pinocchio” è, dunque, la prima forma d’istruzione in lingua italiana dopo lo shutdown del 1953. Ma nessuno vuole più rivangare le tragedie del passato: alla storia si guarda per recuperare il meglio della tradizione dalmata e del suo patrimonio culturale. Giorgio Varisco, rappresentante dei Dalmati Italiani nel Mondo, ha sintetizzato benissimo il momento, sottolineando come Zara abbia così fatto “un passo avanti sulla strada della democrazia e della libertà”. L’imperativo comune è, dunque, guardare all’avvenire, che con il decisivo apporto delle generazioni più giovani porterà all’edificazione di un’Europa sempre più rappresentativa delle sue molteplici tradizioni, delle sue identità, e sempre più saldamente integrata dinanzi alle nuove sfide della globalizzazione. E anche in tale ottica sarà necessario riaffermare l’identità italiana a Zara.

Oggi con l’asilo, domani, chissà, con una scuola elemantare e una media superiore. “l’italiano è cruciale, è la lingua della cultura, ed è importante non solo per la comunità autoctona, perché la lingua è fattore d’identità - ha ricordato il viceministro Marta Dassù giunta da Roma per l’inaugurazione dell’istituzione, e che in sede di audizione davanti alla Commissione esteri della Camera dei deputati aveva definito l’asilo uno strumento di difesa dei diritti, della memoria e dei simboli della storia -, ma è una delle cinque lingue più studiate nel mondo. I bambini di Zara, che verranno a studiarlo qui, italiani o croati, avranno uno strumento in più per la loro vita futura. Studiare l’italiano è non solo un contributo alla memoria, ma consente anche di vivere nel mondo di oggi, le sfide del futuro”. “Pinocchio” è frequentato oggi da 25 bambini, che hanno a disposizione otto ore di programma in lingua italiana. l’asilo apre alle 6.30 e chiude alle 16.30. l’istituzione vede la presenza di due educatrici, Ana Batnjak e Maja Tolic, di un’insegnante collaboratrice di madrelingua italiana, Maria Odet Picirilli, di una cuoca, di una donna delle pulizie, di una pedagoga per quattro ore alla settimana, di un’infermiera per due ore a settimana e, infine, della direttrice, Snjezana Susa. La maggioranza dei bambini non ha origini italiane, ma tutti hanno atteso con gioia l’apertura dell’asilo. In futuro, appena sistemato un ulteriore piano della villetta che l’ospita, sarà aperto un altro gruppo educativo. Per l’intervento di Zara sono stati spesi 447.495,30 euro.

 

 

Una giornata memorabile iniziata a Palazzo Fozza

 

L’inaugurazione dell’Asilo “Pinocchio” è stata preceduta da un incontro importante e a momenti toccante, che si è svolto alla Comunità degli Italiani di Zara, al primo piano del centralissimo e prestigioso Palazzo Fozza, sede nel XVIII secolo di un’Accademia per Ufficiali della “Serenissima” e prima della Seconda guerra mondiale della Società Ginnastica. l’immobile è stato acquistato dall’Unione Italiana di Fiume con i mezzi del ministero degli Affari esteri italiano nel 1997, ma la ristrutturazione si è protratta, per varie vicissitudini, fino al 2005. Per il rapido incremento delle attività, agli iniziali circa 150 metri quadrati di proprietà, se ne sono aggiunti altri 50 in affitto, dove è stata organizzata una biblioteca ricca di 4.000 libri italiani.

Ad accogliere la delegazione è stato il presidente della CI, Rina Villani. Erano presenti il viceministro italiano agli Affari esteri, Marta Dassù, il ministro plenipotenziario Francesco Saverio De Luigi, presidente del Comitato di coordinamento per le attività a favore della Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia, l’ambasciatore d’Italia a Zagabria, Emanuela D’Alessandro, il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, il presidente dell’Unione Italiana, Furio Radin, il presidente della Giunta esecutiva dell’UI,

Maurizio Tremul, il vicepresidente dell’Università Popolare di Trieste, Fabrizio Somma, e il direttore generale dell’UPT, Alessandro Rossit, l’assessore al Bilancio e Relazioni Internazionali della Regione Veneto, Roberto Ciambetti, il presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli, Renzo Codarin, il presidente dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Antonio Ballarin, il presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane, Manuele Braico, i rappresentanti dell’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo, Elio Ricciardi, Guido Crechici e Giorgio Varisco. Rina Villani ha ripercorso le tappe della (ri)nascita della CI e le attività che vengono svolte oggi, come pure i rapporti (buoni) con la comunità locale.

