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Rassegna stampa settimanale

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 905 – 09 Febbraio 2014
    
Sommario

69 - Corriere della Sera  08/02/14 Foibe, la terza via storica del «genocidio ideologico» (Dario Fertilio)
70 - Messaggero Veneto 07/02/14 Giorno del ricordo: Confine orientale, una tragedia ignorata (Fulvio Salimbeni)
71 - Il Piccolo 08/02/14 L'intervento - Un Giorno del Ricordo insieme, nell'Europa unita (Stelio Spadaro)
72 -   Il Piccolo 03/02/14  Renzi telefona a Cristicchi: "Solidarietà e vicinanza"
73 - La Repubblica 07/02/14 Cristicchi contestato: "Il mio musical sull'Istria per tutte le vittime" (Carlo Moretti)
74 -  Agenzia Stampa Italia 03/02/14 Firenze, la vittoria schiacciante degli esuli giuliani (Marco Petrelli)
75 - Il Gazzettino 04/02/14 Lettere - Il dramma degli esuli, attacchi vergognosi a Cristicchi (Maria Grazia Pieri Selle)
76 - Corriere della Sera Bergamo 02/02/14 Il Ricordo - I Due fratelli Dvornicich: «Quella sedia è un pezzo di storia per noi» (d.m.)
77 – Il Giornale Milano 05/02/14  La sinistra sceglie di negare le foibe (Alberto Giannoni)
78 - La Voce del Popolo  08/02/14 Perugia -  La città della pace premia Zandel (Rosanna Turcinovich Giuricin)
79 - Il Piccolo 08/02/14 Rassegna: I giorni di Treste - Quando Tito sognava di sfondare i confini verso l'Italia e l'Austria (Raoul Pupo)
80 – L’Arena Verona 02/02/14 San Giovanni Lupatoto (Verona) La tragedia delle foibe raccontata dagli esuli (r.g.)
81 - Avvenire 4/02/14 Gli slavi italiani a Mauthausen (Lorenzo Chiarlone)


Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/


69 - Corriere della Sera  08/02/14 Foibe, la terza via storica del «genocidio ideologico»
Memoria II Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, suscita nuovi dibattiti

Foibe, la terza via storica del «genocidio ideologico»

Né rivolta né vendetta: fu progetto politico

Una tragica immagine: il recupero delle vittime uccise nelle foibe

di DARIO FERTILIO

Dieci anni ben spesi, quelli dedicati al Giorno del Ricordo.
Appesantita alla nascita da polemiche a sinistra e ipoteche di destra, con il rischio d`essere oscurata dalla Memoria della Shoah che si celebra appena due settimane prima, la solennità del io febbraio, nata per commemorare i massacri comunisti nelle foibe - e l`esodo dei giuliano dalmati dalle loro case - si è trasformata progressivamente in appuntamento vero, capace di attraversare gli schieramenti, diffondere emozioni e superare le ideologie.
Così sta avvenendo quest`anno: dalle i8o manifestazioni del 2006 e dopo le 500 dell`anno scorso, si raggiungeranno senz`altro cifre superiori. Colpisce anche la varietà delle iniziative: dalle celebrazioni più tradizionali alla Foiba di Basovizza, o a Redipuglia, all`incontro dei rappresentanti degli esuli con il Papa; dall`omaggio a Ottavio Missoni nel teatrino di Palazzo Grassi, a Venezia, alla «biblioteca di pietra» che si sporgerà idealmente dalla costa di Rimini verso quella opposta dell`Adriatico; dal concorso letterario «Tanzella», a Verona, riservato alle opere scritte nei dialetti delle popolazioni vittime, al concerto serale romano nella basilica di Sant`Andrea della Valle; e l`impatto popolare maggiore verrà probabilmente dallo spettacolo televisivo in programma su Rai i, Magazzino 18 di Simone Cristicchi, accompagnato da un numero speciale di Porta a Porta.
Tutto potrebbe sembrare, dunque, a suo modo, pacificato: meno forti sono a sinistra le iniziative dei «negazionisti» che vorrebbero derubricare il genocidio degli italiani istriani, triestini e dalmati a «vendetta di guerra» generata dall`odio per l`occupazione fascista; e parallelamente hanno perso l`iniziale carattere revanscista le prese di posizione rivolte a denunciare l`«odio slavo», come anche le discussioni - in particolare nel gruppo di lavoro presso il ministero della Pubblica Istruzione - sui libri di testo delle scuole, troppo timidi nel raccontare la verità, quando non addirittura reticenti.
E invece la questione del tutto pacificata non è, a cominciare dal numero delle vittime: minimizzato da un lato a poche migliaia, dilatato dall`altro fino a 25 mila, mentre la cifra avanzata dagli storici più indipendenti, e prudenti, si aggira intorno alleno 12 mila.
Eppure, viene da chiedersi, sta proprio nel balletto dei numeri, il nocciolo della questione? O non va cercato piuttosto nel significato storico e morale da attribuire al genocidio? Fra gli storici si sta facendo largo una specie di «terza via» interpretativa, estranea alle opposte ideologie, e che idealmente viene riferita allo storico triestino, di cultura slovena, Elio Apih, scomparso nel 2005 e membro della commissione nominata dai governi di Roma e Lubiana. Per Apih, nel saggio postumo Le foibe giuliane pubblicato dalla Leg di Gorizia, va tolta di mezzo l`idea di una «insurrezione popolare» slava contro gli occupanti italiani, prendendo atto invece della
«azione politica coordinata» messa in atto dai seguaci di Tito secondo le indicazioni giunte a suo tempo da Stalin (e anche non immemore del modo di procedere dei nazisti). Così si spiega l`organizzazione dei trasporti in corriere dai finestrini imbiancati a calce perché le vittime non fossero riconosciute; l`esecuzione di massa dei prigionieri legati tra loro ai polsi con filo spinato; l`istituzione di «tribunali popolari» con lo scopo non di accertare colpevolezze, ma di funzionare insieme come propaganda
e tecnica del terrore. Non fu rivolta popolare, né pulizia etnica, né eliminazione di un gruppo nazionale: si trattò invece di genocidio ideologico, con lo scopo di spianare il terreno al nascente regime comunista jugoslavo.
Tanto è vero che nelle foibe finirono anche croati, sloveni, serbi, tedeschi e persino qualche militare alleato. Tutto questo, e non un semplice omaggio alla bandiera, sarà quest`anno al centro del Giorno del Ricordo.





