MAILING LIST HISTRIA
RASSEGNA STAMPA SETTIMANALE
A CURA DI MARIA RITA COSLIANI, EUFEMIA GIULIANA BUDICIN E STEFANO BOMBARDIERI

 N. 899 – 21 Dicembre 2013
    
Sommario


591 - Mailing List Histria Notizie –  21/12/13  Rassegna Stampa 2013 ML Histria
592 - Il Piccolo 18/12/13  Restituzione dei beni agli esuli, Zagabria accelera (Andrea Marsanich)
593 - La Voce del Popolo 20/12/13 Pola -Sulla strage di Vergarolla disponibilità a indagare
594 - La Nuova Voce Giuliana 01/12/13 Dar voce alle tante anime degli esuli (Carmen Palazzolo Debianchi)
595 - Corriere della Sera 17/12/13 Roma:  Simone Cristicchi, musical nel "Magazzino 18" (Laura Martellini)
596 - Il Piccolo 15/12/13 Rinasce la tratta ferroviaria Pola-Lubiana (p.r.)
597 - Il Piccolo 15/12/13 «Metropolitana leggera da Trieste a Capodistria» (Ugo Salvini)
598 - La Nuova Voce Giuliana 01/12/13 I giovani alla conoscenza della storia dell'Istria
599 - La Voce in più Dalmazia 14/12/13 Storia - Lo studioso Monzali: «In Dalmazia si sviluppò una specifica cultura italiana»
600 - La Voce in più Dalmazia 14/12/13 L'amica e gloriosa Cattaro rivive in una guida trilingue (Ilaria Rocchi)
601 - Il Piccolo 17/12/13 Il Libro -  Ma i triestini nel 1914 andavano tutti al mare aspettando la guerra (Pietro Spirito)  
602 - Il Piccolo 19/12/13 Lubiana vuole una parte del “tesoro” di Tito (Stefano Giantin)
603 -  East Journal 18/12/13 Allargamento UE: promossi Serbia e Montenegro, rimandate Albania e Macedonia (Davide Denti)



Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/


591 – Mailing List Histria Notizie –  21/12/13  Rassegna Stampa 2013 ML Histria

Rassegna Stampa 2013 ML Histria

Anche quest’anno abbiamo raggiunto 250 destinatari legati al mondo e alle vicende istriano, fiumano e dalmate.
La Rassegna Stampa ML Histria ha contenuto 600 articoli tratti da quotidiani e riviste. Un ringraziamento a tutti gli amici e Associazioni che ci hanno segnalato le ultimi recensioni d’attualità.  Anche nel nuovo anno proseguirà questa nostra quasi scommessa iniziata nel 2002, sarà il nostro quattordicesimo anno .

Un Buon Natale e Felice Anno nuovo a tutti voi ad alle vostre famiglie
Eufemia G.Budicin – M.Rita Cosliani – Stefano Bombardieri



592 - Il Piccolo 18/12/13  Restituzione dei beni agli esuli, Zagabria accelera
Restituzione dei beni agli esuli, Zagabria accelera

di Andrea Marsanich

ZAGABRIA. La Croazia preme sull’acceleratore in materia di restituzione ai cittadini stranieri dei beni nazionalizzati o confiscati dal regime comunista di Tito. La conferma che qualcosa si stia muovendo dopo lunghi anni di immobilismo è arrivata dal recente incontro a Zagabria tra il presidente del Sabor (il parlamento croato), Josip Leko, e la sua collega austriaca Barbara Prammer. Dopo il colloquio a quattr’occhi, c’è stata una conferenza stampa in cui la Prammer ha rilevato come Vienna guardi con particolare attenzione a questo tema. «L’importante – ha detto la presidente del parlamento austriaco – è che la restituzione delle proprietà ai legittimi proprietari sia fatta in modo leale e corretto, senza alcuna discriminazione». A tale proposito Leko ha comunicato che sono in via di stesura a Zagabria le modifiche alla legge sul risarcimento dei beni nazionalizzati o confiscati all’epoca della Jugoslavia.
Niente discriminazioni, insomma, nei riguardi dei cittadini d’oltreconfine, di coloro che non possiedono la “domovniza”, il certificato di cittadinanza croata. La nuova legge, che dovrebbe essere approvata dal Sabor, sfonderà comunque una porta aperta poiché alla fine degli anni Novanta del secolo scorso la Corte costituzionale croata emanò una sentenza di portata storica, che ordinava al parlamento di Zagabria di emendare la relativa legge, onde permettere agli stranieri di riottenere i propri beni, oppure, in seconda battuta, di poter contare su un risarcimento. C’è un piccolo ma importante distinguo: la Croazia ha fatto sapere più volte che la restituzione potrà riguardare esclusivamente quei casi non coperti da trattati bilaterali. Come noto, decenni fa l’allora Jugoslavia e l’Italia firmarono il trattato in parola e dunque Zagabria si muoverà nei confronti di Roma ispirandosi al principio del “pacta sunt servanda”, ovvero i patti devono essere rispettati.
In base ai dati di alcuni mesi fa, che riguardano le pratiche inoltrate dal 1991, anno in cui la Croazia ottenne l’indipendenza da Belgrado, sono 4211 i cittadini stranieri che hanno avviato l’iter di restituzione dei loro averi nazionalizzati o confiscati. Gli italiani risultano al primo posto, con 1034 richieste, mentre gli austriaci (676 domande) occupano la seconda posizione. Seguono le richieste israeliane, che sono 175, e poi quelle statunitensi, slovene e via elencando. La richiesta di restituzione potrà riguardare gli ex titolari, come pure gli eredi con diritto di successione di primo grado. Si tratta di figli, naturali o adottati, nipoti e pronipoti. Tre le ipotesi in gioco: restituzione, scambio con un altro immobile, risarcimento.






593 - La Voce del Popolo 20/12/13 Pola -Sulla strage di Vergarolla disponibilità a indagare
Sulla strage di Vergarolla disponibilità a indagare
 
ROMA | “Dopo decenni di silenzio qualcosa finalmente si sta muovendo per fare luce sulla morte violenta di decine di italiani a Pola nell’estate del 1946. Apprezzo la disponibilità della viceministro agli Esteri ad istituire con urgenza, come da me proposto insieme all’onorevole Ettore Rosato, una Commissione di esperti con il compito di chiarire le cause di una delle più gravi stragi di connazionali del dopoguerra”.

Lo dichiara Laura Garavini, deputata del Partito democratico eletta nella circoscrizione Europa, commentando la risposta del viceministro degli Esteri italiano, Marta Dassù, alla sua interrogazione sulla strage di Vergarolla.

“È molto positivo – continua la parlamentare Laura Garavini - che ci sia la disponibilità del ministero degli Esteri italiano a sostenere un progetto scientifico da finanziarsi sulla base della Convenzione triennale appena rinnovata fra il dicastero dei Beni e le Attività Culturali, quello degli Esteri, e la Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati.

Tale convenzione - aggiunge Laura Garavini, - include un piano di finanziamento triennale che ammonta a 6,5 milioni di euro. Dunque i soldi ci sono e la volontà politica pure. Adesso bisogna passare ai fatti, facendo tutto il possibile per scoprire la verità su questa tragedia. Lo dobbiamo – conclude la deputata del Partito democratico - alle vittime di Vergarolla e ai loro parenti”.

Laura Garavini, componente dell’ufficio di presidenza del Gruppo Pd alla Camera dei deputati, annunciando di recente l’interrogazione parlamentare presentata insieme all’onorevole Ettore Rosato, aveva rilevato che “a più di sessant’anni di distanza, i parenti delle vittime, assieme a tutto il Paese, hanno ancora il diritto di conoscere la verità”. Per tale motivo aveva chiesto alla Farnesina di istituire una commissione di esperti che approfondisse ulteriormente la dinamica della strage di Vergarolla, avvenuta nell’agosto del 1946, e il contesto in cui ebbe luogo”.

“Nell’agosto del 1946 – aveva sottolineato la parlamentare - un gran numero di persone erano radunate sulla spiaggia di Vergarolla, a Pola, per un evento sportivo, quando una terribile esplosione si sprigionò da alcune mine che si riteneva fossero disinnescate. Decine di uomini, donne e bambini rimasero uccisi e molti altri vennero feriti gravemente. Alcuni documenti rintracciati negli archivi inglesi, nonché testimonianze di sopravvissuti raccolte di recente farebbero ritenere verosimile l’ipotesi di un attentato terroristico organizzato dai servizi jugoslavi”. “Purtroppo, - aveva aggiunto la deputata - nel corso degli anni non si sono fatti passi sufficienti per accertare le cause di una delle peggiori stragi di connazionali del dopoguerra”.






594 - La Nuova Voce Giuliana 01/12/13 Dar voce alle tante anime degli esuli
Dar voce alle tante anime degli esuli

Ciò che è accaduto a Zara, a Fiume, in Dalmazia e nelle isole del Quarnero dopo l’occupa­zione titina non l’abbiamo dimenti­cato, non vogliamo dimenticarlo e vogliamo che tutto il mondo sappia e non dimentichi. Ma, ciò che è ac­caduto appartiene ormai alla sto­ria, alla quale va consegnato senza odio perché, come sta scritto all’A­ra Pacis Mundi di Medea: “L’odio provoca morte”.
Tuttavia, ciò che è accaduto ap­partiene anche alle persone pri­vate perché sono i nostri genitori, parenti, amici che sono stati perse­guitati, torturati, uccisi ed è un do­lore che possiamo tener racchiuso nel cuore o gridare al mondo inte­ro ma deve continuare a rimanere privato.
Si deve il più profondo rispetto a chi ha patito sulla propria pelle o ha visto i propri cari patire perse­cuzioni e morte; essi non possono dimenticare e nessuno ha il diritto di chiederglielo; e nessuno ha il di­ritto di chieder loro di perdonare. Si possono perdonare certe cose? Se sì, anche questo è un fatto per­sonale e privato.
Ci sono però delle considera­zione da fare, e cioè che quei fatti appartengono al passato e dobbia­mo trarne insegnamenti utili - co­me da ogni esperienza - per vivere meglio il presente e programmare meglio l’avvenire. Se rimaniamo fermi al pensiero di ciò che è ac­caduto e basta è la fine della vita o siamo in una situazione schizofre­nica in cui la vita, per certi aspet­ti, si è fermata a ciò che è accadu­to nel decennio 1943/54 e per altri, dopo l’esodo - che costituisce co­munque e sempre una cesura per l’esule - è continuata.
Sono passati sessant’anni e più da quei fatti e, benché essi siano stati devastanti, la vita deve ripren­dere il suo corso come accade do­po la perdita di una persona cara, dopo i terremoti, le alluvioni e al­tre calamità naturali che continua­mente portano sulla Terra distru­zione e morte, dopo le quali la vita continua e si ricostruisce.
Ma va ancora aggiunto - ed è importantissimo - che questo mo­do di sentire e ragionare, che va compreso e rispettato, appartiene a una parte e non a tutti gli esu­li e che anche chi ragiona diver­samente deve essere compreso e rispettato e si deve dargli il mo­do di esprimere le proprie idee al­trimenti cadiamo nell’intolleran­za, nella mancanza di democrazia, che proprio fra gli esuli non devo­no esistere altrimenti significa che non abbiamo capito che ciò che è accaduto è dovuto principalmen­te all’intolleranza. Questo atteg­giamento antidemocratico, piutto­sto comune fra gli esuli, continua a provocare spaccature ed è quin­di assolutamente negativo, come lo spirito critico che anima tanti nostri conterranei, sempre attenti a critica­re tutti e tutto e a cogliere ovunque ciò che è negativo più che ciò che è positivo.

