Mailing List Histria

Rassegna stampa settimanale

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 900 – 04 Gennaio 2014
    
Sommario


01 -  Mailing List Histria Notizie  01/01/14 - Gennaio 2014 - 13 ° Anno della Rassegna Stampa Mailing List Histria
02 - Difesa Adriatica - Gennaio 2014 - La nostra storia merita il futuro (Antonio Ballarin)
03 - Coordinamento Adriatico n° 4 - Dicembre 2013 - Qualcosa è cambiato nell'atteggiamento culturale croato (Lucio Toth)
04 - Il Piccolo 28/12/13 Nove cittadini italiani indennizzati a Veglia dall'esproprio di Tito (Andrea Marsanich)
05 - Ravenna notizie.it 23/12/13 Una storia di Natale tra Mezzano e l'Istria
06 - La Voce del Popolo 09/12/13 Lettere - Crìsticchi, giudizio sconsiderato (Olga Milotti)
07 - Coordinamento Adriatico n° 4 - Dicembre 2013 - Simone Cristicchi : "L'esodo dall'Istria ci fa ancora paura" (Carlo Antini)
08 - Europa Quotidiano 26/12/13 Cristicchi scoperchia i sepolcri degli italiani d'Istria (Davide Vannucci)
09 - Il Manifesto 27/12/13 Visioni - Magazzino 18. Cristicchi e la storia secondo un archivista 'distratto' (Stefano Crippa)
10 - Coordimamento Adriatico n° 4 - Dicembre 2013 - Interventi e scoperte in Dalmazia per la tutela del patrimonio storico (Francesca Lughi)
11 – La Voce del Popolo  24/12/13 Il volto di un uomo Sergio Endrigo (Francesco Cenetiempo)
12 - Mailing List Histria Notizie 31/12/13 Claudio Antonelli:  L'alto insegnamento di Mandela (e di Gandhi) (Claudio Antonelli)
13 - La Voce del Popolo 31/12/13 Fiume -  Il sindaco Vojko Obersnel e gli italiani (Gianfranco Miksa)
14 - La Voce in più Storia 07/12/13 Recensione - Non solo drammi ma anche tanta solidarietà (Kristjan Knez)
15 - La Voce del Popolo 31/12/13  Intervista a Alessandro Rossit : Un tempo c'era molto più entusiasmo (Ilaria Rocchi)

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/


01 -  Mailing List Histria Notizie  01/01/14 - Gennaio 2014 - 13 ° Anno della Rassegna Stampa Mailing List Histria
Gennaio 2014 - 13 ° Anno della Rassegna Stampa Mailing List Histria
I primi giorni di Gennaio del 2014 daranno vita al 13° Anno della Rassegna stampa curata della Mailing List Histria , sono stati inseriti nella rassegna stessa fino ad ora dal 2002. circa 11290 articoli. Mentre quelli recensiti in lista MLH sono stati circa 24000 , da cui abbiamo tratto molte discussioni, poi trasformatisi in iniziative che hanno unito tutti gli istriani , fiumani e dalmati sparsi per il mondo. L'iniziativa creata nel 2002 raggiunge 250 destinatari in tutti i continenti.


02 - Difesa Adriatica - Gennaio 2014 - La nostra storia merita il futuro
La nostra storia merita il futuro

La nostra Storia merita il Futuro. E «il modo miglio­re per predire il futuro è crearlo» (Forrest C. Shaklee). Per creare il futuro, occorre avere una roadmap, una cartina che sia davvero origi­nale e non segua i soliti contorni geografici, la solita topografia e i so­liti itinerari, ma vada alla ricerca di un orientamento tanto saldamente fondato sulla Storia e sulla Tradizio­ne, quanto nuovo e generativo nel metodo e nel movimento.
La nostra Storia è davvero così importante - non solo per noi -, da meritare il Futuro. E dire «Futuro» equivale a richiamare possibilità nuove e orizzonti finora mai attra­versati e forse neanche pensati.
La Storia è un grande labora­torio di ricerca sperimentale e guai a chi voglia farne una specie di città dei morti viventi. Si vive nella Sto­ria perché noi, come esseri storici, desideriamo sempre qualcosa in più rispetto a quanto abbiamo oggi; aspiriamo, cioè, ad altri orizzonti di aspettativa e, nello stesso tempo, viviamo già spazi di esperienza che spingono, pulsanti, verso nuove se­minagioni e nuove avventure.
La nostra Storia merita il Futu­ro e noi glielo stiamo già fin d’ora consegnando, creando laboratori e linguaggi a misura delle nostre aspettative crescenti. Perché per noi vivere è attendere ogni gior­no il miracolo della Vita, come ci hanno insegnato i nostri Nonni ed i nostri Padri, le nostre Madri ed i nostri testimoni e martiri, come la nostra amata Norma Cossetto, Me­daglia d’Oro al Merito Civile alla Memoria - queste personalità pure, straripanti di vita e coraggiose -, per come hanno affrontato le dure difficoltà della Storia, che ha sem­pre aspetti brutali e talvolta quasi insopportabili, ci chiedono di più, molto di più.
Molto di più rispetto alla resi­stenza o al revanscismo, alla riven­dicazione di sacrosanti diritti - ai quali teniamo come e più di tanti altri che li sbandierano da decenni, creando però soltanto un esercito di perdenti radicali -; molto di più rispetto al pur necessario Ricordo (anzi, dovremo, piuttosto, sempre più appellarci e fondare un’idea forte della Memoria: è un lavoro da condividere); molto di più: e cosa?

CREARE IL FUTURO, LA STORIA CI CHIEDE DI PIÙ

Un passo semplice ma non per questo facile, lo am­mettiamo, che vorremmo spiegare facendo nostre le parole del grande filosofo, scrittore e saggista rumeno, Emil Cioran, creatore di folgoranti aforismi, tra i quali il seguente: «Sia­mo tutti dei commedianti: soprav­viviamo ai nostri problemi». Noi prendiamo l’aforisma per indicare un paradosso al quale siamo stati tutti incatenati per decenni, ma poi
lo         rovesciamo come un calzino. In­fatti, Cioran, nel suo lavoro, dà per scontato che gli uomini siano tutti così e così vivano e muoiano, alla fine, un destino ineluttabile.
In realtà, non è così, perché noi abbiamo la libertà e possiamo, appun­to, creare il nostro futuro: basta smet­terla di pensarci come custodi delle memorie del sottosuolo, dei nostri morti e dei nostri privatissimi ricordi, elevati a feticci della Storia, molto più grande e molto più pretenziosa. La Storia che ci chiede di più e alla qua­le di più dobbiamo dare, proprio per meritarci il Futuro, che i nostri Padri vogliono sia la nostra casa comune.
L’ottimismo e l’amore alla vita della nostra gente, da sempre labo­riosa e creativa, deve essere l’attitu­dine e l’atteggiamento orientato, già sin d’ora, al futuro, perché dob­biamo evitare di essere dei perdenti radicali e “sfigati” per connotazione naturale, perché noi non vogliamo applicare il metodo mortifero all’esi­stenza storica; noi non siamo di quelli che “per punire gli altri di esse­re più felici di noi, inoculiamo loro, in mancanza di meglio, le nostre angosce”. Al contrario: dobbiamo creare una comunità di “pari”, cioè di uomini e donne orientati al futu­ro, ovvero capaci di creare il futuro. Capaci, cioè, di cogliere i veri segnali della Storia. Ne citiamo due, in par­ticolare, uno “macro”, l’altro (si fa per dire) “micro”, ma molto “macro” nella germinazione e negli sviluppi.

LA NOSTRA PARTITA SI GIOCA SU UN CAMPO PIÙ VASTO

Quello “macro” è sotto gli occhi di tutti: la Croazia è in Europa. E noi, oggi, dialoghia­mo con la Croazia con la nostra consapevolezza di Associazione aperta e pronta a cogliere le occasio­ni storiche che questo evento ci of­fre - ad ogni livello: diritti, socialità, economia -, sapendo che la nostra partita si gioca su un campo più vasto e significativo che è, appunto, l’Europa stessa.
Quello “micro” - in realtà, “macro” per gestazione, generatività e futuro - è lo spettacolo di Simone Cristicchi, «Magazzino 18». Un’opera d’arte e di creatività linguistica non seconda a nessun’al- tra opera teatrale di testimonianza civile e, nel contempo, un messag­gio proveniente da un uomo, il suo autore, nato a Roma, e dunque non sospetto di contiguità con il retro­terra politico-culturale almeno di una certa parte del nostro mondo.
Eppure, questo sensibile e colto artista, che ha già mandato messag­gi non comuni e fuori dagli schemi anche in campo prettamente mu­sicale, sta dentro la nostra Storia e ci sta con l’umile curiosità di chi si apre ad un pezzo della sua persona­le storia di italiano e di cittadino. Questo è il metodo: la domanda condivisa.
Si è soli quando nessuno con­divide la domanda che urge nel tuo cuore. Ecco perché noi abbiamo vissuto tanta solitudine ed abbiamo alimentato questa temperie facen­dola diventare isolamento.

Dunque, Cristicchi è un segna­le “macro” nel nostro mondo e nel sistema di linguaggi e originalità che intendiamo creare e soltanto l’umil­tà delle proporzioni ci ha mossi a indicarlo come “micro”; ma chi ha visto lo spettacolo non tarderà a visualizzarlo come “macro” nel suo immaginario e nella realtà di ogni giorno, con effetti virali e contagiosi certamente sorprendenti.
Stupiamoci, dunque, della nostra Storia e non diamola trop­po per scontata, perché il vero “ritorno” è l’apertura delle porte dell’anima di chi, non nato in terra istriana, si sente innervato in quelle memorie di forza e dolore, capaci di nuova creatività e nuovo cando­re umano.
Con questi sentimenti e inten­sità progettuale, auguro a tutti Voi, cari Amici e Associati alla nostra Associazione, un 2014 all’altezza dei nostri desideri e all’insegna del­la creazione del Futuro della nostra Storia.

Antonio Ballarin



03 - Coordinamento Adriatico n° 4 - Dicembre 2013 - Qualcosa è cambiato nell'atteggiamento culturale croato
Qualcosa è cambiato nell’atteggiamento culturale croato
Non percepire le cose che cambiano e non avvertire anche i più piccoli segni di mutamenti vuol dire mettersi fuori dalla possibilità di essere noi a cambiare le cose. Specie quando questi cambiamenti po­trebbero anche essere il frutto di una nostra capacità di incidere sulla realtà.
 