I rappresentanti dell’Unione Italiana hanno ribadito il loro interessamento e il sostegno alla Comunità di Zara, ringraziando il ministero degli Affari esteri italiano per “essersi tolto il pane di bocca” (Radin) e aver assicurato, nonostante i tempi molto difficili per l’Italia, adeguati finanziamenti alla Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia. Il viceministro Dassù ha confermato l’impegno dell’Italia a favore della minoranza oltre Adriatico. Dal centro di Zara la delegazione al completo si è trasferita quindi in una zona residenziale, poco fuori città, per “tagliare il nastro” dell’istituzione prescolare.

Alla delegazione italiana si sono aggiunti il segretario del ministero della Scienza, dell’Istruzione e dello Sport della Croazia, Sabina Glasovac, il vicepresidente della Contea di Zara, Rudolf Dvorski, il sindaco e il vicesindaco di Zara, rispettivamente Bozidar Kalmeta e Zvonimir Vrancic, e la direttrice della Scuola Italiana dell’Infanzia, Snjezana Susa.

 

 

Caterina Fradelli e il meglio dei Dalmati

 

Nell’incontro di Palazzo Fozza, sede della Comunità degli Italiani di Zara, la giovane Carmen Bevanda ha letto la testimonianza di Caterina Fradelli, dalmata di antica famiglia spalatina, nata a Zara il 19 settembre 1907, esule in Italia, morta a Padova il 15 febbraio 2001. Guidò il Madrinato per la conservazione del cimitero degli italiani di Zara.

Caterina Fradelli ci ha lasciato alcune memorie che testimoniano che i Dalmati migliori, anche nei momenti più difficili della Seconda guerra mondiale, per quanto fu loro possibile, si aiutarono reciprocamente a prescindere dalla loro origine etnica e fede politica. Uno dei suoi ricordi, in particolare, letto a Zara il 12 ottobre scorso, si riferisce a un episodio che le era capitato nell’ottobre 1942, quando faceva la maestra d’asilo nel quartiere di Borgherizzo, mentre la guerra infuriava e alle spalle della città si stava organizzando la resistenza partigiana. Lei non esitò a sfidare l’Ispettore scolastico pur di salvare dalla fame, dal freddo e dalla strada i figli di un croato, di un partigiano “nemico dell’Italia”.

“Avevo agito in buona fede ed in spirito di solidarietà. Mi rendevo conto di avere trasgredito agli ordini che proibivano di dare assistenza al nemico, ma nello stesso tempo non riuscivo ad allontanare i bambini accusandoli di essere figli di un nemico dell’Italia. Continuavo a ripetermi che le colpe dei padri non ricadono sui figli. Un bel giorno del mese di maggio 1943 inattesa arrivò in visita l’ispettore scolastico che mi chiese se i bambini che frequentavano l’asilo fossero di famiglie italiane. Risposi che erano tutti bambini nati nella borgata. l'ispettore volle controllare il registro, mi resi conto che conosceva poco della situazione locale, soprattutto ignorava che gli abitanti della borgata di Borgherizzo erano tutti di origine albanese e, quindi, non croati, ma nemmeno italiani. Le mie perplessità ebbero conferma, quando l’ispettore mi disse con tono autoritario: ‘Signorina, lei ha accettato in classe figli di partigiani nemici dell’Italia, tutto questo le comporterà la perdita del posto, dello stipendio, vedremo, fors’anche l’invio al confino per non aver ottemperato alle disposizioni. Considerando anche il suo impegno politico, la ritenevo una delle migliori insegnanti della mia giurisdizione, dovrò provvedere a sostituirla con un’altra più attenta ed osservante delle disposizioni ministeriali’. Se ne andò lasciandomi in una comprensibile incertezza. Attesi invano la convocazione del Partito

o del Sindaco Giovanni Salghetti Drioli - a Zara le maestre d’asilo erano dipendenti comunali - per rispondere del mio operato. Le mie paure si rivelarono infondate perché continuai nell’insegnamento senza che si attuasse la temuta minaccia”.

 

Nel luglio del 1945 le capitò in casa il padre dei bambini, noto e rispettato in tutta Borgherizzo. E in segno di gratitudine le baciò le mani e le consegnò due conigli. Caterina Fardelli lasciò Zara il 2 gennaio 1947.