Le intolleranze degli esuli resi­denti a Trieste mi sembrano inoltre poco rispettose nei confronti del­la città che li ha accolti e tuttora li ospita, per lunga tradizione polietni­ca, plurilingue, plurireligiosa.
Infine il “privato” non deve influire sui nostri comportamenti quando sediamo in un consiglio, parliamo o scriviamo a nome e per conto del mondo dell’esodo.
A questo proposito è emblemati­co il problema dei rapporti con i re­sidenti nelle nostre terre d’origine sia appartenenti alla minoranza italiana sia appartenenti alla maggioranza croata e slovena. Se vogliamo con­servare la cultura romano-veneta e italiana delle nostre terre è indispen­sabile avviare dei rapporti di colla­borazione con chi ora vi abita per fornire un corretto contributo nella programmazione delle attività cul­turali: mostre, pubblicazioni, spetta­coli folcloristici ed altro come lapidi e targhe, che spesso trasmettono in­formazioni errate e sulle quali, una volta attuate o incise nella pietra, ben poco si può fare oltre che pro­testare; ma le proteste non correggo­no gli sbagli, per errore o dolo inci­si nelle pietre o nella memoria delle persone. La comunicazione, cui può seguire la collaborazione, può inve­ce evitare gli errori e consentirci di perseguire l’obiettivo della corretta trasmissione della nostra storia al­le nuove generazioni e ai numerosi turisti provenienti dal mondo intero che durante l’estate vanno a godere il mare, il sole, la bellezza delle no­stre terre.
Esuli e rimasti italiani in pri­mo luogo devono comprendere che la collaborazione è un’esigenza per perseguire i suddetti obiettivi.

Carmen Palazzolo Debianchi







595 - Corriere della Sera 17/12/13 Roma:  Simone Cristicchi, musical nel "Magazzino 18"
Sala Umberto  - In scena stasera l'esodo degli italiani nel 1947
Simone Cristicchi, musical nel «Magazzino 18»
È come unaspecie di Ellis Island italiana. Gran parte dei reperti provengono da Pola
Tutto ha inizio al magazzino 18 di Trieste, dove ancora oggi sono ammassati oggetti d?ogni tipo: poltrone da barbiere, seggiole di legno, insegne di negozi, specchiere, attrezzi da lavoro, libri, ritratti. E foto, cumuli di immagini con i volti degli italiani d?Istria, Fiume e Dalmazia che all?indomani del trattato di pace del 1947 preferirono avventurarsi verso un?Italia affamata e diffidente, piuttosto che restare estranei nella Jugoslavia di Tito. Una terra che non riconoscevano più. Imballarono la loro vita e i loro sogni. Ma la speranza si tramutò presto in amarezza. «Mi sono inoltrato nel magazzino e mi si è aperto un mondo» ricorda Simone Cristicchi, avvezzo a ficcare il naso nella Storia, da stasera in scena alla Sala Umberto (via della Mercede 50, info: 06.6794753) con «Magazzino 18. L?esodo degli italiani cancellati dalla storia».In quel magazzino sono custodite ancora oggi masserizie abbandonate al momento dell?esodo, come se il tempo si fosse fermato a quei momenti, salvate dalla distruzione dall?Irci (Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata). «Una specie di Ellis Island italiana - racconta Cristicchi -. I reperti conservano il nome dei proprietari e provengono in gran parte da Pola, città evacuata al 90%. Preoccupati di sentirsi stranieri in casa loro, davanti a sé lo spettro delle foibe, quegli italiani speravano di trovare ospitalità ma vennero trattati come usurpatori. C?è una bella espressione usata da Montanelli, ?gli esuli fiumani, istriani e dalmati persero la guerra e anche la pace?».Materia delicata, già non mancano le polemiche dopo il debutto a Trieste e alcune repliche: «Ma a conferma della mia onestà intellettuale ce ne sono state da Sinistra e da Destra! Qualcuno s?è meravigliato che un artista cresciuto a Sinistra si mettesse a raccontare gli orrori del comunismo. Ma il nocciolo è un altro, le vicissitudini di persone semplici vittime della Storia». Lui solo in scena: «Cambio abito, pelle, voce, registro, calandomi ora in un ragazzo infoibato, ora nell?esule di uno dei tanti campi profughi che nacquero in Italia, ora in un prigioniero del lager comunista di Goli Otok, ora nella donna che sceglie di non partire. Molti finirono in manicomio, in seguito a quello strappo lacerante. Altri si suicidarono. I bambini nei campi morivano assiderati. Il richiamo all?attualità dei profughi che sbarcano sulle nostre è evidente, senza andarlo a cercare». Viene in mente Marco Paolini, quel suo teatro civile spoglio ma capace di scavare in profondità, anche davanti a temi scomodi: «Con l?aggiunta di alcune canzoni inedite il mio Magazzino è un musical civile. Il primo musical con un solo attore... Importante è la scenografia, ho scelto filmati d?epoca per avvicinarmi meglio a quel grumo storico inestricabile. E mi sono servito della collaborazione di chi ne sapeva più di me: il testo è scritto con Jan Bernas, la regia è di Antonio Calenda. In alcuni palcoscenici c?è anche l?orchestra. A Roma ci sarà sul palco una bambina». Come si esce dallo spettacolo? «È anche molto divertente, e il finale tende a una pacificazione. Ho scelto di mettere al mondo figli, non posso non guardare al futuro». «Magazzino 18» è anche un libro, in uscita il 4 febbraio per Mondadori. Il 10 febbraio la registrazione dello spettacolo andrà in onda in seconda serata su Raiuno.
Martellini Laura


596 - Il Piccolo 15/12/13 Rinasce la tratta ferroviaria Pola-Lubiana
Rinasce la tratta ferroviaria Pola-Lubiana

POLA A distanza di vent’anni riprendono oggi i collegamenti ferroviari giornalieri Pola-Lubiana. Dopo l’accordo tra le ferrovie slovene e quelle croate - come ai vecchi tempi della Jugoslavia, quando facevano parte della stessa realtà - il tragitto su rotaia è stato ripristinato. Un tempo il collegamento era diretto, ora sono previste due stazioni di cambio: per la precisione a Pinguente e a Divaccia. Un inconveniente, a quanto pare, attribuibile a difficoltà tecniche e organizzative che si spera vengano ben presto superate. Da Pola il treno partirà alle 13.20 con arrivo nella capitale slovena alle 17.52, mentre in senso inverso partenza alle 13.20 e arrivo alle 18.40. I due convogli quindi si incroceranno pressapoco a metà strada. Numerose le fermate in Istria: Pinguente, Nugla, Rozzo, Piana di Rozzo, Lupogliano, Colmo, Borutto, Cerreto, Novacchi,Heki, San Pietro in Selve, Gimino, Canfanaro, Smoljanci, Sanvincenti, Cabrunici, Jursici, Dignano, Gallesano e infine capolinea a Pola. Ma vediamo il prezzo del
biglietto: sola andata 26 euro, andata e ritorno 42 euro. Sconti sono previsti per turisti, pensionati, over 60, studenti, giovani sotto i 20 anni. La linea punta innanzitutto a “catturare” le persone ch si mettono in viaggio per motivi di lavoro, pendolari compresi, ma anche gli studenti e nel periodo estivo i villeggianti. Il nuovo collegamento è stato accolto con entusiasmo dalla Società per la collaborazione transfrontaliera croato-slovena. In questo modo, sostengono, l’Istria sarà «collegata direttamente alla rete ferroviaria europea e avrà un incremento negli scambi di merce e movimento di persone nelle aree confinarie, vista l’eliminazione della dogana in seguito all’entrata della Croazia nell’Ue». Grande soddisfazione anche da parte del ministero dei Trasporti dei due Paesi, dei parlamentari istriani e del presidente della Regione istriana Valter Flego.
Anche se difficilmente in questa fase si arriverà al movimento record di 900.000 passeggeri in Istria raggiunto nel 1985. All’epoca il trasporto su rotaia aveva i suoi vantaggi considerata la crisi petrolifera e la rete stradale alquanto obsoleta. Il treno “Arena” tra Pola e Lubiana, entrato in funzione nel 1970, era il mezzo di trasporto dei businessman con a bordo tutti i confort: vagoni climatizzati, stampa giornaliera, buffet incluso nel prezzo e belle hostess. Poi, come tante altre realtà, la linea venne soppressa a causa del confine, la manutenzione carente dell’infrastruttura ferroviaria e il miglioramento della rete stradale. Ora la ferrovia potrebbe conoscere una seconda giovinezza innanzitutto per un motivo di costi (una persona per andare da Pola a Lubiana in automobile spende più di 21 euro) e poi per il grande volume del traffico stradale in estate. (p.r.)




597 - Il Piccolo 15/12/13 «Metropolitana leggera da Trieste a Capodistria»
PROGETTO COMPLETATO

«Metropolitana leggera da Trieste a Capodistria»

Il progetto per la realizzazione, sul lato italiano, della rete di metropolitana leggera destinata a coprire l’area trasfrontaliera con la Slovenia è finalmente completo. Il documento, denominato “Adria A”, dopo lunghi mesi di studi e approfondimenti è stato presentato ieri ai numerosi partner nel corso di un incontro, svoltosi nella sede dell’Iniziativa centro europea, da parte di Carlo Fortuna, capo dell’Unità trasporti della stessa Ince. Nel testo si parla di “accessibilità e sviluppo per il rilancio dell’area dell’Adriatico interno”. Il progetto, che è costato 3 milioni e 200mila euro, è stato finanziato in parte dall’Unione europea e in parte da Italia e Slovenia, nell’ambito del Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013 «e intende contribuire alla riorganizzazione dell’accessibilità e dei trasporti dell’intera area transfrontaliera italo-slovena – ha precisato Fortuna - con l’obiettivo di creare un’area metropolitana integrata». Nel dettaglio, nel documento si parla del collegamento fra Nova Gorica, Vrtojba e Gorizia e della linea Trieste-Koper, dell’adeguamento della galleria di cintura e connesse bretelle per consentire il traffico passeggeri, della riqualificazione della linea esistente Prosecco-Opicina-Confine di Stato. «L'obiettivo – ha ripreso Fortuna - e' quello di istituire una metropolitana leggera per collegare Trieste con Monfalcone, Capodistria e Nova Gorica e coi centri circostanti e ancora con Venezia attraverso il polo intermodale di Ronchi». Il progetto adesso passa all’esame delle autorità slovene, che si sono impegnate a esprimere un parere entro il prossimo marzo. «E’ importante arrivare alla conclusione dell’iter formale che riguarda il progetto – ha ripreso Fortuna – perché Rfi non intende investire sulla rete esistente se prima non si completa lo studio che dimostra la validità del progetto. Per arrivare a questo risultato – ha sottolineato - ci volevano supporti tecnici e analisi ambientali oltre che di domanda di traffico. Abbiamo effettuato anche indagini di mercato coi passeggeri degli aeroporti di Lubiana, Ronchi e Venezia. L’atto finale, presumibilmente nel 2015 – ha concluso il capo dell’Unità trasporti dell’Ince – sarà la gara indetta dalla Regione per vedere chi espleterà il servizio ferroviario in Friuli Venezia Giulia».

