La Gazeta Istriana  a cura di Stefano Bombardieri, M.Rita Cosliani e Eufemia G.Budicin


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Dicembre  2013 – Num. 41


65 -  Tellus Folio.it 11/12/13 Fulvio Tomizza. “Materada” (1960) - Trilogia istriana (Marisa Cecchetti)
66 – L’ Arena di Pola 13/11/13 Presentazione del libro "Il cimitero civico di Monte Ghiro a Pola (1846-1947)
67 – Anvgd.it 22/03/13 -  2013, l'anno di Padre Flaminio Rocchi (4)
68 –  Mailing List Histria Notizie 25/12/13 La passione di Nino Cossiani per le lingue (Claudio Antonelli)
69 - Il Piccolo 14/12/13 Nel 1915 l'Italia chiamò alla Grande Guerra una città mai stata sua (Claudio Ernè)
70 - Osservatorio Balcani 19/11/13 Il Montenegro di Njegoš (Božidar Stanišić)
71 – La Voce del Popolo 23/10/13 Cultura - Venezia - Canaletto come 270 anni fa torna dove creò il suo capolavoro - Esperienza esclusiva (Ilaria Rocchi)
72 -  East Journal 01/12/13  Armenia: La vita e la morte ai piedi dell’ Ararat, la montagna del mistero (Luca Vasconi)



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65 -  Tellus Folio.it 11/12/13 Fulvio Tomizza. “Materada” (1960) - Trilogia istriana

Fulvio Tomizza. “Materada” (1960)
La trilogia istriana

a cura di Marisa Cecchetti
 
Fulvio Tomizza

Materada

Bompiani, 2000 2ª ed., pp. 186, € 7,50

 
Divenuto ormai un classico della letteratura di frontiera, Materada (1960) è il primo romanzo della trilogia istriana di Fulvio Tomizza. Seguono, nel 1963, La ragazza di Petrovia e nel 1966 Il bosco di acacie. Nato nel 1935 a Materada, nel comune di Umago, dopo il memorandum di Londra nel ’54, che assegnava la sua zona, la zona B, alla Yugoslavia, davanti alla scelta tra Italia e Yugoslavia, Tomizza scelse l’Italia e si trasferì a Trieste.

L’abbandono delle terre istriane era iniziato fin da quando i partigiani yugoslavi nel ’45 avevano marciato sull’Istria diffondendo paura, in un clima di tensione, di vendette sommarie, di terrore delle foibe.

Materada scolpisce a tinte forti la figura di Barba Zio, padrone di terre che fa lavorare ai nipoti ed alle loro famiglie, trattati alla stregua di servi. Vero è che ha intestato a loro un podere, quello dei Chersi, che lui ha ottenuto a prezzo di fallimento, ma con la riforma agraria quella terra viene data ai coloni. I nipoti stringono un pugno di mosche.

Il vecchio è molto malato e sembra volersene andare da un momento all’altro, per questo i nipoti vorrebbero sapere se ha fatto testamento, se è stato deciso qualcosa a loro vantaggio, soprattutto perché il vecchio zio ha un figlio in città a cui non è mai interessato il lavoro dei campi, ma non disinteressato ai soldi ed alla proprietà.

Il vecchio però sembra immortale e non vuol saperne di lasciare la terra ai nipoti che ci hanno speso le loro giornate e le loro fatiche, allora comincia una guerra logorante in famiglia, perché chi ha lavorato pretende il suo e chi possiede non molla. L’esasperazione porta i giovani nuclei familiari a prendere decisioni impensate e poi ad abbandonare le terre che hanno curato ed amato.

La lotta scende dentro le persone, divise tra l’accettazione del nuovo regime e l’abbandono del loro tetto, delle loro radici e di un passato che è la loro vita. In paese aumenta il numero delle partenze. Con la speranza di assicurare un futuro migliore ai figli, le famiglie se ne vanno con le loro masserizie su un camion, fino oltre confine. C’è atmosfera di smobilitazione, gli incontri nei luoghi pubblici si caricano già di rimpianto: «Ecco che tutti partivano. Alla sera si parlava con un amico all’osteria -non si parlava d’altro a quel tempo- e lui che diceva sempre “morire sì ma a casa mia” già lo trovavi cambiato, già un po’ in forse anche lui, e la mattina dopo sapevi che era andato a Umago a presentare la domanda di opzione».

Se ne vanno con la certezza che famiglie slave già adocchiano le loro case, che useranno le cose che sono loro appartenute. La perdita della propria terra, della casa, degli oggetti stessi, lo sradicamento da un contesto noto e familiare, è l’inizio di una spersonalizzazione, di una perdita di identità, di una lacerazione che sarò difficile rimarginare.

Tomizza vive il dramma dell’esule sulla sua pelle, per questo Materada, come tutta la trilogia istriana, è un crescendo di struggente nostalgia, un canto d’addio. Ma alla gente di Materada rimane la dignità anche nella tragedia, così si trovano tutti insieme a cantar messa, anche se ormai il prete non c’è più, e vanno in processione a salutare i loro morti nel cimitero che rimarrà abbandonato.

Chi passava all’Italia era accolto nei campi profughi e di lì cominciava lentamente a riorganizzare le propria vita, non immune da giudizi critici di tanta gente, che in un periodo così difficile come il secondo dopoguerra mal tollerava le attenzioni concesse ai profughi. Atteggiamento di rifiuto mai sopito, con sfumature che cambiano nel tempo, fondamentalmente contenente la paura nei confronti dell’altro e di ciò che l’altro può sottrarci, a danno del nostro lavoro, della nostra casa, dei nostri stessi diritti, con chiusura totale alla possibilità di crescita dovuta al contatto ed alla conoscenza.






66 – L’ Arena di Pola 13/11/13 Presentazione del libro "Il cimitero civico di Monte Ghiro a Pola (1846-1947)

Presentazione del libro "Il cimitero civico di Monte Ghiro a Pola (1846-1947)
Quelle tombe parlano italiano

E’ stato presentato alla Comunità degli Italiani di Pola venerdì 25 ottobre il volume del giovane storico connazionale Raul Marsetič  “Il cimitero civico di Monte Ghiro a Pola (1846-1947)”, edito dal Centro di Ricerche Storiche grazie al patrocinio dell’Unione Italiana di Fiume e dell’Università Popolare di Trieste. Una monumentale opera di ben 948 pagine riguardante 1.500 tombe, che fa parte della “Collana degli Atti” n. 35. La sala era gremita. La presidente dell’Assemblea della CI Tamara Brussich ha dato la parola per i saluti ai rappresentanti delle istituzioni presenti, tra cui il sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio Tullio Canevari, che ha ricordato quanta parte abbia Monte Ghiro nel cuore degli esuli. Dopo l’introduzione del prof. Rino Cigui, il prof. Giovanni Radossi, direttore del CRSR, ha pronunciato l’allocuzione ufficiale:
La storia, si sa, è analisi dei grandi problemi, ricerca dei nessi che condizionano le vicende umane, scandite dal conflitto eterno al di fuori e al di sopra di ogni specifico momento storico, che è di ogni uomo e di ogni collettività, fra libertà e necessità. Essa è un mondo di valori per cui i ricercatori del nostro Centro si sono trovati a lungo dibattuti tra politica e sopravvivenza individuale e collettiva, ma risoluti nella rivendicazione della funzione civile della storia, perché da sempre convinti che essa costituisce, insieme con l’eredità delle nostre tradizioni, la base delle nostre opinioni morali e politiche, delle nostre “ideologie”, dei nostri miti, della nostra concezione del mondo.
La storiografia che non sia semplice accertamento dei fatti è figlia del proprio tempo, ed è battaglia di idee e di ideali. La nostra preoccupazione massima e costante è stata quella di individuare il legame che esiste tra storia del passato e contemporaneità, legame oltremodo specifico del nostro mondo minoritario, da quando si è voluto artatamente che minoritario fosse, più di sessant’anni fa, in barba alla nostra reale e patente onnipresenza sul territorio del nostro insediamento.

La comunità italiana dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, risulta tuttora ben radicata nel tessuto sociale; ciò deriva in primo luogo dal carattere autoctono della sua presenza, dalle origini remote di tale autoctonia da ricercarsi in epoche storiche che hanno segnato l’area adriatica orientale molto tempo prima della comparsa del concetto di nazione. In altre parole, nel definire lo specifico nazionale della nostra etnia, dovuto a peculiari requisiti ambientali e storici, all’accumularsi generazionale di un retaggio culturale-linguistico e di tradizioni e costumi particolari, è impossibile ignorare o sottovalutare il riferimento ad esperienze e cognizioni precedenti quali quelle della temperie culturale giuliano-veneta, che hanno lasciato un’impronta indelebile sulla nostra fisionomia.

La forte curiosità di ricerca ci ha spinto a tentare di cogliere, di intuire le ragioni o le pulsioni che sono state alle origini di determinati comportamenti fuori, ma soprattutto dentro il nostro piccolo universo. E abbiamo così colto il richiamo ai “luoghi”, alle “culture”, alle strutture, alle ideologie che tanto duramente hanno colpito il nostro essere minoritario. La ricerca storico-sociologica, poi, ci ha reso possibile scendere, penetrare nelle pieghe più remote dell’animo dei “protagonisti”, e vederne gli aspetti sufficienti ma anche gli impulsi meno nobili, le loro incoerenze: sempre per cercare di capire, mai con lo spirito del censore. In effetti, lo studio del passato unito all’interpretazione del presente ci ha immerso nella totalità della nostra vita sociale, morale ed intellettuale per permetterci di caratterizzarla e di esserne caratterizzati, poiché è stata ed è ancor sempre nostra convinzione quella che la funzione civile e formativa della storia (in ispecie se riferita a gruppi nazionalmente minoritari) si esercita male se non si supera la stretta cerchia degli “addetti ai lavori”.

La memoria delle cose vive nella memoria degli uomini, per cui si perpetua il ricordo delle cose, dell’agire dei singoli e delle vicissitudini dei gruppi e riesce così possibile stenderne la storia, assicurando ai posteri le proprie radici culturali. Una comunità nazionale che vive in continuità territoriale con la propria matrice (com’è il caso degli Italiani istro-fiumani) è particolarmente interessata ad approfondire la propria storia sociale e quella antropologica in un contesto territoriale ed umano eterogeneo sul piano nazionale, specifico su quello economico, divergente sul piano culturale, poiché esistito per secoli in una tensione latente o palese, conformando la propria esistenza alle oscillazioni politiche locali ed al complesso intrico delle vicende internazionali.

Le laboriose genti dell’Istria hanno saputo conservare per oltre due millenni la propria individualità etnica, linguistica, culturale e religiosa, pur attraverso una varietà di esperienze e di atteggiamenti che l’hanno portata talvolta ad urti ed attriti coi popoli vicini in ogni campo della vita sociale, ma altre volte alla convergenza ed alla confluenza di interessi e tradizioni che hanno concorso alla formazione di una realtà civile duttile ed aperta. Ma poiché le quantità dialetticamente si trasformano in qualità, è comprensibile esprimere anche in questa occasione d’incontro le nostre legittime preoccupazioni acché la componente romanza del territorio, vistosamente ridotta in questi sei e più decenni, non soccomba ulteriormente ai deleteri effetti di una stravolgente assimilazione nazionale ed etnica.

