MAILING LIST HISTRIA

Rassegna stampa settimanale

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 902 – 18 Gennaio 2014
    
Sommario



28 - Gente di Gallesano - Gennaio 2014 Signori, si chiude ! - Una morte annunciata. (Piero Tarticchio)
29 - Il Piccolo 15/01/14 Federazione degli Esuli, no degli Istriani (Ferdinando Viola)
30 - Il Tempo13/01/14 Intervista: Achille Occhetto: « Ho pianto per gli esuli di Cristicchi» (Luca Rocca)
31 -  Il Tempo 18/01/14 La lettera - Il dramma delle foibe, degli esuli istriani, giuliani e dalmati riguarda tutta l’Italia (Antonio Ballarin)
32 - Il Tempo 14/01/14 Intervista ad Antonio Calenda, regista e ideatore di «Magazzino 18» (Gabriele Antonucci)
33 - Il Tempo 11/01/14 Magazzino 18 - Baudo: «Il racconto di un dramma senza fine» (Marida Caterini)
34 - Il Piccolo 18/01/14 La lettera del giorno: Salviamo le masserizie degli esuli, non resisteranno al tempo (Silvio Delbello)
35 - Il Piccolo 17/01/13 L'insofferenza dell'Istria verso Zagabria spinge al conio della moneta con la capra
36 - Il Piccolo 16/01/2014 Caso Daila: resa dei conti tra Vaticano e Chiesa croata (Mauro Manzin)
37 - Il Piccolo 15/01/14  L'Unione europea "adotta" la Parenzana (p.r.)
38 - La Voce in più Storia e Ricerca 04/01/14 Personaggi –  Gli Smulevich (Marin Rogić)
39 – La Voce del Popolo 17/01/14 Cultura - Fiume: Liceo, una mostra per festeggiare 125 anni di storia
40 - Corriere della Sera 15/01/14 Boris Pahor, cent'anni da patriarca lungo le vie della sua Trieste (Maris Fumagalli)



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28 - Gente di Gallesano - Gennaio 2014 Signori, si chiude ! - Una morte annunciata.
Nell’Ecclesiaste o Qohelet c’è una stupenda meditazione poetica sul tempo dell’uomo sul mistero che accompagna l'esistenza umana, dal suo primo apparire nel mondo fino alla morte. C'è un tempo per nascere e un tempo per morire.

SIGNORI, SI CHIUDE!

di Piero Tarticchio

Una morte annunciata.

Con questo numero - pur­troppo in formato ridotto per motivi finanziari - si conclude il ciclo della "Fameia Gallesanesa" e del suo giornale "Gente di Gallesano",
E' un altro tassello della storia del­l'esodo che se ne va. La nostra As­sociazione, vissuta per ben 52 anni e il suo oragno ufficiale “Gente di Gallesano un po' meno è arrivata al capolinea, e dì questo i gallesanesi di ieri e di oggi possono es­serne fieri. Viene da chiederci se la sua morte sarà riandata e rimpian­ta? Solo il tempo potrà dirlo. Ri­marrà l'amarezza dell'abbandono per i vecchi lettori sopravvissuti alle vicende che li ha costretti ad abbandonare la loro terra in cam­bio di un sogno di libertà. Ma lo sarà soprattutto per i gallesanesi emigrati in tutto il mondo, per i quali il nostro giornale rappressentava tutto ciò che li teneva an­cora legati la loro paese d'origine. Per continuare le pubblicazioni ci sarebbe voluto un finanziamento (oggi la chiamano sponsorizzazio­ne) di almeno 5000 Euro l'anno che garantisse almeno le spese di stampa, cellofanatura, etichettatu­ra e spedizione di due numeri an­nui, ma in questi tempi di vacche magre ai miracoli non ci crede più nessuno. "Cosa bella e mortai passa e non dura" avrebbe detto Francesco Petrarca.
Dunque consoliamoci.

Il 4 novembre u. s. il Consiglio della nostra Associazione, presenti Piero Tarticchio Presidente e Di­rettore del giornale. Ercole Simonelli Consigliere e Aldo De Brevi Segretario, riuniti nella redazione di Milano 2 Segrate, dopo una bre­ve consultazione, tenuto conto che in cassa ci sono solo 500 Euro, ap­pena sufficienti per le spese posta­li del giornale, ha deciso di porre fine a questa dolorosa agonia. Qualsiasi accanimento terapeutico che non fosse supportato dai letto­ri sarebbe stato inutile. Purtroppo a nulla sono valsi i nostri ripetuti appelli a soccorrerci.

L'Italia sta vivando la sua peggior crisi dal dopoguerra. I nuovi san­toni della politica, sono incapaci di tirarci fuori dal letamaio in cui il paese è piombato. Invece di taglia­re i privilegi di casta, perseguire gli evasori e arrestare gli sprechi delle spese inutili, stanno affos­sando il Paese con tasse insosteni­bili; i poveri e i disoccupati au­mentano di giorno in giorno, i gio­vani non trovano lavoro né si ve­dono segnali dì controtendenza. Tutto rimane come prima, anzi peggio di prima.
I nostri lettori soffrono di decrepi­tezza cronica, poiché devono fare i conti con l’anagrafe. I nostri di­scendenti. nati dopo l'esodo, non hanno saputo, potuto o voluto rac­cogliere il testimone delle nostre idee e tradizioni, tantomeno hanno fatto appello all'orgoglio della lo­ro appartenenza. Si sono sempli­cemente smarriti nella rassegna­zione. soverchiati dai problemi so­ciali irrisolti e distratti dal cata­strofismo mediatico che, come un cancro affligge e divora, giorno dopo giorno, la nostra povera Ita­lia. Potrà sembrare una coinciden­za. ma la chiusura della Famea coincide con la scomparsa di due personaggi chiave del nostro asso­ciazionismo. due colonne portanti che hanno contribuito alla realiz­zazione del nostro giornale.

Aggeo Biasi. memoria storica del­la Gallesano di un tempo, per il suo prezioso contributo editoriale, e l'Ingegnere Alberto Durin. un grande istriano, a noi sempre vici­no per la generosità dei suoi finan­ziamenti. All'uomo non è dato di sapere quando nascere e quando morire, i greci lo chiamavano “fa­to”, i romani “sorte” oggi la gente lo definisce "destino”.
L’intera storia del genere umano è un rullo compressore che travolge ogni cosa.

Nella pagina mesta tra i decessi e gli anniversari troverete i necrolo­gi della "Fameia Gallesanesa” e di "Gente di Gallesano’'. Ci spiace solo di non poter fare di più e dì non poter pubblicare le tante lette­re che ci sono arrivate in redazio­ne. messaggi che avrebbero meri­tato di essere conosciuti da tutti i lettori (per es. quello di Beneto Debrevi Fui da Kansas City e quello dì Lino Capolicchio Vene- russo da Gallesano).

Non voglio abbandonarmi alla nostalgìa dei ricordi e descrivervi il groppo in gola che provo nel chiùdere la nostra piccola redazione dove io e mia moglie - finché è vissuta - abbiamo lavorato con or­goglio, per allestire il giornale.