Ugo Salvini



598 - La Nuova Voce Giuliana 01/12/13 I giovani alla conoscenza della storia dell'Istria
I giovani alla conoscenza della storia dell'Istria

Salve a tutti, noi ragazzi del “Giovani Istriani” vorremmo presentarci spiegandovi innanzitutto come è nata l’idea di tale gruppo durante il penultimo giorno di viaggio dedicato alla scoperta dell’Istria: le premesse di tale iniziativa risiedono nel forte affiatamento e complicità creatisi tra di noi quasi da subito. A questo si aggiungono l’unanime impressione positiva relativa all’escursione e la volontà di rimanere in contatto tra di noi. Grazie alle agevolazioni comunicative permesse dalle odierne tecnologie, all’indomani del rientro abbiamo già creato il nostro gruppo su facebook, allo scopo di condividere informazioni o materiale relativi all’associazione o al recente viaggio.
Il gruppo unisce persone molto differenziate per età (membri tra i 17 e i 30 anni), occupazione (alunni dell’Istituto Tecnico Nautico di Trieste, universitari, lavoratori) e soprattutto provenienza (dal nord al sud, abbiamo un rappresentante per ogni fascia geografica). Anche le modalità con cui abbiamo appreso del viaggio sono varie: gli studenti sono stati avvisati dai loro docenti, gli universitari hanno visionato l’avviso sul sito dell’università, i lavoratori lo hanno saputo direttamente dal sito
dell’Associazione: questo a dimostrazione dell’impegno degli organizzatori nel promuoverne la conoscenza. Dunque, percorsi di vita differenti che si sono incontrati per un’unica motivazione: apprendere la storia dell’Istria cogliendo l’opportunità di farlo direttamente sul territorio. Vista l’eterogeneità dei partecipanti, per alcuni si è trattato di approfondire il tema (in particolare per chi è discendente di esuli o residente in una delle zone visitate), per gli altri è stato invece conoscere un argomento che di solito si studia nei libri scolastici. Fondamentali in tal senso, le guide assunte per illustrarci la storia, i luoghi e non solo: ognuno di loro, a seconda della propria personalità e conoscenza, ha adottato un metodo di spiegazione personalizzato (chi con la sua preparazione di storico o giornalista ha fornito un’interpretazione più tecnica e dettagliata, chi l’ha vivacizzata con ironia, chi ci ha fornito informazioni utili in un futuro eventuale viaggio). La presenza di tante guide diverse ha dinamizzato notevolmente il ritmo delle giornate e anzi, a tal proposito, c’è da dire che grazie all’organizzazione iniziale e alla pazienza della signora Carmen Palazzolo, che ci ha seguiti e guidati, i cinque giorni sono stati veramente vissuti appieno, permettendoci di visitare le tre città previste giornalmente e di ritagliarci uno spazio in cui accrescere la nostra convivialità.

I ragazzi che hanno effettuato il viaggio sono: Ornella Barro di Nave di Fontanafredda (PN), Filippo Borin di Oderzo (TV), Marco Calvani di Verona, Gianbattista Canilli di Venezia, Cristiano Donati di Udine, Fadel Nur Aiman di Trezzo sull'Adda (MI), Alessia Ferrigno di Trieste, Antonio Lorenzo Giuliani di Trieste, Alessandro Giuliani di Trieste, Izabela Hasa di Prata di Pordenone (PN), Lucia Indino di Miggia- no (LE), Carla Leonarduzzi di Attinis (UD), Deborah Mancini di Trieste, Giulia Marion di Trieste, Luisa Mazzotta di Trieste, Maria Carmela Paternoster di Sacile (PN), Giacomo Petronio di Trieste, Claudia Ricciardi di Roma.

Erano inoltre presenti coi loro accompagnatori, i professori Luisa Fonda e Silvio Braini, 14 ragazzi meritevoli dell'Istituto Nautico di Trieste: Piero Bertini di Trieste, Elia Burello di Buttrio (UD), Filippo Coloni di Duino Aurisina (TS), Damiano Derin di Trieste, Luca Farosich di Duino (TS), Vincenzo Gatti di Monfalcone (GO), Sebastiano Grison di Muggia (TS), Marco Lonza di Sgonico (TS), Francesco Manzin di Duino Aurisina (TS), Silvio Mistelli di Sistiana (TS), Enrico Nardone di Trieste, Matteo Pires di Trieste, Cristian Puntin di S. Croce (TS), Gherardo Santi di Muggia (TS).



Riporto ora l’opinione di alcuni ragazzi sul viaggio:
“Mi ha colpito il loro senso di patriottismo. Sono stata piacevolmente sorpresa dalla loro forza, impegno e determinazione nel fare in modo che la cultura italiana non venisse soppressa. Una frase che hanno riportato tutti ad un certo punto del loro discorso è che la cittadinanza è un diritto territoriale mentre la nazionalità è una scelta. Tutti hanno affermato di essere cittadini croati ma di nazionalità italiana ... Ma particolarmente mi ha colpito il direttore del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, il prof.
Giovanni Radossi, e la sua storia; come è stata raccolta la biblioteca del Centro, che ora conta 110.000 volumi in continuo aumento, molti dei quali sono stati trovati e portati da lui stesso a Ro- vigno e ora sono patrimonio nazionale.”

Izabela Hasa


“Quello che mi è piaciuto e mi ha colpita del viaggio è stata la scoperta dell ’inatteso! la bellezza dei posti e il fascino dell Istria”.

Ornella Barro

“Ho trovato molto interessante la visita al Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, istituzione della Comunità Italiana, vero e proprio punto di riferimento dell’italianità della Regione Istriana. Questa istituzione, nata quaranta anni fa, si è opposta anche da sola alla cancellazione della storia in quei territori. Il Centro è nato come uno degli strumenti più efficaci per imporre un’inversione di tendenza storica. Il Centro in questi anni di attività ha pubblicato numerosissimi volumi. Un’altra visita interessante è stata l’arena di Pola: l’anfiteatro fu costruito fra il 2 a.C. e il 14 d.C.
dall’imperatore Augusto, prelevando il materiale dalle note cave di pietra dell’Istria, situate alla periferia della città ancora oggi esistenti.
Successivamente l’imperatore Vespasiano (che aveva commissionato il Colosseo a Roma) lo fece ampliare. Come il Colosseo, venne utilizzato prevalentemente per combattimenti di gladiatori o naumachie. Fu oggetto di ampio restauro durante l ’era napoleonica. Oggi viene utilizzato in estate per ospitare il Pola film festival. Personaggi di fama mondiale si sono esibiti in questa arena come Pavarotti, Sting, Anastacia e Julio Iglesias. ”

Filippo Borin

“Di particolare interesse è stata la visita serale alla città di Pirano, che alcuni di noi già conoscevano essendo stata la città natale delle loro famiglie prima dell 'esodo. Si è potuto ammirare palazzo Tartini, ora sede della comunità italiana, già casa Vatta, nello splendore delle sale riccamente affrescate.
Il territorio dell ’Istria, nella complessità della sua storia e nella stratificazione dei vari popoli che l ’hanno abitata nei secoli, si è mostrata a noi come un ambiente politropo ma allo stesso tempo rispettoso della individualità culturale. Sicuramente, da quanto abbiamo potuto apprendere per testimonianza diretta, questo processo è stato non esente da difficoltà derivanti da ideologie e fenomeni di massificazione culturale, tuttavia grazie alla volontà di chi restava nei territori ex italiani e di parte di coloro che invece vi subentrava, dopo molti anni, a noi si è mostrata una realtà diremmo arricchita piuttosto che non. E questo è testimoniato dalle numerose associazioni di italiani e dalla apprezzabile gentilezza di tutte le persone locali con le quali siamo venuti in contatto.
Inoltre si è potuto constatare come sia evidente, e non dimenticata o distrutta, la traccia della Serenissima nei territori istriani. Essa ha rappresentato per molti secoli una risorsa culturale e commerciale per tutta la regione. ”

Giambattista Canilli

“Per me è stata un’esperienza bellissima ritornare in Istria perché ho visto un’Istria diversa rispetto a 20 anni fa. È stato un gran piacere incontrare personalità della Unione degli Italiani che con tenacia mantengono viva la cultura istriana.

Con grande emozione ho incontrato alcuni miei parenti e ho rivisto il Centro di Ricerche Storiche dove mio nonno profuse con umiltà tanto lavoro e fatica.

Sono ripartito a malincuore dopo 5 giorni formidabili con compagni di viaggio stupendi, ma ho lasciato l'Istria comunque con la certezza che con l’entrata nell’Unione Europea si apre una nuova storia per l ’Istria e gli Istriani. ”

Nur Aiman Fadel


“È stata organizzato nel migliore dei modi e nonostante il numero limitato dei giorni, siamo riusciti a vedere quasi tutte le più importanti realtà storiche dell>Istria. La preparazione delle guide era sorprendente come anche la loro capacità comunicativa. Personalmente mi ha permesso di ricavare numerose informazioni sulla storia dell’Istira ed ha accresciuto la voglia di scavare in profondità alla scoperta delle mie origini Istriane da parte paterna. Un’esperienza da rifare al più presto, non solo per l’utilità educativa che ha avuto ma anche per l ’op-portunità che ha dato di allacciare nuove ed importanti amicizie tra noi ragazzi. ”

Cristiano Donati


“Ho conosciuto la storia dell’Istria tramite libri di testo e testimonianze di esuli, ma queste erano solo ricerche di mia iniziativa mentre a scuola non se ne parlava. E così, mosso dal desiderio di conoscere la verità nascosta e di squarciare il velo oscuro posto sulla memoria del passato, ho deciso di trattare l’argomento nella tesi che sto scrivendo. Grazie a questo viaggio ho potuto vedere con i miei occhi i segni indelebili che la storia ha lasciato in eredità a questa meravigliosa terra rossa, oltreché trarne spunti fondamentali per la mia ricerca. Mi ha colpito l’orgoglio con cui l’italiano rimasto in Istria, parlasse in istrio-veneto. L’emozione di poter vivere la storia in prima persona, raccontata con passione da chi ama la terra istriana, lascerà un segno indelebile dentro di me.
Ringrazio gli altri ragazzi che hanno contribuito con la loro simpatia a rendere unico questo viaggio. ”

Marco Calvani


Di questi cinque giorni conserviamo il ricordo di quanto ci è stato raccontato, dei posti visti, delle amicizie nuove trovate. Con entusiasmo considereremo attività che ci verranno proposte dall’associazione e saremo disposti a partecipare ad eventuali incontri che verranno organizzati.
Un ringraziamento particolare al presidente dell’Associazione Manuel Braico, alla signora Carmen che ci ha guidati con amorevole pazienza e a coloro che hanno reso possibile e interessante questo viaggio.