Ci sono città e territori che rimangono sempre uguali per centinaia d’anni: si producono le stesse cose, si costruisce allo stesso modo, si interpreta il mondo seguendo gli stessi schemi. Le guerre e le carestie, i periodi favorevoli, la vita e la morte seguitano ad intercalare i loro cicli, quasi naturali, senza che il luogo si modifichi. Poi, d’improvviso, diventano centro di profonde trasformazioni e allora nulla si rigenera, ogni cosa muta: gli uomini, le istituzioni, le architetture, gli spazi, la lingua, le sepolture, gli orizzonti. Da un lato emergono le trasformazioni civili, amministrative e politiche; dall’altro vengono ridefiniti i processi necessari a regolare la trasformazione ed a stabilire il nuovo modo di crescere.

Nel lontano 1971, agli albori della nostra vicenda umana e professionale, i ricercatori del Centro (allora soltanto studenti universitari a Zara e Lubiana), furono impegnati – in condizioni di estremo disagio organizzativo ed anche politico – per alcuni anni nel corso delle vacanze estive nell’opera di rilevazione delle sepolture italiane in ben 80 cimiteri di tutta l’Istria, quale strumento per contrastare le allora già evidenti incongruenze dei censimenti della popolazione, onde disporre di nuovi rapporti numerici tra defunti e vivi connazionali. I risultati già allora apparvero eccellenti, anzi straordinari, anche se i tempi che correvano non ci permisero allora di usare appieno la documentazione prodotta, oggi prezioso quanto geloso lascito nell’Archivio del Centro.

Furono rilevate in quell’azione non soltanto le epigrafi italiane, ma anche croate e slovene di indubbia provenienza romanza, producendo un materiale che in massima parte attende ancora di vedere la luce e, soprattutto, di essere dettagliatamente studiato, compulsato con una serie di informazioni, di inesplorate statistiche che oggi sono a portata di mano degli studiosi, ma anche delle persone cui stanno a cuore le vicissitudini delle generazioni che hanno calcato nei secoli queste zolle di suolo natio e continuano testardamente a riprodursi ed a riproporsi su di esse. Quello che ci preme qui rilevare è il nostro impegno per la conservazione gelosa delle memorie del passato narrate da quelle iscrizioni cimiteriali che aiutano a comprendere inequivocabilmente lo svolgimento della storia, delle istituzioni, della lingua e delle usanze: irrinunciabili memorie che confermano e testimoniano la nostra avita nazionalità.

Queste poche e fugaci riflessioni sono sufficienti a svelare la grande complessità dei fenomeni legati alla definizione degli ambiti di esistenza, se non addirittura in taluni casi limite di sopravvivenza, della comunità nazionale italiana in genere, di questo experimentum historiae, al quale non si può rispondere interrogandosi unicamente sulla politica e sulla storiografia, e sugli strumenti interpretativi ad essi applicati. Gli ambiti istro-fiumani sono diventati, dopo il secondo conflitto mondiale, casi topici per le loro trasformazioni e le complesse contraddizioni in esse determinatesi; la coscienza che quest’area è stata originariamente luogo di arrivi e di partenze, luogo di incontro e di esilio per genti tra loro diverse e quindi luogo di profondo realismo, ha consolidato la consapevolezza che l’identità di ognuno di noi, anche in senso nazionale, si produce con un atto di volontà – una precisa opzione – e non con la sola consolazione della memoria.

Non mi resta, a questo punto, che esprimere plauso e gratitudine per questa ponderosa opera sul Cimitero di Monte Ghiro all’Autore Raul Marsetič, ricercatore del nostro Istituto che, coadiuvato dall’Ufficio di sovrintendenza del patrimonio storico-monumentale della Città di Pola, ha concorso alla stesura della Delibera cittadina onde sono divenute monumento talune tombe storiche, la maggior parte delle quali di famiglie italiane risalenti a fine Ottocento o inizi del secolo scorso; la Delibera ha infatti sancito che il cimitero civico, con il suo prezioso carico di storia, è parte della memoria collettiva, con le sue oltre 1000 tombe, delle quali 27 sono state classificate di grande valore storico, mentre altre 37 sono state ritenute di precipuo valore monumentale, architettonico, storico, culturale o legato all’importanza dei personaggi in esse sepolti.

Nel ringraziare infine gli Enti patrocinatori di questa iniziativa – l’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste – esprimo il mio sentito grazie a tutti coloro che hanno accolto con vivo entusiasmo l’idea di sostenerci e di farsi partecipi di questa significativa opera che costituisce il miglior contributo nel rendere modernamente più “leggibile” il libro aperto dei monumenti e delle epigrafi lapidee polesi, voci parlanti della nostra identità umana e nazionale. Alla Nazione Madre che per il tramite del Ministero agli Affari Esteri tanto, tantissimo ha fatto perché il Centro potesse progredire, crescere in qualità e produrre cultura e scienza per oltre quarant’anni, ai connazionali residenti e a quelli esodati che ci hanno seguito in questo difficile procedere con amore, spesso con trepidazione e sempre con partecipazione, la gratitudine dei dipendenti, dei ricercatori e degli oltre settanta collaboratori esterni. Alla Comunità degli Italiani di Pola, primo erede e custode di tanta e cotanta memoria, il grazie per la solerzia, l’amorevolezza e l’amicizia nell’accogliere questa cerimonia e la puntualità con la quale l’ha condotta. Grazie!

E’ quindi intervenuto l’autore Raul Marsetič:

Trascorsi ormai 8 anni dalla presentazione, in questa stessa sala, del mio libro sui bombardamenti di Pola, ho sempre continuato a indagare le vicende storiche che hanno coinvolto e caratterizzato la mia città durante l’Ottocento e la prima metà del Novecento. Numerosi sono i temi che ho trattato ma cruciale, per lo sforzo e tempo richiesto, risulta senza dubbio essere lo studio delle vicende legate alla nascita ed allo sviluppo del cimitero civico di Monte Ghiro, oggi ormai da tutti noi erroneamente chiamato Monte Giro.
A proposito, in pochi sanno che fino ai primi del Novecento veniva indicato come cimitero di San Giorgio, come anche l’omonimo Forte austriaco nelle immediate vicinanze, entrambi denominati così per l’ubicazione sul colle dei resti di una chiesetta dedicata al Santo. Proprio per cercare di creare un collegamento con l’antica denominazione, ho voluto riportare sulla copertina del libro la pregevole statua di San Giorgio presente sul monumento della famiglia Monai.

Il libro esamina una struttura urbana certamente particolare, piena di molteplici significati come luogo di commemorazione e identità cittadina. Voglio però far presente che non si tratta specificatamente di uno studio sulla morte e sul lutto. L’intenzione è stata sempre di discutere ed analizzare l’origine, lo sviluppo ed il patrimonio storico culturale del cimitero civico polese, attraverso l’investigazione delle fonti e del complesso contesto che ha portato a concepire e sviluppare questo luogo così specifico. Ho voluto presentare, attraverso l’inedito materiale d’archivio analizzato, le complesse circostanze cimiteriali di Pola comprese nel periodo dal 1846 al 1947. In effetti, ho tentato di creare un collegamento tra i molteplici aspetti che la questione delle sepolture, nella sua particolarità, innegabilmente comporta. Attraverso questa modalità di ricerca, ho esposto le condizioni che hanno determinato l’individualità urbana ed il raggiunto livello di cultura sepolcrale insieme ad una migliore comprensione dei processi sociali e di modernizzazione della città.

Monte Ghiro esprime la ricchezza culturale della popolazione, testimonia le vicende belliche e le tragedie cittadine, la composizione etnica e la stratificazione sociale, insieme ai legami vicini e lontani che permettono di riconoscere nella continuità di simboli o caratteri formali comuni i rapporti tra gruppi diversi all’interno di un panorama sociale comune. Attraverso le famiglie e le persone che vi riposano, raffigura un luogo privilegiato di ricordo e orgoglio cittadino, testimoniandone la cultura, la confessione religiosa e l’appartenenza linguistica. Deve essere inteso come il luogo della memoria per eccellenza dove è possibile ricostruire la storia e la società della città in un dato periodo e che quindi come tale può contribuire ad una migliore conoscenza della realtà polese del XIX e della prima metà del XX secolo. In effetti, raffigura la perfetta riproduzione dell’ordinamento socio-economico di Pola nell’arco temporale trattato. Nel corso degli anni, il nostro cimitero cittadino ha sviluppato una precisa e caratteristica forma architettonica ed una particolare identità che, anche se autonoma dalla città, ne rispecchia in pieno le vicissitudini ed i cambiamenti. All’interno del suo recinto si trovano sedimentate immense testimonianze di storia civica che riflettono pienamente la cittadinanza passata.

Lo studio svolto ha come principale finalità la tutela e la conservazione di un importante patrimonio culturale che, nonostante i numerosi passi in avanti fatti negli ultimi anni, va lentamente e inesorabilmente sparendo. Purtroppo, nonostante le lodevoli disposizioni di salvaguardia approvate, su proposta della commissione cittadina per la tutela di Monte Ghiro, dalla Città di Pola, che devo elogiare per la grande sensibilità dimostrata, il nostro patrimonio cimiteriale continua pietosamente a scomparire di giorno in giorno per i molti casi di indiscriminata violazione delle norme di protezione prescritte. Ho cercato in più occasioni di sensibilizzare chi di dovere ad intraprendere delle azioni concrete per fermare tale scempio ma purtroppo, senza voler entrare adesso in poco opportune polemiche, non ho ottenuto alcun risultato concreto.

Il presente volume è il prodotto di anni di intensa ricerca archivistica affiancata da lunghe e impegnative ricognizioni cimiteriali. Si è trattato di veri e propri studi di archeologia cimiteriale che mi hanno permesso di conoscere ogni viale, monumento e dettaglio presenti nella parte storica del cimitero e che, interpretati nella maniera voluta, hanno portato alla testimonianza che presentiamo stasera e che spero sinceramente risulti interessante.
A proposito di fatti curiosi, durante le mie indagini sul campo, munito di penna, quaderno e fotocamera, mi è successo più volte di essere scambiato per impiegato cimiteriale e fermato, per lo più da anziane vedove in cerca di qualche dritta per l’acquisto di una semplice tomba ma anche di un monumento d’epoca più importante. Non ho potuto poi non accorgermi degli sguardi di tanti che mi esaminavano con una certa curiosità, devo dire pienamente comprensibile, vedendomi girovagare per delle ore al cimitero con aria pensosa, dando forse l’impressione di uno con chissà quali idee strane per la mente. Posso liberamente affermare di essere riuscito a crearmi una certa fama abbastanza discutibile tra i visitatori più assidui del camposanto polese e quindi, da adesso in avanti, ho fermamente deciso di dedicarmi ad argomenti un attimino più sereni al fine di riabilitare, per quanto ormai possibile, la mia compromessa reputazione.

Senza poter soffermarmi, per motivi di tempo, a ringraziare le numerose persone con cui ho collaborato nelle ricerche, per i preziosi consigli e per l’aiuto fornitomi desidero esprimere riconoscenza in maniera particolare al dottor Antonio Pauletich, che mi ha fin da subito incoraggiato e sostenuto. Voglio ancora manifestare piena gratitudine al direttore Giovanni Radossi che è riuscito, devo dire con grande impegno, a ottenere i notevoli finanziamenti necessari per la stampa di un libro così ambizioso anche dal punto di vista estetico. A mia moglie Nensi devo poi giustamente un ringraziamento speciale per la comprensione e l’infinita pazienza.
Desidero ancora esprimere la mia intenzione, attraverso questo volume, di sfruttare l’indagine cimiteriale trasformandola in uno strumento per togliere dal completo oblio, magari anche per pochi momenti durante una lettura veloce, le esistenze di migliaia di polesi. Ognuno di loro ha infatti contribuito a proprio modo a determinare le peculiarità di Pola. In base alle informazioni disponibili per ogni persona nominata, spesso riporto dati interessanti e poco noti (documentando anche mestieri insoliti come impresari di pompe funebri, proprietari di case tolleranza, circensi, mendicanti, ecc.), mentre per molte personalità più note sono riuscito a ricostruire delle dettagliate biografie.