Infine un semplice avvertimento a chiunque desiderasse fondare un sodalizio sostitutivo alla defunta Fameia Gallesansa: non faccia uso di questo nome, tantomeno si serva della testata "Gente di Gallesano” la quale rimarrà dì proprietà di Pie­ro Tarticchio. suo ideatore, per la durata consentita dalla legge sui di­ritti d'autore. Se proprio qualcuno intende continuare, lo faccia con noni alternativi e Buona fortuna.

Ora che si spengono le luci e la no­stra voce tacerà per sempre, diffi­diamo chiunque a infangare - attra­verso i media, libri o via Internet - il buon nome della nostra Famea e quella del suo giornale. Chiunque avesse intenzione di portare avanti una qualsivoglia campagna deni­gratoria sappia che io. Piero Tartic­chio fio de Lodovico Gabriel, di­fenderò l'operato della Famea fin dove me lo consentirà la legge e perseguirò chiunque abbia in mal­te di farlo. Dopo questo laconico commento non c’è più molto da dire, se non ringraziare tutti coloro (per ragioni dì spazio non posso elencarne i nomi) che ci hanno preceduti e hanno collaborato, so­stenendoci senza nulla chiedere in cambio e cristianamente ringrazio anche coloro che in qualche modo ci hanno ostacolato e affossato, af­frettando il nostro trapassso.

Spero che il Signore Iddio riservi a tutti i gallesanesì, dopo la morte, una nuvoletta speciale a forma di Gallesano, lassù da qualche parte nell'Aldilà. Un approdo sicuro do­ve i compaesani di ieri e di oggi possano ritrovare la loro identità e rivivere il tempo felice della beati­tudine eterna.

Piero Tarticchio




29 - Il Piccolo 15/01/14 Federazione degli Esuli, no degli Istriani
Federazione degli Esuli, no degli Istriani
Dopo l’adesione del Comune di Pola in esilio resta fuori solo l’Unione.
Codarin: è giusto cercare coesione
di Ferdinando Viola

Il 13 gennaio scorso il Consiglio della Federazione degli Esuli ha accolto la domanda del sindaco del Libero Comune di Pola in esilio, Tullio Canevari, di entrare nella Federazione degli esuli. La domanda è passata all’unanimità, con soddisfazione del presidente dell’Associazione delle comunità istriane, Manuele Braico. Ma con rammarico: «Con quest’ultima adesione l’unione del mondo dell’esodo giuliano-dalmata è quasi completa, ne rimane fuori soltanto l’Unione degli Istriani». Il rammarico di Braico, 56 anni, eletto ai vertici dell’associazione lo scorso aprile, vuole essere propositivo: «Essendo uniti si possono raccontare con più forza le proprie vicende, la propria storia, gli errori che sono stati compiuti ai nostri danni. Ma dopo dobbiamo guardare avanti, non fermarci al passato».
Per il presidente dell’Associazione delle comunità «il risentimento dell’Unione degli istriani» non giova alla causa. «Abbiamo problemi da affrontare, rivendicazioni ancora in piedi, i beni abbandonati ad esempio, che devono essere risolti insieme, perchè questo ci dà maggiore forza - aggiunge Braico -. E poi dobbiamo andare nelle scuole a raccontare cosa è successo, qual è la nostra storia. La gente dell’esodo, lo so per certo, non vuole divisioni tra noi. Ci vuole uniti. Poi ci sono delle libere scelte, autonome, di persone o gruppi che non toccano però i principi propri dell’associazione.
Una cosa voglio sottolineare, l’inaugurazione a Zara di un asilo italiano dopo 50 anni: questo significa un riconoscimento da parte del Ministero del nostro impegno nella diffusione della cultura italiana in Croazia e Slovenia». «Entrare nella Federazione degli Esuli? No, è fuori discussione».
La risposta a Manuele Braico arriva a stretto giro di posta dal presidente dell’Unione degli Istriani Massimiliano Lacota. «Noi, con Pola, nel 2008 siamo usciti per un uso scorretto dell’associazione, non c’era rappresentanza, non c’era democrazia. Da allora non è cambiato nulla. Non conosco i motivi che hanno spinto Pola a rientrare. In questi anni c’è stato anzi un peggioramento. Se l’associazione deve gestire solo i fondi è poca cosa. Certamente è auspicabile l’unità con una seria rappresentanza all’interno dell’associazione, ma i problemi tra noi esistono e sono profondi». «E riguardano molti punti - sottolinea ancora Lacota – di carattere politico. Noi ad esempio vorremmo che Slovenia e Croazia riconoscessero con un atto del Parlamento il dramma degli esuli, di coloro che furono costretti ad andarsene, e poi i beni abbandonati e gli indennizzi. Tutte questioni scomode che non si vogliono affrontare seriamente». Il presidente della Federesuli, Renzo Codarin, condivide invece la presa di posizione di Manuele Braico: «Dispiace che l’Unione degli
Istriani non aderisca e soprattutto che certe frange rimangano attaccate al passato con una contrapposizione tra rimasti ed esuli. Dobbiamo invece cercare di unire, di guardare avanti. Il punto fondamentale rimane il concerto in piazza Unità presenti i presidenti di Italia, Slovenia e Croazia. L’iniziativa voluta con caparbietà da Napolitano è stato un momento fondamentale nel percorso di revisione e pacificazione. Altri comportamenti, anche quelli di una certa sinistra, sono atteggiamenti del passato remoto».