Lucia Indi





599 - La Voce in più Dalmazia 14/12/13 Storia - Lo studioso Monzali: «In Dalmazia si sviluppò una specifica cultura italiana»
Storia

«IN DALMAZIA SI SVILUPPÒ UNA SPECIFICA CULTURA ITALIANA»

LO STUDIOSO LUCIANO MONZALI FA IL PUNTO SULLE VICISSITUDINI DELLA REGIONE E SULL'IDENTITÀ LINGUISTICA E NAZIONALE SVILUPPATASI NEI SECOLI

Le opere di Monzali fanno luce sulla sorte dei dalmati italiani

Non capita spesso che la stampa e la storiografia croate diano spazio a una visione della storia dell’Adriatico orientale e della Dalmazia in particolare diversa rispetto a quella in voga da queste parti nel secondo dopoguerra. La caduta del Muro di Berlino non è riuscita a modificare in profondità l’ottica dalla quale, da parte della maggioranza, si guarda alle vicende della componente italiana dell’Adriatico orientale.
Il quotidiano spalatino “Slobodna Dalmacija”, comunque, ogni tanto apre una breccia nella cortina di nebbia che solitamente tra le file della maggioranza copre le vicende della minoranza. Per tale motivo ha suscitato particolare interesse tempo addietro l’intervista del quotidiano spalatino, realizzata da Damir Sarac, a Luciano Monzali, 46.enne professore di Storia delle Relazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bari.
Monzali è uno studioso che nelle sue opere ha scritto dei rapporti fra Italia e Paesi dell’Europa sudorientale, ponendo l’accento sulle vicissitudini politiche delle comunità italiane in Dalmazia, una popolazione autoctona, che politiche aggressive hanno quasi condotto all’estinzione nel secolo breve. Trattandosi di tema oltremodo interessante pubblichiamo la traduzione del testo integrale dell’intervista, che peraltro lo studioso ha concesso alla “Slobodna Dalmacija” servendosi di un corretto croato, lingua che da solo ha appreso. Una dimostrazione questa ulteriore della serietà dei suoi studi sulla Dalmazia.

Una componente autoctona           
Il prof. Luciano Monzali inizia il suo intervento, chiarendo i motivi dell’interesse per la storia della Dalmazia:
Seguo le vicende della minoranza italiana dal Risorgimento ad oggi e vorrei far luce su ciò che è stata la ragione dell’interesse italiano per la Dalmazia, che in determinati periodi storici ha creato conseguenze tragiche. Ci sono pochi storici che si occupano di questa tematica, sebbene sia fondamentale per comprendere le situazioni politiche di cui spesso si discute. Il materiale è ampio, solamente il ministero degli Affari Esteri a Roma ha alcune centinaia di casse di documenti sulla Dalmazia, che vanno dall’inizio del XX secolo alla Seconda guerra mondiale. Documenti che non sono mai stati consultati dagli storici croati. Quando studio la minoranza italiana, apprendo la storia della Dalmazia, perché si tratta di componente autoctona della società dalmata per un lungo periodo storico. l’opinione pubblica italiana conosce poco della storia della Dalmazia e degli italiani in Dalmazia, non le è chiaro che la Dalmazia non è costituita solamente da Zara e Spalato, in cui per secoli sono esistite comunità italiane, ma anche da Knin, Drnis e Imotski. Proprio a causa dell’ignoranza aveva attecchito la la teoria che la Dalmazia sarebbe dovuta spettare all’Italia.

Sussiste anche sulla sponda occidentale dell’Adriatico la resistenza ad un approccio serio alla tematica?
Resistenza e pregiudizi, ma in realtà trattasi di resa dei conti fra nazionalisti italiani e croati e comunisti jugoslavi,
priva di fondamento storico.

Quando in effetti nasce l’idea della Dalmazia italiana?
Dopo la battaglia di Lissa del 1866, nella quale l’Austria-Ungheria sconfisse la marina italiana, insorge un trauma nei
vertici politici e militari italiani; i quali ritengono che, per motivi di sicurezza, occorra aver il controllo di alcuni punti nell’Adriatico. Stiamo parlando dell’Europa del XIX secolo, quando perduravano lotte per il predominio fra le Grandi Potenze e l’Italia unita temeva grandemente l’Austria ed aspirava a garantirsi la sicurezza nell’Adriatico e sulle Alpi. E dunque non avevano ancora attecchito le ragioni nazionaliste per la conquista ma, in primo luogo, quelle strategiche.

Identità non etnica

E tuttavia nella sponda orientale si diffonde il panico?
Fra la popolazione slava, possibile, come del resto in occasione di quale che sia occupazione, ma la maggioranza degli Italiani era associata al Movimento Autonomista, unitamente alla popolazione slava, croata. Ai tempi di Lapenna e Bajamonti, nel 1866, gli autonomisti non desideravano staccarsi dall’Austria, erano leali verso la monarchia multinazionale, e gli Italiani, i Croati ed i Serbi della regione si sentivano (semplicemente) Dalmati. Avevano il sostegno di tutti i gruppi popolari e l’esempio migliore che illustra la situazione è rappresentato dal podestà Antonio Bajamonti, il quale realizzò numerose opere in una piccola città e fu molto stimato, vinse le prime elezioni democratiche. I Dalmati, alla fin fine, non parlavano la lingua italiana, ma una favella mista di veneziano e di croato.
Gli storici croati hanno ritenuto a lungo che non fossero esistiti Italiani autoctoni in Dalmazia, ma che si trattasse di Slavi italianizzati o di migranti dalla Penisola, mentre i “Narodnjaci”G offrivano agli Italiani la possibilità di diventare Slavi. Croati e, dopo, Jugoslavi. In contrasto con la tesi della maggioranza degli storici croati, giudico che in Dalmazia si sviluppò una specifica cultura italiana nelle città e nelle isole, contrassegnata sostanzialmente da influsso slavo. Un’identità culturale e linguistica, non etnica. Niccolò Tommaseo, ad esempio, vedeva la Dalmazia come punto d’incontro di due culture, italiana e balcanica, e non considerava che i Dalmati fossero Italiani, ma nazione affine a quella italiana, un miscuglio particolare di cultura slava e latina.

Il problema, quindi, sorge quando gli autonomisti perdono le elezioni?
Gli Italiani, allora, perdono il diritto ad avere proprie scuole, ovvero sarebbero potute essere solo private. Il vecchio Partito Autonomista diviene il nuovo movimento dei liberali nazionalisti italiani. Per l’apertura delle scuole
occorrevano risorse finanziarie, le cercarono e le ottennero in Italia, ed appena nel 1914, con l’inizio della Prima Guerra Mondiale, si pongono come irredentisti italiani, mentre altri Dalmati italiani sostengono l’idea di acquisire un’identità croata o jugoslava, rinunciando all’annessione all’Italia.
Ed è in questi tempi che si fanno strada affermazioni secondo le quali la Dalmazia deve diventare territorio italiano, tanto più che l’Italia si era schierata dalla parte dei Paesi possibili vincitori. Viene concluso il Patto di Londra, che prevede siano annesse all’Italia l’Istria, una parte delle isole e la Dalmazia Settentrionale, ovvero Zara, Sebenico e circondario, esclusa Spalato.

Il dramma degli optanti     

Vi rinunciarono a Spalato?
Apparve chiaro che l’Italia non avrebbe potuto controllare un territorio che era prevalentemente popolato da Croati. Le visioni delle politiche russa ed italiana, nel 1915, erano di far rientrare Spalato nella sfera d’influenza serba, mentre Ragusa sarebbe dovuta essere serba o montenegrina. L’Italia appoggiava il Regno dei Serbi, che pretendeva la Dalmazia Centrale, la Bosnia e la Vojvodina. I Dalmati Italiani si divisero in due correnti. Una aspirava all’autonomia della Dalmazia, l’altra all’annessione all’Italia. Con il Trattato di Rapallo del 1920, che prevedeva che solo Zara rimanesse italiana, fu loro offerto di optare per la cittadinanza italiana o jugoslava, ed a Spalato metà scelse la prima, l’altra metà la seconda. Le conseguenze, nel caso dell’opzione per la cittadinanza italiana, furono che gli optanti non poterono più esercitare la professione di avvocato, medico, farmacista, ingegnere. La scelta della cittadinanza italiana ebbe come effetto il completo isolamento della minoranza italiana dal tessuto sociale dalmato.
Il governo jugoslavo ed i partiti croati consideravano gli optanti alla stregua di quinta colonna dell’imperialismo italiano.

Quali furono le conseguenze?
Molti Italiani nel 1922, a Spalato, optarono per la cittadinanza jugoslava e col tempo acquisirono identità croata. La parte che optò per la cittadinanza italiana emigrò a Zara oppure in Italia, e tuttavia una parte dei cittadini italiani
pur rimase; ma nel 1941, vent’anni più tardi, se ne annoverarono solo un migliaio. Fra i primi ad andarsene furono i cittadini più istruiti. Quelli rimasti si ritrovarono isolati, potevano contare su di una chiesa, una scuola e su associazioni. Talché la minoranza italiana divenne vittima dei rapporti fra Italia e la prima Jugoslavia e capro espiatorio dell’occupazione italiana.

E dopo la Seconda guerra mondiale sparì del tutto?
Un gran numero di Italiani, così come di Serbi e di Croati, fu vittima della spaventosa violenza dell’Italia fascista, della Germania nazista, degli Ustascia, dei Cetnici e dei comunisti nel corso della Seconda guerra mondiale. Penso che in Dalmazia si possa parlare di tragedia collettiva. Guardi che cosa è accaduto a loro: ad esempio, il dr. Ivo Tartaglia, uno dei più meritevoli podestà spalatini nonché bano del litorale, quale oppositore della politica fascista fu arrestato nel 1942 ed internato in Italia. Sennonché, alla fine della Guerra il governo comunista lo rinchiuse a Lepoglava, dove presto morì. Similmente ci rimisero la pelle dei convinti cattolici, dei simpatizzanti dell’HSS ed anche degli appartenenti a famiglie dalmate italiane.