Nel suo complesso, Monte Ghiro rappresenta il primo moderno impianto cimiteriale di Pola, con ben 167 anni di ininterrotta attività. Costituisce uno tra i principali monumenti cittadini che conserva ancora oggi una parte insostituibile della memoria civica che con questo libro ho umilmente voluto, e spero sinceramente saputo, descrivere come merita.
Infine, invito tutti i presenti a visitare con curiosità e rispetto il nostro cimitero, cercando di evitare, per usare un eufemismo, soggiorni più definitivi, per i quali c’è ovviamente sempre tempo.

«La presentazione del volume – osserva Tullio Canevari – è stato un momento importante nel nuovo clima, nel quale la presenza della componente italiana della città e della sua cultura assumono un peso e un significato sempre maggiori. Il coro “Lino Mariani” ha contribuito con motivi popolari, come Al patinagio e Son nato drio la Rena, a riportarci ai tempi felici di quando Pola era la nostra Pola e con il Va, pensiero a riaffermare la legittimità del nostro rimpianto per una patria perduta. Il momento conviviale conclusivo è stato l’occasione per rinsaldare amicizie e iniziarne di nuove, come quella con chi, ho scoperto, aveva abitato a Brioni negli anni in cui c’ero anch’io o un’altra con chi, sentendo il mio rammarico per non avere contatti, anche solo umani, con i vertici dell’amministrazione polese, mi ha promesso che cercherà, forte degli incarichi ricoperti a suo tempo, di adoperarsi in tal senso».
















67 – Anvgd.it 22/03/13 2013, l'anno di Padre Flaminio Rocchi (4)

2013, l'anno di Padre Flaminio Rocchi (4)

Continuiamo il ricordo di Padre Flaminio Rocchi, nel centenario della nascita e decennale della morte, con questo quarto appuntamento tratto dal libro biografico "Padre Flaminio Rocchi: l'uomo, il francescano, l'esule", edito dalla ANVGD. Dalla fine della guerra al sacerdozio, dal ritorno a Neresine alla splendida ricostruzione di Gabriella Fiorentin.

 
Al termine degli eventi bellici Padre Flaminio cerca di rimettere insieme i tanti pezzi della sua famiglia, dispersa con l’Esodo. Ma qualcuno manca all’appello.

«La famiglia di mia sorella Nives, cinque persone, perseguitata, trattenuta abusivamente dagli slavi nell’isola di Lussino, ha raggiunto la libertà appena nel 1960. E’ stata ricoverata a Trieste nella Risiera di S. Sabba, che poi è stata dichiarata monumento nazionale perché i tedeschi nel 1944 l’avevano trasformata in un lager con forno crematorio. E’ stata usata come campo profughi. Lo stesso direttore, un ottimo funzionario del Ministero dell’Interno, si è vergognato di accompagnarmi a visitare mia sorella: una cella con una porta piccola e chiavardata, con un oblò e sulle pareti interne ancora graffiati nomi, croci e stelle di David.»


Negli anni ’60 è nel pieno delle sue attività assistenziali. Ma non dimentica mai la sua vocazione sacerdotale francescana. Per il suo 25° di sacerdozio, celebrato al Santuario di Loreto a un anno dalla morte di suo padre Rocco, compone questa preghiera.

LODATO
sii mio Signore per il saio di San Francesco
che hai posto sulle mie spalle.

LODATO
sii nel festoso ricordo di coloro che venticinque anni fa
mi hanno accompagnato al Tuo altare a Neresine
e che oggi il vento del male
ha dispersi per tutti i mari e per tutti i lidi.


LODATO
sii nel sacrificio dei soldati d’Italia che io ho deposto
sotto i fiori del campo nell’azzurro del Tuo mare.

LODATO
sii nell’esodo dei profughi adriatici
che sulla scia tracciata dalla Tua Santa Casa
da Tersatto a Loreto hanno salvata la fede e la libertà.

LODATO
sii nella gioia della mia vecchia madre
e nel riposo eterno di mio padre
che ha deposto le sue stanche ossa di profugo.

LODATO
sii mio Signore nelle mie ultime speranze:
carità per gli esuli, santità per il mio Sacerdozio
ed infine un piccolo angolo del Tuo grande Paradiso.


Neresine (Pola) 1. agosto 1937
Loreto (Ancona) 15 agosto 1962

Dopo decenni di assenza dalla sua Neresine, Padre Flaminio vi ritorna per la prima volta nel 1975. Ma questo evento che doveva essere di gioia, si trasforma ben presto in un piccolo caso internazionale.

«Un poeta esule diceva che le sue lacrime non erano di pianto perché nessuno le comprendeva. Io vivo a Roma da oltre quarant’anni, ma la mia cattedrale non è la monumentale basilica di San Pietro. E’ la modesta pieve del mio paese, dal quale la polizia mi ha cacciato nel 1975. Sono venuti da Fiume cinque giudici e m’hanno cacciato perché aiutavo i profughi che alla “democratica Jugoslava avevano preferito l’Italia imperialista”. Ho accettato la condanna come un elogio. Prima di andarmene, nel pomeriggio, ho visitato la chiesa, vuota. E’ la poesia francescana del mio conventino povero di Neresine, posato su una scogliera bianca e luminosa.

Mi sono affacciato sul cortile della casa dove sono nato e dove sono vissuto felicemente, ma dall’alto della scala d’ingresso della casa la voce del nuovo inquilino ha gridato: “aide!” (vattene!). Cosi prima di mezzanotte ho abbandonato con un traghetto croato le acque territoriali jugoslave. Mi è dispiaciuto anche perché sono l’unico sacerdote vivente, nato a Neresine. Ma il Vangelo ha detto duemila anni fa: “nessuno è profeta a casa sua”. Non voglio disturbare nessuno anche se il richiamo delle proprie radici è forte e doloroso.»

Il richiamo della natia Neresine continua a essere fortissimo. In occasione dei cinquant’anni di sacerdozio torna per la seconda volta nella sua terra. L’incontro, questa volta libero da condizionamenti e imposizioni ideologiche, è sentimentalmente indescrivibile.

«Nel 1987 sono ritornato a Neresine per vedere il Convento dove è nata la mia vocazione francescana, per baciare l’altare sul quale cinquanta anni prima avevo celebrato la prima Messa. Su un vecchio harmonium ho suonato la Messa “Te Deum laudamus” di Perosi, che 50 anni prima era stata cantata per la mia prima Messa. Poi ho passato un’ora, sempre da solo, nel Cimitero. Ho sorriso e ho parlato con le fotografie di parenti e di amici che tanti anni prima avevano assistito a quella Messa. E’ stata una conversazione spirituale, serena e allegra.»

Graziella Fiorentin è un’apprezzata scrittrice della nostra terra, che ha sempre saputo fotografare con la parola i drammi, le gioie e le esperienze di quel periodo buio della nostra storia. Padre Flaminio le racconta la sua esperienza del ritorno a Neresine. Lei ne trae un piccolo straordinario capolavoro di narrativa che arriva davvero al cuore di chiunque ha vissuto l’esperienza del ritorno nel proprio paese natale; ve lo propongo integralmente.

«Cinquant’anni! Esattamente cinquant’anni prima era stato ordinato sacerdote e aveva celebrato la sua prima Messa là, nella sua isola, nel suo piccolo paese in riva al mare, nella stessa minuscola pieve dove era stato battezzato. Era stato un giorno di festa quello! Lui era trepidante e felice, contornato dalla folla festosa dei suoi compaesani, dei parenti, degli amici... Erano passati cinquant’anni e da quasi altrettanti aveva dovuto lasciare il suo amato paese per diventare uno degli oltre 300.000 esuli italiani che avevano dovuto fuggire, pena la vita, dalle loro terre italiane dell’Istria e della Dalmazia o avevano spontaneamente scelto l’esilio per non tradire la propria nazionalità, la propria fede, le tradizioni e la cultura dei padri.

Esiliato in patria, ma lontano, precluso per sempre al suo paese, alla sua casa, a quelli che erano rimasti: vecchi che nulla desideravano fuorché morire nella propria casa, contadini che nulla avrebbero avuto se gli veniva tolto il loro magro pezzo di terra. In quei lunghi anni molto aveva scritto di Storia, sempre aveva cercato di aiutare i fratelli di sventura.

Aveva tentato di riunire le famiglie, spesso divise, disorientate e confuse, sparse per tutta l’Italia e quelle -molte- emigrate all’estero. Aveva portato alle autorità la voce dei derelitti, abbandonati a sé stessi, chiusi nei campi profughi, senza lavoro, senza soldi, senza futuro. Aveva fondato un foglio, un giornale attraverso cui chiamare, parlare, chiedere, raccontare, consolare quella grande famiglia dispersa. Perciò era particolarmente inviso ai nuovi padroni della loro terra. Chi non accetta la verità e non ha amore per il prossimo non può che odiare. Ora, finalmente poteva tornare per una brevissima visita, come un turista frettoloso...

“Perché voleva tornare? Perché voleva festeggiare là il 50° di sacerdozio? Ne, ne... no! Non se ne parlava nemmeno... Cerimonie?! Festeggiamenti?! Per uno che aveva preferito la “fascista” Italia alla democratica Iugoslavia!! Nemmeno per idea... A uno che aiutava i “fascisti”?! Neanche per sogno! Breve visita, quasi in incognito, e ringraziasse la bontà dei democratici iugoslavi...”

Aveva sorriso... Straniero nel suo paese e indesiderato... Niente Sante Messe commemorative, niente feste... niente di niente... Era arrivato in sordina e l’unica cosa permessa era guardare, saziare gli occhi dei colori della sua isola, riempirsi i polmoni dei profumi intensi della terra e delle erbe odorose che nascevano spontanee fra le rocce e rievocare nella mente la sua vita, così com’era stata fino al giorno tragico dell’esodo.

Ora abitava in una smisurata città e il mare era pure abbastanza vicino, ma non era il mare della sua isola... Lo infastidivano un po’ quelle case, stivate come sardine, in fila vicino alla spiaggia. E anche l’arenile gli era estraneo, così ampio, sabbioso, senza rocce né alberi. Il mare smoriva sulla riva tingendosi di giallo e non gli ricordava per niente il mare turchese, limpido e pulito della sua isola.

Ora, appena montato sul traghetto, si era abbarbicato a prua e non si stancava di guardare quel blu cobalto orlato, ai due lati della prua, di un merletto candido, spumeggiante che si stemperava in screziature di topazio dov’era sfiorato dal sole. Respirava con voluttà l’aria frizzante, odorosa di salmastro e si lasciava accarezzare i capelli brizzolati dal venticello fresco di libeccio mentre guardava avvicinarsi la costa alta, rocciosa dell’isola, coperta, a tratti, dai pini che crescevano lungo il pendio scosceso quasi fino all’acqua.