Per anni, proprio sulle pagine di questo pe­riodico, nei convegni da esso organizzati e nelle sue pubblicazioni, abbiamo lottato con la forza delle idee per fronteggiare la mani­polazione della storia che, da oltre un secolo di orientamenti nazionalisti o totalitari, ren­deva difficile il dialogo con la cultura e quindi con la politica croate e slovene, Ormai anche i più retrogradi di noi sono obbligati a constatare che c’è qualcosa di nuovo nell’atteggiamento della cultura croata e anche slovena. Fermiamoci oggi sul primo aspetto.
Un primo punto, fondamentale nella cul­tura dell’Esodo giuliano-dalmato e della popolazione italiana residente nei territori delle due repubbliche, è quello dell’autoc- tonia. Per decenni una propaganda faziosa e superficiale - come lo è ogni propaganda
ha diffuso, approfittando della profonda ignoranza geografica e storica dell’ «intel- lighentia» italiana, l’idea che noi, italiani dell’Istria, della Dalmazia e del Quarnaro, fossimo il prodotto colonialista del ven­tennio fascista: polentoni e terroni impor­tati da Mussolini per alterare e stravolgere la «vera» struttura etnica delle nostre re­gioni. Oppure slavi rinnegati che si erano piegati ai manganelli e all’olio di ricino degli squadristi.
Ebbene nella letteratura e nella saggistica croata e slovena di oggi questa falsificazione ha perduto ogni appeal culturale. A pensarla cosi sono rimasti soltanto i «salotti bene» della borghesia conformista italiana.
Si pubblicano opere dalle case editrici croate e sinossi nelle università nelle quali si rico­nosce apertamente il radicamento storico delle popolazioni italiane sulle coste dell’Adriatico orientale. Non sempre queste ricerche arrivano nei testi scolastici delle scuole primarie e secondarie. Ma si sa che non tutti i semi cadono su terra fertile. La stupidità, la pigrizia, la paura della verità trovano spesso dure cervici, impenetrabili ad ogni novità, in tutti i paesi.
Chi frequenta senza paraocchi le nostre terre natali - «nostre», anche se appartenenti a stati diversi da quello italiano, nel senso personale della parola, privo di ogni revans­cismo territoriale - si accorge quanto inte­resse susciti nei giovani studiosi e ricercarori croati e di altri paesi il carattere «plurale» delle regioni dell’oltre-Adriatico. C’è un fascino misterioso che attrae il visitatore o lo studioso sensibile quando costeggia le nostre isole o entra dalle antiche porte delle nostre piccole città, dense di arte e di storia. Un qualcosa che rende quei luoghi «diversi» e non catalogabili secondo i canoni comuni. E spinge quindi l’intelletto a cercare le ra­gioni di quella diversità. A superare soprat­tutto la barriera psicologica che il Novecento ha costruito su semplificazioni arbitrarie di una realtà e di una sedimentazione storica ben più ricche e interessanti degli stupidi slogan di opposte propagande.
E’ successo a grandi studiosi e letterati del passato (Mommsen, Jerecek, Freud, Junger, Verne, Joyce, Màrai, ecc.). Succede anche oggi leggendo le epigrafi sui muri delle chiese e delle strade, delle antiche mura, o visitando archivi e biblioteche.
 Per farne un esempio autorevole ascoltiamo con intelligenza le parole dell’attuale Presi­dente della Repubblica croata, Ivo Josipovic, uomo di cultura, dalmato di Macarsca. Già nell’incontro di Pola con Giorgio Napolitano e nel concerto all’Arena del 3 settembre 2011, poi nella visita a comunità italiane dell’Istria, e infine nella recente visita di stato a Roma il 3 dicembre di quest’anno, Josipovic non ha avuto paura di riconoscere la storicità della «presenza italiana» nelle regioni dell’Adriatico orientale. Non ha sot­tolineato quindi solo i legami di cultura tra le due sponde - termine ormai abusato nei salamelecchi che precedono i convegni in­ternazionali - ma l’influenza decisiva che la cultura italiana ha avuto nello sviluppo artistico, letterario e scientifico di queste re­ioni. «Senza di VOI - disse a noi esuli a ola - noi croati non saremmo quello che siamo.» Ma ha parlato di una profonda co­munanza di cultura intrecciata dal medio evo all’età moderna. Era evidente nelle es­pressioni usate, e finemente scelte, il rico­noscimento della vanità di voler distinguere con categorie anacronistiche il profondo substrato di una civiltà comune. Era come se pensasse al giudizio di Salomone, quando propone alle due madri di spaccare a metà il bambino che si contendevano. Il concetto di nazionalità - sottintendeva il presidente croato - nato tra Ottocento e Novecento non può essere esteso retroattivamente alle età precedenti, senza forzature ridicole.
Anche se ha concesso al nazionalismo croato di indicare nella loro lingua i nomi di tre grandi artisti dalmati (Ivan Duknovic / Giovanni Dalmata, Frane e Lucijan Vran- janin / Francesco e Luciano Laurana) ha su­bito aggiunto che questi sono meglio noti con i loro nomi italiani. Ed ha sottilmente osservato quanto sia indifferente come essi venissero chiamati o si facessero chiamare. Ma più che una rivendicazione di apparte­nenza etnica quelle parole denunciavano l’inconsistenza di attribuzioni esclusive, la loro improprietà scientifica. Il senso di tutto il discorso era l’inutilità del contendere sulle origini più o meno italiane o croate di grandi protagonisti del Rinascimento italiano ed europeo. Non per niente si è guardato dall’estendere le citazioni ad altri autori o scienziati sui quali si è troppo a lungo controverso con appropriazioni spesso risi­bili. Uomini e donne di alta cultura che scri­vevano in latino e in italiano o in francese, perchè queste erano le lingue della civiltà europea di quel momento. Una lingua, quella italiana, che a tutti i dalmati - come riconobbe a Pola - era «familiare». Ciò che egli ha voluto asserire è la totale Koinè cul­turale e linguistica tra la penisola italiana e le regioni adriatiche ove abitavano, insieme agli slavi, tanti italiani di origine autoctona, cioè frutto naturale di quelle terre. Niente percentuali quindi, niente freddi numeri, ma la sostanza di un cammino comune che i nazionalismi e le ideologie del Novecento avevano voluto separare.
All’Università di Zara non si teme di stu­diare e diffondere le opere di scrittori e poeti italiani della Dalmazia nel Novecento nè di pubblicare proverbi o canzoni in dialetto dalmato-veneto di fine-Ottocento o dei primi del secolo scorso. Negli archivi si cercano le ripercussioni in Istria e in Dalmazia delle vicende del Risorgimento italiano, senza oc­cultare le lotte tra partito autonomista filo­italiano e partito annessionista filo-croato. Anche i tabù su Nicolò Tommaseo e Antonio Baiamonti stanno crollando. E non per ri­vendicarne la slavità. Ma per sottolineare la sensibilità del primo nel difendere l’identità peculiare della sua piccola patria, senza dis­conoscerne il carattere plurale e la diversità di prospettive che si presentava ai croati della Dalmazia. E per delineare la grande personalità del patriota spalatino, strenuo difensore della lingua e del carattere italiani di Spalato, ma generoso e provvido ammi­nistratore di una città plurilingue ove tutti godessero di uguali diritti. Al riguardo è esemplare l’opera rigorosamante documen­tata di Dusko Keckemet pubblicata dalla Società Dalmata di Storia Patria di Venezia, come la spassionata collaborazione di stu­diosi croati alle pubblicazioni della Società consorella di Roma.
Come non ricordare che non solo all’epoca della defunta Iugoslavia, ma anche negli anni della Croazia di Tudjman, il linguaggio della cultura croata era Den diverso! Anzi fin dal secolo XIX la tesi di fondo del na­zionalismo croato erano l’iniquità della do­minazione veneziana - che andava mini­mizzata nella sua stessa durata plurisecolare
l’ «inquinamento» e la corruzione morale portati dalle influenze italiane nelle «sane» costumanze popolari del popolo croato, lo sfruttamento sociale delle oligarchie venete sul lavoro delle masse rurali slave delle campagne, persino il peso nefasto del clero latino delle città costiere sulla genesi e lo sviluppo di una coscienza nazionale croata. Altro che la benefica «presenza italiana» di cui parla Josipovic, forte del suo retro­terra culturale e della sua serietà e serenità di giudizio!
Ovviamente a nessuno possiamo chiedere di tacere sui tentativi di snazionalizzazione durante il ventennio fascista o sulle repres­sioni commesse da reparti italiani durante l’occupazione del 1941-43, nel clima di una guerriglia a più componenti che non si ris­parmiavano atrocità di ogni genere. Sarebbe come se volessimo fare a meno della nostra stessa onestà di giudizio.
Ma non possiamo disconoscere che nel lin­guaggio di chi oggi rappresenta al massimo livello la nazione croata non c’è più ombra di negazionismo della antichissima presenza latina e italiana in Adriatico orientale, nè cenni di giustificazionismo della barbarica violenza a guerra finita contro gli italiani di quelle regioni da parte del regime di Tito. Il sacrificio e le sofferenze del nostro esodo vengono denunciati ufficialmnte senza pe­lose omissioni. Finisce che ormai di noi, italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia parlano con più rispetto autorità di stato e studiosi croati che tanti mostri sacri della cultura italiana, che ancora ci ignorano, come se non fossimo mai esistiti.
 
Lucio Toth
04 - Il Piccolo 28/12/13 Nove cittadini italiani indennizzati a Veglia dall'esproprio di Tito
Nove cittadini italiani indennizzati a Veglia dall’esproprio di Tito

La decisione del tribunale di Fiume anche per quattro croati Gli immobili e i terreni vennero sottratti dal regime jugoslavo

di Andrea Marsanich

VEGLIA. Furono mazzate devastanti ai danni di privati, in pratica derubati decenni fa, ai tempi del regime jugoslavo. Ora, dopo anni di battaglie giudiziarie, il Comune di Veglia - su disposizione del tribunale di Fiume - deve versare somme consistenti agli eredi dei titolari di lotti di terreno sottratti sull’isola quarnerina negli anni Sessanta e Ottanta, con la magica formula de “In nome del popolo” e senza alcun risarcimento ai proprietari. Proprio nelle settimane scorse la municipalità vegliota ha raggiunto una specie di compromesso, o accomodamento, con 13 eredi di proprietari di un totale di 10 mila metri quadrati di terreno in zona Drazice, nelle vicinanze di Veglia città.

Si tratta di 4 cittadini veglioti e di 9 cittadini italiani (non è stata comunicata la loro identità) che nel 2014 e nel 2015 riceveranno mensilmente l’importo di mezzo milione di kune, pari a 65 mila e 500 euro. Il versamento è già cominciato questo mese e proseguirà dunque nei due anni a venire, ponendo in qualche modo riparo alle ingiustizie perpetrate tanto tempo fa e passate per decenni sotto silenzio.

«Il nostro bilancio municipale ne risentirà eccome – ha detto il sindaco di Veglia, Dario Vasili„ – sono lotti di cui la città non ha mai beneficiato perché ceduti a scopi turistici e anche abitativi. Dovevamo pagare in contanti sui 12 milioni e mezzo di kune (circa 1 milione e 636 mila euro), somma che avrebbe significato la bancarotta del nostro comune. Invece abbiamo stabilito un’intesa con gli eredi, che ci permette il pagamento rateale e la salvezza delle casse municipali». Il primo cittadino ha dichiarato ai giornalisti che metà dell’importo da versare agli eredi verrà fuori dalla vendita di immobili di proprietà di Veglia città. In primo luogo si porrà sul mercato il complesso d’affari Neptun, dislocato nei pressi dello stabilimento balneare Portapisana, come pure l’edificio della Vecchia Posta, in Piazza Grande, nel nucleo storico del capoluogo isolano.
«Purtroppo non si tratta della prima sentenza per questo lotto di 10 mila metri quadri – ha specificato Vasili„ – negli anni passati ci sono già stati tre verdetti a favore degli ex tredici titolari, con risarcimenti costati alle nostre casse sui 5 milioni di kune (655 mila euro). Ricordo che un primo lotto, di circa 6200 metri quadri, fu preso ai legittimi proprietari nel 1969, mentre il secondo, di 3800 metri quadri, fu nazionalizzato nel 1982. La proprietà privata è però un diritto inalienabile e dunque le sentenze non ci hanno sorpreso».