Una sorte ingrata    

Abbiamo sorvolato sul periodo fascista?
Le pretese fasciste sulla Dalmazia avevano segno ideologico, ma dovevano anche comprovare che l’Italia era una potenza imperiale. Mussolini sapeva che a Spalato, nel 1941, c’erano solamente mille Italiani in mezzo a cinquantamila abitanti, situazione di fatto che avrebbe potuto controllare soltanto con il ricorso alla violenza. Aspirava ad avere il predominio del Mare Adriatico e dei Balcani, superiore a quello della Germania hitleriana; e dunque si sa che Ante Pavelic fu agente italiano, che cedette all’Italia tutto ciò che richiedeva, in cambio dell’aiuto nella creazione della NDH (Stato Indipendente Croato). Fatto di cui erano consapevoli anche i Tedeschi, che non volevano a nessun costo che Pavelic diventasse Capo dello Stato, privilegiando Vladko Macek, il cui partito, l’HSS. godeva del sostegno della maggioranza dei Croati; ma Macek respinse l’offerta e frattanto Pavelic divenne fedele servo tedesco. Il periodo dell’occupazione italiana fu una
stagione del terrore sulla popolazione e l’Italia ha la responsabilità di aver indotto i popoli balcanici alla guerra ed allo spargimento di sangue. Dopo la capitolazione dell’Italia, nel 1943, Pavelic tentò di instaurare nei territori, sino ad allora occupati, il potere ustascia, ma era già troppo debole. L’effettivo controllo fu esercitato dai Tedeschi, sino alla caduta del Reich. I resti dei resti degli Italiani se ne andarono nuovamente. Nel corso del 1945 e del 1946, i comunisti jugoslavi instaurarono un potere totalitario, adottando metodi completamente stalinisti; eliminarono tutti i potenziali nemici del nuovo regime, mentre si registrava una difficile situazione economica. Negli anni Quaranta e Cinquanta, la gente fuggiva in massa, attraversando il mare, dalla Jugoslavia verso l’Italia, per due motivi: repressioni politiche e profonda crisi economica.
Agli Italiani si offrirono, daccapo, due possibilità: la cittadinanza italiana oppure quella jugoslava; la maggior parte optò per la cittadinanza italiana e, di nuovo, emigrò in Italia, il che rientrava nelle aspettative dei comunisti. Quando nel 1953 furono chiuse, a Zara, l’ultima scuola italiana e la Comunità, si inferse il colpo mortale ai Dalmati Italiani. Non era, per la verità, il caso dell’Istria, perché lì gli Italiani erano più numerosi e aderirono alla LPL (Lotta Popolare di Liberazione), venendo risparmiati. La stragrande maggioranza degli Italiani dell’Istria e del Quarnero fece fagotto, e ciononostante vi si conservò una minoranza. Rimasero in Jugoslavia quegli Italiani che diedero importanza all’identità regionale e quelli che credevano nel sogno di una società comunista. La grande maggioranza di Italiani dell’Istria e del Quarnero, ad ogni modo, migrò, ma una minoranza vi sopravvisse e vi si conservò. Soltanto con l’acquisizione dell’indipendenza croata hanno iniziato ad ottenere la vera libertà di espressione e diistruzione.

Quanti ce ne sono ora?
A Zara, credo, circa 300 - 400; a Spalato, appena un centinaio. Questa è la conclusione della storia di gente che non ha appartenuto né all’una né all’altra opzione, che la politica ha sfruttato e diviso in schieramenti opposti; di gente che rappresentava una popolazione autoctona della Dalmazia, specifica per cultura e lingua, ed alla quale le circostanze storiche hanno riservato sorte ingrata.


Peculiarità nazionali e contraddizioni
Nel corso degli anni il prof. Luciano Monzali si è dedicato con particolare attenzione allo studio della storia della questione nazionale in Dalmazia e della rilevanza del problema dalmatico nella politica estera italiana dal 1861 alla Seconda guerra mondiale.

Roberto Ghiglianovich       
Negli scritti dedicati a Roberto Ghiglianovich - “Un contributo alla storia degli italiani di Dalmazia. Le carte Ghiglianovich” e “La Dalmazia e la questione jugoslava negli scritti di Roberto Ghiglianovich durante la prima guerra mondiale” - Luciano Monzali, grazie al ritrovamento dell’archivio privato di Ghiglianovich, conservato alla Biblioteca del Senato, ha delineato, attraverso lo studio della biografia e dell’azione politica di questa personalità, alcuni temi cruciali della storia della minoranza italiana in Dalmazia (definizione dell’identità nazionale, evoluzione ideologica dal municipalismo autonomista al nazionalismo italiano, rapporto con la maggioranza croata, scelta irredentistica) e del rapporto dei dalmati italiani con lo Stato italiano.

Oscar Randi 
Lo scritto su Oscar Randi scrittore di storia dalmata, costituisce il primo tentativo di scrivere una biografia scientifica su una figura non irrilevante della cultura italiana fra le due guerre,
lo         scrittore e pubblicista zaratino Oscar Randi, personalità interessante in
quanto profondamente segnata dalle contraddizioni e dalle peculiarità culturali e nazionali tipiche della componente italiana dalmata.

Antonio Bajamonti  
Il profilo dedicato ad Antonio Bajamonti, “Dalmati o Italiani? Appunti su Antonio Bajamonti e il liberalismo autonomista a Spalato”, è invece un tentativo di ricostruire le vicende politiche di un singolare movimento politico dalmata, il partito autonomo, attraverso la biografia di uno dei suoi leader, podestà di Spalato dal 1860 al 1880. Attraverso queste vicende è possibile delineare il sorgere della questione nazionale italiana in Dalmazia negli ultimi decenni del XIX secolo.
Ampliamento e approfondimento di tutti questi saggi sugli italiani di Dalmazia sono i volumi “Italiani di Dalmazia. Dal Risorgimento alla grande guerra”, e “Italiani di Dalmazia 1914-1924”.

Equilibri politici      
Una delle tesi fondamentali di Monzali è che le sorti della minoranza italiana in Dalmazia siano state pesantemente condizionate dal corso delle relazioni politiche fra Italia e Impero asburgico, e, successivamente, da quelle tra Roma e Stato jugoslavo unitario e dai mutamenti degli equilibri politici in Europa centro­orientale: da qui l’esigenza di ricostruire, sulla base di un attento studio delle fonti diplomatiche italiane, austriache ed europee edite ed inedite, la politica
delle grandi potenze europee nei Balcani e l’evoluzione dell’atteggiamento della classe dirigente dell’Italia liberale verso la questione dalmatica dall’epoca risorgimentale alla prima guerra mondiale.

Antonio Tacconi      
Il volume “Antonio Tacconi e gli italiani di Spalato dagli Asburgo a Tito” porta a completamento la riflessione storiografica sulle vicende della componente italiana in Dalmazia. Il volume, sulla base di una ricca documentazione, spesso inedita, proveniente dagli archivi italiani, croati e serbi, ricostruisce i momenti fondamentali della biografia politica di Antonio Tacconi, leader degli italiani di Spalato fra le due guerre mondiali, con l’ambizione di analizzare i problemi non solo politici, ma anche sociali, economici e culturali, che hanno segnato la vita della componente italiana nella città di Diocleziano nella prima metà del Novecento. Le vicende personali di Tacconi sono inserite in un quadro più generale di tentativo d’interpretazione delle relazioni fra le due sponde dell’Adriatico. Il saggio “La fenice che risorge dalle sue ceneri. Gli italiani di Dalmazia nella seconda metà del Novecento” costituisce un primo tentativo, sulla scia del volume di Tacconi, di ricostruire i momenti e i problemi fondamentali dell’esodo italiano dalla Dalmazia e il ruolo degli esuli dalmati nella vita politica e culturale dell’Italia repubblicana nella seconda metà del Novecento.


Il tragico destino degli esuli
Tragico è il destino degli esuli della Dalmazia, dell’Istria, del Quarnero. Da 200 a 250mila, dopo la Seconda Guerra Mondiale, fuggirono in Italia, dove li attese una cocente disillusione. Essi nemmeno sapevano che cosa fosse l’Italia: erano vissuti per generazioni in Dalmazia ed in Istria e dovettero iniziare una nuova vita. Sebbene lo Stato si curasse della loro sistemazione, perfino dell’occupazione, dagli Italiani venivano considerati come stranieri che contavano di vivere alle loro spalle. Non comprendevano nemmeno il dialetto che gli esuli parlavano. Gli esuli erano diversi anche fisicamente, di bella statura come i Dalmati. Alcuni cambiarono il cognome, italianizzandolo, per essere meglio accolti. Fu loro avverso, particolarmente, il Partito Comunista Italiano; li riteneva nemici, che fuggivano dal comunismo, creando conflitti con la Jugoslavia comunista. In fin dei conti, quando si conversa con gli esuli si avverte la dolente nostalgia che sentono per la Dalmazia, che è la loro vera patria ed il focolare domestico.



600 - La Voce in più Dalmazia 14/12/13 L'amica e gloriosa Cattaro rivive in una guida trilingue
Pubblicazioni di Ilaria Rocchi

L'AMICA E GLORIOSA CATTARO RIVIVE IN UNA GUIDA TRILINGUE

Il 12 maggio 1797 si consumò il tramonto della Repubblica di Venezia. Non ovunque, però: per oltre cento giorni la bandiera di San Marco continuò a sventolare in alcune enclavese della Dalmazia, dove la Serenissima continuò a esistere fino a tutto agosto. Emblematico e commovente il caso di Perasto, nelle Bocche di Cattaro, dove solo il 23 agosto 1797 il capitano Giuseppe Viscovich ammainò le insegne del “Serenissimo Veneto Gonfalon” con lo struggente addio famoso per la frase ”ti con nu, nu con ti”. Torniamo in quel lembo di terra della Dalmazia meridionale - quella storica, che il Regno di Dalmazia austriaco aveva ereditato da Venezia e dalla Repubblica di Ragusa, cioè fino a sud di Castellastua (Petrovac na Moru) -, nell’“Albania veneta” come veniva definita, per parlare di Cattaro, antica e gloriosa città marittima ora del Montenegro, famosa per la sua maestosa cinta muraria, ancora ben conservata (è inclusa nella lista dei Patrimoni dell’umanità protetti dall’Unesco). l’imponenza di tale complesso e i costi sostenuti per costruirlo sono efficacemente racchiusi nel detto “te me costi come i muri de Cattaro” usato a Venezia per indicare un’amante troppo esigente.