 

 

 

 

544 - Agenzia Parlamentare 14/11/13 Priebke: Fedriga (LN), Criminale chi inneggia alle foibe

PRIEBKE: FEDRIGA (LN), CRIMINALE ANCHE CHI INNEGGIA ALLE FOIBE

 

(AGENPARL) Roma, 14 nov - “Ci auguriamo che la magistratura apra un fascicolo sul giovane che indossava una maglietta con scritto “I love foiba”

per manifestare contro Erich Priebke. Evidentemente, per questo ignorante, Ã ¨ giusto massacrare altri esseri umani in nome dell’ideologia comunista. Per noi non esistono morti di seria A e morti di serie B, come non esistono criminali di destra o di sinistra ma soltanto criminali. Come quelli che indossano certe magliette”. È il commento del deputato della Lega Nord, Massimiliano Fedriga, in merito alla manifestazione contro Priebke che si è svolta martedì ad Albano Laziale.

 

 

 

545 - Il Piccolo 14/11/13 Spunta a Spalato un anfiteatro romano

Spunta a Spalato un anfiteatro romano

 

È del IV secolo d.C. ed è stato scoperto durante gli scavi per un centro commerciale

 

ZAGABRIA Nel centro di Spalato, capoluogo della Dalmazia, sono stati scoperti i resti di un antico anfiteatro romano, risalente alla prima metà del IV secolo d.C., costruito molto probabilmente su volontà dell'imperatore Diocleziano che nel luogo in cui oggi si trova la città dalmata fece edificare uno dei più sontuosi palazzi romani. Presentando ieri la scoperta, gli archeologi hanno spiegato di non essere stati sorpresi quando alcuni mesi fa, nel corso degli scavi per la costruzione di un centro commerciale, sotto una delle vie centrali di Spalato, hanno scorto i resti di un anfiteatro. Gli esperti hanno infatti spiegato che il Palazzo di Diocleziano, costruito tra il 293 e il 305 d.C. per diventare la residenza dell'imperatore dopo il suo ritiro a vita privata, «doveva quasi per forza avere un anfiteatro, secondo la logica urbanistica del tardo Impero». «Si tratta di un monumento maestoso, di un anfiteatro con un'arena di 50 metri di diametro, che poteva accogliere migliaia di persone», sostiene l'archeologo Radoslav Buzancic, a capo della sovrintendenza per i beni culturali di Spalato. «Ci vorranno anni e molti soldi per studiare e conservare il monumento che ora, preventivamente, sarà ricoperto in attesa che venga preparata la sua conservazione e presentazione al pubblico», ha aggiunto. «Si sapeva che era da qualche parte in centro, non lontano dalle mura dell'antico palazzo - continua Buzancic - dato che nel 1647 il governatore veneziano della Dalmazia, Leonardo Foscolo, ne ordinò la demolizione per evitare che nel corso della Guerra di Candia gli Ottomani lo usassero per fortificarsi nei pressi di Spalato».

 

 

 

 

546 - La Voce di Romagna 12/11/13 Arsia, le ricerche continuano

TRA LE VITTIME DELLA TRAGEDIA ANCHE ALCUNI MINATORI PROVENIENTI DALLA VALMARECCHIA

 

Arsia, le ricerche continuano

 

UN LIBRO di Antonio Zett propone ulteriori documenti sulle vicende del bacino minerario dell’Arsa, allora italiano e oggi appartenente alla Croazia

Giovanni Guerra aveva lasciato Perticara con la famiglia per raggiungere l’Istria attratto dalle migliori condizioni economiche

 