Dopo lo sbarco, risalito nella corriera, si era seduto davanti, nei primi posti, per poter spaziare con lo sguardo il più lontano possibile, oltre la strada che correva lungo il crinale, oltre i muretti a secco, fino alle bianche pietraie che cadevano, da entrambi i lati, quasi a picco verso il mare. E il mare sembrava anche più azzurro nel contrasto con le rocce abbaglianti, coperte qua e là dal tappeto verde tenero della salvia e dalle macchie gialle dell’elicriso.

Aveva anche abbassato per un attimo il finestrino per assaporare quegli odori intensi ed antichi. Avevano incrociato, quasi al culmine dell’isola, in prossimità delle pinete, una nube di farfalle. Volavano alla cieca, ebbre di sole, con le ali azzurre sfavillanti. Avevano invaso anche la carreggiata e la corriera passava in un tunnel turchino. Era una spettacolo unico, affascinante, quasi magico. Era come se il cielo si fosse spezzettato in minutissimi coriandoli luminosi per ricoprire la terra, così numerosi che la strada fu ben presto dissimulata da un tappeto cilestrino di ali spezzate.


“Sic transit gloria mundi!”, pensò il sacerdote con un senso di pena. Osservava le nuvole, leggere come spuma, passare nel cielo e seguiva il volo lento e solenne dei grifoni che si innalzavano e planavano lasciandosi trasportare dal vento.


“Non è cambiato nulla, per fortuna” - mormorò tra sé - “passano gli anni, i secoli, gli uomini si distruggono, si ammazzano, la natura riesce a mantenersi ancora intatta”.

- Viene in gita sull’isola? La conosce? - Lo scosse la voce incuriosita di una donna.

Rimase un po’ sconcertato: che cosa poteva dire e che cosa non doveva dire? La verità, ecco, avrebbe detto la verità...

- Se conosco questi posti?! - Sorrise divertito. - E’ casa mia, ci sono nato e vissuto fino a cinquant’anni fa.

La donna lo guardò più attentamente ora, con curiosità più marcata. Era anziana e scrutava il suo viso cercando un ricordo.

- C’è un convento di francescani infatti qua ... Ci abitava, là?


- Sì, anche, ma io sono nato a... ecco, eccolo il mio paese ! - si interruppe additando davanti a sé.

L’isola era finita bruscamente sul ponte che la univa alla sponda dell’altra isola, Lussino, separate soltanto da uno stretto canale dove il mare ad occidente si mescolava con quello ad oriente.

- Vede, quello è il campanile del mio paese! - e intanto indicava la punta aguzza che spuntava fra gli alberi e poi le case distese sul pendio degradante verso il mare.


- Ah, ma allora ho capito... lei è...

Ma il frate non l’ascoltava più. Con una stretta al cuore faticava a trattenere lacrime importune che tentavano di bagnargli le ciglia. Dopo tanti anni... Istintivamente balenarono nella sua mente le parole dolci e nostalgiche del coro del Nabucco. “O mia patria sì bella e perduta...”

La corriera si fermò. Il sacerdote salutò la donna e scese. Si guardò intorno con un sospiro e si avviò lungo la strada che portava alla casa dei suoi parenti. Lo stavano aspettando e fu un coro di saluti, abbracci e lacrime.

Pochi giorni! Troppo pochi giorni per rivivere una vita, per calarsi nuovamente nella realtà del suo paese. Ed era già il giorno dell’anniversario. Il vecchio frate camminava assorto e i suoi sandali aperti sui piedi nudi, da francescano, battevano lenti sulle antiche pietre. Era un primo pomeriggio assolato e sonnolento. Le strade erano vuote e le persiane accostate lasciavano traspirare il lento respiro dei paesani abbandonati al sonnellino pomeridiano.

Quasi inconsciamente arrivò davanti alla chiesa. Provò con il palmo della mano: il portone era aperto. Entrò. La chiesa era deserta, il silenzio profondo, quasi sonoro. Timidamente si avvicinò alla sacrestia che aveva la porta spalancata. Non c’era nessuno. Entrò ed ecco lì, in ordine e piegati con cura i candidi camici. Ecco i paramenti sacri appesi alle grucce. C’era anche una vecchia pianeta, chissà! forse la stessa che quel giorno, 50 anni prima, lui aveva indossata per la prima Messa.

Accarezzò dolcemente, con nostalgia, il serico disegno dorato, sfiorò con le labbra la croce ricamata: profumava d’incenso e di tempi passati. Alfa e Omega era scritto. Inizio e fine. Entrambi vicino alla Croce... Girò lo sguardo intorno alla ricerca di cose note e mai dimenticate. Si affacciò alla porticina che dava sull’altar maggiore. Ancora di fianco ad essa pendeva la campanella di inizio messa. Sorrise: quand’era ragazzino era compito suo suonarla e lo faceva con tanto impegno che il parroco brontolava:

- Così la stacchi, Padre Santo! Se lo fai ancora ti tolgo l’incombenza e la passo ad un altro...

Ma lui, pieno di entusiasmo, continuava a scampanellare e l’incarico continuava ad essere suo. Si avvicinò anche ora e tirò piano la cordicella: il suono argentino si sparse lungo la navate sfiorando gli antichi banchi consunti e tarlati.

Accarezzò con tenerezza la porticina del tabernacolo, mormorando teneramente: “Sono qua, mio Gesù, con te come allora, come sempre”. Fece il giro degli altari parlando sottovoce con le antiche statue della Sacra Famiglia, dell’Addolorata, di S. Antonio. Quante parole note, quante preghiere consuete e dolci da ripetere...

Sull’orchestra si sedette davanti all’armonium, sfiorò i tasti ingialliti. Sul bordo, quasi preparato per lui, era posato uno spartito sdrucito. Lo aprì facendo crocchiare le pagine indurite: era proprio la Messa del Perosi, quella che il coro aveva cantato per lui 50 anni prima. Seguì con gli occhi le note nere sul foglio avorio e cominciò a suonare. Le note si alzavano limpide e solenni e salivano, oltrepassavano le vetrate e il soffitto, diritte verso il cielo.


Vagò con lo sguardo lungo la navata sognando le voci contadine di allora e quelle argentine dei bimbi avvolte dalle volute dell’incenso e ogni voce aveva un volto, un nome, mai dimenticato. E tutto era come allora: il tempo, la guerra, il dolore, la morte non avevano cancellato l’entusiasmo, la gioia traboccante del suo cuore. Ancora valide erano le promesse di essere un buon sacerdote, di aiutare il prossimo, di portare il vangelo nel mondo e viverlo ogni giorno della sua vita.

All’improvviso senti cigolare il portone d’entrata della chiesa. Una lama di sole entrò delineando una figura. Il portone si richiuse con un tonfo lasciando nell’ombra la persona ferma in fondo alla navata. Il frate staccò le mani dalla tastiera. Le voci e i volti rientrarono nel nulla, l’ultima nota si perse nel silenzio come un punto di domanda senza risposta. Si alzò in fretta e scivolò lungo il muro confondendosi con le ombre e uscì in silenzio dalla porta laterale svanendo nel nulla quasi come le voci e i volti di quei fantasmi che poc’anzi aveva evocato.

C’era ancora silenzio e solitudine sul sagrato e sulla via. Ancora il sole brillava dorato e scintillante nel suo lento cammino verso occidente. C’era ancora una strada, quella strada che il frate sentiva di dover imboccare e che portava alla dimora di quelli che ora non c’erano più. Come su quasi ogni isola il cimitero era a due passi dal mare. Chi è nato al mare, chi ha vissuto sul mare, chi ha corso il mare, chi ha respirato il mare, chi ha succhiato la sua salsedine come il latte della madre, chi ha il mare nella mente e nel sangue e la sua voce negli orecchi, non può dormire il suo sonno eterno lontano da lui. Isole e mare sono un tutt’uno inscindibile in una complementarità perfetta e le une non possono esistere senza l’altro.

Lo avevano capito le donne che anticamente avevano riempito di terra un grande quadrato in riva al mare. Chi riposava là doveva poter sentire la canzone del mare e il suo profumo. Non era possibile calare il mare nelle loro tombe come si faceva con gioielli, monili, cose usuali: era quindi giusto portare gli uomini vicino al mare. Le donne avevano circondato quel quadrato di soffice terra con mura a secco alte e spesse perché la furia di Bora e Scirocco non potessero disturbare il riposo dei morti. Avevano assestato la terra morbida come un grande letto e solo le brezze gentili che portavano il canto dolce del mare potevano sfiorare le croci che segnavano l’ultima casa di ciascuno. Piante selvagge e odorose crescevano lungo le mura: il finocchio selvatico, il rosmarino, l’elicriso. I fiori azzurri come il mare delle campanule e della lavanda, i colori, gialli e aranciati come il tramonto, dei fiori del crisantemo ornavano le tombe.

Il frate camminava lentamente fra le fila di lapidi e la terra, calda di sole, che scivolava dai tumuli, penetrava nei calzari e fra le sue dita come una carezza. Quanti nomi noti, quanti amici, quanti ricordi... Talvolta, in quel suo lento peregrinare, si fermava a riposarsi e sedeva sull’orlo di qualche pietra tombale. Guardava quei nomi, fissava quegli occhi che sembravano sorridergli dalle foto sbiadite e parlava con la signora Caterina, con la piccola sarta Dumiza, col vecchio Bartolo, col nostromo Domenico...

Ricordava loro i tempi passati, i piccoli avvenimenti quotidiani, le consuetudini che li distinguevano e la loro amicizia reciproca, piccole cose amorevoli che avevano dato un’impronta unica e irripetibile a ciascuno. Guardava quei volti che 50 anni prima lo avevano ascoltato commossi, là nella pieve, alla sua prima Messa. Riconosceva tutti, parlava a tutti quegli amici e gli sembrava di essere a sua volta riconosciuto. Voci, parole, ricordi, raccomandazioni gli risuonavano nella mente e quei volti dalle foto sembravano salutarlo, seguirlo con lo sguardo in quel suo pellegrinaggio di memorie.

Prima di uscire si fermò sul cancello, si voltò, fece un ampio gesto di benedizione che comprendeva tutti, come quella prima volta dall’altare, come sempre nella memoria e augurò loro un viaggio sereno sulla nave di luce verso l’azzurro infinito. Uscì, con un sospiro si avviò. Guardò il cielo azzurro, il barbaglio dorato del mare al tramonto e di colpo si fermò, stupito e quasi incredulo, perché in quell’istante si era reso conto di essere felice.

Quel giorno infatti aveva avuto la più bella commemorazione che un sacerdote potesse avere. Tutti! Ecco cos’era quella pace che gli fioriva dentro! Li aveva rivisti tutti: i vivi e quelli che non c’erano più. Non c’erano state celebrazioni, discorsi, brindisi, è vero, ma quello che conta veramente l’aveva avuto. Aveva avuto l’abbraccio fraterno dei sopravvissuti e quello amorevole di coloro che vivevano nella pace e nella gioia. Potevano pure decidere, comandare, proibire, urlare, imprecare i prepotenti

Signori della Guerra e dell’Odio, coloro che credono di essere i padroni assoluti della vita degli altri! Lui, l’umile frate francescano aveva avuto la festa più bella, più completa, più dolce che mente umana potesse pensare. Tutti! Volti, voci, vite vissute, preghiere, canti, amore: aveva avuto tutto e nessuno avrebbe mai potuto rubargli la felicità di essere tutt’uno con quelli che aveva amato e col suo Signore. Sorrise e un canto di ringraziamento gli salì alle labbra mentre, rinfrancato e pieno di gioia, riprendeva con passo sicuro il suo cammino verso il suo esilio e il suo compito quotidiano.