30 - Il Tempo13/01/14 Intervista: Achille Occhetto: « Ho pianto per gli esuli di Cristicchi»
«Ho pianto per gli esuli di Cristicchi»
Occhetto: molti antifascisti si ingannarono su quel dramma E rivela: seppi delle foibe solo dopo la svolta della Bolognina
Pianse Achille Occhetto il giorno in cui, con la “svolta della Bolognina”, seppellì il Partito comunista italiano dando vita al Pds. Può sembrare incredibile, ma è lo stesso Occhetto quello che oggi si commuove per lo spettacolo teatrale “Magazzino 18” con il quale Simone Cristicchi ha messo in scena le foibe e l’esodo istriano, giuliano e dalmata. Quei drammi che proprio la sinistra italiana, per molti decenni, non ha voluto vedere per non dover fare i conti con sé stessa e perché ottenebrata dall’ideologia, adesso inteneriscono colui che pose la prima pietra per la costruzione della sinistra postcomunista.
Occhetto, come giudica lo spettacolo di Cristicchi?
«Davvero molto bello. Trasmette un grande pathos per via di vicende drammatiche nelle quali i torti e le ragioni non stanno tutti da una parte. Si è lontani da una visione manichea. Anche se da un punto di vista della vicenda storica, infatti, nel grande capitolo del ’900, tra fascismo e antifascismo le colpe stanno dalla parte del primo, occorre dire, e nello spettacolo di Cristicchi ne ho trovato traccia, che lo stalinismo ha “macchiato” le idealità dello stesso antifascismo».
Dunque Cristicchi, nel raccontarci che gli esuli non erano fascisti ma italiani che fuggivano da una dittatura, ha usato un metro di giudizio oggettivo?
«Non c’è dubbio. Cristicchi ci dice che, al di là delle affermazioni ideologiche con le quali si combattono delle battaglie politiche, ci furono anche molti antifascisti che si ingannarono, perché non capirono fino a che punto si stava vivendo il dramma di un popolo e non uno scontro fra nostalgici del fascismo e non, come invece una certa propaganda cerca di far vedere».
C’è chi a Cristicchi vorrebbe togliere la tessera onoraria dell’Anpi.
«Un’iniziativa totalmente sbagliata. Il pezzo teatrale di Cristicchi inquadra tutta la vicenda nel torto storico fondamentale del fascismo. L’autore ci dice, fin dall’inizio, che se non ci fosse stato quel tipo di guerra e soprattutto quel tipo di odio nazionalistico che aveva suscitato le reazione dell’altra parte, probabilmente non si sarebbe arrivati a quel punto. Poi, naturalmente, mette in evidenza come anche la sinistra allora non capì fino in fondo quel dramma umano. Non fummo messi nelle condizioni di vedere che cosa realmente accadeva, di capire il reale dramma che si nascondeva oltre i pretesti ideologici».
“Magazzino 18” ha provocato uno “strappo” fra quanti sostengono che il negazionismo è da respingere sia a “destra” che a “sinistra”, e quanti continuano a ritenere che il male del fascismo non è uguale a quello, spesso definito “presunto”, compiuto ai danni degli esuli. Foibe comprese.
«Non si può negare la drammatica realtà delle foibe. Forse ci furono degli antifascisti jugoslavi onesti che rimasero impigliati in quelle vicende, si possono fare delle analisi articolate quanto si vuole, ma il dato di fatto è indubbio».
Per decenni questo capitolo della nostra storia è rimasto sconosciuto.
«Io stesso ho appreso del dramma delle foibe solo dopo la “svolta della Bolognina”. Prima non ne ero mai venuto a conoscenza».
Com’è stato possibile?
«Di fronte a una storia del ‘900 segnata dai gradi delitti e dalla conculcazione delle libertà da parte del nazifascismo, probabilmente si è cercato di non vedere, e di non ricercare, qualche cosa che poteva addolorarci. Il fatto che quella ricerca venisse poi svolta dalla parte fascista, ha provocato una reazione di tipo ideologico dall’altra parte. Il merito dello spettacolo di Cristicchi, ecco perché mi stupisco di certe posizioni, è che ha portato una vicenda drammatica e umana lontano dal furore degli opposti ideologismi, per ricollocarla nella sua drammatica realtà storica».
Lei ha pianto il giorno in cui, con la “svolta della Bolognina”, sancì la fine del Pci, ora si commuove assistendo alla messa in scena dell’esodo istriano. Se lo sarebbe mai immaginato?
«Ogni fatto umano, raccontato nella sua tensione reale, è destinato a commuovere. Non penso sia una commozione che fuoriesca da quell’orizzonte morale e ideale per cui mi sono commosso leggendo il Diario di Anna Frank o le Lettere dei condannati a morte della Resistenza. Ho ritrovato, sotto un segno diverso, lo stesso dramma pagato da innocenti».
Luca Rocca


31 - Il Tempo 18/01/14 La lettera - Il dramma delle foibe, degli esuli istriani, giuliani e dalmati riguarda tutta l’Italia
LA LETTERA
Il dramma delle foibe, degli esuli istriani, giuliani e dalmati riguarda tutta l’Italia
di Antonio Ballarin, presidente Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia
Egregio Direttore,
L’intervista di Achille Occhetto è il segno di un mutato atteggiamento da parte di chi - intellettualmente onesto - intenda rileggere il ’900 nei suoi aspetti di drammaticità non inscrivibili nella ristretta cornice degli opposti schieramenti ideologici. Gli schieramenti ideologici nazifascista e comunista si sono combattuti senza esclusione di colpi; tuttavia, non tutto è ideologia, come, parimenti, non tutto è politica. Le lacrime versate da personalità di diversi schieramenti ideologici ed estrazione culturale, come l’ultimo segretario del PCI e uno dei volti storici della televisione, Pippo Baudo, la dice lunga sul significato simbolico e reale dello spettacolo di Cristicchi.
Su tutto il resto - incluse le baruffe chiozzotte molto provinciali e di retroguardia sul reale possesso da parte di Cristicchi della tessera ANPI -, le chiacchiere stanno a zero. Sia perché Cristicchi sa difendersi perfettamente da sè, sia perché chi, anziché guardare la luna, si limita a contemplare il dito che la indica, merita quest’ultimo: il dito. Cercare - e trovare - un modo per parlare apertamente, da uomini liberi, del dramma delle foibe e degli esuli istriani, giuliani e dalmati è un passo avanti nella ricerca di una comune identità nazionale, al di là delle chiusure settarie ed ideologiche. Un nuovo metodo per un "oggetto" che, fino ad oggi, è stato manipolato, feticizzato o strumentalizzato - anche da parte di chi avrebbe dovuto trattarlo con maggiore cura e attenzione -, ma raramente compreso nella sua articolazione e nei suoi risvolti umani e nazionali.
La questione degli esuli istriani, giuliani e dalmati è una questione nazionale a tutto tondo e riguarda l’ethos e il pathos di una Nazione che voglia, anche oggi, dirsi e tradursi in Comunità, dunque in realtà capace di inglobare le differenze, senza perdere la tensione ad un’unità non omologatrice ed omologante. Cristicchi ha avuto il merito di rendere arte e linguaggio teatrale, musicale e scenico, questo sguardo; ed Occhetto ha il merito di aver colto questo passaggio con umanità e finezza intellettuale.
«Ogni fatto umano, raccontato nella sua tensione reale, è destinato a commuovere», osserva Occhetto: questo giudizio vale ogni fatica fin qui sostenuta per ancorare la vicenda tragica delle foibe e l’esodo del popolo istriano e giuliano-dalmata al presente, per poi lanciarlo verso il futuro. «Spettacolo perfetto», ha commentato Baudo, che di spettacoli si intende. Non solo: «Uno spettacolo perfetto che serve anche a far conoscere questa parte di storia alle giovani generazioni». Molti si riempiono la bocca della realtà dei "giovani", considerati svantaggiati, anche culturalmente, ma nessuno fa niente di concreto ed efficace per aiutarli a riprendere in mano la loro vita attraverso la corretta ed equilibrata lettura della storia, "maestra di vita".
Questo è realmente un servizio alla verità ed a quella generatività comune che una Nazione che voglia farsi Comunità non puo non accogliere nel suo specifico Dna. «Eppur si muove», potremmo dunque dire, oggi, dopo le parole di Occhetto e quelle di altri dotati di trasparente onestà intellettuale. Se l’arte riesce a riprodurre la eco di quelle pietre che "parlano italiano", rendendo questo movimento una tensione comune, realizza la sua missione di levatrice della storia. E chiunque nella storia abbia combattuto, per una causa nella quale credeva - pur con tutti i limiti e perfino le contraddizioni immanenti a quella realtà - non può che farsi promotore di una nuova coscienza storica, traducendo, infine, la vecchia e dura lingua ideologica del ’900 nel dolce Italiano, frutto di millenni di stratificazioni e intriso anche di venezianità. Alla fine - di fronte alla storia e al futuro - chi ha più filo, tesserà.
Con i miglior saluti,
Antonio Ballarin