Tra i documenti pubblicati da Antonio Zett, consigliere nazionale dell’Associazione Venezia Giulia Dalmazia e studioso delle vicende legate al confine orientale, il numero del marzo 1940 del mensile “L’industria mineraria”, periodico della Federazione nazionale fascista degli esercenti le industrie estrattive; a pagine 45 dà notizia della sciagura di Arsia e parla di diverse decine di morti e di numerosi feriti. Così termina l’articolo: “Gli industriali minerari salutano commossi e riverenti i camerati ieri caduti nella battaglia che l’Italia fascista ha intrapreso per la conquista della propria autarchia”. Il bacino minerario dell’Arsa verrà funestato da altre sciagure, come quella avvenuta otto anni dopo nel nuovo pozzo di Sottopedena, alI'epoca della ricostruzione del paese devastato dalla guerra. A causa di uno scoppio, il 14 marzo 1948 morirono ufficialmente 92 minatori, ma si ritiene che il loro numero fosse decisamente più elevato. Si trattava in prevalenza di prigionieri tedeschi di stanza ad Albona, dove erano adibiti al lavoro forzato. Da ricordare che alcuni anni fa, a cura del Circolo Istria, era uscito “Arsia 28 ottobre 1940”. Per quanto riguarda l’identificazione delle vittime, il professor Tullio Vorano, direttore del Museo popolare di Albona (Narodni muzej Labin), riferisce per sentito dire che all'epoca dell'amministrazione italiana, i minatori solitamente non portavano il tesserino con sé, ma una medaglietta su un ovale in metallo, con impresso il numero matricolare, che consegnavano in lampisteria al momento del prelievo della lampada. Tornati in superficie, riconsegnavano la lampada e riprendevano la medaglietta. In questo modo la direzione della Miniera controllava se tutti erano tornati dal turno di lavoro. A fornire l'elenco dei minatori caduti il 28 febbraio è stato lo storico goriziano Guido Rumici, autore di numerosi testi sul confine orientale, tanto per ricordarne alcuni “Infoibati” e “Fratelli d'Istria”, entrambi pubblicati da Mursia. Sono sei i nominativi originari da località allora appartenenti alla  provincia di Pesaro - Urbino e oggi a quella di Rimini. Si tratta di Francesco Alessi, nato a Pennabilli il 25 gennaio 1912, Primo Antonini, nato a San Leo il 22 gennaio 1907, Giovanni Guerra, nato a San Leo il 5 aprile 1907, Salvatore Crudi, nato a Mercatino Marecchia il 21 marzo 1896, Primo Manuelli, nato a Mercatino Marecchia il 6 luglio 1910, Emilio Mosconi, nato a S. Agata Feltria il 17 gennaio 1909. A questi va aggiunto Primo Lombardi, nato a Urbino il 5 gennaio 1895. Giovanni Guerra e la famiglia erano emigrati da Perticara ad Arsia nel novembre 1937. Storie e personaggi aveva raccolto la testimonianza dei figli Maria e Marino il 31 marzo 2008. Le condizioni economiche offerte dalla Miniera istriana erano decisamente migliori rispetto a quella di Perticara, poi rimanevano 2.000 lire da pagare per terminare la casa che Giovanni aveva iniziato a costruire. Nato a San Leo, Guerra si era trasferito in tenera età con la madre a Serra di Tornano e aveva iniziato a lavorare alla Miniera di Perticara con i muli adibiti al traino dei carrelli di zolfo. Marino e Maria Guerra, all'epoca bambini, ricordano che avevano raggiunto l'Istria imbarcandosi a Ancona con destinazione Pola. Le case destinate ai minatori erano nuovissime, ogni palazzina ospitava quattro famiglie, Giovanni Guerra aveva ricevuto anche un premio per l'allestimento dei giardini. Poco dopo l'arrivo ad Arsia, la madre di Giovanni morì di polmonite. Nel periodo in cui si era verificata  la tragedia, Giovanni faceva il turno di notte e rientrava a casa verso le 7. Quella mattina, vedendo che non arrivava, la moglie si era affacciata sul terrazzo notando un insolito movimento di gente. Aveva capito subito che doveva essere successo qualcosa di molto grave; quel giorno il marito per un tragico gioco del destino aveva cambiato turno e non doveva lavorare. Giovanni era molto coraggioso e svolgeva i lavori più faticosi e disagevoli, in particolare ‘la ricerca’, cioè i sondaggi per trovare le falde di carbone. Lo scoppio che provocò la strage era avvenuto a circa tre chilometri dal punto in cui si trovava: “Erano in otto – è il racconto di Maria e Marino - e sono rimasti intrappolati per la frana della galleria. Ci sono testimonianze che nostro padre e i suoi compagni avrebbero battuto sui tubi dell'aria e dell'acqua a distanza di 3-4 giorni dall'esplosione. Morirono asfissiati, accertò l'autopsia, quando i soccorritori arrivarono sul posto li trovarono abbracciati”. Sempre secondo quanto raccontato dalla vedova ai figli, il numero delle vittime sarebbe di gran lunga superiore a quello noto ufficialmente che parla di 185 minatori. Sta di fatto che  per motivi propagandistici la vicenda era stata tenuta sotto silenzio e non é mai stato possibile verificare l'attendibilità di quelle voci che quantificherebbero le vittime in 370. La salma di Giovanni Guerra venne traslata al cimitero di Perticara a cura della società mineraria, che si era fatta carico di tutte le spese. Secondo quanto riferiscono Maria e Marino, le salme traslate in Valmarecchia sarebbero 8 e non 7; a Perticara sono state tumulate anche quelle di Antonini, Crudi e Manuelli. Questi invece i dati delle altre vittime provenienti dall’Emilia-Romagna: Gino Morosi nato a Mercato Saraceno il 13 marzo 1912, Guglielmo Gandolfi, classe 1912, da Lizzano in Belvedere (Bo), Giulio Tamarri, classe 1908, anche lui da Lizzano, Remo Tedeschi classe 1912 da Monghidoro (Bo); Gino Piva, classe 1909, da Lagosanto (Fe); Alberto Ugolini, classe 1917, da Minerbio  (Bo). Sempre a riguardo della tragedia di Arsia, tra i documenti recuperati recentemente, messi a disposizione dal Museo popolare di Albona e citati da Antonio Zett, un corposo plico di documenti inerenti il dottor Giovanni Battista Pillan, medico ad Arsia al momento della tragedia. E’ stato acquistato a Bolzano da Zdravko Hrastnik, appassionato collezionista albonese, motivato tra l’altro anche da interesse filatelico. Dopo la tragedia del 1940, Pillan  aveva inviato una nota alla Consulta medica di Trieste evidenziando la carenza di personale nella struttura sanitaria dell’Arsia. Ciò cambierà il suo percorso medico; infatti il Distretto di Pola gli notificherà il richiamo alle armi con il grado di sottotenente medico. Il provvedimento aveva suscitato perplessità perché le miniere erano stato destinate a produzione militare. Verrà destinato nei Balcani e a guerra finita riprenderà la sua attività a Milano dopo aver superato la valutazione della commissione di epurazione. Della miniera di Arsia aveva parlato l'allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi ai negoziati per la firma del Trattato di pace del 1947. Il premier aveva evidenziato come l'Italia non potesse rinunciare a quella miniera in grado di rendere al paese l'80% della produzione nazionale di carbone.

