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Rassegna stampa settimanale a cura di Maria Rita Cosliani, Eufemia Giuliana Budicin e Stefano Bombardieri

N. 896 – 30 Novembre 2013

                                

Sommario


550 – CDM Arcipelago Adriatico 23/11/13   FederEsuli: solidarietà con la popolazione della Sardegna (rtg)
551 - Alto Adige 25/11/13 Femminicidio: Bolzano scopre una stele per Norma Cossetto
552 -  Il Sole 24 ore 26/11/13 Dopo il vertice Slovenia, Croazia e Italia riapre dopo 60 anni un asilo italiano a Zara
553 - La Repubblica 27/11/13 Genova - Tursi, le case ai profughi istriani "svendute" a cinquecento euro (Stefano Origone)
554 - Il Giornale 28/11/2013   Esuli istriani e partigiani: l'incontro tabù è già polemica (Fausto Biloslavo)
555 - CDM Arcipelago Adriatico  29/11/13 Dalmazia 1409: lapide e convegno a Venezia (rtg)
556 - Il Piccolo 25/11/13 Fondi Ue per il restauro di Zara (Andrea Marsanich)
557 – La Voce del Popolo  23/11/13  Tore e Voce testimoni di iniziative fiumane (Rossana Poletti)
558 - La Voce di Romagna 26/11/13 Storie e Personaggi -  Riccardo Gigante e la Romagna (Aldo Viroli)
559 - Difesa Adriatica -  Dicembre 2013 Intervista a Giuseppe de Vergottini . «Un dialogo costruttivo che rispetti la nostra identità e il nostro patrimonio culturale (Patrizia C. Hansen)
560 – Il Resto del Carlino 23/11/13 Intervista - Nino Benvenuti e l’Isola che non c’è (più) (D.Rabotti)
561 - L'Arena di Pola 13/11/13 Presentazione: ultime pubblicazioni: ": Pagine scelte 1948-1960 - "L'Arena di Pola" 1945-1947 - L'esodo dimenticato
562 - Rinascita 25/11/13 Una monografia sulle foibe -  Foibe: tra croati-sloveni e italiani è conflitto (Rosanna Mandossi Bencic)                               
563 - Agenzia Asca 27/11/13 Venezia: Zaia, scelta Generali di tenere leone S.Marco e' identitaria (red/rus)


Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/



550 – CDM Arcipelago Adriatico 23/11/13   FederEsuli: solidarietà con la popolazione della Sardegna
FederEsuli: solidarietà con la popolazione della Sardegna

Da Trieste verso la Sardegna un messaggio di solidarietà del Presidente di FederEsuli, Renzo Codarin, che raccoglie la testimonianza di preoccupazione e partecipazione di tanti esuli che conoscono la realtà sarda per tutta una serie di esperienze di vita. In Sardegna, infatti, nella località di Fertilia, si è insediata nel dopoguerra una comunità di giuliano-dalmati. Ma la solidarietà va a tutti, espressa nella nota in cui si legge: “La Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati esprime fraterna solidarietà alle popolazioni della Sardegna colpite da una eccezionale e rovinosa ondata di maltempo, che ha causato la perdita di tante vite umane e danni enormi ad una terra amata da tutti gli italiani. Molti esuli dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia hanno trovato rifugio in tutte le città della Sardegna negli anni del dopoguerra, accolti con affetto dalla popolazione e con la tradizionale ospitalità delle genti sarde.

Ancora oggi una prospera e attiva comunità di ex-profughi giuliano- dalmati e dei loro discendenti vive a Fertilia, nel plurilingue Comune di Alghero, ove hanno conservato la loro identità e il loro dialetto istro- veneto. Nel costruire quella borgata abbandonata e averla animata per decenni gli esuli hanno ritrovato serenità, sicurezza e dignità di se stessi e un mare altrettanto bello di quello delle terre natali di oltre Adriatico. Anche per questo un particolare legame di solidarietà e di riconoscenza unisce i giuliano- dalmati alle genti sarde delle località colpite dal violento nubifragio”.

Fertilia venne raggiunta nel 1946 da alcuni pescatori a bordo dei loro pescherecci partiti da Chioggia ed arrivati in Sardegna circumnavigando l’Italia. Genti temerarie e forti che a Fertilia trasformarono ciò che restava del tentativo di Mussolini di costruirvi una cittadina, in una località bella da viverci, laddove c’era la palude crebbe una campagna ricca, buona per coltivarci le viti. I sardi sentirono gli istriani vicini e molto simili per l’attaccamento alle tradizioni e l’amore per il lavoro, caratteristiche che ora li aiuteranno a superare il trauma di questi terribili giorni. (rtg)




551 - Alto Adige 25/11/13 Femminicidio: Bolzano scopre una stele per Norma Cossetto
Femminicidio : Bolzano scopre una stele per Norma Cossetto

Alla studentessa gettata nelle foibe nel 1943 intitolato un passaggio pedonale. Due scarpe rosse davanti alla lapide.
Alla presenza del sindaco Spagnolli e di numerose autorità politiche civili e militari e dei rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d'arma si è tenuta, in occasione del 70° Anniversario della morte e in concomitanza con la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, la cerimonia ufficiale di scopertura della Memoria permanente dedicata alla giovane studentessa universitaria istriana Norma Cossetto che, nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943, al termine di indicibili umiliazioni e torture perpetrate da uomini appartenenti all'Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, venne uccisa e barbaramente gettata in una foiba.




552 -  Il Sole 24 ore 26/11/13 Dopo il vertice Slovenia, Croazia e Italia riapre dopo 60 anni un asilo italiano a Zara
Dopo il vertice Slovenia, Croazia e Italia riapre dopo 60 anni un asilo italiano a Zara

A Zara, città dalmata in Croazia,  è stata aperta dopo 60 anni una scuola italiana. Lo riporta la Voce Giuliana con una certa enfasi visto che le scuole italiane furono chiuse a Zara nel 1953.

Questa volta l’impegno è stato del Governo italiano (era presente il viceministro degli Esteri Marta Dassù, a riprova dell'importanza dell'evento) , dell’Unione Italiana e della locale Comunità degli Italiani e dello stesso Comune di Zara che, assieme hanno raggiunto il traguardo dell’apertura di questa scuola per l’infanzia in lingua italiana ma aperta a tutti i bambini e non soltanto a quelli della minoranza italiana. La scuola è stata battezzata con il nome di Pinocchio. Storicamente Zara fu città veneziana fino al Trattato di Campoformio (1797) e una provincia italiana in Dalmazia tra il 1923 e il 1944. La sua targa automobilistica era ZA.

Si tratta di un evento simbolico molto importante che nasce all'interno di una nuova fase di rilancio dei rapporti diplomatici tra Slovenia, Croazia e Italia.  Non a caso  il 22 novembre scorso sempre la vice ministro degli Esteri Marta Dassù ha  ospitato il primo incontro trilaterale fra Italia, Croazia e Slovenia a livello di vice ministri, quale seguito operativo del vertice trilaterale del 12 settembre scorso a Venezia fra capi di governo. Per la Croazia, era presente il vice ministro croato agli Affari Europei, Hrvoje Marušic, per la Slovenia, il segretario di Stato agli Affari Europei, Igor Sencar, accompagnati dalle rispettive delegazioni.

L'incontro, si legge in una nota, ha consentito di passare in rassegna i principali temi europei, soprattutto in vista del Consiglio Europeo di dicembre. Fra le questioni toccate: i Balcani e il processo di allargamento dell'Unione Europea, la costruzione di una comune strategia di difesa e l'aumento della cooperazione nel controllo dei flussi migratori mediterranei.

È stato inoltre discusso lo sviluppo della Strategia Ue per la Macro Regione Adriatico - Ionica.

L'incontro trilaterale è servito ad istituire il Gruppo di lavoro trilaterale su infrastrutture ed energia, deciso al passato vertice di Venezia per rafforzare la competitività dell'Alto Adriatico.

 



553  - La Repubblica 27/11/13 Genova - Tursi, le case ai profughi istriani "svendute" a cinquecento euro
Tursi, le case ai profughi istriani "svendute" a cinquecento euro

Sul mercato gli appartamenti affittati mezzo secolo fa ai profughi istriani. Il prezzo fissato da una legge

di STEFANO ORIGONE

Come un frigorifero, meno di un iPhone. Il Comune vende, in questo caso sarebbe meglio dire svende, il patrimonio immobiliare: 500 euro per un appartamento. A far scoppiare il caso è Stefano Anzalone del Gruppo Misto al termine di una infuocata commissione Bilancio in cui l'assessore Franco Miceli ha informato i presenti che 64 appartamenti in via Della Cella a Sampierdarena e via Oregina assegnati più di cinquant'anni fa ai profughi d'Istria, sarebbero stati alienati a un prezzo stracciato. "È una cosa paradossale - tuona Anzalone -, Amt sta sprofondando, le casse sono vuote, e il Comune regala le sue proprietà per incassare la miseria di 32 mila euro. Abbiamo toccato il fondo...".
 