Nozioni, curiosità, aneddoti e immagini 
Ora la città viene offerta in mano a curiosi e/o visitatori con l’analisi nel dettaglio dei suoi più cospicui monumenti sacri e profani, della sua mura marittime (appunto!) e della fortezza, nonché di tutti gli edifici situati entro il perimetro urbano, analizzati nelle loro molteplici valenze. Il tutto corredato e arricchito
da nozioni storiche - basate su fonti d’archivio anche inedite -, da aneddoti, con particolare riguardo all’età veneta (1420 - 1797), e da un interessante apparato iconografico che accompagna la descrizione delle varie parti dell’opera. È infatti fresca di stampa la “Nuova Guida di Cattaro”, un’edizione che supera di gran lunga la precedente e dettagliata “Guida” edita nel lontano 1905.
Pubblicata in co-edizione dalla Fondazione Rustia Traine di Trieste e dall’Associazione Culturale Viribus Unitis di Cattaro, è disponibile in italiano, croato e inglese. Il volume è stato presentato di recente a Venezia, presso la Scuola Grande di San Teodoro da Marino Zorzi (ex direttore della Biblioteca Marciana), Renzo Fogliata, Giorgio Suppiej (presidente dell’Associazione Venezia Serenissima) e da Paolo Borsetto, mentre se ne parlerà fra una decina di giorni pure a Trieste e in occasione delle celebrazioni della Festa di San Trifone a Cattaro

Scambio tra culture diverse          
Il patrimonio di Cattaro è indubbiamente frutto dello scambio tra culture diverse, dell’intreccio di esperienze lasciate nei secoli da popolazioni diverse. Sorta in fondo alle Bocche, in riva al mare e addossata a un monte roccioso, nei secoli che precedono l’avvento di Cristo si insediano gli Illiri rizuniti (o rizoniti), e gli Ardiei; successivamente Rizinium stringe un’alleanza spontanea con Roma, che le assicura ampia autonomia municipale e larghe esenzioni fiscali.
La città appunto viene fondata durante il periodo romano, conosciuta come Acruvium, parte della provincia romana della Dalmazia.
È menzionata per la prima volta come Ascrivium o Ascruvium nel 168 a.C. Occupata dagli Eruli prima e dagli Ostrogoti poi, nel 532 viene ripresa da Costantinopoli, che rinforza il castello da loro chiamato Kàttaros, Dikàtera o Dekàteron. Rizinium viene distrutta nel 639 dagli Avari, ma Acruvium-Catarum resiste e rimane con l’imperatore d’Oriente, mentre la parte occidentale delle Bocche, viene occupata dalle tribù slave dei Trebuniati.
Nell’840 la città subisce il saccheggio dai Saraceni, che nell’867 distrugono Rosa (Porto Rosa) ma Catarum, dove trovano la salvezza molti profughi, si mantiene e conserva la propria identità latina, assumendo il nome italico di Cattaro. Sotto la sovranità dell’Impero romano d’Oriente si sviluppano istituzioni comunali sempre più autonome, legate da rapporti politico-commerciali con le dirimpettaie città pugliesi anch’esse parte di Bisanzio.
Nel 1002 la città è gravemente danneggiata durante l’occupazione dei Bulgari e l’anno lo zar Simeone la cede alla Serbia. Nel 1177 i cattarini soccorrono i ragusei attaccati dal re serbo Nemagna e si alleano con l’Impero romano d’Oriente ma, venuto meno il sostegno imperiale, nel 1184 sono costretti ad accettare la supremazia dei Nemagna (conservano però un’ampia autonomia comunale e la libertà di sottoscrivere trattati, di dichiarare guerre e di professare la religione cattolica).

In bilico tra forze continentali e marittime
Nel 1250 il re serbo Orosio conferma i privilegi ottenuti dai precedenti monarchi; nel 1351 Stefano, oltre alla conferma della libertà comunale, consentì un ulteriore ingrandimento del territorio intorno alla città. L’ultima conferma arriva nel 1356 da Urosio V. I rapporti con Venezia vengono rafforzati al IX secolo, quando nella zona si stabiliscono numerosi sudditi della Serenissima, con ampie libertà e franchigie (nel 1201 il nobile veneziano Lorenzo Zane è alla guida del Comune, mentre almeno dal 1282 è presente a Cattaro un console veneziano). La città resta in bilico tra le forze continentali e Venezia. Il 30 aprile 1335 i cattarini firmano con Venezia un trattato commerciale che rinsalda i rapporti tra Venezia e la Dalmazia montenegrina. Conflittuali i rapporti con i ragusei, che ad esempio nel 1361, sotto l’egemonia degli ungheresi, depredano le navi dirette nel porto di Cattaro e assediano la città che resiste grazie all’intervento di Venezia. Segue un periodo oscuro perché i Serbi premono ai confini e i cattarini, con il consenso veneziano, chiedono protezione a Lodovico, re di Ungheria, il quale riconosce loro gli antichi privilegi.

La dedizione a Venezia     
Continua l’avvicinamento con Venezia: ben sette le richieste inviate dai cattarini, che per decenni ottengono risposta negativa da parte del Senato veneto.
Il 14 gennaio 1396, ad esempio, gli ambasciatori cattarini si offrono di sottoscrivere un atto di dedizione alla Serenissima, ottolineano con forza il pericolo di doversi sottomettere o “agli albanesi, o agli slavi, o ai turchi”. Nel 1415 il Senato veneto accetta che un nobile zaratino, cittadino veneto, assuma la carica di conte di Cattaro. Il 2 febbraio 1420 il Comune nomina un procuratore da inviare in laguna per la conclusione dell’accordo con Venezia, il Senato ne accoglie le richieste e il 15 marzo dello stesso anno, nel Palazzo ducale, viene firmato l’“Atto di accettazione della città di Cattaro” nel quale si legge la volontà della città di mostrare “singolare e devota reverenza e l’affetto della desiderata fedele obbedienza” verso il Doge e la Signoria ducale. I procuratori Rosso Marino e Albano Badoaro accolgono ed accettano la città a nome della Signoria, promettendo di trattare i cittadini come sudditi fedelissimi e devoti.
Vengono quindi stabilite alcune clausole riguardanti i tributi, i dazi ed il compenso dovuto al conte di Cattaro, dopodichè vengono riconosciuti gli statuti e gli ordinamenti comunali e la restituzione di alcuni territori. Il documento si conclude con il giuramento di fedeltà del procuratore di Cattaro.

Una profonda impronta veneta     
Il dominio veneto lascia una profonda impronta nella struttura urbana di Cattaro e nei suoi costumi; l’italiano è la lingua usata in tutti gli atti pubblici e nell’insegnamento, soprattutto per la spinta del ceto nobiliare e della potente classe dei mercanti e capitani marittimi.
Tra i letterati più famosi nominiamo Bernardo Pima, Nicola Chierlo, Luca Bisanti, Alberto de Gliricis, Domenico e Vincenzo Burchia, Vincenzo Ceci, Antonio Zambella, Francesco Morandi. Ancora oggi la popolazione di Cattaro parla un dialetto misto tra veneto e slavo. Un vincolo di continuità con la cultura marinara, latina, veneta, mediterranea e occidentale ancor’oggi domina il territorio, a dispetto della diversità delle lingue e dei popoli sopraggiunti.
Un’impronta che non verrà, non del tutto almeno, cancellata dalle successive vicende politico-amministrative. Dopo il trattato di Campoformio del 1797 Cattaro (e la Damlazia tutta) passa all’Austria; nel 1805, con la pace di Presburgo, è assegnata al Regno d’Italia, e poi annessa nel 1810 alle Province Illiriche dell’Impero Francese; la città viene restituita agli Asburgo in seguito al Congresso di Vienna (1815). Ricordiamo che gli abitanti però continueranno a seguire gli eventi risorgimentali italiani, tanto che tra gli originari Mille, che con Garibaldi salparono da Quarto alla volta della Sicilia, Vera anche Marco Cossovich, nativo di Venezia, ma di famiglia e sentimento bocchese.
Dopo il 1918, assieme all’intero Montenegro, la città venne inglobata nella neonata Jugoslavia. Nell’aprile 1941, a seguito dell’occupazione italiana della costa adriatica e dello smembramento dello stato jugoslavo, Cattaro e il suo retroterra e l’isolotto albanese di Saseno (già parte della provincia di Zara) vengono annessi all’Italia e occupati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Dopo la Seconda guerra mondiale passò alla Jugoslavia di Tito, quale parte della Repubblica socialista del Montenegro. Il 15 aprile 1979 un altro terremoto danneggiò la città, che venne prontamente restaurata. Dalla disgregazione della Jugoslavia ha seguito le sorti del Montenegro, e dal maggio 2006 è pienamente parte della nuova repubblica indipendente.

Dal passato al presente     
La “Guida” - oltre 300 pagine - propone dodici possibili itinerari, preceduti da alcune nozioni introduttive, dalla descrizione urbana, dalla toponomastica e dello stemma della città. L’avvicinamento a Cattaro prosegue con gli immancabili cenni storici: si va dal periodo romano e quello bizantino all’ “età d’oro” dei Nemagna (1184 - 1379), per proseguire con quella veneta (1420 - -1797) e austriaca (1797 - 1918), con la situazione tra la fine della Prima e la conclusione della Seconda guerra mondiale, quando la città entra a far parte del Montenegro. Altri brevi capitoli sono riservati alla rappresentazione e cartografia di Cattaro, alla vedutistica,e quindi lingua, popolazione, notabili, corpo nobiliare, cavalieri di San Marco, confessioni religiose - i culti cattolico ortodosso, ortodosso montenegrino e altri - e cimiteri.
Non mancano indicazioni per così dire pratiche sulla città odierna - da come arrivarci al periodo più indicato per visitarla, dalla scelta dell’albergo a dove e cosa mangiare -, ma ci sono pure alcuni “suggerimenti per migliorare Cattaro” articolati in qualità della vita e approcci al turismo, turismo di massa e turismo di qualità. In calce al volume, le immancabili e utilissime note e bibliografia, un’appendice documentaria, una serie di Provveditori “ordinari” e straordinari, indici dei monumenti, delle Illustrazioni e dei nomi e l’elenco delle guide turistiche ufficiali.