 

Aldo Viroli

 

Albona, città all’avanguardia

La disgrazia è avvenuta il 28 febbraio 1940

 

“Miniere d’Arsia tra eventi storici e sociali” di Antonio Zett (Alcione Editore) uscito nel 2012 è l’ultima pubblicazione dedicata al bacino minerario dell'Arsa, appartenuto all’Italia fino al 1947, anno del trattato di pace che lo aveva assegnato alla Jugoslavia. Le miniere di Arsia, oggi non più in attività, hanno uno stretto legame con la Romagna perché nel 1940, il 28 febbraio, si è verificata la più grande sciagura mineraria italiana, costata la vita ufficialmente a 185 minatori; diversi venivano infatti dalla nostra Regione ed in particolare dalla Valmarecchia. Arsia, oggi Rasa in Croazia, inaugurata il 4 novembre 1937 alla presenza del duca di Spoleto, era una città modernissima e all'avanguardia dal punto di vista architettonico e contava oltre duemila abitanti. E’ stata eretta con la sovrintendenza dell'ingegner Gustavo Pulitzer e ultimata in poco più di un anno e mezzo. La disgrazia, secondo le cronache dell’epoca, è avvenuta alle 4.30 del mattino, mentre si facevano brillare delle mine che avevano provocato un'esplosione di metano. Quella tragedia ha anche offerto lo spunto per il romanzo “Una storia istriana” di Diego Zandel, di origini albonesi, tradotto anche in croato. L’anniversario del 28 febbraio viene ricordato ogni anno per iniziativa della Comunità degli italiani di Albona, oggi Labin.

 

 

 

 

547 - La Voce del Popolo 14/11/13 Diego Zandel e le relazioni culturali italo-croate

Diego Zandel e le relazioni culturali italo-croate 

 

FIUME | Un autore senza pregiudizi nei confronti di rimasti ed esuli, italiani, croati e sloveni; uno scrittore con una produzione letteraria che mira a unire le due sponde dell’Adriatico in nome della convivenza comune. Ma anche un letterato che fa conoscere le vicende delle nostre terre con semplicità e precisione storica. È cosi che è stata tratteggiata la figura dello scrittore romano, di origini fiumane, Diego Zandel, ospite del Museo Civico del capoluogo quarnerino, con la complicità dell’Unione Italiana, della Comunità degli Italiani e del Consolato Generale d’Italia a Fiume, nonché della casa editrice EDIT. Di Zandel hanno parlato il “padrone di casa”, Ervin Dubrović, il direttore dell’EDIT, Silvio Forza, la poetessa Diana Rosandić, lo scrittore Giacomo Scotti. In sala pure il console generale d’Italia, Renato Cianfarani. Come ha spiegato Dubrović, l’idea dell’incontro letterario con Zandel è nata a Roma, dove il direttore del Museo Civico fiumano stava svolgendo delle ricerche per l’esposizione su Francesco Drenig, che ha suggellato la collaborazione con la Società di Studi Fiumani a Roma, depositaria di buona parte del materiale sull’intellettuale, poeta e traduttore fiumano (la mostra è in visione fino al 22 novembre).