Il sole calava e spariva dietro il crinale dell’isola e già le prime ombre invadevano le strade e le case ancora calde di sole del suo paese. Ma ora il vecchio sacerdote non era più triste: una gioia consapevole gli scaldava il cuore come un sole inestinguibile.


- “Finché tu vorrai, mio Signore... io sono pronto... - mormorò.

- Mi piacerebbe ritornare fra loro alla fine del mio tempo e riposare vicino a loro, tra amici semplici e buoni, vicino al mare. Forse però il mio destino è altrove e sulla mia tomba anonima scriveranno “Pulvis…” Ma tu sarai con me, ora e sempre. Fra quelle tombe ero un uccello che canta su un cipresso, una lucertola che sogna su una lapide calda di sole, ma essere con te è essere uomo, essere tuo figlio. E’ bello, poetico, rassicurante, gioioso essere e sentirsi francescano. E’ bello avere fede in te, è bello sapere che nessuno potrà rubarmi questa gioia.”


Padre Flaminio allargò le braccia in un abbraccio che comprendeva il mondo, sorrise ancora e riprese a camminare. I suoi sandali battevano ora sicuri e veloci le pietre della via.»












68 –  Mailing List Histria Notizie 25/12/13 La passione di Nino Cossiani per le lingue

LA PASSIONE di NINO COSSIANI per le lingue

Col passare del tempo certe persone acquistano nel ricordo uno strano potere. In me riemerge ogni tanto Nino Cossiani.

Incontrai, nel corso di un mio viaggio in Argentina, questo esule originario di Castellier di Visinada (Istria).  Dialogammo intensamente e a lungo, forse per tre giorni. A dire il vero, parlò soprattutto lui. Ed io lo ascoltavo con attenzione, perché trovavo interessantissimo quello che mi raccontava del passato, dell'Istria, e di quello che sarebbe potuto essere se...
Una sera mi raccontò del padre che sparì nel turbine delle violenze slave contro gli Italiani. "Ci fu chi vide mio padre che usciva dalla stanza dove era stato interrogato dai suoi aguzzini... Gli avevano strappato le unghie... Da allora di mio padre non si seppe più nulla."  
Così mi disse, Nino Cossiani nel suo hôtel di Villa Gesell  –  piccola località della costa atlantica  –  dove io avevo preso alloggio e di cui lui era proprietario. Poi, soffocando gli improvvisi singhiozzi aggiunse con una smorfia di orgoglio: "Seppi che non riuscirono a farlo parlare... Mio padre non tradì nessuno."

Ebbi modo di constatare in quei tre giorni che Nino Cossiani aveva una vera mania per le lingue. Ne conosceva diverse. Ma non si fermava... Continuava a studiarle con accanimento, lui che praticamente era mezzo cieco, con occhiali dalle lenti spesse come non ne avevo mai viste. Benché in avanti con gli anni, ne stava imparando una nuova prendendo lezioni private.
Prima di lasciarlo per ritornare a Buenos Aires, finalmente capii: egli avrebbe voluto cambiare la storia, magicamente, attraverso la propria disponibilità, la propria apertura all'"altro" di cui era disposto ad imparare ora persino la lingua. "Vede –  mi disse quell'ultimo giorno  –  forse saremmo potuti rimanere a vivere tutti insieme, in Istria, se solo ognuno avesse voluto fare lo sforzo di imparare la lingua dell'altro".

Capii... Era tormentato. Ritornava sempre indietro nel tempo. Avrebbe voluto ricostruire la storia. Pensava di aver trovato la formula per superare gli odi e coesistere con chi appartiene  ad un mondo culturale diverso dal nostro e ad un altro destino nazionale, ma con cui siamo costretti a vivere sullo stesso fazzoletto di terra.
"Cossiani-Cociancich", ormai anziano, col suo cercare convulso e febbrile d'imparare una lingua, e poi un'altra ancora – ne conosceva già tante  –  avrebbe voluto, per incantesimo, sanare la ferita, comporre la lacerazione, farci ritornare indietro... Rifare la storia. E soprattutto riportare in vita il padre, torturato e poi fatto sparire dai partigiani di Tito, i quali avevano una lingua materna diversa dalla nostra, che molti di noi non avevano mai cercato d'imparare.

Claudio Antonelli (Canada)






69 - Il Piccolo 14/12/13 Nel 1915 l'Italia chiamò alla Grande Guerra una città mai stata sua
Nel 1915 l’Italia chiamò alla Grande Guerra una città mai stata sua
 
Rassegna - i giorni di trieste
Domani al Teatro Verdi conferenza dello storico Mario Isnenghi sull’irredentismo trasmessa anche in diretta streaming sul sito del “Piccolo”
di Claudio Ernè
Dieci milioni di morti e sei di mutilati in un genocidio europeo che ha avuto tra Monfalcone, Gorizia e il Carso, uno dei suoi principali carnai. Gli altri portano il nome di Verdun, dei laghi Masuri, di Tennenberg. La guerra di trincea, i gas asfissianti, le mitragliatrici, i reticolari di filo spinato, le esecuzioni sommarie e le condanne a morte pronunciate dai Tribunali militari, hanno rappresentato il perimetro di una “non vita” in cui un secolo fa sono stati proiettati in varie ondate centinaia e centinaia di migliaia di giovani soldati - contadini e soldati-operai. Di chi ha preparato l’innesco di questo incendio e del ruolo che ha avuto l’entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’Intersa, lo storico Mario Isnenghi parlerà domani al Teatro Verdi, alle 11, nell’ambito della rassegna organizzata dal Piccolo in collaborazione con l’editore Laterza. “La città in guerra, Trieste deve ritornare all’Italia” è il titolo della conferenza. Un titolo provocatorio, destinato a far discutere e a suscitare antiche polemiche. «Trieste non era mai stata parte integrante dell’Italia», dice Mario Isnenghi. «Perché allora, prima e dopo la Grande Guerra, per almeno un paio di generazioni, si è sempre parlato del ritorno della città all’Italia? La buona fede dei più non rappresenta una garanzia di veridicità. Da centinaia di anni Trieste e il suo territorio facevano parte dell’Impero asburgico e in Italia in pochi, pochissimi, sapevano quanti sloveni, croati, tedeschi, ebrei, ungheresi, greci e serbi vi abitavano. Si voleva far credere che tutti fossero stati sempre degli irredentisti, animati dall’unico desiderio di far diventare la città il simbolo di una guerra benedetta e voluta». La parte più attiva politicamente, che ha agito per far uscire l’Italia dall’iniziale neutralità, proiettandola nel conflitto già in atto da dieci mesi, ha assunto il nome di «fronte interventista». Letterati, poeti, giornalisti, sindacalisti rivoluzionari, hanno alimentato il mito del «ritorno di Trieste all’Italia» anche se la città in precedenza mai era stata italiana. I poeti e i giornalisti hanno gridato nei comizi e nelle manifestazioni, dopo averne scritto nelle loro riviste, nei fogli, nei manifesti e sulle pagine dei quotidiani. La guerra di volta in volta veniva rappresentata come occasione rigeneratrice per l’individuo e la società, come strumento di protesta contro l’assetto dello Stato o, al contrario, come antidoto alla lotta di classe. Ma anche come conclusione ineludibile dell’epopea risorgimentale in cui prima il Piemonte, poi l’Italia unita si erano confrontate con l’Austra sui campi di battaglia. Mario Isnenghi ha esplorato le pagine di Marinetti, Soffici, D’Annunzio, Lussu, mettendo a fuoco il terreno di coltura di quel fenomeno politico: un misto di insoddisfazione e orgoglio, di accettazione e ribellione verso la società borghese che il conflitto aveva portato in superficie con tanta evidenza. Nei primi Anni del Novecento lo scollamento fra le istituzioni liberali e l’energia intellettuale del Paese era massimo, il discredito per le elites al potere nel Regno d’Italia era più che diffuso, la disistima per la democrazia parlamentare era molto forte, tanto a destra come a sinistra. E tutti coloro che la pensavano a questo modo videro nella guerra agli Imperi centrali l’occasione che non poteva essere perduta. Il passo fu breve da questa suggestione collettiva e in alcuni mesi si giunse alle “Radiose giornate di maggio”, alla rottura dei rapporti di collaborazione con l’Impero di Francesco Giuseppe, alla mobilitazione e alla dichiarazione di guerra. Da citare dopo il suo rientro dalla Francia gli infuocati discorsi di Gabriele d’Annunzio in cui il “poeta” inneggiò ripetutamente al mito di Roma, al Risorgimento, a Giuseppe Garibaldi. Dal 1910 aveva aderito all’Associazione nazionalista italiana il cui fine ultimo era quello di realizzare uno Stato contrassegnato dalla volontà di potenza, esattamente all’opposto dell’ “Italietta meschina e pacifista” di quegli anni. Questo accadeva in Italia e in parte anche tra i triestini. Vanno però citate alcune cifre. Gli irredentisti che indossarono la divisa dell’esercito di Vittorio Emanuele terzo, rischiando il capestro se catturati, furono 600. Mille i concittadini riparati in Italia; molti quelli rinchiusi nei campi di internamento austriaci. Oberhollabrunn, e Bruck and der Mur per citarne solo due. Al contrario circa quarantamila triestini risposero alla chiamata alle armi dell’Imperatore Francesco Giuseppe. Era il 28 luglio 1914 e sui muri della città comparve il proclama redatto in nove lingue: “Ai miei popoli”. Un secondo proclama fu affisso il 23 maggio 1915, quando l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria. “Il re d’Italia mi ha dichiarato guerra. Un tradimento di cui la Storia non conosce uguale è stato commesso dal regno d’Italia contro i suoi due alleati. Dopo un’alleanza durata oltre trent’anni l’Italia ci ha abbandonati nell’ora del pericolo per passare, a bandiera spiegata, nel campo nemico. Noi non abbiamo minacciato l’Italia, non ne abbiamo sminuito la considerazione, né tantomeno l’onore e gli interessi…” Anche questo proclama portava la firma dell’anziano e stanco imperatore la cui figura simboleggiava tristemente il signorile declino dell’Impero, le cui glorie riposavano ormai su antichi ricordi e negli ordinati scaffali di una mastodontica burocrazia. A Trieste in anni anche recenti ha imperversato non solo sulla copertina di un libro ma anche sul palcoscenico dei teatri e sulle pagine dei giornali la frase “l’Austria era un Paese ordinato”. Uno dei miti, uno degli slogan con cui siamo costretti a fare i conti anche se l’Austria descritta in quei libri e in quei copioni teatrali oggi non esiste più. Esiste solo nella memoria e alimenta attese deluse ma per questo inossidabili. Per smentire quell’ordine divenuto mito basta citare quando accade in città nei giorni radiosi del maggio 1915. Furono assaltate e bruciate la redazione e la tipografia del Piccolo. Stessa sorte per la palestra e la sede della Ginnastica triestina. Fu devastato il caffe San Marco e altri locali frequentati da irredentisti. Fatta a pezzi anche la statua di Giuseppe Verdi. La forza pubblica stette a guardare. Una cronaca precisa di quanto avvenne ci è stata regalata una dozzina di anni fa da una ricerca dello storico Lucio Fabi pubblicata nel libro “Trieste 1914-1918, una città in guerra” edito da Mgs. Testimone diretto degli incendi, delle devastazioni e dei furti compiuti dalla folla, fu un gruppo di scolare della Quinta A femminile della scuola di via dell’Istria. Mario Isnenghi nella prefazione di quel libro loda l’autore e la maestra che quasi un secolo fa fece scrivere di quei tumulti alle sue alunne “in presa diretta”. In lingua italiana e senza alcun distinguo o critica per quanto era appena accaduto nelle strade di Trieste.