L'assessore Miceli non ci sta. Si difende e precisa che si tratta di un equivoco, che le sue parole sono state mal interpretate. "L'operazione non va vista da questa prospettiva - risponde -. Innanzitutto il Comune ha ricevuto questi immobili da Arte - l'Azienda Regionale Territoriale per l'Edilizia che si occupa, per esempio, della manutenzione per conto di Tursi dei palazzi di via Maritano - e una legge regionale prevede che gli occupanti degli immobili, che hanno più di 50 anni, abbiano titolo ad acquistarli. Questa legge stabilisce anche la procedura, anche il diritto di prelazione di chi ci sta dentro, e che il prezzo va calcolato in misura pari al 50% del valore di costruzione dell'immobile".

Allora, cosa succede? "Che se in quegli anni gli appartamenti mettiamo costassero 500 mila lire, ora andrebbero pagati 500 euro, cioè il prezzo che ci ha detto Miceli - interviene Salvatore Caratozzolo del Pd -. Quando gli ho detto davanti a diversi testimoni che era incredibile, immorale, mi ha aggredito verbalmente, ma devo ammettere che non è colpa sua se esiste questa legge che va applicata ".
 


554 - Il Giornale 28/11/2013   Esuli istriani e partigiani: l'incontro tabù è già polemica
Esuli istriani e partigiani: l'incontro tabù è già polemica

Fausto Biloslavo 

Lo stemma dei partigiani d'Italia e dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia sul volantino che annuncia un incontro pubblico dove si parlerà di foibe ed esodo divide sicuramente gli animi, ma è una novità. Venerdì alle 16.45 nel municipio di Padova i rappresentanti dei giuliano dalmati ed il coordinatore regionale dell'Anpi del Veneto, Maurizio Angelini, affronteranno gli opposti pregiudizi, senza peli sulla lingua. Per la prima volta verrà affrontato di petto uno degli ultimi tabù, a cominciare dal titolo dell'incontro pubblico, che spiega tutto: «Ci chiamavano fascisti, ci chiamavano comunisti. Siamo italiani e crediamo nella Costituzione».

Dopo 70 anni il solco è ancora profondo, ma a Padova provano a rompere il ghiaccio. «Dopo il 10 febbraio, giorno del ricordo dell'esodo, i partigiani mi hanno invitato da loro nella “tana del lupo” - racconta Italia Giacca, presidente provinciale dell'Anvgd esule istriana all'età di 6 anni - Ho sentito un intervento storico equilibrato sul fascismo e le nostre tragedie. Il presidente regionale dell'Anpi ha detto rivolto agli esuli: “A questo punto sento di dovervi chiedere scusa”. Così è nata l'idea dell'incontro pubblico di venerdì».

Angelini interverrà assieme al socio Anpi, esule da Pola, Sergio Basilisco. «Le scuse non vanno a chieste a me, bensì a tutti quelli che hanno avuto pregiudizi, da una parte e dall'altra - spiega a il Giornale - Chi sputava agli esuli appena arrivati in Italia ha fatto qualcosa di ignobile, ma il sindaco comunista di Venezia accoglieva i profughi di Pola». Il coordinatore dell'Anpi sottolinea le colpe di Mussolini, ma ammette che «se nel passato abbiamo sostenuto l'equazione profughi istriani uguale fascisti abbiamo sbagliato».

Da una parte e dall'altra non mancano lettere di protesta. Via Facebook si sono scatenati gli esuli che considerano l'iniziativa «una vergogna».

Massimiliano Lacota, presidente dell'Unione degli istriani si chiede «cosa abbiano in comune Anpi e Angvd. Quando i partigiani ammetteranno che l'esodo fu pulizia etnica ne riparleremo». Per Antonio Ballarin, presidente nazionale dell'Anvgd «a Padova, Torino, Perugia ed in Toscana l'Anpi se non autocritica ha fatto una profonda riflessione sulla tragedia degli esuli. È una vittoria morale fare emergere la verità da chi è sempre stato lontanissimo da noi».





555 - CDM Arcipelago Adriatico  29/11/13 Dalmazia 1409: lapide e convegno a Venezia
Dalmazia 1409: lapide e convegno a Venezia

Perché il 9 luglio 1409 viene considerata una data storica per la Dalmazia? Con una lapide posta sulla chiesa di San Silvestro a Venezia, lo si ricorderà ai posteri, dopo la cerimonia d’inaugurazione che avrà luogo venerdì 29 novembre alle ore 10. Sulla lapide questa iscrizione: “Il 9 luglio 1409 in questa chiesa venne sottoscritto l’atto di cessione alla Repubblica Veneta da parte del Regno d’Ungheria dei diritti su ZARA e la DALMAZIA consolidando gli antichi legami tra la Dalmazia e Venezia destinati a durare nei secoli. La Società Dalmata di Storia Patria pose 29 – 11 – 2013”.

Dopo la cerimonia alla quale partecipano numerosi ospiti ed autorità ma soprattutto i massimi rappresentanti del mondo Dalmato in Italia, prenderà il via il convegno durante il quale verranno spiegati i risolti di tale processo. L’icontro scientifico viene organizzato dalle Società Dalmate di Storia Patria di Venezia e di Roma e si svolgerà, a partire dalle ore 11, nella Chiesa della Scuola Dalmata dei SS. Giorgio e Trifone – Castello 3259/A, Calle dei Furlani, sala del Carpaccio.

I relatori: Gherardo Ortalli, Ordinario di Storia Medievale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Marino Zorzi, Presidente della Società Dalmata di Storia Patria di Roma e Bruno Crevato Selvaggi, ricercatore. A coordinare i lavori sarà il presidente della Società Dalmata di Storia Patria di Venezia, Franco Luxardo. Il tutto reso possibile grazie alla collaborazione con il Guardian Grande ed il Consiglio di Cancelleria della Scuola Dalmata di Venezia. (rtg)





556 - Il Piccolo 25/11/13 Fondi Ue per il restauro di Zara
Fondi Ue per il restauro di Zara

Interessati tre punti dei bastioni veneziani compresa la Porta Marina. Stanziati 400mila euro

di Andrea Marsanich

 ZARA. L’antica città del maraschino attinge ai fondi europei per restaurare e valorizzare alcune tra le parti più significative e caratteristiche del suo centro storico.

Dall’amministrazione cittadina di Zara è stata diffusa la notizia che prossimamente cominceranno i lavori di restauro di tre siti posizionati sui plurisecolari bastioni veneziani oppure nei loro paraggi: il Passaggio dell’imperatore Augusto, nei pressi dell’ambulatorio pediatrico, la Porta Marina, oggigiorno ribattezzata con l’antico nome di San Grisogono e l’area del Piccolo Arsenale, nelle vicinanze dei Tre pozzi.

Gli interventi fanno parte del progetto Hera, che rientra nell’ambito del programma Ipa Adriatic. Secondo quanto dichiarato ai giornalisti da Davor Lonic, assessore zaratino allo Sviluppo e ai Processi europei, il progetto dovrà essere portato a termine entro 27 mesi.

«Dobbiamo completarlo non oltre marzo 2016 – ha detto Lonic – abbiamo ottenuto 400 mila euro, che spenderemo assieme ad alcuni nostri partner. Se parliamo delle attività che intraprenderemo in tutta la regione di Zara, l’aiuto europeo ammonterà a 900 mila euro».

L’assessore ha fatto presente che il progetto Hera, definito strategico, è stato formulato da esperti locali ed ha quale obiettivo la valorizzazione culturale e turistica dei tre menzionati siti.

«I lavori di ristrutturazione – ha così ripreso Lonic – permetteranno di ridare splendore al Passaggio dell’imperatore Augusto, da tanto tempo trascurato e che merita ben altra sorte. È situato a pochi metri dalla Torre del Capitano.

Il progetto comprende anche il restauro dell’antica Porta Marina, costruita nel 1566». Va aggiunto che assunse l’odierno aspetto nel 1571, anno in cui fu ristrutturata per le trionfali accoglienze che gli zaratini riservarono ai marinari delle 14 navi dalmate che presero parte alla storica battaglia di Lepanto. Sulla Porta di San Grisogono (patrono della città di Zara) si può ancora notare la lapide che salutava gli eroici reduci dello scontro tra la flotta dei cristiani e quella dei musulmani.