05 - Ravenna notizie.it 23/12/13 Una storia di Natale tra Mezzano e l'Istria
LA POSTA DEI LETTORI / Una storia di Natale tra Mezzano e l'Istria

I buoni sentimenti uniscono, costruiscono ponti, non hanno barriere
La scuola elementare "Rodari" di Mezzano, facente parte dell'Istituto Comprensivo Valgimigli di Mezzano, è stata allietata in questi giorni natalizi da un evento insolito e benaugurante, che merita di essere divulgato.
L'antefatto è costituito dalla sagra di Mezzano svoltasi in ottobre; all'interno della sagra, domenica 20 ottobre furono lanciati nella piazza oltre 300 palloncini (uno per ogni alunno della scuola elementare di Mezzano), contenenti ciascuno messaggi di pace e fratellanza tra i popoli.
I messaggi, accompagnati da un disegno, erano stati preparati a scuola dagli alunni. Su ogni biglietto era riportato l'indirizzo della scuola, la classe di appartenenza, il nome e il cognome dell'alunno.
In questi giorni natalizi è giunta alla nostra scuola, per un'alunna della classe 3^B, una lettera di una ragazzina di 14 anni di Koromacno, in Istria, Croazia.
Nella lettera la ragazzina, di nome Antonela, studiosa di lingua italiana, racconta che, mentre stava cercando funghi in un bosco vicino casa, ha ritrovato il palloncino a terra con appeso il bigliettino ancora in buono stato.
Antonela ha allegato alla lettera una cartina della sua città e ha rispedito alla nostra alunna di Mezzano anche il bigliettino che ha sorvolato il Mare Adriatico ed è atterrato in Croazia, dopo diverse settimane di volo, dalla partenza da Mezzano il 20 ottobre u.s.

C'è da aggiungere che Koromacno si trova nella sponda più a est dell'Istria, quindi il palloncino ha attraversato in volo anche l'Istria.





06 - La Voce del Popolo 09/12/13 Lettere - Crìsticchi, giudizio sconsiderato
Lettere

Crìsticchi, giudizio sconsiderato

Mi accingevo a esaltare le due splendide serate che abbiamo trascorso in Comunità, la prima a opera della Dante Alighieri (la magnifica presentazione dell’ultimo libro di Nelida Milani Kruljac), la seconda offertaci dalla Lino Mariani per l’anniversario della nascita di Verdi. Entusiasmanti. Indimenticabili. Un infinito senso di gratitudine per tutti gli esecutori.

Ma un altro argomento mi ha distolto da quelle riflessioni, e cioè la conferenza stampa dei signori dell’SRP contro l’atteso spettacolo di Simone Crìsticchi qui a Pola.

Mi chiedo: come si fa a giudicare una cosa del genere PRIMA di averla vista. Non insegna niente l’esperienza di Trieste? Quante polemiche da tanti malintenzionati PRIMA dello spettacolo.

DOPO averlo visto, chiuso ogni contrasto, dieci minuti di applausi in piedi da TUTTO il pubblico, compresi anche i malintenzionati di prima.

- perché non si vuole accettare la verità? Guai nominare le foibe, si vuole rimuovere anche il pensiero della loro esistenza. Ma non sono mica un’invenzione! Ce ne sono, e parecchie e il fatto di avervi precipitato persone, certe addirittura ancora vive, è la più grande carognata e vergogna che sia stata commessa dalle nostre parti. E quando, dopo tanti decenni, si accetterà la verità, potremo dire di respirare aria libera.

- altro argomento da non toccare: l’esodo.

Ma quanta nostra gente ha dovuto lasciare questa nostra Terra benedetta e andarsene per il mondo. Tutti si sono sistemati, erano tutti brava gente, ma quanto tempo ci volle, e quanto dolore per i propri cari rimasti, e per i propri beni abbandonati. Quasi sessant’ anni fa io ho fatto visita ai miei parenti nel Silos di Trieste. Un doloroso ricordo.

Per finire: il nostro grande Endrigo non avrebbe certamente accettato l’amicizia di uno che la pensa come quel signore dell’SRP. Si vede che quest’ultimo sapeva celare molto bene i suoi veri sentimenti.

Cari signori dell’ SRP venite a vedere Crìsticchi, buoni buoni, in un angolo. Forse cambiate idea pure voi.

 
Olga Milotti
Pola




07 - Coordinamento Adriatico n° 4 - Dicembre 2013 - Simone Cristicchi : "L'esodo dall'Istria ci fa ancora paura"
Simone Cristicchi : “L’esodo dall’Istria ci fa ancora paura”

La tragedia degli esuli giuliano-dalmati fa ancora paura. Simone Cristicchi non usa mezze misure quando parla del «musical civile» che lo vedrà protagonista da martedì a domenica alla Sala Umberto di Roma. «Magazzino 18» è già andato in scena a Trieste, con tanto di Digos e polizia schierati a sorvegliare sulla prima.

Simone Cristicchi, perché a Trieste c’era addirittura la polizia alla prima di «Magazzino 18»? «Si temevano contestazioni che poi, fortunatamente, non ci sono state».
Perché il suo musical civile era a rischio contestazioni?
«Perché mi accusavano di essere stato manipolato da qualcuno».

Lei cosa risponde alle accuse?
«Con Jan Bernas abbiamo cercato di essere i più equilibrati possibile.
Abbiamo cercato di porre interrogativi piuttosto che dare risposte. Questo spettacolo vuole pacificare, vuole far fare a ognuno i conti coi propri scheletri nell’armadio. È giunta l’ora di riappropriarsi di questo passato rimosso per così tanto tempo».
Perché è stato rimosso questo capitolo della storia d’Italia?
«Per tanti anni la sinistra ha lasciato alla destra il monopolio di questa storia. Quando gli italiani dell’esodo tornavano in Italia venivano trattati male. L’arrivo di 350 mila persone fu interpretato come un plebiscito popolare, un atto d’accusa nei confronti della Jugoslavia di Tito. La storia di queste persone metteva in cattiva luce il comunismo. Ma non c’era solo questo».

E cos’altro c’era?
Il    mio j ’accuse è rivolto a tutti quelli che hanno voluto rimuovere
questa storia. La Dc e il Pci, per esempio, hanno taciuto. Poi dopo il ’48 Tito è diventato un interlocutore dell’Occidente e non bisognava metterlo in difficoltà.
Senza sottovalutare il silenzio degli stessi esuli giuliano-dalmati che non hanno mai chiesto nulla e si sono perfino vergognati. Il loro esodo dimostrava che l’Italia la guerra l’aveva persa, eccome. Ma gli esuli hanno sempre mantenuto una grande dignità, nonostante le difficoltà e la vita nei campi profughi».

Com’è nata l’idea di mettere in scena l’esodo giuliano-dalmata?
Mi trovavo a Triste e scoprii l ’esistenza di questo Magazzino 18 che si trova nel porto vecchio della città e che contiene duemila metri cubi di masserizie. Ci sono pile di sedie fino al soffitto, mattonelle, armadi, specchiere, cassapanche, libri, ritratti, quaderni e fotografie in bianco e nero. È il contenuto di un ’intera città. Tutti oggetti che gli esuli avevano portato con sé e sui quali ancora oggi ci sono targhette con il nome del legittimo proprietario».

Com’è costruito lo spettacolo?
«Lo abbiamo definito musical civile perché arricchisce la formula classica del teatro di narrazione. La storia è intervallata da dieci canzoni inedite e da filmati dell’Istituto Luce. La messinscena è ambientata nel Magazzino 18».

Da qualche anno, lei ha allargato il suo raggio d’azione non limitandosi solo alla canzone. Com’è nata questa esigenza?
«La canzone mi va stretta. Sento di poter dare molto di più nel teatro-canzone ma nel nuovo musical civile ho trovato la mia dimensione ideale. In questo modo il pubblico ha la possibilità di conoscermi fino in fondo. Parallelamente continuo ancora a scrivere canzoni ma sto già pensando ad altri musical».

A quali spettacoli sta pensando?
Mi piacerebbe affrontare il tema del Risorgimento oppure mettere in scena la vicenda narrata in “Canale Mussolini”.

Carlo Antini da “Il Tempo” del 15.12.2013


08 - Europa Quotidiano 26/12/13 Cristicchi scoperchia i sepolcri degli italiani d'Istria
Cultura

Davide Vannucci

Cristicchi scoperchia i sepolcri degli italiani d’Istria

Revisionista o cerchiobottista? Né l'uno né l'altro, con "Magazzino 18" Simone Cristicchi riscopre un capitolo dimenticato della nostra memoria

Il Cominform non è un detersivo, il Grande Esodo non è l’avvio delle vacanze e Giuliano Dalmata non è un imperatore pagano del IV secolo. L’ignoranza dell’impiegato romano Persichetti, professione archivista, si dirada poco alla volta, e in parallelo una delle vicende più misconosciute della nostra storia, l’esodo degli italiani d’Istria, esce dalle stanze polverose del Magazzino 18 di Trieste, dove i ratti spadroneggiano e i ricordi affogano, per diventare spettacolo teatrale, recital civile, come si è soliti dire, vis-à-vis di una nazione con il proprio rimosso.

Da qualche anno Simone Cristicchi, professione cantante, ha scoperto un nuovo habitat, il teatro, e un mestiere del tutto originale. Ha deciso di raccontare le pagine dimenticate del Novecento italiano, mescolando musica, recitazione, affabulazione. Una soluzione stilistica alla Marco Paolini, se si vuole trovare un termine di paragone. La differenza, in parte, è nell’oggetto. Non le grandi vicende su cui non si è mai indagato a fondo, come la strage del Vajont o quella di Ustica, ma storie letteralmente rimosse, come la tragica epopea de Li romani in Russia – titolo di una sua precedente opera, tratta dai versi del poeta capitolino Elia Marcelli – o l’esodo da quelle terre che la Grande Guerra aveva assegnato all’Italia e che il secondo conflitto mondiale aveva trasferito alla Jugoslavia di Tito.

L’espediente narrativo è questo: il burocrate Persichetti viene mandato a Trieste per fare l’inventario del Magazzino 18, nel Porto Vecchio della città. Là sono conservati tutti gli oggetti degli italiani che avevano lasciato in fretta e in furia l’Istria e la Dalmazia dopo il trattato di pace del 1947. Non erano riusciti a portare con sé i propri averi e li avevano spediti in Venezia Giulia, in attesa di recuperarli. Molti oggetti, però, non furono mai reclamati. Sedie, armadi, specchiere, cassapanche, fotografie, libri, ritratti, quaderni di scuola, tutti rigorosamente archiviati, nome, cognome, numero di serie. Nomi e cognomi che raccontano una vicenda tragicamente universale, quella delle vittime della Storia, costrette, da dinamiche che sfuggono al loro controllo, a sciogliere un drammatico dilemma: partire o restare?

A questo proposito, Cristicchi ha accostato l’esodo istriano alle rotte della disperazione che popolano le nostre cronache. Stessi interrogativi, stesso trauma, stesse difficoltà di adattamento a un ambiente che li tratta con sospetto o, peggio, repulsione. Persone sradicate dalle proprie terre, perché i confini, si sa, sono affare politico. Persone che fuggono perché la guerra sconvolge il loro mondo quotidiano: Siria, Repubblica centrafricana, Sud Sudan, Congo. E se raramente si parla degli esodi contemporanei – tranne quando lambiscono le nostre responsabilità, come a Lampedusa – ancor meno si discute di quella lontana vicenda, i cui numeri furono impressionanti: 350mila persone, che avevano la sola colpa di abitare un territorio di confine, conteso tra due paesi e due mondi.

Il silenzio si è imposto anche perché, ogni qualvolta si vuole fare luce, scatta il riflesso pavloviano dell’ideologia. Le polemiche su Magazzino 18 ne sono la testimonianza. Lo spettacolo – che ha appena lasciato la Sala Umberto di Roma per proseguire altrove – è partito proprio dalle terre degli esuli: Pola, Umago, Fiume. Accoglienza calorosa da parte del pubblico, astiosa reazione di alcuni gruppi, che hanno accusato Cristicchi di revisionismo storico, di trasformare i carnefici in vittime, come se si imponesse l’equazione “istriani uguale fascisti”.