Andando per piazze e chiese        
Dunque, la parte più consistente della nuova Guida sono i percorsi che offre a chi intende conoscere meglio la sua realtà sotto l’aspetto storico-artistico- architettonico e dei costumi, con tanto di minutaggio previsto per compiere ciascuno di essi. Sette sono gli itinerari urbani, che portano - nell’ordine - dal Gordicchio a piazza delle Erbe (20 minuti), da quest’ultima a piazza San Trifone (40 minuti), da piazza San Giuseppe a piazza Gregorina (40 minuti); un altro tocca via degli Artigiani - piazza della Colleggiata - piazza della Legna - Chiesa di Sant’Anna (20 minuti), un altro ancora piazza San Luca - la Carampana (20 minuti); il sesto comprende Santa Chiara - Santa Maria degli Angeli - San Michele - Santo Spirito (20 minuti) e il settimo Porta Marina - piazza d’Armi e della Farina (20 minuti). Da rilevare che il centro storico, di straordinaria bellezza
- molti sono di monumenti interessant, dal Palazzo Ducale, con il suo stile misto rinascimentale e barocco, all’antica medioevale Turris torturae, detta più tardi la “Torre dell’orologio” e al teatro, fondato all’inizio del XIX secolo - è caratterizzato da un insieme di dodici piazze, di cui quelle d’Armi è la più grande e la più bella, situata nei pressi della porta della città.

Tesori tra leggendarie mura          
Si diceva della leggendaria cinta muraria di Cattaro che, per la sua peculiarità, costituisce un esempio unico di fortificazione urbana sia dal punto di vista militare che estetico. All’interno della cinta muraria ci sono circa trenta chiese, di cui quattro, risalenti all’epoca medioevale, sono particolarmente importanti dal punto di vista storico: San Luca (1195), Sant’Anna (1195 circa). Santa Maria (1222) e San Paolo (1266), senza ovviamente trascurare la cattedrale di San Trifone. Eretta originariamente nel IX secolo, fu completamente ricostruita nel 1166 e assunse la sua forma attuale dopo la ricostruzione del XVII secolo, dopo il catastrofico terremoto del 1667.
La sezione “mura” distingue l’itinerario tra quelle marittime esterne - da Porta Gordicchio a Porta Fiumera (25 minuti) - e quelle dall’interno (15 minuti), nonché le mura della Fortezza: dalla Via Regia al Castello di San Giovanni (1 ora), dalla piazza delle Erbe al Castello di San Giovanni (1 ora).


Gli Italiani
Nel XIX secolo Cattaro era ancora una realtà multietnica, divisa quasi perfettamente tra Italiani, Croati e Serbo-montenegrini. Una situazione che sarebbe mutata, tant’è che nel (discusso) censimento del 1910 si annoveravano solo 538 italiani in tutto il circondario, anche se scuole italiane sorsero, nello stesso periodo, a Morigno, Perasto, Petrera, Combur e La Bianca. Tuttavia, nel censimento jugoslavo del 1927, gli Italiani risultavano solo 240. Oggi, la convivenza fra le diverse etnie, superati i contraccolpi del conflitto con il quale si è dissolta l’ex- Jugoslavia, è relativamente buona e la cultura e la presenza italiane sono accolte come facenti parte della storia locale. Il desiderio di conoscere la lingua italiana è grande.
Nel gennaio 2004 è nata la Comunità degli Italiani del Montenegro, con sede a Cattaro, e con uno statuto simile a quello degli analoghi sodalizi già esistenti in Dalmazia ed in Istria. Conta oltre 500 persone del territorio bocchese, italiane (per nazionalità, per origine o per cultura) autoctone della costa: una minoranza presente da sempre, parte integrante degli Italiani della sponda orientale dell’Adriatico, cui si sono aggiunti cittadini italiani che vi si sono trasferiti recentemente per lavoro. La Comunità ha dato vita nel giugno del 2004 al Comitato di Cattaro della Società “Dante Alighieri”. Quest’anno inoltre è stato attivato un periodico in lingua italiana, “La Gazzetta di Cattaro”, mensile di informazione storica, culturale e turistica di interesse veneto-istriano-dalmata. Inoltre, vengono organizzati regolarmente corsi gratuiti di lingua italiana per adulti e per bambini.


601 - Il Piccolo 17/12/13 Il Libro -  Ma i triestini nel 1914 andavano tutti al mare aspettando la guerra  
Ma i triestini nel 1914 andavano tutti al mare aspettando la guerra
 
IL LIBRO
 
presentazione

 Quella “Violenta bufera” domani alla Statale Il libro di Fabio Todero “Una violenta bufera - Trieste 1914”, pubblicato dall’Istituto per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia (Irsml Fvg), e in questi giorni nelle librerie, verrà presentato domani, alle 17, nella sala delle conferenze della Biblioteca Statale “Stelio Crise”, in Largo Papa Giovanni XXIII 6, a Trieste. Alla presenza dell’autore, ne parleranno Fabiana Martini, vicesindaco di Trieste, e la presidente dell’Irsml Fvg, la storica Anna Maria Vinci. Fabio Todero, insegnante e ricercatore all’Irsml, ha dedicato numerosi volumi alla Grande guerra, tra cui “Orizzonti di guerra: Carso 1915-1917”.

di Pietro Spirito

Iniziò con una violenta e gelida bufera di neve l’anno 1914 a Trieste. Nei primi giorni di gennaio la bora soffiò a 80 chilometri orari, la neve sferzava il volto dei passanti, la temperatura scese a sette gradi sotto zero. Le strade erano deserte, i mercati anche, e così la pescheria: la città, notò un cronista del “Piccolo”, «presentò tutto il giorno un aspetto di desolazione». Se è vero che a volte i rivolgimenti della Storia si annunciano con infausti presagi persino nel tempo atmosferico, il drammatico 1914 si palesò ai triestini in tutta la sua desolante realtà prebellica, e «di lì a qualche mese una guerra autentica avrebbe provocato in città una situazione non dissimile di cui la natura non avrebbe avuto alcuna colpa». Lo storico Fabio Todero è stato attento a cogliere ogni sfumatura, ogni avvisaglia di quella che in effetti fu “Una violenta bufera - Trieste 1914” (Edizioni dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, pagg. 143, euro 20,00), come titola il suo libro dedicato al primo anno della Grande Guerra nella città adriatica.

Come si viveva a Trieste alla vigilia di un conflitto che avrebbe segnato le sorti del mondo? Com’era la società di allora, e quali le sue reazioni nel contesto della politica internazionale? Quali furono i primi effetti in città dell’entrata in guerra dell’Austria-Ungheria? In un saggio ricco di illustrazioni, aneddoti e curiosità tratte dai giornali dell’epoca, ma sempre inserito nel più ampio quadro della storia politica e diplomatica, Todero offre una visione dettagliata e organica della Trieste all’alba del conflitto. Che appunto si era già annunciato con nuvoloni tempestosi all’orizzonte, con le notizie di «un’alleanza serbo-bulgara in funzione antirumena e antiaustriaca», ma soprattutto con l’accidentato percorso dell’indipendenza albanese, vissuta in presa diretta dai triestini, sia per i rapporti commerciali che Trieste aveva con l’Albania, sia perché la città era punto di passaggio, rifugio e luogo d’intrighi per il movimento nazionale albanese. Insomma i venti di guerra che già da tempo soffiavano sugli inquieti Balcani puntarono dritti alla sponda a Nord dell’Adriatico, e Trieste - come sarebbe anche accaduto in seguito e in tempi a noi vicini - intercettò come un’antenna sensibile le onde sismiche in arrivo.

Tanto più inquietanti, quei segnali, in quanto Trieste viveva allora uno «sviluppo impetuoso», come lo definisce Todero, soprattutto nell’ambito dei commerci e dell’attività cantieristica, mentre «anche il mondo finanziario (...) appariva complessivamente in buona salute, dopo che si era completato il percorso di integrazione del sistema bancario triestino in quello imperiale». Un’opulenza che sarebbe presto stata spezzata da baionette e cannoni. Ma la Trieste del 1914, come tutte le metropoli moderne, è una città a due volti. Accanto alle ricchezze del ceto borghese e mercantile ci sono «larghe sacche di emarginazione sociale e di disagio». Dietro piazza della Borsa, «cuore pulsante degli affari e degli scambi» ci si immerge negli angusti spazi della città vecchia, dove, notava il giornalista e scrittore Silvio Benco, «si insudicia la stessa luce del sole». Nel 1910, ricorda Todero, erano morti 1382 bambini al di sotto di un anno d’età, saliti a 1436 nel 1913. Una situazione rischiosa e complessa, cui l’amministrazione pubblica farà fronte nello sforzo di alleviare i disagi, e i ricreatori comunali, «vanto dell’amministrazione liberal-nazionale», svolgeranno in questo senso un ruolo fondamentale. È il prezzo da pagare per la crescita vertiginosa di Trieste, passata dai 176mila abitanti del 1900 ai 235mila del 1910. Un crescita dovuta anche ai fenomeni migratori, primo fra tutti quello dei “regnicoli”, in un tessuto sociale già quanto mai variegato, malvisti dai triestini perché «disposti ad accettare un trattamento economico e condizioni di lavoro peggiori rispetto a quelle dei lavoratori locali, ampliamente organizzati e sindacalizzati».

Ma quella triestina d’anteguerra è anche una realtà «in cui le tensioni nazionali si vanno acuendo», e il 1914 «fu in effetti un anno denso di scontri che degeneravano frequentemente nella violenza» tra spinte irredentiste, nascenti nazionalismi e rivendicazioni sociali. Ricchezza e povertà, fermenti politici e violenza nelle piazze, incertezze ma pure anelito al futuro e a una modernizzazione galoppante, come dimostrano gli spettacoli aviatori che richiamano all’aerodromo della conca di Zaule ben centomila spettatori. E poi la cultura, «con una vivace attività teatrale, spettacoli circensi messi in scena al Rossetti, sale cinematografiche, caffè e tabarin; e c’erano, naturalmente, l’opera lirica e il Teatro Verdi». Finché, a destabilizzare questa città vitale e ribollente arriva, il 28 giugno del 1914, mentre i triestini frequentano i bagni di mare in ossequio alla modernissima moda di quello che oggi chiameremmo fitness, la notizia dell’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono, l’arciduca Francesco Ferdinando.

È la storia che bussa prepotentemente alla porta di Trieste, che assisterà sgomenta al passaggio del corteo funebre con i feretri dell’arciduca e della moglie Sofia fino alla Stazione della ferrovia meridionale. È una lunga striscia luttuosa, che sembra segnare una cesura fra un prima e un dopo. «Di lì a un mese - osserva Todero -, da quelle stesse banchine, da quelle stesse stazioni sarebbero partiti migliaia di giovani per un viaggio che per molti sarebbe stato senza ritorno». Sarà un Natale triste, quello del 1914, il primo Natale di guerra, «pieno di ansia e nostalgia». Eppure le vetrine sono ancora piene di merci, sfavillanti e addobbate a festa, perché in quei primi cinque mesi del conflitto Trieste ha reagito positivamente e con forza: «Erano infatti stati affrontati i problemi più rilevanti quali i licenziamenti di massa, la disoccupazione, l’estrema povertà delle famiglie, l’indigenza di donne e bambini». In seguito, con l’entrata in guerra dell’Italia e l’approssimarsi del fronte e dei combattimenti, le cose sarebbero peggiorate, e di molto.