C’è infine l’area del Piccolo Arsenale, che sarà pure sottoposta a interventi di ricostruzione. Sulla facciata barocca del Piccolo Arsenale, che è in pietra calcare, è presente ancora oggi il simbolo della Serenissima, il leone di San Marco. Quest’ultimo si trova in diversi siti della città dalmata, quale attestato della secolare fedeltà di Zara a Venezia. Anche Zara, come diverse altre città della Dalmazia, dell’Istria e del Quarnero, è un museo all’aperto, che va adeguatamente tutelato e valorizzato.

In questo senso va ricordato il ruolo esercitato dalla Regione Veneto, che negli ultimi decenni ha stanziato somme ingenti per la tutela e il recupero del patrimonio storico–architettonico lungo il versante orientale dell’Adriatico.








557 – La Voce del Popolo  23/11/13  Tore e Voce testimoni di iniziative fiumane
Tore e Voce testimoni di iniziative fiumane
“Sempre fiumani” il motto dell’incontro mondiale di giugno nella città del Quarnero di esuli e rimasti e “fiumano per sempre” sono invece le parole della canzone di Francesco Squarcia, intitolata “Immensamente”, nella quale racconta di essere innamorato della città in cui è nato, che ha lasciato da piccolo e per la quale coltiva un fiore.
Con questa melodia si chiude l’incontro di Trieste alla Lega Nazionale per la presentazione delle due riviste La Tore e La Voce unite in un unico periodico, a simboleggiare finalmente quel riavvicinamento che, come ricorda Rosi Gasparini, caporedattore della Tore, mostra come tanti vogliano guardare avanti, lasciare i dissapori alle spalle e tirare fuori la forza e l’impegno che i fiumani hanno sempre avuto.
 Dopo i gravi danni al cimitero di Cosala – afferma ancora Gasparini - emerge ancora più forte la necessità di mantenere alta l’attenzione per la salvaguardia della cultura italiana e del patrimonio monumentale legato ad essa.
Rosanna Turcinovich, direttore della Voce e curatrice dell’incontro di giugno a Fiume assieme all’efficiente Roberto Palisca, sottolinea come i tempi siano veramente maturi per una svolta: a Fiume il sindaco è stato collaborativo e presente nell’organizzazione dell’evento; a Ronchi dei Legionari un’amministrazione di sinistra ha aperto un museo dedicato alla figura di D’Annunzio, piccolo ma interessante per l’impresa che il poeta soldato compì, attenzioni impensabili fino a pochi anni fa.
Ricorda come Diego Bastianutti, poeta e scrittore, presente all’incontro mondiale di giugno, avesse più volte espresso l’amarezza di non ritrovare le sue radici nei pur numerosi viaggi compiuti nella sua città natale. “E’ riuscito a stringere la sua terra nel pugno grazie all’incontro con le persone - ricorda Turcinovich -; il colloquio e confronto con tanti di quelli che erano andati via ma anche con coloro che ancora vivono a Fiume sono stati illuminanti”.
In apertura dell’incontro il presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini, ricorda come ospitare un’iniziativa su Fiume gli faccia emergere il ricordo vivido di Aldo Secco, che fu presidente della sezione triestina dei fiumani, pensiero al quale si associa l’attuale presidente Elda Sorci, che riporta alla memoria i tanti raduni, in uno dei quali Agnese Superina aveva affermato con foga ”Mi no so cosa spetè de venir a Fiume”.
E così i fiumani sono andati con la banda dei bersaglieri – racconta Guido Brazzoduro presente alla serata - che ha sfilato in Corso, a cui ha fatto eco la banda civica di Tersatto, immagini che il portale   www.mojarijeka.hr/   rimanda in ricordo di un incontro felice.
Rossana Poletti




558 - La Voce di Romagna 26/11/13 Storie e Personaggi -  Riccardo Gigante e la Romagna
STORIE E PERSONAGGI

IL SENATORE FIUMANO ORGANIZZATORE DEI PELLEGRINAGGI DEGLI IRREDENTI A RAVENNA

Riccardo Gigante e la Romagna

UNA LETTERA conservata dalla Società di Studi Fiumani documenta il suo impegno per favorire l’espatrio in Argentina di un bancario ebreo e della sua famiglia

Arrestato dai titini, è stato trucidato e sepolto con una decina di sventurati in una fossa comune nel bosco di Castua

Fiume, che all’epoca dei fatti faceva parte dell’Impero Austro Un­garico, era attiva l’asso­ciazione irredentista ‘Giovine Fiume’, che venne iscritta alla Lega Nazionale di Trieste. Quando a Fiume nel 1908 ar­rivò la notizia che gli irredenti di Tren­to, Trieste, Gorizia, Istria e Dalmazia intendevano compiere un pellegrinag­gio a Ravenna per offrire alla tomba di Dante un’ampolla per l’olio destinato a alimentare una lampada votiva, Ric­cardo Gigante si attivò immediata­mente perché Fiume non doveva es­sere da meno. Riccardo Gigante, nato a Fiume il 27 gennaio 1881, è sempre stato in prima fila nelle varie manife­stazioni irredentiste nel periodo ante­cedente il primo conflitto mondiale. Con l’entrata in guerra dell’Italia, si ar­ruola volontario nel Regio Esercito raggiungendo il grado di capitano. Propugnerà in tutti i modi l’inclusione di Fiume nel pacchetto delle rivendi­cazioni italiane verso l’Impero Austro­Ungarico, cosa che gli procura una condanna a morte in contumacia. Ter­minate le ostilità, rientrato a Fiume, fa parte del locale Consiglio Nazionale, propugnando fortemente l’annessio­ne della sua città all’Italia. Prenderà parte alla “Marcia di Ronchi” e sarà u­no dei più fedeli collaboratori di Ga­briele d’Annunzio nell’Impresa Fiu­mana. Amleto Ballarini, presidente della Società di Studi Fiumani, nel li­bro ‘Quell’uomo dal fegato secco’, rie­voca la figura del senatore e racconta anche dei pellegrinaggi a Ravenna. Fiume avrebbe donato una corona di quercia in argento per ornare la sta­lattite carsica destinata a reggere l’am­polla. I fiumani offrirono l’argento ne­cessario a fondere un busto e una ghirlanda. La fusione venne curata dalla fonderia Skull, la cesellatura dal laboratorio di oreficeria del padre di Gigante, seguendo il modello di cera dello scultore De Marco. La ‘Giovine Fiume’ ripeterà il pellegrinaggio a Ra­venna nel 1911; sul piroscafo ‘Roma­gna’ si imbarcarono in 400. Nel grup­po c’erano anche delle spie del gover­no ungherese, che al ritorno a Fiume stilarono un dettagliato rapporto suf­ficiente a far sì che il governatore un­gherese della città disponesse lo scio­glimento dell’Associazione irredenti­sta. Ballarini sottolinea come nessuno allora potesse prevedere quali tragedie si sarebbero abbattute sulle famiglie degli artigiani e degli artisti che si era­no impegnati per portare a Ravenna un omaggio a Dante. Il figlio di Skull, Nevio, e il figlio di Gigante, Riccardo, verranno assassinati dai titini nel mag­gio del 1945, il figlio di De Marco, Vit­torio, cadrà combattendo a Doberdò, nei pressi di Gorizia, nel 1917. Grazie alla testimonianza della vedova del maresciallo della Guardia di Finanza Vito Butti, che condivise l’orribile fine del senatore, è stato possibile indivi­duare la fossa comune nel bosco di Castua (Kastav in croato), nei pressi di
Fiume, dove vennero sepolti somma­riamente i corpi di Gigante e di una decina di altri sventurati. Ogni anno nella chiesa di Castua viene celebrato dal parroco don Franjo Jurcevic un ri­to in memoria delle vittime di quel fe­roce eccidio. Anche Gigante si era a­doperato per aiutare gli ebrei fiuma- ni.“Noi sappiamo - spiega Marino Mi- cich, direttore del Museo di Fiume - che anche Riccardo Gigante si ado­però per agevolare alcuni ebrei pre­senti a Fiume sin dal 1938 perché po­tessero espatriare. Ma su Gigante, che aveva la moglie ebrea, nessuno, a par­te noi, ha mai speso ricerche in tal senso o messo in risalto le sue qualità morali”. Il senatore scrive al dottor Luigi Cirelli, capo della prima divisio­ne del Ministero dell’Interno, per chie­dergli di favorire la concessione del passaporto ad Andrea Panzer, funzio­nario della sede di Trieste della Banca Commerciale Italiana. La lettera porta la data del 9 ottobre 1938. Panzer, avendo ottenuto la cittadinanza italiana presumibilmente nel 1930, l’avrebbe persa per effetto delle leggi razziali. Così scrive Gigante a Cirelli: “Egli Vi chiederà di agevolarlo di fargli ottene­re il passaporto richiesto. Io lo appog­gio caldamente in quest’aspirazione che considero legittima e lo racco­mando alla Vostra benevolenza e al Vostro sentimento di umanità. Si trat­tasse d’un celibe, la cosa rivestirebbe un altro aspetto; ma dovendo egli provvedere alla moglie e ai figli,è bene ch’egli provveda quanto prima ai casi propri”. La lettera di Gigante è datata 9 ottobre 1938, Andrea Tanzer, la mo­glie Bianca Krieger e i figli Giorgio, Paolo e Lidia risultano giunti a Buenos Aires con la nave Neptunia il 25 gen­naio 1939. Il susseguirsi ravvicinato delle date lascia pensare che l’espatrio sia avvenuto proprio grazie all’interes­samento del senatore fiumano. Per quanto riguarda il rapporto tra Gigan­te e il fascismo esiste l’autorevole testimonianza di un personaggio al di sopra di ogni sospetto: il senatore a vi­ta Leo Valiani, fiumano, che aveva ap­poggiato l’idea per commemorare i due senatori del Regno e suoi concit­tadini, Riccardo Gigante e Icilio Bacci, assassinati nel 1945. Quel convegno non si terrà mai e la morte di Leo Va- liani farà venire meno un autorevole sostenitore dell’iniziativa. A proposito di Gigante, aveva dichiarato: “Non a­veva commesso nulla per cui dovesse essere assassinato” E su Icilio Bacci: “Era iscritto al partito fascista ma so­prattutto era stato uno dei capi dell’ir­redentismo; perciò fu nominato sena­tore del Regno”. Mentre grazie alla pre­cisa testimonianza delle vedova del maresciallo Butti è stato possibile in­dividuare il luogo della sommaria se­poltura di Gigante, non ci sono notizie per quanto riguarda Bacci. La Società di Studi Fiumani, con l’esplosione del caso Palatucci, ha affermato di non a­vere dubbi sull’onestà del Questore a favore degli ebrei pur ritenendo spro­porzionato il numero delle persone salvate e chiedendo che si accerti la verità su tutta la vicenda. Si va dall’ar­resto di Palatucci, certamente tradito da qualcuno che li era vicino, alla stra­ge degli agenti della Questura arrestati il 3 maggio 1945 e scomparsi nel nulla. La Società chiede anche chiarezza su­gli agenti rimasti in servizio a Fiume e sul ruolo svolto dopo il maggio 1945. In questo contesto la Società ha voluto anche ricordare l’impegno del senato­re nell’aiuto ai perseguitati; da oltre dieci anni si è attivata presso Onorca- duti per il recupero delle salme che giacciono della fossa nel bosco di Ca- stua. Oltre a Gigante vi sono stati se­polti il giornalista Nicoletto Mazzucco ed altri sventurati. Tra questi dovrebbe esserci anche il vice brigadiere dei ca­rabinieri Alberto Diana, che alcuni e­lenchi danno erroneamente nato a Montiano, e che per alcuni anni aveva prestato servizio presso la stazione di Castel San Pietro Terme, sotto la giu­risdizione della Compagnia di Imola.