 

Lontano ma vicino alle sue radici

 

Il fil rouge? Valorizzare i contatti culturali italo-croati che ci sono stati a Fiume in varie epoche. E, appunto, alla serata letteraria si è discusso non solto dell’opera “I testimoni muti” (Mursia, 2011) un memoir che sintetizza le sofferenze del popolo istriano, fiumano e dalmata, costretto all’esilio, ma anche quelle dei rimasti , ma pure della specifica e complessa figura dello scrittore.

Zandel, di origini fiumane, è nato da una famiglia di esuli nel campo profughi di Servigliano, nelle Marche, ed è vissuto nel Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma. Nonostante ciò egli è più un autore fiumano che romano, profondamente ancorato alla realtà istriana e fiumana. Si è discusso pure della sua vita, della condizione d’esule, di che cosa abbia significato nascere e crescere in un campo profughi come quello di Roma e staccarsi per certi aspetti ideologici da questa realtà, delle disillusioni; quindi dell’amore per Fiume, città che compare sempre nei suoi testi, come vi si trovano spesso riferimenti alla Grecia, terra di sua moglie. In tale senso Scotti lo definisce come “un autore che ha allacciato la Grecia alla Croazia, e la Croazia all’Italia”.

 

Diana Rosandić ha narrato i retroscena legati al suo primo romanzo tradotto in lingua croata da Vanesa Begić, “Riječko istarske priče” (DHK, 2010) e di come quest’opera, composta da sei storie minori, possieda dei trascorsi biografici in cui è evidente la sofferenza per le proprie origini.

 

Comprendere il dolore degli altri

 

Silvio Forza si è soffermato invece sui romanzi che Zandel ha pubblicato con l’EDIT, tra cui figura anche il debutto della collana “Richiami”, dedicata esclusivamente alla letteratura dell’esodo, e inaugurata proprio con il suo romanzo “Una storia istriana”. Forza ha sottolineato come Zandel sia prevalentemente uno scrittore i cui motivi d’ispirazione sono l’Istria e Fiume, e come nei suoi scritti si mescolino il dolore, la sofferenza e lo sradicamento provocati dall’esodo. E di come i suoi personaggi abbiano spesso radici fiumane. Zandel è cresciuto senza chiusure di sorta su italiani, croati e le altre etnie. Grazie alla ricchezza di questa sua “indole”, nutre un’antipatia quasi naturale per i nazionalisti e i razzisti di qualsiasi risma e colore. Un autore che ragiona in termini: “non esistono soltanto le mie lacrime e i miei dolori, ma esistono anche le lacrime e i dolori degli altri”.

 

Unire le due sponde dell’Adriatico

 

L’intervento di Giacomo Scotti, legato a Zandel da una lunga e profonda amicizia fraterna, era voluto a tratteggiare l’importanza del romanzo “I testimoni muti” come un ponte che collega le due sponde dell’Adriatico. Zandel, secondo Scotti, è un uomo che non conosce confini. Nelle sue opere è riuscito ad allacciare le isole greche alla Croazia, e la Croazia stessa all’Italia. Superando cosi gli antagonismi tra profughi e rimasti, tra italiani e croati.

 

Speranza nelle generazioni future

 

Alla fine si è rivolto al pubblico lo stesso autore, che ha ripercorso alcuni punti fondamentali della sua produzione legata all’Istria. A partire dagli anni della militanza nelle file della sinistra, cosa piuttosto atipica per un profugo di un Villaggio Giuliano Dalmata, fino alla sua scelta narrativa di arricchire i personaggi dei suoi romanzi con origini e radici fiumane e istriane. Infine Zandel ha dichiarato di riporre tanta fiducia nelle future generazioni, che sapranno superare pregiudizi e contrapposizioni del passato.