32 - Il Tempo 14/01/14 Intervista ad Antonio Calenda, regista e ideatore di «Magazzino 18»
Calenda: «Magazzino 18 rende giustizia a chi ha sofferto»
«Le polemiche sono esclusivamente da parte di coloro che non l’hanno visto. Chi ha visto "Magazzino 18" sa che rende giustizia a tutti coloro che hanno sofferto. Ha una grande forza di ricomposizione e di pacificazione». Così Antonio Calenda, regista e ideatore di «Magazzino 18», replica alle polemiche che sono piovute addosso allo spettacolo, sia da sinistra che da destra, prima ancora che venisse rappresentato. Scritto da Simone Cristicchi insieme a Jan Bernas, «Magazzino 18» racconta il forzato esodo degli italiani, istriani, giuliani e dalmati, dalla loro terra e l’orrore delle foibe, senza risparmiare critiche anche a Mussolini.
Calenda, com’è nato il progetto dello spettacolo?
«Da vent’anni anni accarezzavo l’idea, come direttore del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, di mettere in scena l’esodo istriano-dalmata, di cui si è sempre parlato poco e in termini contraddittori. Ne avevo anche parlato con Claudio Magris, ma il progetto non si è concretizzato. Poi un giorno, incontrandomi con Simone, ho saputo che anche lui aveva avuto la stessa idea, dopo aver visitato il Magazzino 18. Abbiamo deciso allora che sarebbe spettato a noi due romani il compito di raccontare episodi così lontani, ma ancora prepotentemente vicini, vissuti da oltre trecentomila italiani» .
Giudizio su Cristicchi attore?
«Sono stato subito coinvolto dalla sensibilità di Simone, che sveva bisogno di un regista per il suo spettacolo. Lui ha una grande capacità di concentrazione e assimila tutto in poco tempo. Inoltre è stato molto aperto e disponibile agli interventi registici. Lo spettacolo ha avuto una lunga gestazione nel testo, ma lo abbiamo realizzato in soli dieci giorni. Il nostro incontro è risultato bellissimo, lui è maturato davanti ai miei occhi in poco tempo, evidentemente aveva già la predisposizione ad essere un attore risolto. Il risultato è molto soddisfacente per tutti noi».
Il teatro, oggi sempre più appannaggio di comici e di attori televisivi, può recuperare il suo originale ruolo di coscienza civile?
«Il teatro ha bisogno di penetrare la realtà, deve essere una grande testimonianza storica, come ad esempio quella di Eschilo. Gli ateniesi che andavano a vedere "I Persiani", rappresentati al Teatro di Dioniso ad Atene, vedevano alzando lo sguardo ancora le macerie fumanti dell’Acropoli distrutta dai Persiani. In "Magazzino 18" Cristicchi riveste il ruolo dell’aedo, come accadeva nell’antica Grecia. Anche Omero ha raccontato, attraverso il mito, la storia della Grecia».
Perché la parola foiba è ancora un tabù?
«In Italia, dopo la guerra, sia la DC che il PCI hanno cercato di tenere nascosti episodi di tale gravità che avrebbero compromesso il tessuto sociale. Da un lato ci sarebbero state rappresaglie e faide infinite, dall’altro, in quel momento, non bisognava attaccare Tito perché si stava staccando dalla politica dell’URSS: faceva comodo che non venisse accusato delle nefandezze compiute. Ha prevalso, insomma, la ragione di Stato, che ha oscurato quel periodo. Oggi se ne può parlare liberamente. Anzi, più se ne parla, più si sublima e si esorcizza un’antinomia feroce che non è più il caso di portare avanti».
Com’è oggi il Magazzino 18?
«È un luogo tremendo, oltre che in disordine, sporco e abbandonato. Sarebbe il caso di restituire quei beni ai proprietari, se si ha ancora la possibilità di farlo, o di creare un museo. Considerando che alcuni di questi mobili sono di grande valore antiquario, l’ideale per me sarebbe organizzare una grande asta e con quel denaro realizzare qualcosa, un monumento o una fondazione, che rimanga a imperitura memoria di quella tragedia».
Gabriele Antonucci








33 - Il Tempo 11/01/14 Magazzino 18 - Baudo: «Il racconto di un dramma senza fine»
L'INTERVISTA
Baudo: «Il racconto di un dramma senza fine»
Il popolare conduttore parla di «Magazzino 18» lo spettacolo di Simone Cristicchi sugli esuli istriani
http://www.iltempo.it/cultura-spettacoli/2014/01/11/baudo-il-racconto-di-un-dramma-senza-fine-1.1206885Cultura & Spettacoli
Non si placano le polemiche sullo spettacolo teatrale «Magazzino 18» portato in scena da Simone Cristicchi. L’artista ha raccontato la fuga di migliaia di italiani all’indomani del trattato di pace del 1947 quando l’Italia perdette vasti territori dell’Istria e della fascia costiera. Quasi 350 mila persone furono costrette a lasciare i luoghi in cui erano vissute e tutti i loro poveri beni per affrontare un esodo epocale. Il «Magazzino 18» del porto vecchio di Trieste è il luogo dove gli esuli ammassarono quanto non potevano portare, nell’attesa di poterlo riprendere. Pippo Baudo ha visto lo spettacolo di Simone Cristicchi e ne è rimasto favorevolmente impressionato.
Come spiega le polemiche che hanno investito «Magazzino 18»?
«Premetto che lo spettacolo è uno dei più belli da me visti negli ultimi anni a teatro. È l’amara rappresentazione del dramma degli italiani cacciati via, come vermi, dalla terra dove erano nati e creato ricchezza. Questa è una delle colpe più gravi dello Stato italiano nei confronti dei nostri concittadini. Cristicchi ha realizzato uno spettacolo perfetto che serve anche a far conoscere questa parte di storia alle giovani generazioni. Molti di quegli italiani sono morti. Ma il senso della comunità è ancora vivo nei sopravvissuti sparsi in Europa e nel mondo. Spesso, infatti, si riuniscono negli alberghi di Trieste per ritrovarsi e ricreare le atmosfere familiari di un tempo. Un anno hanno invitato anche me. La commozione è stata grande nell’ascoltare vicende drammatiche di chi era in fuga e cercava un luogo dove rifugiarsi. Non nascondo di aver pianto».
Che ne pensa della proposta di alcuni aderenti all’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) che chiedono il ritiro della tessera onoraria dell’associazione dei partigiani data in passato a Cristicchi?
«I partigiani stiano attenti a come si comportano. Certamente il loro ruolo è stato di grande rilevanza per la causa italiana e a loro tutti dobbiamo molto. Ma nelle loro fila ci sono stati anche molti delinquenti che hanno compiuto delitti comuni orribili, spesso anche vendette personali, nascondendosi sotto la casacca dei partigiani. Tempo fa ricordo che un partigiano emiliano ha rivelato quanto deleteri siano stati questi personaggi e i crimini da loro compiuti. Si astengano, perciò, i partigiani dal ritirare la tessera a Cristicchi: non farebbe onore al loro glorioso passato».
Marida Caterini