70 - Osservatorio Balcani 19/11/13 Il Montenegro di Njegoš

Il Montenegro di Njegoš

Božidar Stanišić

A 200 anni dalla nascita di Petar II Petrović Njegoš (1 novembre 1813 – 31 ottobre 1851), poeta, vescovo e sovrano del Montenegro, uno sguardo su uno dei protagonisti della letteratura slavo meridionale
Per avvicinarsi alla complessa figura di Njegoš bisognerebbe allontanarsi da tutte le versioni sulla “verità” del suo ruolo politico, militare ed ecclesiastico, soprattutto da quelle proposte nell’ultimo ventennio. Innanzitutto, ci vorrebbe una lettura attenta de Il serto della montagna e de Il raggio del microcosmo, due lunghi poemi entrambi disponibili in lingua italiana.
Il primo esprime il dramma di un piccolo popolo che, stretto tra le grandi potenze – in primis l’Impero Ottomano, per il quale quella piccola isola di terra libera rappresentava un disturbo continuo, poi l’Austria e la Russia - e i problemi tribali interni, lottava per la propria sopravvivenza.
Il secondo poema è una riflessione filosofica, religiosa e poetica sull’esistenza terrena e su Dio, in particolare sulle complesse relazioni fra il male e il bene e sul senso della poesia.
Poi, si potrebbero visitare quelle parti del Montenegro antico che, guidato dai sovrani della stirpe dei Petrović, faticosamente ma con incredibile tenacia militare e saggezza politica riuscì a navigare libero nelle acque dominate dalle grandi potenze di allora.
Infine, bisognerebbe andare là dove ancora ci sono dei montenegrini che conoscono a memoria Il serto della montagna, poema tanto glorificato da parte serba e montenegrina (spesso al di fuori di ogni realistica considerazione sulla storia e la letteratura), quanto negato e accusato dai musulmani bosniaci in quanto fonte del nazionalismo panserbo e invito alla pulizia etnica e al genocidio degli anni novanta.
Là significa anzitutto la cittadina di Cetinje e i suoi dintorni, il lago di Scutari, la montagna Lovćen.

La vita di Njegoš
Sono passati molti anni dall’estate del 1978, l’anno del mio primo viaggio in Montenegro. Le poesie riflessive di Njegoš erano uno degli argomenti della mia tesi di laurea sul romanticismo serbo. Božidar Pejović (1940-1979), il mio professore alla Facoltà di filosofia di Sarajevo, originario del Montenegro – ancor oggi mi sembra che questa persona mite, dallo sguardo profondo sulla letteratura, sapesse tutto su Njegoš - una volta mi disse che è vero, anzi verissimo, che il poeta sta soprattutto nella sua opera. È là che dobbiamo cercarlo. Però, diceva il professore, c’è qualcosa che si respira anche nell’ambiente in cui l’opera è nata. Quel respiro, nel caso di Njegoš, è paragonabile a quello di Weimar, della casa di Goethe. Con una differenza: è difficile trovare un tedesco che conosca il Faust a memoria!
A Njeguši, villaggio nativo di Njegoš, poi a Cetinje, antica capitale del Montenegro, a Rijeka Crnojevića e in altri paesini sul lago di Scutari, incontrando persone per cui Njegoš è semplicemente Vladika (il vescovo) oppure Rade Tomov (Rade, figlio di Tomo) mi accorgevo di quanto fosse vivo il poeta Njegoš e quanto la sua vita fosse incisa nella memoria della gente.
Da un'osteria nelle vicinanze della casa natale di Vladika, a Njeguši, dove il prosciutto che porta il nome del villaggio viene tagliato a fette spesse come un dito e viene servito un vino denso come sciroppo, a Cetinje e Lovćen, dove la vetta Jezersko (1660 m) è dominata dal Mausoleo del poeta, il viaggiatore, non importa quanto informato sulla vita di questo grande personaggio, può ascoltare un unico racconto dal titolo “La vita di Njegoš”.
Alcune domande fatte dai paesani si incidono nella memoria: “Sapete che Rade Tomov, nipote di Petar I Petrović, aveva solo diciassette anni compiuti quando, nel 1830, dovette prendere il trono del sovrano e la tonaca di vescovo, in tempi difficili per il nostro paese?”; “Sapete quanto era colto, che conoscenza aveva della filosofia greca?”; “Sapete che non era facile governare un paese come il nostro, diviso in tribù litigiose, e che una volta disse: 'Io sono sovrano fra i barbari, e barbaro fra i sovrani'?”; “Sapete quanto ci voleva bene, tanto da vendere a Trieste la medaglia con cui era stato decorato da Metternich, principe austriaco, per comprare del grano per il popolo affamato?”; “Sapete che a Roma, nella chiesa che custodisce le catene di San Pietro, a proposito dell’usanza di baciarle disse: 'I montenegrini non baciano catene'?”; “Sapete che, costruita la cappella sulla vetta Jezersko, disse ad alcuni collaboratori: 'Mi seppellirete qui', e loro, perplessi, gli dissero che la vetta più alta era lo Štirovnik (1749 m), ma Vladika rispose che là avrebbero potuto seppellire qualcuno più grande di lui?”.
Una vecchia di Cetinje, toccandosi con le dita la fronte, mi disse infine: “Era più grande di tutti noi, e non solo per la sua statura di gigante…”

I funerali di Njegoš
All’inizio degli anni settanta, in Jugoslavia, si era acceso il dibattito sulla costruzione del Mausoleo. Il potere comunista montenegrino, appoggiato da Tito in persona, voleva l’abbattimento della chiesa sulla vetta Jezersko, certamente troppo cristiana. Fra i contrari c’erano nomi celebri come Miroslav Krleža e Meša Selimović. Il secondo, in particolare, rifiutò seccamente anche di partecipare al comitato per la costruzione del Mausoleo, basato sul progetto del grande scultore croato Ivan Meštrović. Secondo Selimović si trattava di un’opera inutilmente faraonica e offensiva nei riguardi dell’ultimo desiderio del grande poeta. Viene ancora ricordato il gesto di un uomo di Bijelo Polje, di nome Iso Mahmutović, capocantiere di una ditta edile di Titograd (l'attuale Podgorica), che rifiutò l’ordine di abbattere la chiesetta dicendo: “Io non distruggo le cose sante di nessuno”. Si era licenziato, poi era andato a lavorare in Germania. E con lui rifiutò gli ordini un intero gruppo di operai, tutti musulmani, fra cui c'erano anche alcuni albanesi originari di Plav e Gusinje.
Beato colui che vive per sempre /
aveva ragione di essere nato…
I versi di Njegoš de Il serto della montagna, inseriti nel contesto della sua ultima sepoltura, in realtà la settima, risuonano a questo punto ironicamente e potrebbero essere riletti. Qualcuno vive davvero per sempre, ma le sue ossa di tanto in tanto vengono disturbate.
Nel lontano 1851, Vladika fu sepolto a tempo determinato nel Monastero di Cetinje, vicino a Biljarda, la sua residenza. Nel 1854 fu trasferito nella antica cappella sulla cima Jezersko. Nel 1916 il comando dell’esercito austriaco ne ordinò la riesumazione e il segreto trasferimento nel Monastero di Cetinje. Nel 1925 le ossa di Njegoš (la cui salvezza si deve ad un soldato serbo al servizio dell’esercito austriaco) vengono nuovamente sepolte in una nuova chiesa, edificata al posto di quella vecchia distrutta durante la guerra dai cannoni austriaci delle Bocche di Cattaro. Nelle cronache ritorna un luogo comune: la nuova chiesa di Lovćen era stata costruita perché voluta dal re Aksandar Karadjordjević, ma in realtà il re avrebbe voluto anche il Mausoleo, quindi l’opera dello stesso Meštrović da tempo avrebbe goduto anche dell’appoggio della corte serba. L’arcivescovo Gavrilo Dožić, però, si era opposto alla volontà del re minacciando le dimissioni. Nel 1972 infine, nel momento dell’abbattimento della chiesa, quelle ossa furono nuovamente esumate e nel 1974 di nuovo seppellite. Se il viaggiatore si fermasse a Ivanova Korita, non lontano da Cetinje, potrebbe notare un mucchio di pietre lavorate coperte di erba e terra: sono di quella chiesa del 1925.
Il Njegoš di Ivo Andrić
Sulla vita e l’opera di Njegoš sono stati scritti numerosi libri, frutto di profonde ricerche storiche, biografiche e letterarie. Nessuno come Ivo Andrić, però, è riuscito a realizzare una sintesi degli sguardi sulla molteplice figura di Petar II Petrović Njegoš, sul suo dramma personale vissuto fra le diverse vocazioni governative, religiose e poetiche. Fra i nove saggi di Andrić scritti sul grande poeta nell’arco di quattro decenni, spicca quello del 1935, Njegoš come eroe tragico del pensiero del Kosovo (il testo non è tradotto in italiano).
Scritta nel periodo in cui il mito romantico del Kosovo, che per la generazione di Andrić era una delle basi dell’idea di liberazione e indipendenza degli slavi meridionali, veniva deviato dai nazionalisti serbi di allora, l'opera sembra attuale anche oggi. Questo saggio non è apoteosi, né conferma dei luoghi comuni della leggenda del Kosovo; è un prodotto dello sguardo di Andrić su Njegoš e sulla sua figura di poeta diviso fra l’impegno politico e militare da un lato e la poesia dall’altro. Pure qui Andrić è Andrić – spietato nelle rivelazioni dei fatti dell’epoca e decisivo nella scelta delle fonti, tra le quali spicca la corrispondenza diplomatica di Vladika, i viaggi in Europa e i ricordi delle persone a lui più vicine.
Dio e Kosovo
Cosciente delle difficoltà di avvicinarsi a Njegoš, Andrić ricorda che ne Il serto della montagna sono due le parole più frequenti: Dio e Kosovo. Njegoš spesso incominciava con questa frase la sua corrispondenza con i russi e con i turchi: “Dal crollo del nostro regno”. Quel regno è serbo, un ramo del quale, secondo Njegoš, “non abbattuto allora dai turchi ha lasciato le terre dei propri avi e alla fine della fuga ha trovato rifugio in queste montagne”.
“Nessuno”, scrive Andrić “ha capito meglio di Alipaša Stočević, visir di Erzegovina, uomo saggio e sfortunato, chi è Njegoš, quando ha detto una verità semplice e profonda: ‘Giuro sulla fede, lui è il vero principe serbo del Kosovo’. Questo ritratto di Njegoš, però, è fatto anche di sfumature che rivelano il suo dramma individuale, non privo di dubbi e debolezze. Innanzitutto, la vocazione ecclesiastica non era mai entrata nel suo spirito. Una volta disse: “E’ più facile essere vescovo che uomo”.
Nel saggio di Andrić viene citata anche l’opera Lettere dall’Italia, dello scrittore serbo Ljuba Nenadović (1826-1895), in cui è descritto il secondo viaggio di Njegoš in Italia, già gravemente ammalato dalla tubercolosi e “fosco come Byron”. In un dettaglio di straordinaria bellezza viene descritto Njegoš davanti al ritratto di Gesù dipinto da Raffaello, in un altro la sua passeggiata fino all’ultimo livello del Colosseo, “dove si era fermato finché il sole non tramontò e aspettammo le stelle”.
E’ vero: il Njegoš di Andrić è soprattutto l’uomo combattente, cosciente sia della propria posizione nei confronti della potenza da sempre minacciosa, l’Impero Ottomano, che delle relazioni complesse con l’Austria e la Russia. Il suo aut aut, drammaticamente sottolineato nei versi de Il serto della montagna: “La croce e la mezzaluna, due simboli terribili / sopra le tombe regnano”, proviene dall’uomo cosciente della dolorosa questione della sopravvivenza di fronte al pericolo ottomano. Nella sua esclamazione “che accada ciò che non può essere” ha sintetizzato ciò che da Andrić viene collegato alla storia antica di un piccolo popolo da secoli allontanato dalle correnti culturali europee.
Purtroppo, però, Njegoš è da anni “spiegato” prevalentemente da coloro che strumentalizzano la sua figura, che proiettano il suo impegno politico e militare nei tempi odierni non rendendo conto né delle circostanze del passato, né della sostanza del suo messaggio umano e poetico.