Aldo Viroli

L’omaggio alla tomba di Dante

Donata una corona di quercia in argento

Il dibattito sorto recentemen­te sull’azione di Giovanni Pa­latucci, reggente della Que­stura di Fiume allora italiana a favore degli ebrei, accusato da alcuni ricercatori di aver eseguito direttive naziste, è l’occasione per riprendere il discorso sulle perse­cuzioni razziali nel capoluogo del Carnaro e ricordare il senatore Riccardo Gigante. Storie e perso­naggi lo scorso 15 ottobre ha ri­cordato i rapporto tra Palatucci e la famiglia Berger che aveva tro­vato rifugio in Romagna grazie a Vincenzo Tambini. La risposta della Questura di Fiume, datata 23 magio 1944, a un telegramma in­viato da Ravenna il giorno 12, se­condo gli accusatori di Palatucci avrebbe danneggiato i Berger, che invece si trovavano già a Au- schiwitz. A Fiume, Riccardo Gi­gante, nei primi anni del ‘900 or­ganizzatore di pellegrinaggi degli irredentisti a Ravenna per rendere omaggio alla tomba di Dante, a­veva sposato Edith Ternyei, di o­rigini ebraiche, e aiutato alcuni e­brei ad espatriare. La Società di Studi Fiumani conserva la copia di una lettera, datata 9 ottobre 1938, inviata dal senatore a un funzionario del Ministero dell’In­terno con la richiesta di aiutare un bancario, Andrea Tanzer, che per effetto delle leggi razziali avrebbe perso la cittadinanza italiana, ad ottenere il passaporto. Tanzer, as­sieme alla moglie e ai tre figli rag­giungerà l’Argentina.




559 - Difesa Adriatica -  Dicembre 2013 Intervista a Giuseppe de Vergottini . «Un dialogo costruttivo che rispetti la nostra identità e il nostro patrimonio culturale
«Un dialogo costruttivo che rispetti la nostra identità e il nostro patrimonio culturale»

Intervista a Giuseppe de Vergottini

Lei è esule da Parenzo, pro­viene da un’antica e presti­giosa famiglia che appartiene alla storia della città istriana. Quali ricordi Le sono più cari, e meno dolorosi, tra quelli legati ad essa?
Il ricordo primo è la casa di Via della Stazione 7 dove per l’ultima volta ho visto mio non­no Tomaso nell’estate del 1941 e da cui fu prelevato mio zio Anto­nio il 24 settembre 1943 per non più ritornare dai suoi cari. Quel­la casa dove nacque mio padre fu trasformata in fabbrica di conser­ve di pesce, gli alberi del giardino abbattuti, le finestre murate. La prima volta che andai a Parenzo non riuscivo neppure a ricono­scerla tanto era stata sfigurata.
Solo dal mare erano riconoscibili le finestre del primo piano. Tutte le volte che sono tornato ho ri­visto una informe struttura che posso ricostruire soltanto con le fotografie del tempo anteguerra.

Nella Sua Parenzo il Palazzo de Vergottini è un edificio antico e altamente rappresentativo. Oltre ad esso, con l’esodo e l’espropriazio­ne da parte del regime jugoslavo la sua famiglia ha perduto beni di rilevante entità, compresa una pre­ziosa biblioteca. Ce ne può parlare?
Il palazzo prossimo alla Ba­silica Eufrasiana nella antica via Decumana, altri beni immobili e l’azienda agricola sono sta­ti espropriati sia in seguito alle confische gravanti sui nemici del popolo imposte dal regime jugo­slavo sia in seguito alle leggi di riforma agraria e hanno seguito la trafila classica delle richieste di indennizzo che hanno offerto un ristoro del tutto inadeguato. Poi abbiamo iniziato un conten­zioso con lo Stato ottenendo un supplemento di indennizzo, con­tenzioso peraltro ancora in parte aperto.
La questione della biblioteca rappresenta l’aspetto più dolo­roso di questa triste storia. Era considerata, per unanime parere confortato da perizie e da atte­stati anche del Centro di Ricer­che Storiche di Rovigno, la più importante biblioteca privata dell’Istria. Nella denuncia pre­sentata nel 1949 si parla di ben undicimila volumi giuridici. È stata dispersa con i saccheggi della casa paterna di Via del­la Stazione. Lo Stato ha negato l’indennizzo in quanto mancava l’inventario dei volumi.

Lei è fondatore nel 1993 e presidente dell’Associazione “Co­ordinamento Adriatico”, che «si propone la tutela delle memorie storiche, artistiche e letterarie di Istria, Fiumano e Dalmazia uni­tamente alla salvaguardia della presenza culturale italiana nel territorio del suo antico insediamento storico», come si legge nel suo sito. Da allora, quanto e come è cambiata presso la pubblica opi­nione la percezione della storia giuliana e dalmata?
Indubbiamente, soprattutto dopo il superamento dei blocchi e la fine della Jugoslavia comuni­sta, il clima politico è profonda­mente cambiato. Si è cominciato a parlare anche pubblicamente della vicenda dell’esodo. La legi­slazione ha preso posizione assi­curando il concorso dello Stato alle nostre iniziative culturali. Gli studi storici sono emersi dalla clandestinità e si sono progressivamente aperti a un pubblico più ampio.
Anche gli ambienti culturali di sinistra hanno dovuto rasse­gnarsi di fronte alla evidenza sto­rica. Siamo riusciti ad avvicinarci al mondo della scuola tramite un rapporto nuovo con il competente Ministero. Sulle grandi testate, an­che se in modo disorganico, appa­iono contributi che si dimostrano attenti e informati. Ciò non toglie che sia ancora molto diffuso il
pressappochismo di chi riproduce con insistenza vecchi stereotipi e continui con la tradizionale iden­tificazioni degli esuli con i fascisti fuggiti alla giustizia popolare e simili idiozie e che pseudo storici siano ancora invitati a manife­stazioni ostili alle comunità degli esuli.