 

Gianfranco Miksa

 

 

 

548 - Il Piccolo 14/11/13 I conti Attems riconquistano i boschi confiscati da Tito

I conti Attems riconquistano i boschi confiscati da Tito

 

Il governo di Lubiana restituirà 2100 ettari di alberi e 110 di terreni agricoli Il castello di Slovenska Bistrica sarà risarcito con obbligazioni di Stato

 

Nel periodo barocco la nobile famiglia era la più ricca della regione stiriana

 

La Corte europea dei diritti dell’uomo aveva dichiarato inaccettabile il ricorso

 

di Mauro Manzin

 

TRIESTE Importante svolta nel lungo contenzioso che vede la famiglia Attems contrapporsi al governo della Slovenia per la restituzione dei propri beni immobili nazionalizzati con l’avvento dell’allora regime comunista jugoslavo del maresciallo Tito. Pochi giorni fa, infatti, la famiglia e l’esecutivo hanno raggiunto un accordo che prevede la restituzione ai nobili di austro-ungarico lignaggio di 2100 ettari di boschi e di 110 ettari di terreni agricoli. Per quanto concerne il castello di Slovenska Bistrica (cittadina a metà strada tra Celje e Maribor) invece non ci sarà restituzione alcuna. Il ministero della Cultura lo ha decretato monumento di interesse culturale e storico per cui con la famiglia Attems ci si è accordati per un indennizzo che sarà erogato dallo Stato sloveno, o meglio dal Sod, la Società slovena per l’indennizzo, sotto forma di obbligazioni così come è già avvenuto, peraltro, per un altro castello conteso, ossia quello di Brežice. La casa Attems è stata una nobile famiglia aristocratica nella ex contea del Friuli. La sua discendenza familiare ha cominciato a formarsi nella seconda metà del dodicesimo secolo presso la Fortezza di Attems-Attimis a Cividale (Konrad di Attems prima menzionati nel 1102 seguita da Arbo Attems (2.2. 1170) e Henricus Attems (6.2. 1170)). Nel diciottesimo secolo i conti di Attems hanno ordinato la costruzione di Palazzo Attems a Graz in Austria, ora considerato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. La famiglia aveva una sede nelle tenute del Friuli. Dopo la conquista del Friuli da parte della Repubblica di Venezia una parte della famiglia rimase ad Attimis mentre Friedrich Attems (1447-1521) si trasferì a Gorizia e nel 1473 divenne il cancelliere dell'ultimo conte di Gorizia. È stato confermato come tale nel 1500 dall’imperatore Massimiliano I e nel 1506 divenne il conte reggente della Bassa Austria. Da allora la famiglia ha giocato un ruolo importante presso la casa d'Asburgo e nel 1630 ricevette il titolo di Conti del Sacro Romano Impero. Nel periodo barocco gli Attems furono la famiglia nobile più ricca e influente nella Stiria. Per quanto riguarda il contenzioso relativo all’area compresa nei comuni di Krško e di Brežice anche qui tribunale ha dato ragione alla famiglia Attems solo che i beni immobili, compreso come detto, il castello di Brežice non sono stati restituiti ma indennizzati sotto forma di obbligazioni sempre dal Sod. A Krško, invece, come spiega l’edizione on line di Rtv Slovenija, la sentenza del tribunale emessa alla fine dello scorso settembre e che prevedeva la restituzione materiale dei beni immobili agli Attems è stata impugnata dal Fondo per i terreni agricoli e boschi e dal Comune di Krško. La nuova sentenza non è stata ancora emessa. Un altro capitolo chiuso della “contesa” è quello che si è svolto davanti al tribunale di Šmarje e di Jelšah i quali hanno stabilito che il castello di Podetrtek sarà risarcito in denaro, mentre sarà restituita la proprietà materiale del castello di Olimja con la relativa area territoriale pertinente. Ricordiamo che il 4 gennaio del 2008 la Corte europea per i diritti umani aveva dichiarato inammissibile la richiesta della famiglia Attems di restituzione dei beni immobili in base alla denazionalizzazione. In tutta risposta la famiglia ha iniziato tutta una serie di cause contro lo Stato sloveno delle aule dei tribunali civili. E ora si stanno avendo le prime sentenze, anche queste sottoposte ad appelli. Una situazione giuridica molto complicata e, per molti versi, ancora in corso di risoluzione. La restituzione dei beni ai conti Attems è sicuramente l’operazione più grande, per vastità dei possedimenti, dopo quelli che sono stati restituiti alla Chiesa cattolica. E in questo momento storico in cui, a partire dal prossimo 1 gennaio, in Slovenia sarà introdotta l’Imu che si pagherà anche sulle proprietà boschive e sui terreni agricoli, la restituzione dei beni agli Attems rappresenta quasi un affare per la Slovenia nelle cui casse affluiranno le tasse pagate dai “neoproprietari”.