34 - Il Piccolo 18/01/14 La lettera del giorno: Salviamo le masserizie degli esuli, non resisteranno al tempo
Salviamo le masserizie degli esuli, non resisteranno al tempo

la lettera del giorno

Ha suscitato ovunque grande consenso di pubblico e di critica lo spettacolo di Cristicchi intitolato “Magazzino 18”: un titolo emblematico per chi ha vissuto l’esodo ma privo di significato in altre parti d’Italia dove il musical è stato rappresentato. Il Magazzino 18 ha in realtà un’annosa storia che tuttoggi non è ancora completamente conclusa. Nel Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste sono infatti accatastati centinaia di metri cubi di masserizie che gli esuli dall’Istria portarono con sé quando lasciarono la loro terra nell’immediato Dopoguerra e dopo il Trattato di Londra del 1954. Si tratta di quanto rimane della ben maggiore quantità di oggetti che gli esuli portarono con il loro bagaglio quando giunsero nelle varie destinazioni italiane e che furono concentrati a Trieste. Nel 1987, dopo che vennero esperiti da parte della prefettura numerosi tentativi per la riconsegna delle masserizie agli esuli, il tutto passò in proprietà dell’Irci, l’Istituto regionale per la cultura istriana fiumana e dalmata di Trieste. L’Ente Porto di Trieste s’impegnò a mettere a disposizione lo spazio necessario per ricoverare tali masserizie dopo che le stesse, per esigenze operative del porto, vennero trasferite al Magazzino 18, dove attualmente si trovano in attesa di decisioni sul loro futuro.

Non è ipotizzabile lasciare deperire nel tempo le masserizie che già scontano oltre sessant’anni di degrado dovuto al magazzinaggio. È quindi opportuno prevederne e programmarne l’«utilizzo» consono a quanto rappresentano, tenendo conto del loro valore simbolico, morale e umano, oltre a quello materiale. Ritengo che sia necessario prendere una decisione in merito poiché il passare del tempo non risolve il problema, a meno che non si voglia che le masserizie si degradino e si autoeliminino, ma confido che nessuno si auguri una conclusione del genere. Nel passato, alcune minime quantità di masserizie sono state utilizzate in occasione di avvenimenti particolari e sono servite quale materiale per rassegne e mostre destinate a far conoscere la tragedia dell’esodo: ben poco rispetto alla grande massa di materiale disponibile.

A suo tempo avevo proposto un piano di utilizzo e di dislocazione con la valorizzazione delle masserizie stesse, piano che ripropongo in maniera schematica: in primo luogo, individuare e accantonare le masserizie utili all’allestimento del Museo della Civiltà istriana fiumana e dalmata di Trieste e al completamento della Rassegna Crp di Padriciano nell’ex campo profughi di quella località sul Carso triestino; in secondo luogo, dare la possibilità alle varie organizzazioni degli esuli che operano in Italia e all’estero di scegliere quanto a loro utile per l’allestimento di mostre permanenti, rassegne, ricerche, esposizioni; consentire quindi ai singoli esuli di ottenere qualche oggetto di loro interesse per mantenere nella loro attuale abitazione la testimonianza di quanto hanno perduto con l’esodo; dopo avere compiutamente soddisfatto le richieste dei precedenti punti, consentire ai privati cittadini di ritirare oggetti di loro interesse, con l’impegno di non alienarli e l’eventuale versamento di un importo quale contributo alle spese connesse con la gestione delle masserizie. Infine, dopo che siano state completamente soddisfatte tutte le aspettative degli esuli e di altri cittadini che ne avessero interesse, vendere al miglior offerente quanto rimasto e utilizzare il ricavato per finanziare la realizzazione del museo di Trieste.

Ho citato il Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata (per il quale è stato completamente ristrutturato a cura dell’Irci lo stabile di via Torino, messo a disposizione dal Comune), e il nome ne indica già lo scopo: quello di illustrare vita, società e cultura delle terre che siamo stati costretti ad abbandonare con l’esodo. A testimoniare ulteriormente l’esodo e le vicende successive che hanno tormentato istriani, fiumani e dalmati, è nata nel 2004 la rassegna Crp, allestita dall’Unione degli istriani nell’ex campo profughi di Padriciano, in uno stabile messo a disposizione dalla Provincia di Trieste. Tali iniziative hanno bisogno di sostegno non solo materiale, e la risoluzione del problema delle masserizie potrebbe essere l’occasione per le varie organizzazioni degli esuli, oltre all’Irci, di dimostrare di avere a cuore l’intera questione e decidere sul da farsi prima che il materiale deperisca definitivamente o che si sia costretti a decidere sotto la spinta provocata da motivi contingenti e imprevedibili.

Silvio Delbello (esule istriano)




35 - Il Piccolo 17/01/13 L'insofferenza dell'Istria verso Zagabria spinge al conio della moneta con la capra
L’insofferenza dell’Istria verso Zagabria spinge al conio della moneta con la capra

L’Istria batte moneta. È stata coniata la koza (capra) che qui a fianco vediamo nell’immagine riportata dal portale Istarski.hr. Ovviamente è uno scherzo - non c’è una valutazione e tanto meno può essere usata come merce di scambio - ma la moneta esiste veramente e comincia a girare. È stata coniata da un buontempone, ma dietro la koza non c’è solo un semplice scherzo. Davanti a quelle che in Istria vengono definite «le sempre più evidenti mire centralistiche di Zagabria», che sta chiudendo sul territorio della capra istriana le sedi regionali di alcune istituzioni statali come la dogana, la previdenza sociale e anche il tribunale commerciale, comincia a soffiare un vento di insofferenza. E anche una moneta, seppure posticcia, è la dimostrazione delle aspirazioni autonomistiche per non dire secessionistiche di qualcuno. La ciliegina sulla torta di questi desideri è proprio il conio della moneta propria. La capra diventa quindi un monito e non solo.