Nel 2012, in occasione del Giorno del Ricordo commemorato al Quirinale, Lei ha espresso tra l’altro l’auspicio che si possa ricostruire «un tessuto di relazioni con le nazioni al di là dell’Adriatico per percor­rere insieme, alla luce dei principi dell’Unione Europea, un cammi­no comune di comprensione e di rispetto reciproci». Lei pensa che i Paesi sorti dal disfacimento della Jugoslavia, ovvero la loro opinione pubblica, i loro ambienti politici e culturali, siano pronti?
Sono convinto che l’Unione Europea che include oggi i no­stri vicini, escludendo però Ser­bia, Montenegro e Bosnia, sia il contenitore in cui l’Italia debba convivere con le etnie slave e che col tempo ci aiuterà ad appianare le persistenti asperità. Da parte italiana si sono fatti molti passi avanti per un dialogo costruttivo che rispetti la nostra identità e il nostro patrimonio culturale. Non dobbiamo rinunciare a difendere la verità dell’esodo e delle atroci­tà subite negli anni Quaranta del secolo trascorso. Dall’altra parte abbiamo dei cenni interessanti e in certi casi molto positivi di di­sponibilità ma dobbiamo avere il coraggio di ammettere che il per­corso della convivenza sarà molto lungo e terribilmente faticoso.

Lei è stato relatore al primo Seminario nazionale sul confine orientale (2010) con un inedito intervento sull’esclusione della Vene­zia Giulia e di Zara dall’Assemblea Costituente, dunque della impos­sibilità, per una significativa parte del corpo elettorale, a votare i suoi rappresentanti. Ce ne può accennare meglio in sintesi?
L’occupazione militare delle province di Trieste, Pola, Fiume e Zara presente nel 1946 rese im­possibile svolgere le operazioni elettorali nei territori di riferimen­to. In questo modo tredici depu­tati non poterono essere eletti alla Assemblea Costituente. La col­laborazione con la assemblea av­venne quindi a titolo personale da parte di alcuni esponenti del’eso- do. Questa mancata presenza dei giuliani alla formazione della Co­stituzione è uno degli indici delle difficoltà incontrate dagli esuli a raccordarsi con l’apparato statale italiano dopo la fine del conflitto mondiale.

Un tema a Lei molto caro è la toponomastica in Istria, Quarnero e Dalmazia,alla quale ha dedicato, con altri Suoi collaboratori, tre co­spicui volumi (La toponomastica in Istria, Fiume e Dalmazia in col­laborazione con l’Istituto Geografico Militare di Firenze): riscontra qual­che passo avanti, in Italia, nell’uso delle denominazioni storiche italia­ne di quei territori?
Purtroppo questo è uno dei problemi apparentemente più in­credibili che viene posto da un mi­sto di ignoranza e cattiva volontà.
La ignoranza innanzi tutto: quasi nessuno ha insegnato ai più giovani la storia nazionale; figu­riamoci se ragazzi che hanno dif­ficoltà a conoscere i fatti essenziali del nostro Risorgimento possano avere soltanto l’idea che una parte della nazione italiana stava al di là del mare e aveva contribuito alla creazione del paesaggio artistico della Dalmazia costruendo prati­camente tutte la città della costa.
Poi la cattiva volontà, e su questo ci sarebbe molto da dire, proposte per l’uso dei toponimi storici italiani presentate in Parla­mento sono rimaste lettera morta. Paradossalmente sono ora le ini­ziative promozionali del turismo locale in Istria che pubblicano pa­gine col nome italiano per attrarre clientela italiana.

E in Slovenia e Croazia?
Qui la risposta è incerta. Abbiamo qualche soddisfacente riscontro nei comuni dove è uffi­ciale il bilinguismo e a volte nella segnaletica stradale. Ma in genera­le la tendenza dominante è quella di cancellare il cancellabile.

Nel 2011 Lei si è recato a Parenzo per partecipare, quale rela­tore, al Convegno internazionale promosso in occasione dei 150 anni dall’istituzione della Dieta provin­ciale istriana. Era la prima volta che vi tornava, dopo l’esodo? Quali sono state le Sue impressioni?
Ero già tornato in precedenza. Nell’incontro di due anni fa or­ganizzato dalla Società Storica di Pola il comportamento degli orga­nizzatori mi è parso molto aperto e corretto con la maggioranza del­le relazioni fatte da colleghi italiani in italiano. Atmosfera molto posi­tiva rispetto a un passato non lon­tano ho notato nei luoghi turistici.
Abbiamo oggi un’ ottima collaborazione colla direzione del Museo cittadino dove stiamo portando avanti un progetto di restauro del Palazzo Sincich, sede dello stesso Museo.

La domanda che po­niamo infine: quale ricor­do tra 50 anni?
Domanda che com­porta una risposta non facile. Credo si debba riconoscere che ricorda chi sa qualcosa. I resti dell’esodo sono destinati a sparire. Il vero proble­ma è quindi far sapere informando e documen­tando i più giovani in modo che siano al cor­rente di quanto accaduto e possano trasmettere ad altri. Quindi non è solo un problema di “ricordo” ma di conoscenza.

BIO-BIBLIOGRAFIA
Il Prof. Giuseppe de Vergottini è Professore emeri­to alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bologna. È stato insignito di Laurea Honoris Causa in Giurisprudenza presso l’Uni­versità di Lisbona.
Su iniziativa del Presidente della Repubblica, gli è stata con­ferita l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
È componente dell'Advisory Council della John's Hopkins University-SAis, Washington. vi­cepresidente del Consiglio della Magistratura Militare (dal 2004). Dal 2006 membro del Comitato Direttivo dell'Associazione Italia­na dei Costituzionalisti di cui è stato socio fondatore.
Membro del Comitato Scientifico del IMT (Institutions Markets Technologies) di Lucca. Membro del Consiglio Scientifi­co della Fondazione Magna Carta (Roma); membro del Consiglio Scientifico della Fodazione Res Publica (Milano).
A Bologna ha curato la istitu­zione di un Centro di studi costi­tuzionali e per lo sviluppo demo­cratico, formato dalla Facoltà di Giurisprudenza della Università di Bologna e dalla John's Hopkins University (Ccsdd) attivo dal 1995. Tale Centro ha per oggetto, tra l'altro, studi per la tutela dei diritti con particolare riferimento all'Est Europeo.
È direttore responsabile della Rivista “Percorsi Costituzionali” edita dalla Fondazione Magna Carta. Fa parte dei comitati di direzione/redazione di: “Archivio Giuridico”; “Diritto e Società”; “Nomos”; “Diritto dell'Econo­mia”; “Studi parlamentari e di politica costituzionale”; “Rassegna parlamentare”; “Archivio Giuridi­co” ed altre testate ancora.
Nel 2003 è stato nominato dal ministro per i Beni Culturali e Ambientali Giuliano Urbani tra gli esperti in materia di salvaguar­dia del patrimonio artistico, indi­viduazione degli indirizzi strate­gici per la tutela dei beni artistici, storici, archeologici e paesaggistici italiani, insieme con Salvatore Set- tis e Giacomo E. Vaciago.
Nel maggio 2013 è stato in­cluso dal presidente del Consiglio Enrico Letta tra i 35 «saggi» chia­mati a studiare le riforme della Costituzione.
È fondatore e presidente dell'Associazione culturale “Coor­dinamento Adriatico” e direttore del suo bollettino.

SAGGIE E TESTIMONIANZE

E’ autore di numerose pubblicazioni nel settore del diritto pubblico e del diritto pubblico dell’economia, nonché di diritto comunitario europeo. È presidente onorario dell’Asso­ciazione Internazionale Diritto Costituzionale (Iacl).
È coautore e coordinatore dei tre volumi di cui si compone La toponomastica in Istria, Fiu­me e Dalmazia (Firenze, 2009), che ricostruire la cartografia dell’Adriatico orientale dalle origini alla metà del XIX secolo. In Ide Vergottini di Parenzo (Bo­nonia University Press, 2012) ha voluto scrivere la storia della sua famiglia e del suo ruolo nella formazione dell’identità nazio­nale e liberale della sua Istria, restituendo, pur in sintesi, la cospicua dimensione del valore perduto ma, forse più ancora, la profondità e l’estensione delle radici istriane.
Nelle celebrazioni al Quiri­nale del Giorno del Ricordo del 2006 con il Presidente Ciampi e del 2012 con il Presidente Napo­litano ha rappresentato e preso la parola a nome delle associazioni dell’esodo giuliano-dalmato.