602 - Il Piccolo 19/12/13 Lubiana vuole una parte del “tesoro” di Tito
IL FANTOMATICO FORZIERE DEL MARESCIALLO

Lubiana vuole una parte del “tesoro” di Tito

 di Stefano Giantin

BELGRADO Oltre ad avere assunto i contorni confusi di una soap opera alla sudamericana, sta ora per trasformarsi in un grosso caso internazionale, possibile prossimo fronte di una feroce guerra diplomatico-giudiziaria tra parenti serpenti, il caso del “forziere di Tito”. Forziere, che nasconde anche ori, gioielli e denaro insieme a documenti del Maresciallo, custodito per più di trent’anni nelle segrete della Banca Nazionale Serba (Nbs) a Belgrado. Forziere su cui ora sembra voglia dire la propria pure la Slovenia. Lo ha svelato alla stampa di Belgrado l’avvocatessa Violeta Ko›i„-Mita›ek, legale di Zlatica Broz, nipote del defunto leader della Jugoslavia socialista e di Aleksandar “Miša” Broz, figlio di Tito e della partigiana Herta Haas e già alto papavero della diplomazia croata.

Avvocatessa che ha spiegato di essere stata informata che Lubiana, attraverso l’ambasciata slovena in Serbia, ha «presentato una richiesta ufficiale» al tribunale di Belgrado, competente in materia di spartizione tra i parenti dell’eredità di Tito, per sapere esattamente cosa contiene e «cosa è stato ritrovato nella cassaforte» che per più di trent’anni ha protetto i segreti di Tito. Slovenia che, dopo essersi rivolta in prima istanza alla presidenza serba, ha presentato poi domanda alla Corte, ha illustrato la legale, come uno dei Paesi «successori della Jugoslavia». Domanda che, ha suggerito l’avvocatessa, nasconderebbe il chiaro intento di Lubiana di spartirsi il ricco bottino scoperto nel cosiddetto “Depo 555” alla Nbs, riaperto in gran segreto in primavera dalla commissione presidenziale di Belgrado incaricata della faccenda.

Le petizioni slovene, come quelle simili annunciate in passato da Sarajevo, «non sono tuttavia ricevibili», come non lo sono quelle dell’avvocatura serba, ha spiegato un altro rappresentante legale dei tanti Broz. Unica eccezione “accettabile”, la partecipazione alla futura spartizione dell’ex famiglia reale serba, i Karadjordjevi„. Nel “Depo 555” sono stati infatti portati alla luce sì i reperti elencati sulla lista compilata alla morte di Tito, che includeva un paio di migliaia di monete d’oro, lingotti e contanti in valuta straniera. Ma una gran parte dei preziosi lì conservati, addirittura «il 99,9%», tra cui uova Fabergé, diamanti e medaglie di grande valore, sarebbero appartenuti prima ai Karadjordjevic, confiscati dopo il 1945, e potrebbero dunque essere legittimamente richiesti indietro dagli eredi dell’ultimo re jugoslavo. Altro che forziere di Tito, insomma. Così ha rivelato il mese scorso il presidente della commissione, Oliver Anti„, che ha specificato che nei forzieri sono state anche «trovate due o tre cose» in più rispetto a quanto elencato nella lista. E forse anche una misteriosa chiave che aprirebbe una ancora non scoperta cassaforte, potenziale colpo di scena per rinverdire i fasti della sempre più intricata telenovela.



603 -  East Journal 18/12/13 Allargamento UE: promossi Serbia e Montenegro, rimandate Albania e Macedonia
Allargamento UE: promossi Serbia e Montenegro, rimandate Albania e Macedonia

by Davide Denti  

Il Consiglio UE del 17 dicembre ha emanato le sue conclusioni sul processo d'allargamento UE per il 2013. Buone notizie per Serbia, Montenegro e Kosovo, cattive per Albania e Macedonia. Non pervenuta, come al solito, la Bosnia-Erzegovina.

La Serbia aprirà i negoziati d'adesione il 21 gennaio

Belgrado ha ottenuto una data per l'apertura della conferenza intergovernativa di negoziato d'adesione, a gennaio 2014. La decisione finale sulla data spetterà alla nuova presidenza greca del Consiglio UE, ma si tratterà con ogni probabilità del 21 gennaio 2014. Significativamente, la notizia è stata diffusa per prima dai ministri degli esteri degli altri stati dei Balcani già membri UE, lo sloveno Karl Erjavec, e la croata, Vesna Pusic. Una notizia "importante per l'intera regione", secondo il ministro degli esteri svedese Carl Bidlt.

Dopo lo storico accordo Dacic-Thaçi sulla normalizzazione delle relazioni con il Kosovo, e dopo i tentennamenti del Consiglio UE di giugno, la Serbia si avvia così nell'ultima parte del suo percorso di avvicinamento all'Unione Europea. I negoziati d'adesione dureranno alcuni anni e si apriranno con alcuni dei capitoli più controversi, come il capitolo 23 su Giustizia e diritti fondamentali. In ogni caso l'apertura dei negoziati conferma la prospettiva europea della Serbia e l'accelerazione impressa dall'amministrazione conservatrice Nikolic-Dacic alle relazioni con Bruxelles: l'apertura dei negoziati è "un obiettivo storico", atteso "da generazioni e da molti governi", secondo il primo ministro Dacic. L'UE continuerà a verificare la messa in atto degli accordi sulla normalizzazione delle relazioni con il Kosovo.

Il Montenegro apre cinque nuovi capitoli dei negoziati d'adesione

Buone notizie anche per Podgorica. Il Consiglio UE ha apprezzato gli sforzi del piccolo stato adriatico nell'ultimo anno e ha dato l'ok all'apertura di 5 nuovi capitoli negoziali, come ratificato dalla conferenza UE-Montenegro del 18 dicembre. Con l'apertura dei capitoli 5 (appalti pubblici), 6 (diritto societario), 20 (impresa e politica industriale), ma soprattutto 23 (magistratura e diritti fondamentali) e 24 (giustizia, libertà e sicurezza) i negoziati tra UE e Montenegro entrano nel vivo. Questi cinque capitoli si aggiungono ai due aperti in giugno, il 25 (scienza e ricerca) e il 26 (educazione e cultura), considerati capitoli "facili". Al contrario, i capitoli 23 e 24 sono tra quelli indicati in rosso nello screening della Commissione europea sulla legislazione montenegrina. Il governo di Podgorica dovrà impegnarsi in profonde riforme per portarli in linea con gli standard europei nei prossimi anni.

Il Kosovo prosegue i negoziati per un accordo d'associazione

Pristina ha avviato durante il 2013 i negoziati per un accordo d'associazione all'UE, il primo passo per la prospettiva europea del più giovane paese dei Balcani. Con l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona nell'UE, peraltro, l'accordo d'associazione sarà firmato direttamente tra UE e Kosovo, non richiedendo quindi l'assenso dei cinque paesi membri UE che ancora non riconoscono l'indipendenza di Pristina dalla Serbia. Secondo la Commissione europea, i negoziati d'associazione dovrebbero concludersi già entro fine 2014; l'accordo è propedeutico alla tanto attesa liberalizzazione dei visti.

Nel frattempo, il viceministro degli esteri del Kosovo Petrit Selimi ha annunciato che il Kosovo estenderà il regime di assenza di visti con la Bosnia fino a metà gennaio. "Dopodichè, saranno prese misure di reciprocità con l'introduzione dei visti". Secondo Selimi, "migliaia di studenti e uomini d'affari sono stati sbattuti fuori dalla Bosnia dal 2008 a causa del mancato riconoscimento dei nostri documenti." La Bosnia è uno tra i paesi europei che non riconoscono l'indipendenza del Kosovo, anche a causa del parere negativo espresso costantemente dalla Republika Srpska, l'entità a maggioranza serba della Bosnia. Selimi si è lamentato che la Bosnia sia il paese d'Europa col regime di visti più difficile per i cittadini kosovari: "non ho mai ricevuto un visto per più di 48 ore".

L'Albania perde un giro: lo status di paese candidato è rimandato al giugno 2014

Così come era stato per Belgrado a giugno, questa volta è Tirana che perde un giro nel percorso d'integrazione. Nonostante la valutazione positiva di Commissione e Parlamento europeo, il paese delle aquile non è riuscito a convincere diversi stati membri (in primis l'Olanda, ma anche Germania, Francia, Gran Bretagna e Danimarca, complici anche le paure dell'immigrazione), e il Consiglio UE non ha ratificato la concessione all'Albania dello status di paese candidato.

Non è servita a tal fine la lettera di sostegno a Tirana firmata invece dai capi delle diplomazie di altri paesi membri, tra cui  Italia, Austria, Ungheria, Bulgaria, Croazia, Slovenia, Estonia, Lituania e Irlanda. Il Commissario UE all'allargamento Štefan Füle si è dovuto limitare a dichiarare che il Consiglio ha riconosciuto i progressi dell'Albania e che “un’indicazione chiara che una decisione sarà presa nel primo semestre 2014.″ Se ne riparla a giugno, insomma. I negoziati d'adesione con Tirana, se tutto va bene, dovrebbero iniziare quindi tra fine 2014 e inizio 2015. Il neo-premier albanese Edi Rama aveva recentemente dichiarato di voler portare il paese nell'UE entro dieci anni.

Nessun progresso per Macedonia e Bosnia-Erzegovina

Non ci sono novità per quanto riguarda Skopje, che da anni è bloccata nel suo percorso d'integrazione dalla disputa sul nome con la Grecia. Nonostante proseguano i negoziati con la questione, la debolezza politica della Grecia dovuta all'eurocrisi non fa presagire alcuna novità nel breve termine. La Macedonia è candidata all'adesione all'UE dal 2005 ma, nonostante i continui pareri positivi di Commissione e Parlamento, il Consiglio UE si è sempre rifiutato di aprire i negoziati per via del veto greco, sostenuto anche da Cipro e Bulgaria.  

Anche la Bosnia-Erzegovina resta bloccata nel suo percorso d'integrazione europea. In questo caso, la pietra d'inciampo è costituita dalla sentenza CEDU nel caso Sejdic-Finci del 2009, che richiede a Sarajevo di modificare la sua Costituzione (allegato 4 del trattato di pace di Dayton) per permettere ai membri delle minoranze di candidati al Senato e alla presidenza della Repubblica. Nonostante si sia aperto un dibattito sulla questione, l'UE continua a considerare tale riforma come una precondizione per una candidatura della Bosnia all'UE. Settimana scorsa Sarajevo ha anche perso l'accesso a metà dei fondi europei di preadesione (45 milioni di euro) per via della mancanza d'accordo tra il governo statale e le due entità del paese su un meccanismo di coordinamento per le relazioni con l'UE. A rischio sono 560 milioni di euro nei prossimi 7 anni. Per le stesse ragioni la Bosnia rischia di restare fuori dal programma Erasmus.




Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it