Piccoli incidenti, che mostrano il nervo scoperto di certa sinistra (oltre che l’opera strumentale di certa destra). All’epoca, infatti, si era agli albori della guerra fredda, Churchill aveva coniato l’espressione “cortina di ferro” e la logica delle alleanze internazionali si stava imponendo. Il Pci era diviso tra la fedeltà alla nazione italiana, che stava contribuendo a plasmare, e quella all’Internazionale comunista (il Cominform, appunto). Gli italiani d’Istria, che avevano deciso di non abitare la casa socialista di Tito, furono trattati con ostilità.

Lo spettacolo è stato accusato anche di cerchiobottismo, perché racconta i soprusi perpetrati dai fascisti sulla popolazione slava, durante il ventennio italiano. Ma nella pièce non c’è alcuno sforzo giustificazionista, non si ripara a un torto con un torto uguale e contrario, campo di prigionia contro campo di prigionia. Cristicchi vuole semplicemente raccontare, commuovendo e (talvolta) facendo sorridere.

Persichetti è una sorta di Virgilio che conduce lo spettatore a scoperchiare i sepolcri della nostra memoria. Non solo, e non tanto, la vicenda delle foibe, venuta meritoriamente alla luce nell’ultimo ventennio, anche se ben presto sequestrata dalla strumentalizzazione politica. Storie di italiani, come Marinella Filippaz, dodici mesi, morta di freddo nel campo profughi di Padriciano. Le vittime della strage di Vergarolla, 18 agosto 1946, quando l’esplosione di una mina lasciò sulla spiagge di Pola oltre cento morti. Gli uomini e le donne che decisero di restare in Istria, e vissero da stranieri, in una patria che li trattò sempre come un corpo estraneo. Quelli che partirono per l’Italia, ma rimasero esuli per tutta la vita, tollerati a malapena, mai integrati, e che affogarono la loro esistenza nell’alcool, o si suicidarono, vinti dalla nostalgia. Gli operai dei cantieri navali di Monfalcone, che varcarono il confine, fazzoletto rosso al collo, per vivere nella nuova repubblica socialista. Furono fatti prigionieri ed internati nel lager di Goli Otok. Perché nel frattempo Tito e Stalin avevano rotto, e a quel punto i comunisti italiani abitavano un’altra patria. La Storia, ancora una volta, aveva deciso per loro.








09 - Il Manifesto 27/12/13 Visioni - Magazzino 18. Cristicchi e la storia secondo un archivista 'distratto'
VISIONI

Magazzino 18. Cristicchi e la storia secondo un archivista ‘distratto’

Stefano Crippa

Centinaia di sedie una sopra l’altra, vecchi mobili, camere da letto, oggetti lasciati dagli esuli italiani nel Porto Vecchio di Trieste. Tutti accatastati nel Magaz­zino 18, anche titolo dello spettacolo di Simone Cristicchi per la regia di Antonio Calenda, che ha debuttato lo scorso ottobre al Politeama di Trieste e sta girando i teatri della penisola. Al centro l’esodo degli italiani dalle terre d’Istria, Fiume e Dalmazia e il dramma delle foibe, uno spaccato di storia complicato e mai risolto che Cristicchi — memore di sue esperienze passate sul palcoscenico (come Li romani di Russia), riprende in un monologo a metà fra il recitato e la canzone.

Nella messinscena Cristicchi è un archivista romano, inviato al Magazzino 18 dal ministero dell’interno per fare un grande inventario. Andatura dinoccolata, soprabito e valigetta, un guascone che si rifà alla mitologia dell’uomo medio incarnato da Sordi in tanti film: arruffone, egoista, ma che nella finzione passa da un disinteresse totale a una più decisa consapevolezza. Un racconto intervallato da una sorta di compendio veloce dei fatti storici che sconvolsero quelle terre dai primi del Novecento al ’47, cercando di contestualizzarne le vicende. E qui Cristicchi inciampa rovinosamente, mettendo in scena uno spettacolo che si basa quasi esclusivamente sul testo di Ian Bernas Ci chiamavano fascisti. Eravamo Italiani, e propone un’interpretazione di quegli accadimenti parziale, se non univoca.

Così la storia tutto ingoia e omologa, senza per mettere allo spettatore di valutare le ragioni e i comportamenti che sono stati alla base di quegli eventi; avvicinando anzi pericolosamente le due ideologie contrapposte, comunismo e fascismo, per omologarle. E generando confusione nel pubblico:
perché non si possono dedicare tre minuti tre di «riassunto» alle terribili sofferenze portate dal fascismo in Slovenia; lo sterminio di oltre 350 mila sloveni, croati, serbi montenegrini, slavi nelle regioni occupate e/o annesse dal 3 aprile 1941 al settembre del 43, le 35 mila vittime uccise da fame e malattie in oltre 60 campi di internamento per civili sparsi dal nord al sud Italia, che sono fondamentale per comprendere la successione degli avvenimenti.

Non mi interessa la politica — racconta in un’intervista al Piccolo il cantautore — Mi interessano le storie, e mi inte­ressa continuare a sviluppare, sia a teatro che con le mie canzoni un’operazione didattica della memoria». Ma per ricostruire una successione di eventi così complessa — e dichiaratamente con «fini didattici» — serve un lavoro diverso. Non basta limitarsi a costruire canzoni o, peggio, riutilizzare uno strug­gente pezzo di Sergio Endrigo come 1947, facendolo passare per un’irredentista.
Altrimenti — e ci dispiace perché in passato Cristicchi ha dato prova di sensibilità nel parlare di disagio mentale — si presta solo il fianco al revisionismo storico che avvelena il tessuto sociale di questo paese da troppo tempo.


10 - Coordimamento Adriatico n° 4 - Dicembre 2013 - Interventi e scoperte in Dalmazia per la tutela del patrimonio storico
Interventi e scoperte in Dalmazia per la tutela del patrimonio storico

Zara, l ’antico centro dalmata, è all’opera per restaurare e valorizzare alcune tra le parti più preziose e prestigiose del suo centro storico. Dall ’amministrazione cittadina di Zara è stata diffusa a fine novembre la notizia che prossimamente cominceranno i lavori di restauro di tre siti di grande importanza: il Passaggio dell’imperatore Augusto (nei pressi dell’ambulatorio pediatrico), la Porta Marina (al presente ribattezzata con l ’antico nome di San Grisogono) e l’area del Piccolo Arsenale (nelle vicinanze dei Tre pozzi). Gli interventi fanno parte del progetto Hera, nell’ambito del programma Ipa Adriatic. Secondo quanto dichiarato ai giornalisti locali da Davor Lonic, assessore zaratino allo Sviluppo e ai Processi europei, il progetto dovrà essere portato a termine entro 27 mesi.

Il progetto Hera è stato formulato da esperti del luogo e punta alla valorizzazione culturale e turistica dei tre siti appena indicati. La Porta San Grisogono (patrono della città di Zara), costruita nel 1566, assunse l’odierno aspetto nel 1571, quando fu ristrutturata per le trionfali accoglienze che gli zaratini riservarono ai marinai delle quattordici navi dalmate accorse alla battaglia di Lepanto. Sulla Porta si può ancora notare la lapide che salutava gli eroici reduci dello scontro tra la flotta dei cristiani e quella dei musulmani. Sulla facciata barocca del Piccolo Arsenale, che è in pietra calcarea, è ancora presente un leone di San Marco, attestato della secolare fedeltà dalmata a Venezia. Della cessione dalmata da parte del Regno d’Ungheria alla Dominante (9 luglio 1409) si è parlato il
29 novembre a Venezia, in occasione di un Convegno promosso dalle Società dalmate di Storia Patria di Venezia e Roma, consorelle impegnate fra l’altro nella divulgazione e tutela del retaggio veneziano in Adriatico. Con l ’occasione è stata deposta una lapide a memoria dell ’avvenimento nel luogo in cui fu siglato l’accordo: la veneziana chiesa di San Silvestro nell ’omonimo Campo. Nel cuore di Spalato - capoluogo dalmata - a metà novembre sono intanto stati scoperti i resti di un antico anfiteatro romano, risalente alla prima metà del IV secolo dC., costruito molto probabilmente su volontà dell’imperatore Diocleziano che, nel luogo in cui oggi si trova la città, fece edificare come è noto uno dei più sontuosi palazzi dell ’Età antica. Si tratta quasi certamente di un monumento maestoso, un’arena di cinquanta metri di diametro, che poteva accogliere migliaia di persone, sostiene l ’archeologo Radoslav Buzancic, a capo della sovrintendenza per i beni culturali di Spalato. L’area, preventivamente, sarà ricoperta in attesa che venga preparata la sua conservazione e presentazione al pubblico.
Spalato - come Zara e moltissime altre località della Dalmazia, dell’Istria e del Quarnaro - è un vero e proprio museo all’aperto, che merita di essere adeguatamente tutelato e valorizzato in ottica europea. In questo senso va giustamente ricordato il determinante ruolo esercitato dalla Regione Veneto, che negli ultimi decenni ha stanziato somme ingenti per la tutela e il recupero del patrimonio storico-architettonico lungo il versante orientale dell ’Adriatico.

Francesca Lughi



11 – La Voce del Popolo  24/12/13 Il volto di un uomo Sergio Endrigo
Il volto di un uomo Sergio Endrigo

Francesco Cenetiempo
Sergio Endrigo è stato indubbiamente uno dei rappresentanti più raffinati di quella canzone d’autore esplosa all’inizio degli anni Sessanta. Il suo nome va posto a fianco di Gino Paoli, Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, autori che portarono una ventata di rinnovamento nel vetusto panorama musicale italiano degli anni Sessanta.
La sua vicinanza a poeti ed intellettuali come Pasolini, Buttitta,Ungaretti e Rodari, con alcuni dei quali collaborò assiduamente e traspose in canzone alcuni loro testi oltre alle frequentazioni brasiliane di grandi nomi della canzone da Vinicius De Moraes a Toquinho, da Chico Buarque de Hollanda a Baden Powell. Negli anni pubblica decine di album, molti di questi di grande livello artistico, alcuni però non ottengono lo stesso successo di quelli precedenti. Ciò è dovuto, in parte, al suo carattere poco avvezzo a compromessi e quindi spesso in conflitto con i discografici, veri padroni della musica in quegli anni.
Il cantautore polese, nato nel 1933, raggiunse il successo nel 1962 con “Io che amo solo te”, canzone che lo lanciò anche in Brasile, e proseguì con brani come “Vecchia balera”, “La periferia”, “Il soldato di Napoleone”, “Aria di neve”, “Via Broletto 34”, “Viva Maddalena”, “I tuoi vent’anni”, “Teresa”, “Te lo leggo negli occhi” e tantissime altre che hanno segnato a lungo un’epoca.
Partecipò a numerose manifestazioni dedicate alla canzone di cui ricordiamo, tra l’altro, ben nove presenze al Festival di Sanremo, di cui vinse l’edizione del 1968 con Canzone per te. “Non so da dove venisse l’ispirazione delle mie canzoni - dichiarò tempo dopo - credo che affondassero nella mia malinconia austro-ungarica che ha qualcosa in comune con la saudade brasiliana: la consapevolezza della perdita dentro l’intensità di un’emozione”.
Semplice, generoso, molto allegro
Dopodiché il percorso di Endrigo si interruppe: i suoi lavori si diradarono, l’industria del disco lo mise da parte. Il cantautore riversò tutta la propria delusione nel romanzo semi - autobiografico “Quanto mi dai se mi sparo?”. Da allora seguiranno nuove composizioni e qualche presenza pubblica, ma sarà un ritorno tutto in salita sino alla morte che lo coglierà a Roma nel settembre 2005. Abbiamo rivolto alla figlia Claudia Endrigo alcune domande sulla complessa personalità del padre.