Patrizia C. Hansen





560 – Il Resto del Carlino 23/11/13 Intervista - Nino Benvenuti e l’Isola che non c’è (più)
Nino Benvenuti e l’Isola che non c’è (più)

Sport

di D. Rabotti

IL PUGILE dai lineamenti gentili le ferite vere le porta dentro. Nino Benvenuti sembrerebbe averne presi pochi, di pugni, se uno dovesse giudicare solo dal suo aspetto di splendido settantacinquenne. Ma i segni veri sono nascosti nel cuore. Li hanno lasciati gli affetti entrati in anticipo nello spogliatoio della morte negli ultimi mesi, come l’arcirivale sul ring e poi quasi fratello nella vita, Emile Griffith. O come l’amico Giuliano Gemma, con cui Benvenuti condivise il servizio di leva nei pompieri e recitò in un western di Tessari. Quello che brucia di più, però, è il ricordo della sua Istria, dalla quale fu costretto a fuggire nel 1954, a 16 anni. Un ricordo che ha voluto tramandare nel suo libro, “L’Isola che non c’è”.

Benvenuti, ha scelto un titolo che rimanda a Peter Pan.
«È vero, perché in fondo anche io ho perso la mia Isola, che non c’è più. Isola d’Istria è il posto dove sono stato bambino, ma dove sono dovuto diventare grande in fretta. Un ambiente meraviglioso che mi è stato portato via, il luogo dove si è svolta la parte più importante della mia vita, quella lontana dal ring e dai titoli di giornali».
Un sogno infranto dall’esilio?
«Ho parlato della mia adolescenza e ho voluto dare voce a chi non c’è più. Non è un’accusa, ma la necessità di difendere la memoria».
In Italia sembra che non si possa ricordare senza essere faziosi.
«Infatti anche chi racconta verità storiche note a tutti, come quella di noi esuli istriani, a volte fatica ad essere creduto. E invece la nostra storia dovrebbe pesare sulla coscienza di chi per anni ha negato, di chi sapeva e non ha fatto niente per intervenire».

È vero che baratterebbe le sue medaglie per tornare a casa?
«Certamente. Anche se in realtà le mie vittorie sono il frutto di quella sofferenza, del dolore di non essere più il padrone di me stesso. Quegli anni strazianti mi hanno insegnato a lottare».

Quindi nessun rimpianto nostalgico per l’infanzia?
«Sono cose collegate, senza quelle esperienze il mio corpo non avrebbe imparato. Quando ho iniziato a tirare pugni per sport, avevo già provato prima che cosa potevo fare. E quando salivo sul ring, nei miei match portavo la rabbia degli esuli della mia terra».
Però si arrabbia se paragonano la vostra tragedia a quella dei profughi di oggi.

«Perché sono storie diverse».
In che senso?
«Noi non saremmo mai andati via da casa, ci hanno cacciati. Non pativamo la fame, non eravamo disperati. Eravamo felici, e un giorno del 1954 abbiamo dovuto lasciare la nostra bellissima terra a chi la voleva perché la sua era più misera».

Lei racconta un episodio toccante che ancora le brucia. Sulla pelle e nell’anima.
«Sì, quando mio fratello Eliano era nel campo di reclusione a Capodistria, io ogni giorno facevo in bicicletta i sei chilometri da casa alla prigione. Lo facevo portando una pentola di brodo che mia madre preparava per Eliano».

Ed era bollente?
«Sì, io pedalavo forte perché non volevo che si raffreddasse, ma così il brodo usciva dal coperchio, mi finiva sulle gambe e mi scottavo. Ma brucia di più il ricordo».

Se non fosse diventato un campione, che cosa avrebbe fatto?
«Di sicuro non il prete. Avrei frequentato l’università e avrei provato a diventare medico o avvocato, perché poi mi sono accorto che sono un chiacchierone».

Ha preso a pugni la vita, ma lo ha fatto sempre con stile.
«Merito della famiglia. Per fortuna sono cresciuto in un ambiente dove non si urlava, dove le cose si chiedevano per favore e dopo averle ricevute si diceva grazie».

Magari sarà anche una questione di carattere?
«No, è l’educazione. Noi eravamo quattro fratelli e una sorella, e tutti erano educati come me. Perché i nostri genitori non ci dicevano soltanto quello che dovevamo fare. Ci davano l’esempio con i loro comportamenti, ogni giorno».

Benvenuti, ci toglie una curiosità?
«Se posso».
Come si fa ad arrivare a 75 anni in forma come lei, fisicamente e mentalmente?
«Molto dipende da quello che le ho raccontato sulla mia famiglia e sull’armonia che regnava in casa. Non essere arrabbiato ti aiuta molto a stare bene. Al fisico sicuramente ci ha pensato la natura».





561 - L'Arena di Pola 13/11/13 Presentazione: ultime pubblicazioni: ": Pagine scelte 1948-1960 - "L'Arena di Pola" 1945-1947 - L'esodo dimenticato
LCPE: presentate le ultime pubblicazioni

Il Libero Comune di Pola in Esilio ha presentato le sue ultime pubblicazioni la mattina del 20 ottobre in sala ENEL.

L’Arena di Pola”: Pagine scelte 1948-1960
Argeo Benco, attuale assessore ed ex sindaco dell’LCPE, ha esordito lodando le belle iniziative degli esuli fiumani appena esposte da Marino Micich e Guido Brazzoduro e spiegando che l’LCPE ha iniziato da oltre una decina d’anni un processo di riavvicinamento ai polesani “rimasti”, a partire dalle cerimonie comuni per le Vittime della strage di Vergarolla e per i Defunti, ed ha coltivato un rapporto positivo sia con la Comunità degli Italiani sia con la parte culturale della città, in particolar modo con l’Università e il Museo Archeologico dell’Istria. Tale collaborazione ha reso possibile nel 2012 il convegno a Pola sul prof. Mario Mirabella Roberti, con tre relatori italiani e tre croati, due dei quali hanno parlato in italiano. A breve il Museo ne pubblicherà gli atti in italiano e in croato con un riassunto in inglese. Il 18 agosto 2011 una trentina fra esuli e residenti, tra cui l’on. Furio Radin, si sono recati in pellegrinaggio alla foiba di Vines, su iniziativa di Francesco Tromba. Negli ultimi tre anni i Raduni hanno avuto luogo sempre a Pola riscuotendo un notevole successo di partecipazione. In tale ambito sono stati effettuati pellegrinaggi alle foibe di Terli e Surani d’intesa con l’Unione Italiana.
Il relatore ha precisato che il primo nucleo attivo di esuli polesi in Italia si formò nel 1952 a Novara e da allora si riunì ogni anno. Nel 1967 prese forma l’Unione del Comune di Pola, che nel 1995 fu costituita ufficialmente presso un notaio con il nome di Libero Comune di Pola in Esilio.
L’assessore Benco ha poi illustrato, valendosi di immagini e schede in PowerPoint, l’intera collana delle Pagine scelte de “L’Arena di Pola” dal 1948 al 2000, ovvero del periodo goriziano post-esodo, quando l’organo di stampa usciva a cadenza settimanale. L’opera, composta da quattro volumi per un totale di 731 pagine con alcune immagini originali in bianco e nero, è stata realizzata nell’arco di 9 anni. Lo scopo è quello di preservare e divulgare un patrimonio giornalistico di valenza sia storico-documentale sia affettiva, che permette di scoprire o riscoprire eventi, luoghi, tematiche, personaggi e autori di ieri. La collana, edita con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, è dedicata alla memoria di quanti hanno collaborato nel tempo con il giornale e vuol essere in particolare un omaggio a Pasquale De Simone, che lo diresse per oltre 50 anni fino al 2000 da Gorizia.
Il primo volume, di 184 pagine, comprendente i 20 anni dal 1981 al 2000, uscì nel 2004. Il secondo, di 190 pagine, che tratta i 10 anni dal 1971 al 1980, vide la luce nel 2008. Il terzo, di 175 pagine, relativo ai 10 anni dal 1961 al 1970, fu pubblicato nel 2011. Il quarto e ultimo, di 183 pagine, inerente i 13 anni dal 1948 al 1960, è andato in stampa nel 2013; distribuito ai soci-abbonati partecipanti all’ultimo Raduno, è stato di recente spedito per posta a tutti gli altri, oltre che a biblioteche, archivi e associazioni. Il primo volume fu curato dal compianto ammiraglio polese Guglielmo Belli, mentre gli ultimi tre sono a cura di Argeo Benco.
Si è compiuto un percorso a ritroso nel tempo cominciando dalle ultime annate, poiché all’inizio più facilmente reperibili per la Redazione, allora da poco trasferitasi a Trieste. In ognuna delle 2.575 “Arene” settimanali del periodo 1948-2000, per un totale di oltre 15.000 pagine, compare almeno un articolo interessante, ma purtroppo ragioni economiche non hanno consentito di riproporli tutti. Quelli selezionati, tra i più significativi, sono stati scansionati con un programma OCR e infine confrontati con gli originali onde evitare refusi. Gli argomenti che trattano sono i più vari.
Il quarto e più recente volume contiene 128 articoli scritti da 84 autori diversi. Di questi il 41% riguarda tradizioni e cultura locale, il 27% personaggi, il 17% eventi del dopoguerra e il 15% riferimenti storici e leggende. Fra il 1948 e il 1960 uscirono in tutto 662 numeri del settimanale. Hanno coadiuvato il curatore nella realizzazione dell’opera il figlio Enrico, la moglie Renata, l’allora direttore Silvio Mazzaroli, nonché gli allora assessori Salvatore Palermo e Graziella Cazzaniga.
Le annate del giornale dal 2000 in poi sono interamente scaricabili in pdf dal sito www.arenadipola.it.