71 – La Voce del Popolo 23/10/13 Cultura - Venezia - Canaletto come 270 anni fa torna dove creò il suo capolavoro - Esperienza esclusiva
Canaletto come 270 anni fa torna dove creò il suo capolavoro

Ilaria Rocchi
Quali sensazioni provava Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto (1697 – 1768), osservando quello scorcio preciso del Canal Grande, illuminato da un cielo di azzurro oltremare, che si specchia su un’acqua verde turchino carica di rifrangenze di luce e di colore? Si stacca su tutto la Basilica di Santa Maria della Salute, barocca meraviglia di marmo bianco, progettata da Baldassare Longhena – con attenzione ai modelli del Palladio – come ex voto della città dopo l’ennesima pestilenza; più in là i Magazzini del Sale e la Punta della Dogana e, sull’altra sponda, Palazzo Ducale e Riva degli Schiavoni...; appare una città brulicante di vita, incontri, attività commerciali, nobiluomini e mercanti, gondole del Bacino di San Marco, barche, passanti di cui si riescono a percepire persino le fatture dei vestiti.
È Venezia, la Serenissima, la Dominante, la Capitale, eterna e affascinante, celebrata dalle opere di pittori e letterati. Nel XVIII secolo è stata oggetto di scelta per i vedutisti e Canaletto è stato l’ultimo maestro a essere riuscito a immortalare il suo fascino e l’eleganza settecenteschi, ritraendo gli angoli più appartati, oppure deformando le angolazioni delle vedute più celebri, per aumentarne la singolarità e la spettacolarità.
Il progetto «Gero qua»
Rivivere almeno un pizzico di quelle atmosfere di 270 anni fa sarà possibile grazie a un evento esclusivo, che consentirà di ammirare il capolavoro di Canaletto, una delle sue vedute più belle, “L’entrata nel Canal Grande dalla Basilica della Salute”, esattamente nel luogo dov’era stata ideata e creata, nell’incantevole loggiato dal quale egli, con la camera ottica, trasse le precise linee delle architetture che tra il 1740 e il 1745 traspose nella sua monumentale tela. Il dipinto sarà esposto proprio nella sala ad angolo dell’Abbazia di San Gregorio, situata all’ingresso del Canal Grande, con modalità mai prima sperimentate in Europa, per i quasi cinquanta giorni di esposizione.
È “Gero qua Canaletto” (ossia ero qui in dialetto veneziano), la mostra che avrà luogo a Venezia dal 10 novembre al 27 dicembre (supportata da Fondaco srl di Enrico Bressan e Giovanna Zabotti), in una location unica: l’Abbazia di San Gregorio, un edificio insolito e complesso, a lungo dimora dei monaci benedettini, ma che ha anche ospitato la Raffineria Pubblica dell’Oro della zecca veneziana, ed è stata intaccata durante le peripezie della guerra. È stata poi la famiglia Buziol ad acquistarla e restaurarla. “Più che una mostra, ‘Gero qua Canaletto’ vuol essere soprattutto un’esperienza emozionale”, afferma sul “Gazzettino Nordest” Enrico Bressan, presidente di Fondaco, società impegnata nella valorizzazione del patrimonio artistico-storico a Venezia, colui che ha realizzato il progetto espositivo, in cantiere da oltre due anni. Era infatti dal 2010 che la famiglia Buziol meditava di riportare il Canaletto a Venezia: la miccia fu la mostra londinese alla National Gallery “Canaletto e i suoi rivali”, dove Silvia e Giampaolo Buziol riconobbero la veduta particolarmente familiare, quella appunto dalla finestra dell’Abbazia.
Sintesi assoluta ed emblematica
Il Canaletto realizzò tre analoghe vedute, di cui una è di proprietà delle Collezioni Reali della Regina Elisabetta d’Inghilterra. Questa che sarà visitabile a Venezia, “L’entrata nel Canal Grande dalla Basilica della Salute”, è di proprietà della famiglia Terruzzi e finora è stata poco esposta. Prima di ritornare temporaneamente “a casa sua”, l’olio era stato proposto alla mostra “Old Masters from Wiltshire Houses” a Salisbury nel 1936, e, con l’attuale provenienza, a Madrid (Museo Thyssen-Bornemisza), Roma (Vittoriano), Milano (Palazzo Reale) e Parigi (Museo Maillol).

Canaletto affronta meglio di ogni altro una problematica comune a tutti i pittori di veduta: abbracciare con un solo sguardo ciò che l’occhio non riesce a comprendere. E questo olio ne rappresenta una sintesi assoluta ed emblematica che si riflette in una composizione estremamente armonica e unitaria. Il punto di ripresa adottato qui da Canaletto è tra quelli da lui più amati e rappresentati in più varianti e angolature diverse: la prima volta a noi nota nella tela databile 1722-23 (ora Dresda, Gemäldegalerie), probabilmente acquistata direttamente dal conte Johann Joseph von Wallestein (1684 – 1731) proprietario del Castello di Dux (o Duchcov) in Boemia, dove Casanova passò gli ultimi anni della sua vita. Il nipote ed erede di questi, Franz Joseph Georg, nel 1741 vendette 268 delle proprie 350 tele ad Augusto III, re di Polonia, Elettore di Sassonia, tra cui “due prospettive veneziane di Canaletto”. Una seconda versione cronologicamente intermedia venne eseguita per Joseph Smith intorno al 1730 (ora Windsor, Collezioni Reali).

Confronto tra passato e presente
Il taglio della veduta, ripresa con le spalle al Canal Grande e lo sguardo rivolto verso il Bacino di San Marco, è uno dei più scenografici concepiti dall’artista in quanto consente la costruzione di un’apertura spaziale amplissima, che si avvale, sulla destra, di una quinta teatrale ammaliante com’è il magniloquente tempio del Longhena.
Escludendo una parallela quinta speculare a sinistra, il Canaletto evoca un ampliamento dello spazio che parrebbe quasi dilatarsi ad libitum, in una luminosità ricca di bagliori metallici, che si rifrange nella cesura architettonica dell’orizzonte, diaframma ideale tra laguna e cielo: in questo orizzonte ricco di una miriade di dettagli architettonici, si inserisce tutto un mondo di vita quotidiana che umanizza la scena, la contestualizza e ravviva con quella capacità unica dell’artista di creare un “fermo immagine” che rende anche il minimo particolare protagonista del racconto.
Dai suggestivi spazi della medievale Abbazia di San Gregorio – da anni chiusi al pubblico –, si avrà dunque la possibilità di compiere un raffronto tra la tela e l’odierno spazio urbano, tra storia e contemporaneità – non troppo cambiata dal punto di vista architettonico, dove alle gondole si sono affiancati vaporetti e ci sono due campanili che prima non esistevano – e, perché no, tra irreale e reale.
Esperienza esclusiva
Scritto da Redazione
Un evento non proprio alla portata di tutti. Esclusivo. Infatti, sarà piuttosto elevato il prezzo da pagare per poter vivere la magia del luogo, ammirare quel preciso scorcio immortalato dal Canaletto, resistito allo scorrere dei secoli, affacciati alla finestra dalla quale l’artista osservò lo scorcio del Canal Grande, con le sue gondole e il marmo bianco della Basilica della Salute.

Il costo del biglietto d’ingresso arriva a quota 400 euro per un’emozione da consumare in perfetta solitudine, durante la notte, e scende a 280 euro per la tappa solitaria nelle ore diurne. In compagnia i costi del ticket si riducono sensibilmente: 50 a testa per un gruppo di otto persone – il massimo previsto – in notturna, rispettivamente 35 durante il giorno. In ogni caso, l’esperienza potrà durare un’ora al massimo, e si potrà partecipare a “Gero qua Canaletto” solo prenotando sul sito ufficiale (www.canalettovenezia.it).
Va anche detto che l’Abbazia sarà aperta 24 ore su 24. Inoltre, a seconda dell’orario di visita, verrà offerta una consumazione (caffè, tè, bibita, ecc.); all’uscita, a ogni visitatore verrà consegnata una foto celebrativa dell’evento riprodotta su cartoncino. L’opera e l’artista verranno introdotti da “Point of view”, film d’autore di Francesco Patierno; nella sala adiacente verrà proiettato un filmato curato da Maurizio Calvesi, con una tecnica innovativa in altissima definizione, che proporrà una lettura inedita e dettagliatissima dell’opera.
Aggiungiamo che il primo proprietario del dipinto fu Lady Lucas and Dingwall; la tela venne acquistata successivamente da Henry Grey, Duca di Kent; nell’aprile del 1970, passando da Sotheby’s a Londra, finì nelle mani di Angelo Guido Terruzzi.



72 -  East Journal 01/12/13  Armenia: La vita e la morte ai piedi dell’ Ararat, la montagna del mistero

ARMENIA: La vita e la morte ai piedi dell’ Ararat, la montagna del mistero

Luca Vasconi  

Nel 2010, di ritorno dalle mie lunghe peripezie asiatiche, varcata la frontiera tra Iran e Turchia, impiegai del tempo e spesi notevoli energie nervose, nonostante le evidenti e immediate prove che le reflex digitali consentono di fornire, per convincere un “simpatico” ed egocentrico militare turco, materializzatosi dal nulla, che l’oggetto della mia foto non era lui, ma un soggetto di gran lunga più interessante: il monte Ararat.

Il mio sguardo si orientò, estasiato, verso l’alto, alla fine di una lunga pianura. Non fu certo una minuscola postazione militare, sapientemente mimetizzata tra gli arbusti, l’obiettivo del mio interesse e del mio scatto. Ma vallo a spiegare!

Con i suoi imponenti 5165 m s.l.m., la sua storia millenaria, il suo alone di sacralità, il monte Ararat domina il territorio circostante, con la forza attrattiva di un magnete gigante.
La sua presenza è forte: lo vedi, lo senti. Sei girato in direzione contraria? È fuori dalla tua visuale? Sai comunque che Lui è lì, lo percepisci. Tu osservi Lui. Lui osserva te. E non sei il solo. Ha osservato e vegliato su generazioni e generazioni di uomini, per secoli. Come ci si sente piccoli, al cospetto del monte Ararat!