36 - Il Piccolo 16/01/2014 Caso Daila: resa dei conti tra Vaticano e Chiesa croata
Caso Daila: resa dei conti tra Vaticano e Chiesa croata

Roma azzera il potere del cardinale Bozani„: pesa la gestione del monastero benedettino di Daila in Istria. Carta bianca al nunzio apostolico D’Errico

di Mauro Manzin

TRIESTE. Silenziosamente, come è sua abitudine, la diplomazia della Santa Sede sta lentamente attuando una vera e propria “rivoluzione” all’interno della Chiesa cattolica croata. Dopo la decisione di “pensionare” quattro vescovi compromessi con l’ultranazionalismo, ossia il vescovo di Veglia, Valter Župan, quello di Gospi„-Senji, Mile Bogovi„, quello di Sebenico, Ante Ivas e l’ordinario militare Jurj Jezerinc, secondo quanto scitto sul settimanale Globus, anche l’autorità dell’arcivescovo di Zagabria, cardinale Josip Bozani„, sarà notevolmente diminuita e non parteciperà alla scelta dei nuovi alti prelati che andranno a sostituire i quattro mandati in quiescenza. Da fonti vaticane, infatti, sul capo del cardinale Bozani„ pesa la pessima gestione dell’affare Dajla, il monastero istriano conteso tra la diocesi di Pola-Parenzo, i frati benedettini di Praglia e lo Stato croato e sembra, inoltre, che a Papa Francesco non sia piaciuta neppure la decisione di rinnovare l’immobile dell’arcidiocesi della capitale croata con una spesa faraonica che poco si addice vuoi allo spirito del Pontefice che gira in utilitaria per le visite ufficiali e ha smesso la croce d’oro, vuoi ai tempi di crisi socio-economica globale.

E così Papa Francesco ha deciso di avvalersi dei consigli del nunzio apostolico a Zagabria, monsignor Alessandro D’Errico di cui il Pontefice ha la massima stima e che è anche un uomo di fiducia del nuovo segretario di Stato monsignor Pietro Parolin. Dunque il primo “filtro” sui nomi dei nuovi vescovi croati sarà proprio il nunzio apostolico che poi li presenterà al cardinale canadese Marc Oullet presidente della Congregazione per i vescovi.

E la fiducia che monsigno Parolin ripone in D’Errico è confermata dal fatto che quanto il nunzio ha riferito in Vaticano sulla situazione della Chiesa cattolica in Croazia viene considerato come oro colato. Sta di fatto che monsignor D’Errico non è in buoni rapporti con i vescovi croati. Ci sono molti aneddoti che dimostrano la scarsa simpatia reciproca. Il più eclatante è quello avvenuto a Knin in occasione della celebrazione del Giorno della vittoria della Croazia nella cosiddetta Guerra patria (1991-1995). In quel 5 agosto del 2013 monisgnor D’Errico celebrò la messa nella chiesa dedicata alla Madonna e il vescovo di SebenicoAnte Ivas (uno dei quattro “pensionandi”) non si è neanche avvicinato al nunzio negandogli dunque il saluto.

Va detto che D’Errico ha invece grande stima dei vescovi croati che operano in Bosnia-Erzegovina su tutti l’arcivescovo di Sarajevo, Vinko Pulji„ mentre in Croazia viene considerato un ambizioso carrierista che si fa troppo spesso vedere in compagnia del ministro degli Esteri e presidente dei popolari, Vesna Pusi„, autorevole membro di quel governo che ultimamente ha emanato norme (come l’educazione sessuale nelle scuole) poco in linea con la morale cattolica.



37 - Il Piccolo 15/01/14  L'Unione europea "adotta" la Parenzana
L’Unione europea “adotta” la Parenzana

Da Bruxelles arrivano 510 mila euro in più per continuare l’opera di recupero. Da aprile un trenino collegherà le stazioni

POLA Grazie a 510.000 euro che i fondi europei hanno approvato per il progetto Parenzana Magic candidato dalla Regione istriana si potrà continuare l'opera di recupero e valorizzazione del tracciato dell'antica ferrovia a scartamento ridotto che collegava l'Istria settentrionale a Trieste. I partner del progetto sono le località di Parenzo, Buie, Montona nonchè, da parte slovena, Capodistria, Isola e Pirano che parteciperanno alle spese complessive nella misura del 15%. I mezzi ottenuti saranno impiegati per lo sviluppo dell'infrastruttura turistica nella quale sono già stati investiti oltre 800.000 euro. Gli interventi più importanti riguardano il recupero di altri 22 chilometri del tracciato, l'installazione dell'illuminazione a energia solare nei tunnel nonchè la creazione di nuove aree di sosta. E, come punto particolare, l'allestimento della cosiddetta maratona enologica lungo il sentiero che unirà i produttori vitivinicoli del territorio. Come spiega l'assessore regionale al turismo Branko ‹uri„ l'opera principale in questa fase sarà la trasformazione della vecchia scuola di Tribano nel Comune di Verteneglio in sede dell'Ente pubblico Parenzana che gestirà l'intero tracciato e offrirà possibilità di pernottamento ai ciclisti e altri sportivi. Per la ristrutturazione dell'edificio si attingerà anche dai bilanci della Città di Buie e della Regione. Questa comunque, spiega ‹uri„, sarà solo una fase intermedia nella realizzazione di un progetto a vasto raggio da candidare ai fondi europei.
Progetto che prevede il recupero dell'intero tracciato istriano della Parenzana inclusi i tunnel e i viadotti e la costruzione dei raccordi per oltrepassare l'Ipsilon istriana e la circonvallazione di Parenzo. E non sarà facile arrivare al traguardo, aggiunge ‹uri„, in quanto rimangono da risolvere numerose questioni di ordine patrimoniali. Intanto indipendentemente dai soldi di Bruxelles, il prossimo 1mo aprile lungo la Parenzana tornerà a viaggiare il treno, non su rotaia ma con le ruote gommate. Sarà un trenino turistico panoramico che rimarrà in funzione per almeno 10 anni, come stabilito dal contratto tra la Regione istriana e i comuni sul tracciato. Per la precisione ci saranno due trenini, il primo della capienza di 60 persone che farà la spola tre volte al giorno tra Visinada e Montona. Il secondo con al massimo 40 passeggeri collegherà Levade e Grisignana con alcune soste interessanti. La prima nel Bosco di San Marco a Montona per la degustazione del tartufo e le altre due a Raccotole e Portole dove i produttori locali di vino, olio d'oliva e altri prodotti della terra, prepareranno le bancarelle per i viaggiatori. (p.r.)








38 - La Voce in più Storia e Ricerca 04/01/14 Personaggi –  Gli Smulevich
Personaggi

Gli Smulevich

di Marin Rogić

Incontriamo Adam Smulevich, giornalista che assieme a Sara Funaro si era fatto portavoce nel 2010 di un appello (“Un albero anche per Ginettaccio”), presentato sulle colonne del giornale dell’ebraismo italiano, “Pagine Ebraiche”, rivolto a nuovi testimoni diretti della vicenda Bartali e il suo contributo a favore della causa ebraica nel corso del secondo conflitto mondiale. Nell’inverno dello stesso anno Smulevich raccoglie e pubblica la testimonianza inedita di Giorgio Goldenberg il piccolo ebreo fiumano che proprio noi de “La Voce” abbiamo presentato lo scorso anno in un precedente numero di “In Più Storia” -, che racconta di essere stato nascosto in una casa di via del Bandino di proprietà del grande ciclista toscano e di suo cugino Armandino Sizzi.