“L’Arena di Pola” 1945-1947
Paolo Radivo, direttore de “L’Arena di Pola” e segretario dell’LCPE, ha illustrato i tre voluminosi e ponderosi tomi contenenti le riproduzioni anastatiche in carta patinata delle annate 1945-47 del giornale. Il primo va dal 29 luglio 1945 al 23 marzo 1946, il secondo dal 24 marzo al 20 novembre 1946, il terzo dal 21 novembre 1946 al 24 dicembre 1947.
L’impegnativa e costosa operazione, coordinata da Argeo Benco, è consistita nel raccogliere tutti i 591 numeri del giornale (131 del 1945, 307 del 1946 e 153 del 1947) conservati rispettivamente nella nostra Redazione (lascito dell’esule polese Tullio Gabrielli), nella Biblioteca Universitaria di Pola, nella Biblioteca Statale Isontina di Gorizia e nell’archivio del consigliere Lino Vivoda. Il giovane Andrea Battolla li ha fotografati con metodo professionale fornendone un’immagine nitida e ripulita. Alcune foto si devono poi a Luca Tedeschi. Del reperimento dei numeri presenti a Pola e a Gorizia si sono occupati rispettivamente Argeo Benco e la consigliera Maria Rita Cosliani. L’introduzione è di Silvio Mazzaroli, direttore dal gennaio 2003 al giugno 2013. L’opera, finanziata dal Governo italiano tramite la legge 72/2001, mette a disposizione del pubblico l’introvabile serie completa 1945-47, comprendente il periodo polese, il primo periodo triestino e gli inizi di quello goriziano. In tal modo si è voluto preservare un bene prezioso di valore storico-documentale.
Il giornale uscì: a Pola dal 29 luglio 1945 al 14 maggio 1947 dal martedì alla domenica su 2 pagine (salvo le edizioni a 4 pagine del 1° gennaio ’46, 1° maggio ’46 e 1° gennaio ’47); a Trieste dal 23 maggio al 31 luglio ’47 il lunedì, il mercoledì e il venerdì; a Gorizia dall’11 settembre ’47 come settimanale su 4 pagine (con il numero speciale del 24 dicembre su 8 pagine). Ebbe un formato di 5 colonne dal 29 luglio al 27 settembre ’45 e, con un progressivo ingrandimento, di 6 dal 28 settembre al 22 novembre ’45, e di 7 dal 23 novembre ’45 al 20 gennaio ’47. Fu quest’ultimo anche il periodo di maggior diffusione, con picchi di 7.000 copie vendute su oltre 30.000 abitanti. Dal 21 gennaio (con un’anticipazione il 14 gennaio) al 28 luglio ’47 si ridusse a 5 colonne su formato più piccolo. Il triste ridimensionamento anche di notizie dipese, oltre che da difficoltà tecniche, dalla contrazione sia delle copie vendute sia del personale per l’esodo in corso. Il numero speciale del 31 luglio tornò nuovamente su 7 colonne. Dall’11 settembre al 24 dicembre ’47 il settimanale uscì su 6 colonne. Per adeguare i formati variabili de “L’Arena” a quello dei tre volumi, alcune riproduzioni sono state rimpicciolite, altre ingrandite.
Il prezzo fu di 2 lire dal 29 luglio al 30 settembre 1945, 3 dal 2 ottobre ’45 al 5 marzo ’46, 4 dal 6 marzo al 14 novembre ’46, 5 dal 15 novembre ’46 al 14 maggio ’47, 6 dal 23-24 maggio al 4-5 giugno ’47, 8 dal 6-7 giugno al 28-29 luglio 1947, 10 il 31 luglio, 15 dall’11 settembre al 29 novembre ’47, 20 dal 6 al 14 dicembre ’47 e 30 il 24 dicembre ’47.
Il Comitato Cittadino Polese promosse la nascita del giornale attraverso una sottoscrizione popolare. Essendone il proprietario, ne designò il consiglio di amministrazione. Il primo numero uscì quando il Governo Militare Alleato non aveva ancora ultimato il passaggio dai “poteri popolari” all’amministrazione civile filo-italiana. Il CCP si trasformò l’11 agosto ’45 in Comitato di Liberazione Nazionale di Pola. Ne facevano parte Democrazia Cristiana, Partito d’Azione, Partito Liberale Italiano e Partito Socialista Italiano. Sotto la testata comparve fino al 9 febbraio ’47 la dicitura «Quotidiano democratico d’informazioni», dal 12 febbraio ’47 al 31 luglio ’47 «Bollettino d’informazioni del CLN» e dall’11 settembre ’47 al 24 dicembre «Settimanale del Movimento Istriano Revisionista».
Nel periodo polese la prima pagina presentava notizie di agenzia dall’Italia e dal mondo, quelle di maggior rilievo riguardanti Pola, nonché editoriali, commenti e proclami del CLN o dei partiti membri. La seconda pagina riportava sotto la dicitura All’ombra dell’Arena articoli di cronaca cittadina, appuntamenti, orari di cinema e teatri, elargizioni, compravendite, oggetti smarriti, pubblicità e varie. Eccetto i principali articoli titolati su più colonne, specie in seconda l’impaginazione era continua, a “tamburino”, per guadagnare spazio.
Direttore dall’agosto 1945 a fine gennaio 1947 fu il socialista Guido Miglia, giovane insegnante polese già ricercato dai nazi-fascisti per attività cospirativa, che impresse una linea editoriale democratica, antifascista, repubblicana e filo-operaia. Sfidò i titoisti sul loro stesso terreno per eroderne il consenso tra i ceti popolari. Si rivolse direttamente ai lavoratori smentendo che avrebbero potuto emanciparsi solo in Jugoslavia, dove un marxismo di facciata celava un aggressivo imperialismo, e cercò di convincerli che la nuova Italia avrebbe fornito loro tutti gli strumenti necessari al riscatto sociale.
La coraggiosa e intelligente politica della “mano tesa” verso i ceti popolari non sempre trovò il consenso dell’intero CLN. Miglia tuttavia non desistette e con il dialogo riuscì a fidelizzare all’“Arena” non pochi lettori proletari, favorendone il distacco dal movimento jugo-comunista o quantomeno una crisi di coscienza. Dopo i ripetuti ignominiosi attacchi de “Il Nostro Giornale”, per spaccare il fronte annessionista agevolò la nascita di una sezione polese del PCI, che tuttavia non aderì al CLN e non riuscì a calamitare molte adesioni.
Fino all’aprile 1946 “L’Arena” spalleggiò il Governo De Gasperi, giustificò la “Linea Wilson” (senza Zara e Fiume), rassicurò i lettori sull’esito delle trattative e appena dal 18 maggio, in sintonia col CLN e in difformità dal Governo ma quando ormai la partita era già chiusa, perorò il plebiscito come prima scelta con in subordine la Linea Wilson. Accusò con sempre maggiore frequenza i Quattro Grandi di mercanteggiare il destino dei popoli in barba al principio di autodeterminazione. Fino al luglio ’46 pubblicò spesso titoli a caratteri cubitali, sintomo di combattività e residua fiducia nel mantenimento di Pola all’Italia o almeno nella sua assegnazione al Territorio Libero di Trieste. Poi basta: la demoralizzazione crebbe di pari passo con i rimproveri alla debole politica governativa. L’ultimo titolo a tutta pagina fu quello successivo alla strage di Vergarolla. La mestizia e il disappunto presero il sopravvento in vista dell’esodo, considerato ormai inevitabile.
A fine gennaio subentrò quale direttore il democristiano dignanese Corrado Belci, che gestì il giornale nell’avvilente periodo dell’esodo e del trasferimento prima a Trieste e poi a Gorizia. Con lui cessarono gli attacchi al Governo, nel frattempo privatosi della componente social-comunista, ma non quelli ai titini e all’amministrazione anglo-americana.
Gli interessati ai tre volumi possono scriverci all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o telefonare allo 040 830294. Se abitano a Trieste o comunque vi si recano con facilità potranno prelevarli alla tipografia ArtGroup di via Malaspina 1 previo accordo, onde evitare la spedizione postale, costosa e difficile vista la voluminosità e pesantezza dell’opera. Queste le condizioni: 1) per biblioteche, archivi e istituti di ricerca gratis; 2) per soci-abbonati e ricercatori offerta libera; 3) per tutti gli altri offerta di almeno 60 euro o, in alternativa, di almeno 50 euro (20 per i tomi + 30 per l’abbonamento/iscrizione).