Di se stesso disse: “Parlando di me, mi piacciono la calma, la buona tavola, i buoni amici, i buoni libri, la pesca subacquea, i francobolli, le armi antiche, gli animali, i luoghi non affollati. Non mi piacciono i dritti, i disonesti, i dilettanti presuntuosi, le salse agrodolci, i seccatori, gli invadenti, gli animali che mordono. Amen”. Fuori da un certo cliché che lo voleva malinconico e solitario chi era in realtà suo padre?

“Mio padre era una persona come tante altre: generoso, curioso, gentile e molto allegro. Lui diceva che la sua faccia era quella e che non poteva essere diversa. Nel mondo dello spettacolo quando ti appioppano un cliché ti resta per sempre. Amava viaggiare, amava il mare e adorava cucinare! Era un uomo semplice, diceva sempre che il mestiere del cantautore era un mestiere come un altro e aveva una grande umiltà, qualità oramai quasi scomparsa e che io ho avuto l’immensa fortuna di ereditare”.

Un anno fa lei rivolgeva un accorato appello agli artisti italiani e al Comune di Roma, città dove suo padre ha vissuto per molti anni, per un tributo a Sergio Endrigo a sette anni dalla sua scomparsa. In quel contesto ricordava con amarezza come il suo nome e le sue canzoni fossero ormai in procinto di finire nel dimenticatoio. Ad un anno dal suo appello è cambiato qualcosa?

“Purtroppo no. Io in genere sono molto combattiva, ma ho capito che è inutile battersi in questa Italia dove vincono sempre i furbetti e chi ha le giuste conoscenze politiche. Però l’affetto della gente quello c’è sempre e mi riempie il cuore.. Simone Cristicchi grande amico e artista lo ricorda sempre anche facendo dei concerti in cui canta solo il repertorio di papà e non solo lui.
Tutti e sottolineo tutti gli artisti che ho avuto la fortuna di incontrare adorano le canzoni di papà, anche quelli artisticamente più lontani dal suo genere e questa è una grandissima soddisfazione che mi riempie di orgoglio. Tra l’altro mio padre è amato anche dai giovanissimi, mio nipote che ha vent’anni lo adora e un mio amico giovanissimo di ventitre anni, Andrea, conosce talmente bene il suo repertorio da stupirmi continuamente”.

Un’Italia dimenticona
“Anche le case discografiche non sono di meno. È assodato quanto oggi sia difficile trovare raccolte di canzoni di suo padre. Le radio sono occupate a passare ben altra musica e presumo che anche la televisione non sia di meglio. Come spiega questo fenomeno di regressione della memoria storico-musicale di questo nostro Paese? Fenomeno che riguarda anche i letterati e alcuni cineasti nostrani. Eppure suo padre nel 1962 ebbe uno strepitoso successo con ‘Io che amo solo te’, singolo che vendette 600.000 copie in sole tre settimane!”
“Questa Italia ricorda solo chi ha voglia di ricordare. Tanti sono gli artisti dimenticati e la risposta è sempre la stessa: bisogna avere le giuste ‘conoscenze’ in tutti i settori. Purtroppo, come tanti altri artisti in quegli anni, papà firmò dei contratti nei quali cedeva ogni diritto sulle sue opere e quindi non c’è nulla da fare... Ogni tanto esce qualche orrida compilation trita e ritrita o dei cofanetti in cartone che non si possono nemmeno guardare”.
Nel 2004, un anno prima della sua scomparsa, dà alla pubblicazione un libro “Quanto mi dai se mi sparo”, per sottolineare il cinismo e la crudeltà di un certo mondo artistico e discografico italiano. “Una metafora azzeccata e pungente – come ebbe a scrivere Gianni Minà – un tentativo non banale di raccontare le miserie artistiche attuali della canzone italiana, la sua maleducazione dovuta ad un’orda barbarica di note imposte dalle multinazionali del disco...”.
Un segnale che il cantautore aveva già denunciato anni prima sulle pagine de “L’Unità”: “Qui in Italia vige solo la filosofia dell’usa e getta. Non frequento più questo mondo, l’industria ha privilegiato i ragazzini e le ragazzine”. Quanto ha pesato questa odiosa forma di boicottaggio per suo padre?
“‘Quanto mi dai se mi sparo’ è un libro datato 1996 e già edito in quegli anni. Poi è stato ristampato da Stampa Alternativa. Ha pesato enormemente... basta pensare ai tanti album che papà fece tra gli anni 80 e gli anni 90 che non furono né distribuiti né promossi, come ‘Qualcosa di meglio’, ‘Mari del sud’, ‘Il giardino di Giovanni’ e tanti altri. Un mistero, visto che non hanno nulla da invidiare alle produzioni precedenti.
Si immagini la frustrazione per un artista che mette tutto sé stesso in un’opera, peraltro bella e la vede buttare nel cassonetto. Però c’è una bella cosa... Quest’estate sono stata contattata da un giovane e bravo cantautore toscano (così di definisce lui, ndr), Nicola Pecci e grazie ad una riduzione del libro ad opera di Andrea Bruno Savelli, un giovane e bravo regista fiorentino, il 10 e 11 gennaio 2014 debutteremo al Teatro di Rifredi di Firenze, dove io farò un piccolo cammeo e Nicola reciterà il monologo e canterà anche alcune canzoni di papà. Spero presto si riesca a portare questo spettacolo anche a Roma”.
Credeva nelle persone, quante batoste
Di recente mi sono imbattuto in una canzone che non ricordavo nemmeno più. È successo mentre scrivevo una recensione del film “La rimpatriata”, un film di Damiano Damiani del 1963. Colonna sonora del film è proprio una struggente canzone di suo padre “La rosa bianca”, traduzione in italiano, che lui stesso fece, di una lirica del poeta cubano José Martì: “Coltivo una rosa bianca/In luglio come in gennaio/Per l’amico sincero/Che mi dà la sua mano franca /Per chi mi vuol male e mi stanca/Questo cuore con cui vivo/Cardi né ortiche coltivo/Coltivo una rosa bianca”.
L’amicizia era un valore chiave nella formazione personale di suo padre?
“La ‘Rosa bianca’ è una poesia struggente di Josè Martì. Mi ricordo che nel ‘97 andai all’Havana con lui quando fece il suo ingresso sul palco del teatro nazionale si alzarono tutti in piedi, fu un’emozione indimenticabile. Mio padre credeva nelle persone come ci credo io e quindi le batoste poi arrivano soprattutto da chi meno te lo aspetti…”
Essere nato e vissuto a Pola e il successivo abbandono della stessa, a causa delle note vicende che seguirono alla seconda guerra mondiale, hanno lasciato in suo padre una profonda frattura. Nella canzone 1947 la strofa: Come vorrei /essere un albero, che sa/dove nasce/e dove morirà sembra voler sottolineare soprattutto il dramma umano, lontano da qualsivoglia strumentalizzazione politica o etnica.   Numerose sono state le sue frequentazioni canore nella Jugoslavia degli anni Sessanta, di cui ricordiamo la partecipazione al Festival della Canzone di Spalato oltre ad innumerevoli apparizioni televisive e radiofoniche sui canali nazionali.
Fu amico personale di Arsen Dedić, grande cantautore croato, con cui collaborò alla stesura di alcune sue canzoni. Come interpreta questo comportamento alquanto singolare?

“Non ci vedo proprio nulla di singolare. Che cosa c’entra quello che è stato il dramma dell’esodo dell’Istria per colpa di Tito e dei suoi seguaci con Arsen Dedić e con la gente di quelle terre? ‘1947’ sono certa l’abbia scritta più pensando a sua madre che a lui, che dichiarò più volte che si era reso conto di quel dramma solo molti anni più tardi”


12 - Mailing List Histria Notizie 31/12/13 Claudio Antonelli:  L'alto insegnamento di Mandela (e di Gandhi)

L'alto insegnamento di Mandela e di Gandhi

Le parole identificano la realtà. Altre volte la alterano, quando sono vittime di abusi che ne hanno modificato l'essenza più profonda. L'ultimo esempio di questa scelta erronea di vocaboli che travisano la sostanza delle cose ci è offerto dalla morte di Nelson Mandela e dalla conseguente apologia, fatta da tutti, del suo spirito "gandhiano", inteso in senso universalista, pacifista, perdonista, "super-partes". La grandezza di Mandela, si manifestò, invece, nel  contrario esatto di questo sciropposo spirito indifferenziato di altruismo e globalismo planetario. Il suo straordinario sacrificio, e il suo superamento dello spirito di vendetta contro i bianchi, costituenti la "metà altra" della sua Patria, avvennero in nome dell'amor patrio, e del nazionalismo, un nazionalismo nobile, elevato, inclusivo, che doveva riconoscere lo straordinario apporto dei Boeri e dei loro discendenti alla Patria comune: la nazione sudafricana. Ma nazionalismo è termine che è usato ormai solo in un'accezione totalmente negativa ossia razzista e direi neonazista (eccetto che nei commossi discorsi nazionalisti autocelebrativi americani ed israeliani). Privo di amore per la nazione, intesa non nel senso etnico, tribale, esclusivo, ma nel senso di comunanza di destino e di amore per chi ci è "prossimo", il preteso amore universalista e il fasullo spirito "globalista", di cui gli italiani abbondano "a chiacchiere", riesce a tenere un paese intero – appunto l'Italia – preda inerme di feroci faide e di continui odi civili. Abbandoniamo quindi la degradata parola "nazionalismo" e parliamo di "patriottismo", un po' più accettabile. Ebbene, Nelson Mandela – come molto a proposito ha commentato Marcello Veneziani nel "Giornale"– fu grande, grandissimo proprio per il suo straordinario patriottismo che lo elevò al di sopra dello spirito di vendetta e rivalsa sull'altra "metà" del suo popolo, costituito dai "bianchi". In nome dell'unità e della grandezza della Nazione. Lo stesso Mahatma Gandhi fu uno straordinario patriota che innalzò alte lodi a questo tanto deprecato (in Italia)  sentimento di amore per la Patria dicendo, tra l'altro:

"For me patriotism is the same as humanity. I am patriotic because I am human and humane. If is not exclusive, I will not hurt England or Germany to serve India. Imperialism has no place in my scheme of life."

"It is impossible for one to be internationalist without being a nationalist. Internationalism is possible only when nationalism becomes a fact, i.e., when peoples belonging to different countries have organized themselves and are able to act as one man."

"My patriotism includes the good of mankind in general."

"Just as the cult of patriotism teaches us today that the individual has to die for the family, the family has to die for the village, the village for the district, the district for the province, and the province for the country, even so country has to be free in order that it may die, if necessary, for the benefit of the world."

L'amor patrio deve essere infatti concepito come l'amore per la propria madre, sentimento che ci fa capire pienamente l'amore dell'Altro per la sua genitrice, vale a dire per la lingua, la cultura, il passato della sua Nazione... Perché la Patria altro non è, almeno per noi esuli giuliano-dalmati, "nazionalisti" nel senso nobile del termine, che una grande famiglia, meritevole dei più grandi altruismi e sacrifici in nome di un ineluttabile destino comune, nel bene nel male.

Claudio Antonelli (Montréal)




13 - La Voce del Popolo 31/12/13  Fiume -  Il sindaco Vojko Obersnel e gli italiani
Il sindaco e gli italiani

Gianfranco Miksa

Questa volta più che parlare di temi “scottanti” e più che mai attuali che investono la nostra città, affrontiamo con il sindaco Vojko Obersnel alcuni aspetti e argomenti che riguardano da vicino la nostra realtà comunitaria.