 

 

 

549 - L'Indipendenza 12/11/13 Corfù, nel 1800 nasce la Repubblica Settinsulare. Il Leone nella bandiera

Corfù, nel 1800 nasce la Repubblica Settinsulare. Il Leone nella bandiera

 

di ETTORE BEGGIATO

 

La caduta della Serenissima Repubblica Veneta, avvenuta il 12 maggio 1797 in seguito all’invasione dell’esercito di Napoleone, ha molteplici, tragiche,  ripercussioni nell’intero territorio della Serenissima; una di queste è il sistematico, ossessivo attacco al simbolo stesso della Nostra Repubblica,  al Leone di San Marco. Già nella dichiarazione di guerra del primo maggio 1797, dal quartier generale di Palmanova, Napoleone intima alla sue truppe “di far atterrare in tutte le città della Terraferma il Leone di San Marco”;  il comando viene prontamente eseguito, tant’è che come afferma il prof. Alberto Rizzi, il più autorevole  studioso del Leone di San Marco, nella sola Venezia furono atterrati, scalpellati, distrutti oltre mille leoni.

Per non parlare del famigerato proclama del 24 luglio firmato dai  collaborazionisti giacobini che Napoleone aveva messo alla guida della Municipalità  Provvisoria di Venezia nel quale si avvisava  : “Chiunque  griderà Viva San Marco, segnale dell’orribile insurrezione del giorno 12 maggio, sarà punito di pena di morte”; ma nonostante tutto questo il gonfalone con il Leone di San Marco aveva continuato a sventolare nella Dalmazia in  vere e proprie “enclaves” dove la Serenissima ha continuato ad esistere fino al 23 agosto 1797, giorno della deposizione del Veneto Serenissimo  Gonfalon nell’altare della chiesa di Perasto, nelle Bocche di Cattaro,  bagnato dalle lacrime dei fedelissimi perastini.

Ma se Napoleone pensava di far sparire il Leone di San Marco dalla faccia della terra, o relegarlo  in qualche polveroso angolo si sbagliava di grosso…Emblematico quanto succede appena qualche mese  dopo.  E’ un momento storico sconosciuto ai più, soprattutto ai veneti, ma…si sa, la scuola italiana fa sì che i veneti sappiano tutto sulle oche del Campiglio e ignorino quasi completamente la loro storia…

Nel 1800 nasce nel mar Jonio la Repubblica Settinsulare (o Repubblica delle Sette Isole Unite); ne fanno parte le isole di Corfù, Passo, Itaca, Cefalonia, Santa Maura, Zante e Cerigo),  ed è, in qualche modo, sotto la “tutela” di  Russia, Turchia e Gran Bretagna.

La Costituzione, di 212 articoli,  all’articolo 3 si  afferma: “La Repubblica è composta da tutte le Isole grandi e piccole, abitate e disabitate, che appartenevano allo Stato veneto, e sono situate dirimpetto alle coste della Morea e dell’Albania.”; La bandiera della neonata Repubblica è costituita dal leone alato di San Marco con il vangelo chiuso e con sette frecce che rappresentavano le sette isole , in campo blu e cornice rossa  (il dipinto  che illustra il presente articolo è del signor   Gregorio Marcheto  di Patrasso  che ringrazio); una tangibile testimonianza dei sentimenti di gratitudine e di deferenza nei confronti della Serenissima da parte delle popolazioni delle isole; capitale del nuovo stato divenne la città di Corfù: i greci ancor oggi ricordano con emozione che fu il primo momento di territorio greco indipendente dopo secoli di occupazioni straniere.

Come ricordano con emozione  il primo governatore della Grecia libera, Ioannis Antonios Kapodistrias  che era nato, cittadino veneto, a Corfù l’11 febbraio 1776  e aveva studiato all’Università di Padova. La Repubblica Settinsulare ebbe vita breve; in seguito alla pace di Tilsit (7 luglio 1807) le isole furono passate alla Francia napoleonica ed entrarono a far parte dei territori delle provincie illiriche per essere occupate poi dagli inglesi nell’ottobre del 1809, mentre  Corfù e Passo rimasero francesi fino alla caduta di Napoleone (luglio 1814).

Il 5 novembre 1815 tutte le isole ritornano insieme  negli “Stati Uniti delle Isole Ionie” (anche Unione delle Isole Ionie) come protettorato del Regno Unito; particolarmente interessante la bandiera dove  troviamo l’Union Jack e il Leone di San Marco con le sette frecce su sfondo blù e cornice rossa; con il trattato di Londra, firmato il 29 marzo 1864 da Regno Unito, Francia e Russia, le isole vengono unite alla Grecia.

Nonostante Napoleone il Leone di San Marco ha continuato sventolare nel Mar Mediterraneo… e nonostante tanti nemici il Leone di San Marco continua anche oggi a sventolare nel mondo portando il Suo messaggio di pace, di libertà e  di giustizia.

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia

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