L’esodo dimenticato
Successivamente il sindaco dell’LCPE Tullio Canevari ha presentato il librettino-tesina (49 pagine) di Erica Cortese L’esodo dimenticato. “La guerra è la lezione della storia che i popoli non ricordano mai abbastanza”, allegato a “L’Arena di Pola” dell’ottobre 2010. Quando lo scrisse, la giovane genovese, nipote di esuli, aveva 18 anni e frequentava la V Liceo scientifico. Canevari ha definito il testo «molto documentato, completo e sentito», gustando in particolare il nostalgico commento finale riferito ai parenti esodati della ragazza: «Ma a Pola era un’altra vita!». Un apprezzamento che assomiglia a quello formulato dal nipotino dello stesso sindaco durante la sua prima visita alla città quando disse: «Pola è un posto magico». Il volumetto è scaricabile dal sito www.arenadipola.it alla voce “Inserti”. «Simili produzioni – ha affermato Canevari – sono utili perché servono a far conoscere correttamente le nostre tematiche al di fuori del nostro ristretto mondo».
Il sindaco ha poi ricordato il volume collettaneo Ierimo del Filzi (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2010, con 170 immagini d’epoca), cui ha contribuito quale ex studente del convitto “Fabio Filzi”, che dal 1948 a Grado e dal 1950 a Gorizia ospitò per anni tanti ragazzi profughi curandone in particolare l’attività sportiva, corale e teatrale e lasciando in loro un segno indelebile in termine di formazione ai valori.
Quanto agli esuli fiumani, Canevari ha dichiarato in tutta sincerità di provare una sana invidia per le cose che loro sono riusciti a fare mentre gli esuli polesi ancora no, come ad esempio farsi ricevere dal sindaco della propria città.





562 - Rinascita 25/11/13 Una monografia sulle foibe -  Foibe: tra croati-sloveni e italiani è conflitto
Foibe: tra croati-sloveni e italiani è conflitto
      
di Rosanna Mandossi Bencic

Una monografia sulle foibe     

Perdura ancora lo “scontro” tra sloveni e croati da una parte e italiani dall’altra.           

Rosanna Mandossi Bencic                                  

POLA L’opera monografica “Fojbe” (Cankarijeva založba, Skupna Mladinska knjiga), ha portato martedì pomeriggio a Pola i suoi autori: lo storico e politico Jože Pirjevec, Nevenka Troha (assente), Gorazd Bajc, Darko Dukovski e Guido Franzinetti. La presentazione ha avuto luogo nell’Aula Magna della Facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi “Juraj Dobrila” di Pola. Moderatore Ivan Žagar. La presentazione è dovuta alla Società storica istriana.      È la monografia (384 pagine) più esaustiva sulle foibe in Istria e nel Litorale sloveno, è stato detto in apertura di serata. Un’opera in cui si è cercato di valorizzare, smitizzandoli, una serie di fatti tragici; certamente, vicende “minori” della Seconda guerra mondiale, che si è portata via milioni di vite umane, però altrettanto gravi sono state per le conseguenze che hanno avuto sull’individuo e sui popoli. Vicende che sono state, e lo sono ancora, motivo di scontro tra sloveni e croati da una parte e italiani dall’altra.     

L’obiettivo è «informare»     

Gli autori hanno passato al setaccio documenti scovati negli archivi sloveni, italiani, britannici e americani, è stato ancora detto nei primi momenti dell’introduzione. E da tanto certosino lavoro è nata l’opera monografica che vorrebbe coraggiosamente “informare”, laddove una tale parola è difficile da mettere in pratica quando va a toccare i brutti destini di tanta gente innocente.     

Non è una risposta alla Destra  

“La monografia – puntualizza Darko Dukovski, docente di ruolo a Pola – è stata impostata secondo una metodologia che la renda fedele ai fatti per come essi si sono svolti, perché fa ampio uso di materiale d’archivio. In secondo luogo, il libro non vuole essere una risposta a quanto scrivono, e a quanto hanno scritto nel corso dei decenni, gli storici della Destra. Infine, il successo è determinato dal fatto che chi lo ha steso non ha proprio che cosa nascondere”.     

Analisi storica e null’altro, aggiunge Dukovski – che nel volume ha analizzato il fenomeno delle foibe in Istria nel 1943 –, su eventi tragici che hanno macchiato il volto di interi territori dalla realtà mistilingue, in cui le opposte idee sulle frontiere “giuste” sono state a lungo in conflitto tra loro. Ricordi ancora vivi nella memoria collettiva di un’area più ampia, fra quella istriana litoranea e giuliana, ancora sfruttabile a fini politici interni e internazionali.    

 L’autore principale è Jože Pirjevec, italiano di origini slovene, storico e politico, in passato professore di Storia contemporanea dell’Europa orientale all’Università di Padova, docente di Storia dei popoli slavi all’Università di Trieste ed altro ancora. Nella sua lunga bibliografia annovera opere come “Niccolò Tommaseo tra Italia e Slavia”, “Storia della Russia del XIX secolo (1800-1917)”, “Tito, Stalin e l’Occidente”, “Trieste, città di frontiera”, “Il Giorno di San Vito. Jugoslavia 1918-1992: storia di una tragedia”, “Serbi, Croati, Sloveni: storia di tre nazioni”, “Storia degli sloveni in Italia, 1866-1998”, “Dal conflitto all’incontro”, “Le guerre jugoslave, 1991-1999”, “Foibe, una storia d’Italia”.      Appellativi che fanno male  Pirjevec ha parlato dei sempre presenti tentativi di manipolazione, ricordando con amarezza quanto era stato detto da parte italiana (Giornata del Ricordo) a proposito del “conquistatore aggressivo” (croato e sloveno o slavo e “sciavo”, per dirla con l’autore), e di quanto possano far male simili “appellativi”. Del resto, lo stesso storico, è stato tacciato di revisionismo.      

Il brutto arrivò dopo la Resistenza  Gorazd Bajc, del Dipartimento di Storia dell’Università del Litorale di Capodistria, che ha trattato le foibe nel periodo anglo-americano, quindi nel ’45 e dopo, ha ricordato che è stato dopo la vittoria della Resistenza che è venuto il brutto: il cosiddetto fascismo di frontiera, ossia la negazione aggressiva del fascismo stesso, che è stato il momento peggiore attraversato in quegli anni dagli istriani e in Istria.




563 - Agenzia Asca 27/11/13 Venezia: Zaia, scelta Generali di tenere leone S.Marco e' identitaria
Venezia: Zaia, scelta Generali di tenere leone S.Marco e' identitaria

ASCA - Venezia, 27 nov - ''Una scelta identitaria e globalizzante del leone marciano, che porta con se i valori della Repubblica veneta, la Serenissima''. Cosi' il presidente del Veneto Luca Zaia ha salutato il rinnovato logo del gruppo Generali, che ripropone ancora una volta il Leone alato di San Marco, che da oltre un secolo e mezzo lo contraddistingue e che si rifa' al simbolo della piu' longeva Repubblica della storia umana, resa forte e ricca dai commerci e dalle innovazioni nell'economia.

''Il Leone alato che regge il vangelo aperto su parole di pace, ma che puo'
reggere anche la spada - e' divenuto un simbolo universale - ha ricordato Zaia - che in tutto il mondo identifica Venezia in chi lo guarda, e con Venezia la sua storia straordinaria, la sua cultura e il suo territorio.

Le Generali lo hanno fatto proprio in tutti i continenti e questo e' motivo ulteriore orgoglio''.

Il brand del Leone Marciano e' stato presentato oggi a Londra all'Investor Day di Generali e sara' utilizzato in tutto il mondo a partire dal 2014, sostituendo e unificando i diversi simboli di San Marco presenti attualmente nel Gruppo triestino. Le Generali adottarono nel 1848, per la prima volta l'emblema del Leone alato, con la spada in mano, eliminata nel 1881 e sostituita dal solo Vangelo con la scritta di pace. Il disegno ha subito piu' ammodernamenti dal 1971, da ultimo con la stilizzazione della sola meta' anteriore del Leone. Ora il Gruppo torna al simbolo nella sua interezza, con strisce orizzontali con le diverse tonalita' del rosso.

red/rus


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