È nato a Fiume. Qual è il suo rapporto con la lingua italiana?

“Con l’italiano, fin da piccolo, ho uno stretto legame. Lo capisco molto bene, tanto da non dover richiedere l’aiuto di un interprete per poter seguire discorsi, trasmissioni o altro. Ho, invece, delle serie difficoltà a parlarlo, perché non ho mai avuto la possibilità di studiarlo. Cosa di cui sono molto dispiaciuto”.

Ha vissuto parte dell’evoluzione etnica e sociale di questa città. Che memoria possiede della presenza e della diffusione della lingua italiana a livello di strada?

“Ho sempre saputo dell’esistenza delle scuole italiane, come anche dell’attività del Dramma Italiano e di altre istituzioni. Per quello che mi ricordo durante la mia infanzia l’italiano era molto più adoperato, soprattutto tra la gente, a livello di strada. C’erano molti più fiumani che lo utilizzavano attivamente”.

I nostri connazionali hanno spesso l’impressione di essere governati da una classe politica che non ritiene di appartenere alla storia di questa città o, peggio, che pensa che la storia di Fiume sia iniziata con loro?

“È purtroppo un quadro della realtà politica croata molto presente. Non è solo una percezione provata dalla componente italiana, bensì dall’intera popolazione fiumana e anche da quella della Croazia. È un dato di fatto che la storia di Fiume durante il periodo italiano è stata spesso una materia repressa. Tuttavia sono dall’avviso che negli ultimi vent’anni quest’argomento venga rivalutato. Oggi ad esempio quando parliamo degli olimpionici fiumani, nominiamo anche quelli italiani che vivevano a Fiume durate il periodo italiano. Presto festeggeremo il centesimo anniversario dello Stadio di Cantrida, ricordando come nacque il campo di gioco e in che periodo, come anche gli sportivi che all’epoca gareggiavano nella serie italiana del campionato di calcio”.

Come valuta il suo rapporto con la Comunità italiana di Fiume?

“È un rapporto per il quale sono molto soddisfatto. Il nostro è un dialogo costruttivo, tentiamo di trovare spesso delle soluzioni comuni che soddisfino entrambe le parti e assicurino una migliore esistenza alla componente italiana”.

Siamo una componente autoctona di questa città, e i finanziamenti a noi riservati sono piuttosto esigui. Come mai?

“La sola definizione di autoctonia non conferisce finanziamenti o diritti maggiori, con la sola eccezione di avere dei rappresentanti all’interno del Consiglio municipale. In tale contesto la Comunità divide la stessa sorte finanziaria di altri gruppi minoritari. Condizione che a sua volta dipende dal Bilancio cittadino. Tuttavia va rilevato che una grossa parte dei finanziamenti del Bilancio statale e di quello cittadino è indirizzato all’EDIT, al Dramma Italiano e ad altri programmi che interessano direttamente la vostra realtà. Poi la Città sostiene finanziariamente scuole e asili italiani. Prendendo quindi in considerazione tutti questi provvedimenti la minoranza italiana ottiene dalla Città più finanziamenti di tutte le altre minoranze messe insieme”.

A Fiume la componente italiana sta scomparendo. Quali azioni intraprende la Città per impedire questo inesorabile declino?

“Non so quanto la Città possa ulteriormente intervenire per impedire tale tendenza. La municipalità ha utilizzato tutti i suoi strumenti disponibili per la salvaguardia della realtà comunitaria italiana sia a livello sociale sia culturale. A partire dal sistema di istruzione in italiano presente già in età prescolare.

Penso che parte del problema risieda nel fatto in che misura gli appartenenti a questa comunità vogliano identificarsi come italiani, e quindi utilizzare i benefici della Comunità italiana, oppure amalgamarsi con il resto della società”.

La nostra presenza in queste terre è spesso circoscritta al Ventennio fascista. Secondo lei che cos’è che suggerisce un tale quadro. Ignoranza, mancanza di una formazione culturale, odio?

“Tutti noi siamo inclini a ricordare gli avvenimenti brutti a scapito di quelli belli. È un dato di fatto che nel corso della storia di Fiume ci sono stati grandi cambiamenti nella composizione etnica della città, alimentati spesso da situazioni politiche. Ancora oggi ci sono persone in vita che ricordano molto bene le vicende che sono accadute nel corso della II guerra mondiale, con crimini, con forzati cambiamenti di nome e divieti dell’uso del croato. Tutte cose che hanno lasciato un segno spesso indelebile.

Tuttavia non credo che tale quadro contraddistingua specificamente la componente italiana, perché negli ultimi 15 anni tentiamo di presentare la storia di Fiume in tutta la sua complessità. E quindi sia in quella parte dove dominavano gli italiani, sia in quella dove prevalevano i croati e ungheresi. Sono cose importanti perché rivelano la vera anima di una città”.

So che la sua famiglia ha subito le angherie dei fascisti. Ha mai percepito per questo un senso di animosità verso gli italiani?

“Ho diversi parenti stretti che hanno conosciuto la mano violenta del fascismo. Animosità? Neanche nella minima parte. Sono cose che di solito non menziono. Le guerre provocano sempre vittime da tutte le parti.

E in tale contesto provo compassione anche per quei fiumani italiani che dopo la Guerra sono stati soggetti a particolari pressioni per abbandonare queste terre con l’esodo. Sono cose che non devono essere dimenticate, occorre essere oggettivi e riconoscere le vittime di entrambe le parti. Senza però né glorificarle né dimenticarle”.

In che misura segue le attività organizzate dalla Comunità degli italiani?

“Tempo permettendo tento di seguire la maggior parte degli avvenimenti”.

È noto per essere un assiduo frequentatore di Teatro. Però la sua è una figura poco vista alle prime del Dramma Italiano il cui recente spettacolo “Kafka Project” è stato ritenuto il migliore in Croazia?

“Seguo tutte le prima degli spettacoli. Spesso sono impedito a farlo, come ho detto prima, per motivi di lavoro. Quest’anno, infatti, sono stato a pochi spettacoli non solo del DI ma anche delle altre compagnie. Tuttavia, devo dire che ho grande piacere per il DI che ha ottenuto la triplice vittoria ai Premi della Scena Croata. È anche una soddisfazione personale in quanto considero la Compagnia di prosa in lingua italiana il mio gruppo teatrale perché ho avuto una parte in uno dei suoi spettacoli, ossia ‘Somewhere City’”.

Un altro aspetto che preme alla componente italiana è il ritorno del bilinguismo, vale a dire quella segnaletica in lingua croata e italiana che fu introdotta “de iure” nel 1947 ma, a causa di un manrovescio della storia, tolta nell’ottobre del 1953, quando Trieste venne assegnata all’Italia. Da allora non è stata mai ripristinata e sono passati 60 anni. Sono molte le persone, alcune anche con un’invidiabile formazione in scienza giuridica, secondo le quali la Città di Fiume avrebbe una certa responsabilità legale per il ritorno di una segnaletica in lingua italiana?

“So molto bene che a Fiume subito dopo la guerra vigeva il bilinguismo. Tuttavia, la Città di Fiume non è portatrice della politica statale di allora né di oggi. Personalmente mi dispiace che non sia stato fatto di più per introdurre la lingua italiana come materia d’insegnamento nelle scuole visto il passato e la vicinanze dell’Italia. Oggi l’uso del bilinguismo, pur limitamente, è definito per legge. In tale contesto la Città adempie a tutti i suoi obblighi.

Infatti, ognuno può rivolgersi ai vari organismi del Municipio in italiano. Personalmente ritengo che introdurre una segnaletica bilingue, croato-italiano, solamente per quell’1.9 p.c. della popolazione di Fiume che si definisce italiana, non garantisca alcun miglioramento nell’esistenza dei cittadini.

Continuare, invece, a garantire e ampliare i servizi a favore della componente italiana, attraverso la pubblicazione di libri in italiano e altri programmi, è a mio parere un fattore di maggiore importanza. L’introduzione del bilinguismo, secondo me, non dimostrerebbe alcuna ulteriore apertura nei confronti della minoranza. Tuttavia, se le legge viene cambiata in tale contesto saremo ben felici di attuarla”.

Il suo programma recita “Fiume capitale europea del 2020”. In che misura la Città è pronta ad assumersi questo ruolo? E ciò prendendo in considerazione che la parte vecchia di Fiume è vuota e fatiscente, gli ex stabilimenti industriali sono abbandonati – e mi riferisco all’ex Zuccherificio, al complesso Benčić –, come pure le strutture portuali.

“Vivo a Fiume da molto tempo. Solo dieci anni fa la parte vecchia aveva un’immagine completamente differente da quella di oggi. Per non parlare della situazione che vigeva 20 o 30 anni fa. Oggidì la Cittavecchia è piuttosto rimessa a nuovo. Ci sono, ovviamente, parti che richiedono restauri e pensiamo di realizzarli già nei prossimi anni contribuendo a riportare ulteriormente la vita in questa zona. Spero che questa sarà ulteriormente rivitalizzata grazie alla realizzazione del progetto ‘Gomila’ i cui lavori saranno effettuati da un investitore italiano. Investitore che ha richiesto tra l’altro un rinvio dell’inizio del lavori a causa della crisi finanziaria che ha interessato l’Italia e l’Europa.

Per quanto concerne le aree industriali vuote e fatiscenti ritengo che non siamo gli unici in Croazia e tanto meno in Europa ad avere questi problemi. I recuperi di queste zone sono processi lenti e dolorosi, che richiedono tanti compromessi. Molti di questi edifici non sono di proprietà della Città. Ad esempio l’intera area della Torpedo, della Cartiera non ci appartengono. In questo momento stiamo assiduamente portando avanti la rivitalizzazione dell’ex Zuccherificio e Rikard Benčić con finalità culturali. Per questo progetto contiamo di utilizzare i finanziamenti europei”.

Un predecessore come modello? Ciotta

Fiume è inserita nella storia e nelle cartine internazionali grazie soprattutto a un unico personaggio. Una figura che si autodefiniva rivoluzionario comunista, liberatore dei popoli e che ne fu regnante per sedici mesi. Si tratta di Gabriele D’Annunzio. Personalità completamente ripudiata dalla storiografia croata di Fiume, tanto da definirlo un semplice protofascista. Non crede sia giunto il tempo di valorizzarla, magari per la fortuna culturale e turistica della città?

“Non sono uno storico per parlare del personaggio e della sua opera. Penso sia difficile valorizzazione una figura che ha lasciato dietro distruzione e morte. D’Annunzio a Fiume è identificato come precursore del fascismo e questo si basa sui fatti storici. È proprio questa la condizione che lo identifica con marchio negativo. Tuttavia non ritengo che la sua valorizzazione spetti alla Città bensì agli storici e alla storiografia”.

Qual è il suo sindaco preferito tra quelli che hanno avuto in mano le redini della città?

“Sicuramente Giovanni de Ciotta. Sotto la sua guida Fiume ebbe uno sviluppo straordinario, con risultati di grande valore”.