Grazie alla sua iniziativa Smulevich ha dato un contributo fondamentale a inserire, lo scorso 10 ottobre, il nome di Gino Bartali tra i Giusti tra le nazioni a Yad Vashem. Il bisnonno
di Adam Smulevich, Gismondo, era fiumano e proprietario dell’omonima sartoria situata nel Corso fiumano fino ai primi anni ’40 dello scorso secolo. La famiglia Smulevich, con l’approvazione delle leggi raziali, fu costretta a fuggire e oggi, per bocca di Adam, ricorda la figura di Giovanna Palaucci che salvò la vita all’intera famiglia. Ci siamo fatti raccontare la loro storia.
 “Io ho un legame molto forte con Fiume perché è la città dove è nato mio nonno che è stata la persona più cara della mia vita ci racconta Adam - È di Fiume anche sua sorella Ester che
Io chiamo ‘zia’, ma che è in realtà la zia di mio padre. Lei è un punto di riferimento per la piccola comunità ebraica fiumana che è andata ricomponendosi successivamente a Firenze e a Roma. È una persona che ha un’enorme documentazione cartacea legata alla Fiume dei primi del ’900. Mio bisnonno Sigismondo con la bisnonna aveva una grande sartoria, la Sartoria Smulevich, nel Corso fiumano, nel palazzo subito accanto all’attuale sede di Radio Fiume. La sartoria si estendeva al pianterreno e al primo piano. Era un punto di riferimento molto forte per Fiume, una tra le prime sartorie e sicuramente tra le più apprezzate. Questo non lo dico io perché sono uno Smulevich ma lo provano le testimonianze scritte di diverse famiglie. A questo proposito una delle cose che mi ha più sorpreso, quando parlai con Goldenberg per la prima volta, appena mi qualificai e dissi il mio cognome lui rispose: “Smulevich! Ma certo che mi ricordo di questo cognome, ho ancora da qualche parte in armadio un paio di giacche della sartoria Smulevich”. I miei antenati e la famiglia Goldenberg si conoscevano bene e non potevo immaginare che proprio grazie ad un Goldenberg si è fatta luce sulla vicenda Bartali”.

L'arrivo di Sigismondo a Fiume e la figura di Palatucci

“Mio bisnonno arriva a Fiume come prigioniero, lì conosce il suo grande amore, la mia bisnonna Dora di estrazione ungherese e insieme avviano l’attività sartoriale. Con le leggi razziali
antiebraiche del 1938 diventa di particolare gravità la condizione degli ebrei fiumani che diventano in pratica degli apolidi, che devono essere trasferiti nei campi di concentramento. Qui entra in campo la figura di Palatucci che era un amico di famiglia. Grazie ai buoni uffici che mise in campo, riesce a trasferire la famiglia Smulevich al campo di internamento di Campagna (Salerno, ndr), dove operava lo zio di Palatucci, il vescovo Giuseppe Maria Palatucci”.

L'arrivo a Campagna

“Campagna fu operativo fino all’otto settembre 1943 ed era un campo in cui si poteva vivere ‘liberamente’. Intorno alla figura di Giovanni Palatucci vi sono diverse interpretazioni, ma quello che è sicuro è che Palatucci si adoperò fortemente per portare in salvo decine e decine di ebrei fiumani e portarli in un luogo più sicuro. Se io sono qua a parlare con voi è sicuramente merito anche di Palatucci”.

Fuga verso Firenzuola

“Dopo l’8 settembre ’43 la famiglia Smulevich dovette scappare di nuovo - presegue -, il mio bisnonno Sigismondo, la sua compagna Dora, insieme ai loro figli Alessandro ed Ester, trovano rifugio a Firenzuola. Era un posto dove furono accolte tante persone. A Firenzuola era molto pericoloso stare perché si trova in un’area geografica tra le più ‘calde’ dell’Italia dell’epoca. Tra le varie peripezie vissute dai miei antenati, vi è la fuga in una grotta dove rimasero per qualche settimana. Tutto ciò che di positivo avvenne alla mia famiglia in quei mesi è dovuto a due persone, don Matti, parroco di Firenzuola e suo fratello medico”.
“Si adoperarono per nasconderli sia in casa propria che in altre abitazioni del luogo. Mio nonno Alessandro trascorse alcuni mesi dal medico Matti, nascosto tra alcune cataste di legno in una casa che si trovava di fronte al comando tedesco. Potete immaginarvi com’era vivere in quelle condizioni. Don Matti era una persona molto stimata che contava molto nella vita cittadina, ma non solo persone di chiesa si adoperarono a favore degli ebrei, so con precisione anche il nome di un contadino, Pietrino, tra l’altro analfabeta, che aprì senza esitare le porte della sua casa alla famiglia Smulevich”.

L'essere fiumani

“La ‘fiumanità’ in me è molto presente. Sono cresciuto con i miei nonni, i miei genitori hanno divorziato quando ancora ero bambino e perciò giornalmente sentivo temi legati a Fiume. La loro infanzia, la loro adolescenza spezzata, sono un marchio sempre presente in me. Quando sono andato per la prima volta nel 2011 a Fiume, mi sono emozionato molto, ho immaginato cosa doveva essere l’infanzia di mio nonno, la sua vita di allora. Mi sono fermato di fronte al palazzo che ospitava la sartoria Smulevich, ho provato veramente un senso di commozione. La storia della mia famiglia, quindi anche la mia, è partita da li. Fiume è per me, per certi versi, la mia città”, conclude Adam Smulevich.






39 – La Voce del Popolo 17/01/14 Cultura - Fiume: Liceo, una mostra per festeggiare 125 anni di storia
Una mostra per festeggiare 125 anni di storia

È stata inaugurata ieri nell’Aula Magna della Scuola Media Superiore Italiana la mostra “CXXV Anniversario”, con la quale si concludono le celebrazioni del 125.esimo anniversario dell’apertura della Scuola Civica Maschile - oggi sede dell’ex Liceo - e di quella Femminile - che ospita il Museo di arte moderna e contemporanea e la Biblioteca universitaria -, avvenuta l’8 gennaio 1888. L’evento rappresenta la conclusione del progetto “Tanti auguri, Liceo!”, avviato nel marzo scorso, con una rievocazione storica dell’inaugurazione delle due scuole.

All’apertura della mostra “CXXV Anniversario”, di cui è autrice la prof.ssa Rina Brumini, hanno preso parte il mons. Nikola Uravić, dell’Arcivescovato di Fiume, l’assessore all’istruzione della Regione litoraneo-montana, Edita Stilin, la presidente del Consiglio della minoranza italiana della Città di Fiume, Irene Mestrovich, l’esponente dell’Agenzia per l’educazione e l’istruzione, prof.ssa Patrizia Pitacco, la responsabile del Settore scolastico in seno all’Unione Italiana, la prof.ssa Norma Zani, il presidente del Comitato Esecutivo della Comunità degli Italiani, Roberto Palisca, e le direttrici delle quattro scuole elementari in lingua d’insegnamento italiana, nonché numerosi ex liceali.