Non che fossi digiuno di montagne: le Alpi sono casa mia, le splendide Dolomiti un vanto del mio paese; vivi i ricordi dei paesaggi mozzafiato delle Ande sudamericane, dalla Patagonia al Venezuela; fresche e scolpite nella mia memoria le immagini delle celebri vette della catena Himalayana, con i suoi maestosi ottomila. Montagne superbe, altezze anche superiori a quelle del monte Ararat. Paesaggi meravigliosi, per certi versi anche più suggestivi.

Ma Il monte Ararat è diverso, è un unicum: una montagna di cinquemila metri che si staglia, solitaria, nel bel mezzo di un territorio pianeggiante. Puoi vederne la figura per intero, dalla base fino alle cime perennemente innevate, in tutta la sua imponenza.

Puoi viaggiare per chilometri e chilometri, varcando le frontiere di tre stati: Iran, Turchia ed Armenia e lui è sempre lì, imperterrito, a tenerti compagnia.
Il fascino che l’Ararat suscitò in me fu immediato. Ne fui colpito. Ma non era quello il tempo per una conoscenza approfondita. La sua vista lentamente svanì. Continuai in direzione di Van, per tuffarmi nel cuore del Kurdistan turco.

Una foto non bella, salvata dalle grinfie del vanitoso militare turco, rimase a ricordo della mia immediata infatuazione con questa montagna.

Fu il viaggio in Armenia, a cavallo tra febbraio e marzo del 2013, a farmi comprendere quanto quelle prime sensazioni fossero esatte: l’amore per l’Ararat riesplose fulmineo. Fu una presenza costante nel piacevole periodo trascorso nel paese del Caucaso.

Un’emozione provata in passato solo al cospetto dei miei adorati vulcani: l’Etna, lo Stromboli, il Vesuvio, i vulcani dell’Indonesia. Elementi naturali potenti, capaci di influenzare tutto l’ambiente circostante, la vita e il carattere delle persone che abitano nei dintorni. Anche l’Ararat è un monte di origine vulcanica. Non è più attivo da secoli, d’accordo (l’ultima eruzione risale all'età del bronzo), ma la sua presenza è viva, palpabile.

Nelle giornate di sole è ben visibile dalla capitale Yerevan; domina incontrastato sulla città di Artashat; dallo splendido monastero di Khor Virap ti sembra addirittura di poterlo toccare.

Una vicina, sottile e beffarda linea di confine lo rende irraggiungibile agli armeni: Il monte è in territorio turco. La frontiera tra i due paesi è chiusa, a causa delle irrisolte tensioni storico-politiche tra Turchia e Armenia.

“Vedere ma non potere”: un ulteriore motivo di fascino per me, una spina conficcata nel cuore di ogni armeno.

Uno dei luoghi più importanti, simbolici ed evocativi per la storia armena, il Memoriale per le vittime del Genocidio Armeno del 1915, nella capitale Yerevan, gode di una splendida, ma allo stesso tempo “crudele”, vista sul monte Ararat.

Una frontiera distante pochi chilometri ma invalicabile, protetta da imponenti fortificazioni militari, spezza il sogno di poter raggiungere il monte, situato in una terra storicamente appartenente all'Armenia, che gli armeni rivendicano come propria. Vedere la “loro” Montagna Sacra nelle mani dei turchi, che tanta sofferenza nel corso del ‘900 hanno inferto al loro popolo, è fonte di rabbia e dolore.

Ogni singolo armeno, da coloro che vivono nel paese, alle milioni di persone che, a causa della diaspora armena, vivono in Europa, negli Usa e sparsi per il mondo, sente “suo” questo monte.

Il nome “Ararat” in lingua armena significa “luogo creato da Dio”. In lingua turca, per ironia della sorte, “montagna del dolore”, il sentimento provato dagli armeni al di là del confine.

La montagna ha una grande valenza simbolica e religiosa, ancor più in un paese come l’Armenia, che fu il primo paese al mondo ad adottare grazie a San Gregorio Illuminatore, nell'anno 301, il Cristianesimo come religione di stato, precedendo di pochi decenni l’impero romano.

Secondo la Bibbia, Noè giunse sulla cima dell’Ararat quando il diluvio universale, scatenato da Dio per punire gli uomini, ebbe finalmente termine dopo cinque lunghi mesi. La leggenda vuole che l’Arca riposi tra i ghiacci delle sue alte vette.

Elementi religiosi e leggende hanno contribuito a render ancor più grande l’aura di mistero che circonda questa montagna.

A partire dal XIX secolo, numerose spedizioni si sono avventurate, senza successo, sulle sue cime innevate alla ricerca dell’Arca.

Misteriose foto aeree, scattate alla fine degli anni ’40, rivelano la presenza sulla cima del monte di uno strano oggetto che alcuni studiosi biblici sostengono esser i resti dell’Arca di Noè. L’oggetto misterioso è conosciuto sotto il nome di “anomalia dell’Ararat”, e ha dato adito a suggestivi dibattiti che, fino ad oggi, per la verità, non hanno trovato alcun riscontro oggettivo.

La zona al confine tra la Turchia e l’Armenia, un paese che fino a pochi anni fa faceva parte dell’impero sovietico, rivestì durante gli anni della guerra fredda un sensibile interesse strategico-militare. E’ tutt'oggi una zona fortemente militarizzata. Le autorità turche non consentono di raggiungere le vette del monte.

Nel 2004 una spedizione organizzata per risolvere il mistero dell’"anomalia dell’Ararat” fallì per mancanza di permessi: le autorità turche negarono la scalata alla vetta. Il mistero, protetto da “segreto militare”, può oggi dormire sonni tranquilli, aumentando il misticismo legato a questa vetta.

Nei giorni trascorsi in Armenia più volte mi recai nelle zone ai piedi del monte Ararat.

La visita al meraviglioso monastero di Khor Virap, rappresentato su ogni depliant e cartolina, fiore all'occhiello del turismo armeno, fu per me un’ottima scusa per perdermi nella pianura circostante e dedicarmi al mio principale interesse: il contatto con la gente del posto, le loro storie di vita.

Dove vai oggi? Le domande di Anna e Armen, gli accoglienti fratelli proprietari dell'Hostel Glide, la casa-famiglia in cui alloggiai a Yerevan. “anche oggi torno a Khor Virap”, la mia risposta, davanti alla succulenta colazione preparata dalla loro madre.“Di nuovo? ma non l’hai già visitato il monastero?”

C’è voluto poco tempo perché la famiglia Sargsyan iniziasse a conoscere “l’anomalo” viaggiatore che stavano ospitando: ai magnifici monasteri e alle altre attrazioni turistiche dell'Armenia dedicai qualche ora. Dedicai invece giorni al perdermi, in compagnia della mia reflex, nei campi, nelle piccole città e nei mercati della zona ai piedi dell' Ararat. Girovagai nei quartieri fatiscenti della città di Artashat e nelle strade fangose di Garni, tornando sempre entusiasta, con qualche foto in più e le mie piccole/grandi storie di vita.

“Buona giornata Luca, stasera ci racconterai le tue storie”, il loro saluto mattutino accompagnato dagli scodinzolii di Brinkley, il simpatico labrador della famiglia.

Tra le tante, ne racconterò una: curiosa, divertente, triste e folkloristica al tempo stesso. Uno di quei racconti che sembrano partoriti dal genio di Emir Kusturica, ambientata in Caucaso, anziché nei Balcani, nella quale la realtà si mischia, e a volte supera, la fantasia.

Mi aggiravo, in una fredda e soleggiata mattina di febbraio, nei pressi di un piccolo cimitero ai piedi del monastero di Khor Virap quando scorsi in lontananza un prete con intorno un capannello di gente. Mi avvicinai e osservai, in silenzio, la cerimonia funebre, ormai quasi giunta al termine. Un anziano signore si avvicinò, mi salutò e con con gentilezza mi presentò alle altre persone.
“Sei italiano? magnifico!” “Tu oggi sei nostro ospite amico, tu sei un italiano vero, e non puoi dir di no!” mi fu detto, in un discreto inglese.
Mi ritrovai, a distanza di dieci minuti, nella macchina di Nazeli e Azad, i figli dell’anziana donna deceduta, senza la più pallida idea di dove fossimo diretti.
Un fragoroso coro partì all'unisono in mio onore: “l'italiano”, Il tormentone anni '80 di Toto Cutugno, fece tremare i vetri della vettura: “ lasciatemi cantare con la chitarra in mano, lasciatemi cantare una canzone piano piano...perché sono un italiano, un italiano vero!”. Io ne conoscevo solo il ritornello, loro ogni singola parola, in perfetto italiano!
Passai le seguenti cinque ore a "festeggiare un funerale", in compagnia di un centinaio di persone mai viste prima. Mi misero a capotavola, davanti a un tavolo lunghissimo, inbandito di ogni ben di dio, cibo sufficiente a sfamare Noè e i suoi animali per tutti i cinque mesi del diluvio. Infiniti, toccanti brindisi ad alto tasso alcolico e popolari canzoni armene, in onore della deceduta, si alternarono a gioiosi brindisi inneggianti alla solenne amicizia tra Italia e Armenia, accompagnati dal repertorio completo delle canzoni di Pupo, Adriano Celentano, Al Bano & Romina Power e Toto Cutugno, in mio onore.

L’”innocuo” Festival di San Remo, negli anni ’80, fu uno dei pochi “prodotti” dell’ occidente che riuscì a rompere il muro della censura, spopolando sulle televisioni sovietiche. La conseguenza di questa storica, clamorosa apertura all'occidente è che ancora oggi, nei paesi dell’ex impero sovietico l’Italiano più famoso non sia Leonardo da Vinci, ma Pupo. “Gelato al cioccolato” batte, e di gran lunga, la Gioconda. Non vi sono dubbi.

Al cospetto dei mie ospiti mi sentii impreparato, per pessime qualità canore e scarsa conoscenza dei testi dei miei illustri compatrioti. Arrivai sul punto di pensare, Cutugno mi perdoni, di non esser un italiano vero.

La vodka lenì l’imbarazzo. La mia onorevole italianità fu presto ristabilita.

Il viaggio in Armenia terminò senza che riuscissi a svelare il mistero dell’anomalia dell’Ararat; lo zoom della mia Canon, purtroppo, non fu così potente da permettermi di passare alla gloria immortalando l’Arca.

Scoprii, in compenso, l’affascinante mistero dell’anomalia del funerale/festa ai piedi dell’Ararat, una tradizione da noi decisamente poco in voga, che fa riflettere sul diverso approccio culturale nei confronti della morte e sui diversi modi di esorcizzare il dolore.

Il reportage fotografico su questa mia ultima bizzarra esperienza, fatte salve un paio di foto miracolosamente non sfocate, è naufragato nella vodka. Gli eventi mi travolsero, vissi ogni attimo. Scattare sotto i fumi dell'alcol, con un bicchiere nella mano sinistra e un formaggio di capra armeno nella destra non sarebbe comunque stato facile, credetemi.

In compenso, da quel indimenticabile giorno, so con certezza come vorrei che il mio funerale fosse “festeggiato”: tra, mi auguro, una cinquantina d'anni, come colonna sonora della mia dipartita pensavo però a David Gilmour & Roger Waters. Al Bano & Romina mi scuseranno.




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