14 - La Voce in più Storia 07/12/13 Recensione - Non solo drammi ma anche tanta solidarietà
Storia & ricerca

RECENSIONE
Paolo Scandaletti: STORIA DELL’ISTRIA E DELLA DALMAZIA

NON SOLO DRAMMI ANCHE TANTA SOLIDARIETÀ

di Kristjan Knez

Dal secondo dopoguerra e per tanti anni l’Italia ufficiale ha calato la “saracinesca” su tutto ciò che riguardava l’Adriatico orientale. La diminuzione dell’interesse, dettata da molteplici fattori, si riflesse sulla cultura in senso lato e si giunse a una sorta di disaffezione, che nel corso dei decenni ha contribuito a obliterare tutto ciò che faceva riferimento alla civiltà adriatica.
Parimenti non ha contribuito la rimozione jugoslava o addirittura la “damnatio memoriae”, il cui fine era l’occultamento del passato e un’evidenza che non si sposavano con i dettami ideologici e nazionalisti propinati come dogmi, che una storiografia acquiesciente aveva divulgato dando a questi una parvenza scientifica. E poi vi sono i miti e gli stereotipi, tanti, troppi, che ancora oggi convivono e cozzano - sebbene vadano scemando -, retaggi di stagioni passate, di regimi, di politiche arroganti, di posizioni etnocentriche ed esclusiviste.
Accanto alle divisioni avanzate dalla politica, e da una certa cultura strumentalizzata dalla prima, non è superfluo ricordare l’esistenza reale di una convivenza interetnica, testimoniata palesemente dai rapporti di parentado, dai cognomi che portiamo, dalle commistioni linguistiche - esistenti, sebbene non dappertutto, anche prima del 1945 -, dalle relazioni intrecciate e così via. È la dimensione meno affrontata, ma quella più vera, dalla quale si coglie l’infondatezza di certe voci circa l’esistenza di odi atavici tra le popolazioni di queste terre. Ciò significa che in esse non vi furono solo tragedie e lutti.

Contro oblii, semplificazioni e mitizzazioni

Anche nei periodi più plumbei, la solidarietà tra conterranei esisteva, ma poteva fare ben poco dinanzi alle politiche scellerate degli Stati che entrarono con la prepotenza in questo contesto. Tutto ciò è stato deleterio per le popolazioni autoctone. Un maglio pesante colpì la componente italiana sopravvissuta all’esodo, ma non dimentichiamoci che la stessa Jugoslavia non aveva risparmiato l’elemento sloveno e croato indigeno, visto quasi con sospetto e perciò sottoposto a un processo di nazionalizzazione e di “depurazione”, quasi che la secolare convivenza e il contatto diretto con gli istroveneti fossero delle macchie da togliere.
Nel secondo dopoguerra queste regioni furono stravolte. Lo sconvolgimento investì le collettività, l’identità e di conseguenza la dimensione linguistica, culturale, sociale e identitaria. Per la Comunità nazionale italiana, vale a dire per i resti di un popolo che la storia inclemente aveva sradicato, quegli eventi furono un cataclisma, che mutarono i connotati di una terra. Di conseguenza è importante ricordare, valorizzare, studiare (prendendo in considerazione i documenti), comprendere (anche le ragioni degli altri), scrivere e, cosa non meno considerevole, divulgare.
Negli ultimi tempi il panorama editoriale italiano offre un numero maggiore di titoli sulle terre dell’Adriatico orientale, che non siano le solite guide turistiche. Tra i più recenti ricordiamo il volume di Paolo Scandaletti, “Storia dell’Istria e della Dalmazia. l'impronta di Roma e di Venezia, le foibe di Tito e l’esodo degli italiani” (Edizioni Biblioteca dell’immagine, Pordenone 2013, pp. 234), primo volume della collana “Storie delle città”, diretta dallo stesso autore.
Un testo agile ed essenziale - che propone il passato di quelle regioni, dalla protostoria al terzo millennio -, arricchito dalle belle immagini tratte dall’opera di Charles Yriarte, “Le rive dell’Adriatico e il Montenegro” (1883), pubblicata in traduzione italiana nelle edizioni della casa editrice Treves di Milano. Queste stampe propongono le vestigia presenti nelle località di quest’area geografica, i costumi delle popolazioni residenti nonché le vedute di città, borghi e villaggi (in copertina un’immagine di Ragusa, già repubblica marinara dedita ai commerci - e concorrente di Venezia -, che entro le sue mura racchiude un importante retaggio storico-culturale).

Un filo rosso: l'osmosi generale

Nel percorso attraverso i secoli o meglio i millenni di queste terre, il filo rosso è rappresentato dalle considerazioni sull’osmosi generale che ha investito le regioni bagnate da un mare comune. Si ricordano le influenze che la civiltà di Este ebbe su quella degli Istri, come testimoniano i reperti rinvenuti con gli scavi archeologici all’interno dei castellieri, prosegue con Roma, non s’interruppe nemmeno durante le invasioni dei popoli; infatti i rapporti tra le coste istriane e quelle dell’Esarcato di Ravenna continuarono, e conobbero una nuova stagione con l’ascesa di Venezia.
Questa, abbandonate le acque basse della laguna, si diresse a settentrione: Marano, Grado, Trieste, Capodistria, nonché a meridione: le foci del Po, Comacchio,
Ravenna. Ebbe inizio una stretta collaborazione con gli istriani, i quali offersero ai veneziani basi e appoggio in cambio di protezione dalle scorrerie dei pirati, che avevano paralizzato i collegamenti via mare. La rete dei rapporti si fece sempre più stretta: trattati - come quello di Capodistria del 932 -, patti di “fidelitas”, e nel XIII secolo le prime dedizioni dei comuni istriani, che portarono la Dominante nei territori occidentali e settentrionali della penisola. l'espansione proseguì a tappe: nel secolo successivo acquisì la Polesana, cioè la porzione meridionale e alcuni punti strategici come Grisignana e Raspo, mentre nel secolo successivo estese il potere sulle aree del Patriarcato d’Aquileia.
Il ruolo della Repubblica sulla sponda opposta non fu deleterio e il riflesso della sua civiltà penetrò in profondità, investendo praticamente ogni settore, influenzando anche quei contesti che non le appartennero. Lo scrittore ricorda che “(...) la costa adriatica orientale presenta una certa omogeneità etnico-culturale e linguistica, di costume e di tradizioni artistiche e urbanistiche. Non dovuta a processi di colonizzazione, quanto alla progressiva sedimentazione di una storia comune. Perfino Trieste, Fiume e Ragusa, sostanzialmente mai appartenute alla Repubblica, erano venete nelle loro identità sostanziali ed espressive: a conferma che non c’è stata vera imposizione” (p. 75).

L'indubbio apporto della Serenissima

L'autore evidenzia anche l’inconsistenza di affermazioni che vedono proprio durante i secoli della Serenissima in Istria e Dalmazia un impoverimento culturale.
E scrive: “Malgrado la lontananza dai grandi centri culturali italiani, le idee, le conoscenze e le opinioni giungevano da Milano, Padova e Venezia, attraverso le persone e gli scritti. Rettori e capitani che arrivavano qui, di passaggio o per stabilirvisi come sovrintendenti, accompagnati da funzionari, notai e giudici, portavano con sé i libri e i giornali, oltre alla loro cultura e al lessico forbito. Per non dire degli artisti, architetti, pittori, scultori e artigiani di vaglia - che hanno lasciato la loro impronta a Capodistria, Pirano e Parenzo. Ma anche gli equipaggi dei velieri facevano viaggiare le idee” (ivi).
La narrazione prosegue con la caduta della Regina dei mari e gli sconvolgimenti successivi: l’inclusione delle province veneziane entro la monarchia asburgica, la parentesi napoleonica, quindi la seconda dominazione austriaca fino al crollo imperiale nell’autunno del 1918.
Nella stagione in cui emersero le passioni nazionali, i territori dell’Adriatico orientale furono coinvolti da interessi contrapposti, che caratterizzarono il vivere delle popolazioni nella seconda metà dell’Ottocento e negli anni antecedenti lo scoppio della prima guerra mondiale. Sul proscenio comparvero le ragioni delle componenti slave, che fino ad allora si trovavano subordinate all’elemento dominante, tedesco ma soprattutto italiano. Vi fu, dunque, “un bel rimescolio di carte. Su cui insistono a sovrapporsi due letture storiografiche diverse che finiscono per falsarle. Da un lato, l’accusa all’Austria di voler snaturare l’italianità dell’area in particolare dell’Istria, per renderla croata. Il che sottovaluta il peso che l’aumento di questa popolazione sta prendendo, e il maturare della coscienza slava fra croati e sloveni. Dall’altro la fiera rivendicazione di una primogenitura slava sul territorio, che Venezia (ma anche Roma?) hanno tentato di sopraffare. Ignorando del tutto i continui movimenti migratori dall’area danubiana e le disperate fughe dai turchi” (p. 137).

Veloce cavalcata nel «secolo breve»

Al termine della Grande Guerra si visse una situazione esplosiva, alimentata dall’intolleranza delle autorità italiane nei confronti delle popolazioni definite “allogene” e da una visione distorta verso le minoranze, considerate come un pericolo e un fattore destabilizzante. Inoltre vi erano due aspirazioni territoriali che andarono a urtare subito dopo la fine delle ostilità: da un lato si desiderava fissare il limite sul Nevoso, dall’altro si proponeva che la linea di demarcazione passasse lungo l’Isonzo. “A soffiare sul fuoco - scrive Scandaletti - le frange estreme dell’irredentismo giuliano, che già prima della guerra avrebbero voluto schiacciare la nazione slava e trovano spesso il consenso dei funzionari inviati da Roma in questa regione” (p. 146).
Nell’economia del volume è comprensibile che l’autore non abbia potuto dedicare maggiore attenzione alle complesse vicende del Novecento, anche se a nostro giudizio alcuni passaggi avrebbero necessitato di maggiore attenzione (soprattutto perché il testo è stato pensato per un pubblico che poco o nulla sa di quelle vicende). Anche il discorso delle eliminazioni a guerra finita e lo stillicidio dell’esodo avrebbero meritato qualche riflessione in più. Vi sono considerazioni interessanti per lo sviluppo di un dibattito, ma non si offrono altri elementi. Certo, l’interesse potrà condurre il lettore verso studi specifici sull’argomento, a nostro giudizio, però, sarebbe stato necessario spendere qualche parola in più, perché l’argomento rimane misconosciuto ai più.

Si ricorda pure lo svuotamento dell’ultimo lembo istriano, ossia della porzione meridionale del mai costituito Territorio Libero di Trieste, sul quale si era concentrata l’azione politica e diplomatica sia italiana sia jugoslava. Alla fine, “la zona B ha perduto i due terzi della sua popolazione, praticamente deserte le città costiere, quasi spopolate le campagne, una comunità dalla storia plurisecolare cancellata”, e ancora,
“se ne andarono, dunque, gli istriani e i dalmati di cultura italiana; ma non l’Italia e la sua impronta storica, prima romana e poi veneziana” (pp. 162-163).

Il racconto prosegue con le vicissitudini degli esuli e la loro accoglienza nel resto del Paese, mentre una sezione è dedicata ai contrasti fra le associazioni della diaspora.
Si ricorda anche il nuovo corso registrato negli anni Novanta, come il convegno del Libero Comune di Zara in esilio, svoltosi a Grado nel 1994. Scandaletti lo cita come momento in cui si rinunciò all’irredentismo, richiedendo alla Croazia democratica da una parte pieni diritti alla minoranza italiana, dall’altra parte il riconoscimento dei crimini e dei torti inflitti alla componente italiana prima che questa intraprendesse la strada dell’esodo. Tra gli artefici di questa novella stagione fa emergere la figura di Ottavio Missoni, l’animatore dei dalmati, fautore di un riavvicinamento del popolo adriatico funestato dall’inclemenza della storia. Il volume si conclude con il capitolo “La via d’uscita dei tre Presidenti” (pp. 211-227), che negli incontri e nei concerti di Trieste e Pola, rispettivamente del 2010 e del 2011, indicarono che la strada da imboccare: la collaborazione, il riconoscimento e il rispetto del travagliato passato recente, che colpì le popolazioni dell’Adriatico orientale, per voltare pagina e iniziare un percorso nuovo nella comune casa europea.