“Una mostra che ci racconta lo stato dell’istruzione a Fiume nella seconda metà dell’Ottocento, in particolare di questo edificio – luogo e fucina di tante persone che poi si distingueranno in città e per le vie del mondo”, ha esordito nell’occasione la preside dell’SMSI, Ingrid Sever, la quale ha anche voluto ringraziare l’autrice dell’esposizione e gli enti che hanno finanziato il progetto “Tanti auguri, Liceo!”, ovvero il Consiglio della minoranza nazionale italiana della Regione litoraneo-montana, l’Unione Italiana, nonché la Società di studi fiumani di Roma e il direttore del Museo civico di Fiume, Ervin Dubrović, che ha dato in prestito il busto del dottor Antonio Grossich, al quale per un breve periodo la scuola era intestata. Ha quindi invitato i presenti a scoprire tutte le peculiarità della mostra che è “pregna di quell’animo fiumano che ci eravamo prefissi di valorizzare illustrando il modus vivendi della gente di questi luoghi in materia di problematica scolastica”.

Edita Stilin, assessore all’istruzione della Regione, si è detta molto felice di aver dato una mano al progetto e ha espresso vivo apprezzamento per il fatto che la mostra permette di conoscere gli inizi dell’attività di questa scuola. La prof.ssa Norma Zani ha rilevato, invece, che un anniversario così importante ricorda a tutti il fatto che a Fiume 125 anni fa c’era una scuola maschile e femminile italiana e ha aggiunto che l’Unione Italiana continuerà ad appoggiare progetti che ricordano la nostra storia e che tutelano la lingua e la cultura italiana in quest’area.
La prof.ssa Rina Brumini ha raccontato, invece, che quando è nata l’idea di celebrare il 125.esimo del Liceo le aspirazioni erano piuttosto modeste: una recita scolastica e una mostra, ma che poi, col tempo, il tutto si è trasformato in un colossal. Ha voluto ringraziare tutti coloro che hanno dato il loro contributo alla realizzazione di questo progetto così complesso ed impegnativo ed ha ricordato la grande emozione di questa mostra: il privilegio di essere stata forse l’ultima persona ad aver potuto toccare e vedere dal vivo i progetti architettonici del Liceo che si trovano in pessimo stato di conservazione. “Questo compleanno ricorda un ingranaggio messo in moto 125 anni fa a livello comunale per realizzare un edificio che ha segnato, bene o male, la vita di ogni fiumano”, ha concluso la prof.ssa Brumini.
La cerimonia d’apertura si è conclusa con il taglio di una torta dalla forma dell’edificio che ospita il Liceo.




40 - Corriere della Sera 15/01/14 Boris Pahor, cent'anni da patriarca lungo le vie della sua Trieste
Autobiografia? Lo scrittore di lingua slovena rievoca con Tatjana Rojc il suo Novecento: la dittatura, il matrimonio, i figli, l?impegno civile
Boris Pahor, cent'anni da patriarca lungo le vie della sua Trieste
Fuori dal coro Pluralista, non sopportava l'egemonia comunista nel Fronte di liberazione
«N on c'è nulla di duraturo: l?uomo è allegro per sconfiggere la tosse e la tisi. L'uomo pianterà di nuovo il coraggio nei campi postbellici, troverà il verde dentro di sé e si circonderà di verde. Così è. Egli crea da se stesso, egli ha devastato i campi ed egli li rigenererà». Il pensiero di Boris Pahor, sloveno-triestino, cent'anni compiuti il 26 agosto 2013, è disseminato nei suoi scritti,  romanzi, articoli, note,con venature di stupori infantili. Scevro di granitiche certezze e di verità rivelate. Intendiamoci, Pahor ha tempra, non soltanto fisica, che gli ha permesso di superare gli orrori dei campi di concentramento nazisti, gli stenti, le malattie; ma anche tempra spirituale. Forgiata durante il lungo vagabondare (è lui a definirsi «vagabondo») alla ricerca di un'identità. Gliela strappano, infatti, da bambino, quando, sulle ceneri dell?'mpero asburgico disgregato, a Trieste i fascisti cominciano a perseguitare metodicamente la comunità slovena («noi, cimici da schiacciare»), imponendo altresì l'italianizzazione forzata. L'annientamento dell'uomo si compie nei lager, da cui esce fortunatamente vivo. Viene quindi il momento di ricominciare: il matrimonio, i figli, e soprattutto l?impegno civile. E la storia personale continua a intrecciarsi, non senza altri tormenti e delusioni, con la Storia. Ora, il compendio dell'esperienza di uno dei grandi autori sloveni viventi è raccolto nell'ultima opera, Così ho vissuto. Biografia di un secolo (Bompiani), coautrice Tatjana Rojc, studiosa di lettere slovene e letterature comparate. A lei il compito di contestualizzare il racconto, redatto in prima persona da Pahor. Che, in parte, utilizza testi presi da precedenti pubblicazioni; altre pagine, invece, sono inedite. Per molto tempo ignorato dall?editoria nostrana (i primi a scoprire l'importanza di Necropoli , il suo libro più famoso, furono i francesi), Pahor è stato finalmente risarcito. In Italia si traducono e si pubblicano i suoi libri. I media lo cercano, le manifestazioni letterarie si onorano della sua presenza, mentre il grande vecchio persevera nel tenere alta la bandiera identitaria, nel ripassare i crimini commessi dai fascisti verso il popolo sloveno. Il personaggio, certo, può essere scomodo e attirare anche critiche. Qualcuno gli rimprovera di raccontare la Storia con parzialità, minimizzando, per esempio, lo scempio delle foibe. Ma Pahor è tutt?altro che manicheo. Basta scorrere Così ho vissuto , entrare nella narrazione del suo impegno di intellettuale che si avvicina alla politica, per scoprirne l?autentica autonomia di pensiero. Dagli anni Cinquanta, Boris Pahor comincia a esprimersi, oltre che con i libri, attraverso le riviste culturali slovene movimentiste, che egli stesso dirige. Ha una visione della società liberale e pluralista. Dunque, non sopporta che il Fronte di liberazione sloveno sia ben presto predominato dai comunisti. Rifiuta la concezione dello Stato «come una sorta di convento laico». Ciò gli costerà l'isolamento, le perquisizioni, la censura. Ma non si lascia scalfire. «Il peggior nemico latente del socialismo sono le persone che non possono muoversi liberamente in società», scrive, caparbio, l'uomo di cent'anni.
ll libro: Boris Pahor e Tatjana Rojc «Così ho vissuto. Biografia di un secolo» (Bompiani, pp. 490, e 21). Pahor incontrerà i lettori alla Feltrinelli della Galleria Sordi di Roma venerdì 17 alle 18. Sarà presente per un saluto l'ambasciatore della Slovenia, Iztok Mirosic
Maris Fumagalli

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it