15 - La Voce del Popolo 31/12/13  Intervista a Alessandro Rossit : Un tempo c'era molto più entusiasmo

«Un tempo c’era molto più entusiasmo»

Ilaria Rocchi

Nel 2014 ricorre il centenario dello scoppio della Prima guerra mondiale (1914 – 1918), un evento che ha cambiato la storia dell’Europa e che ha segnato indelebilmente anche il destino del nostro territorio. Se ne parla già da diverso tempo e si stanno predisponendo vari percorsi – del resto alcuni già avviati – volti a ricordare un conflitto che è radicato della memoria attraverso i momenti drammatici che vi sono connessi, dal coinvolgimento pressoché totale della popolazione ai radicali sviluppi politici ed istituzionali conseguenti. Ma a segnare l’anno che sta per iniziare fra qualche ora ci sono anche altre due date storiche significative per l’Adriatico orientale e, soprattutto, per gli italiani rimasti nelle sue regioni: il sessantesimo del Memorandum d’Intesa di Londra e i cinquant’anni dell’intervento dello Stato italiano a favore della sua unica minoranza autoctona ancora oggi presente in Istria, Fiume, Quarnero, Dalmazia e Slavonia. Un sostegno, quello del Governo di Roma, in termini di finanziamenti, che si è articolato nel corso di questo mezzo secolo per il tramite della collaboraziono tra l’Università Popolare di Trieste e l’associazione che in passato ha rappresentato la nostra minoranza e quella che rappresenta oggi la Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia, rispettivamente l’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume e l’Unione Italiana.

Ne parliamo nella sede dell’UPT in piazza Ponterosso con una persona che è presente ormai da decenni in questo “ambiente”, che ha rivestito e riveste ruoli dirigenziali, ma alle volte si ha l’impressione che preferisca rimanere un po’ in sottofondo, coinvolto sul piano per così dire operativo. Alessandro Rossit la conosce quasi da sempre la realtà specifica della CNI, e ciò da ben prima di entrare “ufficialmente” all’UPT, grazie al padre Luciano, per cinquant’anni segretario dell’ente triestino, che perseguì e fu artefice della collaborazione tra l’ente morale triestino e l’allora UIIF. Ormai sono più di tre decenni che Alessando Rossit è addentro della problematica dei “rimasti” e delle iniziative culturali a favore del mantenimento della presenza, della lingua e della cultura italiana in Istria, Quarnero, Fiume, Dalmazia e Slavonia.
Nato a Trieste nel 1953, dopo la maturità scientifica al Collegio “Bertoni” di Udine, si iscrive alla Facoltà di Medicina all’Università degli Studi di Trieste, che tralascia dopo il terzo anno di studi perché si appasiona e viene assorbito dal lavoro che l’UPT svolge al di qua e al di là del confine per la difesa e lo sviluppo della cultura italiana. Infatti, fin da giovanissimo aveva iniziato a collaborare, come esterno, con l’ente di piazza Ponterosso, specialmente nel settore dei viaggi di studio e d’istruzione a favore della CNI. Nel settembre 1979, su sollecitazione dell’allora presidente, viene assunto come funzionario stabile dell’istituto e si prodiga subito nella riorganizzazione e nell’adeguamento degli uffici, rendendoli più confacenti alle crescenti esigenze dell’attività in continua espansione. Dopo la scomparsa di Tito e durante il periodo della presidenza di Bruno Maier segue personalmente le travagliate e difficili fasi della trasformazione dell’UIIF, promossa dal “Gruppo 88″, ispirata a principi democratici e a programmi molto avanzati, che sono alla base dell’odierna Unione Italiana, compreso l’allargamento del campo d’intervento alle comunità italiane dei Lussini, della Dalmazia e della Slavonia. Nell’ottobre del 1997 viene nominato segretario dell’UPT e oggi ne è il direttore generale.

Andiamo agli albori della collaborazione tra l’allora Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume e l’Universita Popolare di Trieste, che conosce praticamente fin dagli inizi e ne ha seguito l’evoluzione. Com’era, dunque, venire in Istria e a Fiume in quegli anni per molti aspetti difficili?

“Diciamo che dal 1964, quand’è iniziata la collaborazione, su esplicito accordo tra l’allora segretario generale dell’UPT, il professor Luciano Rossit, e il presidente dell’UIIF, Antonio Borme, le iniziative, tra conferenze, seminari e soprattutto la diffusione della stampa italiana, erano relativamente poche rispetto a quella che è la mole di attività che viene svolta oggi. Lentamente nel corso degli anni il piano della collaborazione si è arricchito di contenuti realizzati con fondi del Ministero degli Affari esteri italiano, e un ulteriore incremento si è avuto nel 1977, altra importante data storica, quando cioè pure la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia ha incominciato a interessarsi ai nostri connazionali d’oltreconfine e a predisporre un finanziamento ad hoc, che si integrava con quelli già previsti dalla Farnesina. Man mano le attività sono aumentate, sono stati istituiti i viaggi in Italia, che sono durati per diversi anni... Devo dire che in quel contesto qualsiasi attività che si portasse nei territori d’insediamento storico della minoranza dava un impulso a questa e alle sue 22 Comunita degli Italiani ‘storiche’. Un ulteriore passo avanti verrà fatto nei primi anni Novanta, segnati dalla disgregazione dell’ex Jugoslavia e al conseguente rafforzamento del tessuto dei nostri connazionali. Infatti, ben presto assistemmo al moltiplicarsi delle iscrizioni alle Comunità degli Italiani, all’apertura di numerosi nuovi sodalizi, per arrivare nei giorni nostri a complessive 52. Devo dire che in questo ambito sarà molto significativo l’apporto della Legge 19/91 sulle aree di confine, che aprirà la via agli investimenti, alla ristrutturazione e alla costruzione di sedi di Comunità degli Italiani e in seguito anche di edifici scolastici. Oggi quasi tutte le CI hanno una propria sede dove poter svolgere le loro attività istituzionali”.

Tornando agli inizi, come venivano accolte queste iniziative, quali erano le reazioni dei connazionali in Istria alle conferenze, ai viaggi d’istruzione, alle prime borse di studio?

“Diciamo che l’atmosfera era completamente diversa rispetto a quella odierna. Ad esempio posso dire che, per quanto riguarda le conferenzre, l’arrivo del professore da Trieste era visto come un piccolo avvenimento e i viaggi di studio erano preceduti da lezioni preparatorie, addirtittura da quattro lezioni. Vi era, in sintesi, un clima di forte attesa. Oggi invece è diverso, anche perché ci sono tante altre cose, molto più vicine alle esigenze e agli interessi dei nostri connazionali. Una volta invece qualsiasi tipo di attività, anche la più semplice, veniva vissuta con partecipazione ed entusiasmo dai nostri connazionali”.

In tutti questi cinquant’anni ci sono stati momenti di grande entusiasmo e di slancio, altri di crisi...

“Il grande entusiasmo si è verificato negli anni Novanta, con la nascita degli Stati sovrani di Croazia e Slovenia, anche se si è frapposto il problema dell’unitarietà, del confine che divideva in due tronconi i connazionali. Adesso c’è sicuramente un periodo di crisi istituzionale, anche per la crisi economica che sta dilaniando i nostri Paesi e che ha comportato, e comporta una situazione di disagio per i nostri connazionali. Ma c’è stato nel frattempo anche il ricambio generazionale, un processo che indebolisce un po’ la struttura di una minoranza. Ripeto, in quelli che erano gli ‘anni bui’, l’entusiasmo c’era perché il lavoro volontario era sentito in maniera molto ma molto diversa rispetto ai giorni nostri”.

Problemi politici, impedimenti nello svolgimento dell’attività?

“Va detto che la nostra minoranza non è stata mai molto tranquilla dal punto di vista politico, sia nell’ex Jugoslavia sia nei primi anni Novanta, con la presenza del partito dell’Accadizeta, che non era favorevolissimo a questa rinascita della CNI e delle iniziative svolte dall’Unione Italiana e dalle CI. Credo che la nostra minoranza sia ormai abituata ad affrontare le difficoltà e quelle non mancano mai. Abbiamo sentito all’ultima Assemblea dell’UI, a Visignano, dei problemi che sussitono nel mondo della scuola (la mancata valorizzazione, come punteggio, del voto di italiano al momento dell’iscrizione alle scuole medie superiori in Croazia, ndr)”.

L’evento che ricorda con più piacere tra i tanti che sono stati realizzati?

“Quello che ricordo forse più volentieri è il ricevimento al Quirinale, in occasione dei cinquant’anni di molte CI, tra cui Fiume, Buie, Pisino e altre. I nostri connazionali hanno voluto incontrare a Roma il presidente della Repubblica Italiana e lui li ha ricevuti. Credo che questo abbia dato una grande valenza alle nostre CI”.

La collaborazione sta cambiando: negli ultimi anni certe iniziative sono state abbandonate mentre invece ne nascono di nuove. Qual è la sua visione della futura collaborazione UI – UPT?

“Di diverso rispetto a prima c’è che ora tutti i progetti vengono vagliati in maniera molto approfondita dal Comitato di Coordinamento delle attività a favore della minoranza italiana in Slovenia e Croazia, e quindi vengono dati segnali molto precisi su quelli che dovrebbero essere gli interventi prioritari e quelli invece da accantonare. E quindi alcune attività per così dire tradizionali, come conferenze e gite, che hanno fatto il loro tempo, vengono a decadere. Viceversa, ci viene indicato di insistere sui grandi eventi, sul coinvolgimento dei fondi europei, e quindi in generale attività che possano dare maggiore peso e visibilità alla CNI. In questo discorso si inserisce la collaborazione con le ambasciate, i consolati, gli istituti italiani di cultura, che assume un ruolo sempre più pregnante. Talvolta facciamo fatica a far capire ai nostri connazionali quali sono i nuovi percosi voluti dal MAE. Quello che vedo come un problema che posso rilevare è il finanziamento delle CI stesse, che avendo sempre meno fondi locali tendono a mantenersi vive con i finanziamenti che arrivano dal MAE e dalla Regione FVG”.

Qualcuno dice che l’UPT non abbia ormai più ragione di esistere come intermediario tra lo Stato italiano e la CNI.

“Sì, queste voci si sentono. Noi come UPT siamo stati e siamo tuttora il braccio operativo del MAE e Regione FVG e credo che abbiamo sempre svolto il nostro lavoro in maniera importante e quindi continueremo sempre a fare quello che ci viene detto di fare”.

Lavorando all’UPT da tantissimi anni ha avuto un luogo di osservazione privilegiato della minoranza italiana. Com’era e com’è cambiata in questo mezzo secolo?

“Si ritorna al discorso di prima. Alla fine degli anni Ottanta e agli inizi degli anni Novanta si sentiva tanto entusiasmo, voglia di fare, di essere coinvoti in tante attività. Poi le cose sono un po’ cambiate, sono cambiati i tempi. Con i mezzi dello Stato italiano si sono dotate di una sede adeguata tutte le CI, e oggi queste dovrebbero essere il fulcro dell’attività. Ma ho l’impressione che l’entusiasmo cui accennavo prima stia calando”.

Un augurio per i prossimi cinquant’anni?

“Quello che mi sentirei di augurare a tutti è che di fronte a questa crisi economica vengano mantenuti tutti i finanziamenti previsti per la CNI per poter dare ai nostri connazionali quel contributo che farà vivere le Comunità degli Italiani e certe istituzioni della nostra minoranza”.



Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it