70 - Messaggero Veneto 07/02/14 Giorno del ricordo: Confine orientale, una tragedia ignorata
Giorno del ricordo: Confine orientale, una tragedia ignorata
 
Bando alla retorica: occorre ripensare un’iniziativa nata a scopo educativo.
Poco o nulla sanno i giovani dell’esodo e dell’intera storia
 
di Fulvio Salimbeni
 
Poco prima del 27 gennaio nelle librerie è comparso l’opuscolo Contro il Giorno della Memoria (edito da Add), dovuto non a un negazionista o a un fanatico antisemita, come si potrebbe pensare, bensì a Elena Loewenthal, giornalista ebrea della Stampa e docente universitaria di cultura ebraica, in cui si contesta il ritualismo e il conformismo della celebrazione di tale ricorrenza.

Nell’occasione, infatti, si fa spreco di commozione e di dichiarazioni di solidarietà verso il popolo ebraico, proclamando la volontà che tragedie simili non si ripetano più, ma dal giorno dopo tutto riprende come prima, né nessuno pensa a un severo esame di coscienza da parte della comunità internazionale per comprendere come e perché ciò sia potuto accadere in una società per secoli propostasi a modello universale di civiltà.

Altrettanto vale per il Giorno del Ricordo, e, poiché quest’anno cade il decennale della sua istituzione, pare opportuno riflettere su senso, organizzazione e risultati di tale manifestazione, troppo spesso ridottasi a esibizione retorica e a mera memorialistica, senza sforzi di storicizzazione e volontà d’effettiva comprensione delle drammatiche vicende in essa commemorate, perché non basta ricordarle, ma è necessario conoscerle e spiegarle.

La prova più evidente del sostanziale fallimento di un'iniziativa nata per far sapere specialmente ai giovani, mediante la scuola, ma un po' a tutta l'opinione pubblica nazionale, disinformata in merito, ciò che sul nostro confine orientale accadde in particolare tra 1943 e 1947, è fornita dagli esami universitari di storia contemporanea, dove gli studenti nella stragrande maggioranza dei casi mostrano di non saperne nulla, o ben poco, dichiarando che a scuola non se n'è parlato quasi mai o, quando lo si è fatto, poco e male.

Questo accade dopo che in tutti gli ordini e gradi dell'istruzione per legge si dovrebbe trattare in maniera esauriente l'argomento, e non solo il 10 febbraio, mentre il Ministero della Pubblica Istruzione da anni organizza seminari di formazione per docenti delle secondarie, frequentati da alcune decine di loro, confidando che ciò sia sufficiente per promuovere piena consapevolezza in materia.

Ma come stupirsi della diffusa ignoranza al riguardo, quando la conoscenza della storia contemporanea in generale è a livelli infimi, per cui agli esami si scopre che dopo il 1918 Trieste è rimasta all'Austria, perché l'Italia era stata sconfitta, e che la Grande Guerra è stata vinta da Inghilterra e Germania, e si potrebbe continuare per pagine e pagine a enumerare siffatte mostruosità!!!

Nonostante da almeno quindici anni, con la direttiva Berlinguer, nell’ultimo anno delle superiori si debba insegnare la storia del XX secolo, ben pochi sono gli istituti in cui ciò accade, donde l’ignoranza diffusa su essa e, ovviamente, ancor più sul tema di cui qui si ragiona.

Si dovrebbe, perciò, prendere esempio da quanto a Udine fa il Comitato Provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia sotto l’appassionata guida di Silvio Cattalini, che non riduce tutto alla sola giornata del 10 febbraio – quando, comunque, come avviene pure quest'anno, non ci si limita a un discorso di circostanza, bensì il programma prevede, domenica 9 a Udine, l’intervento d’un docente universitario di storia, la presentazione della ristampa anastatica de L'Arena di Pola 1945-1947, che in tale biennio fece il possibile per difendere la causa nazionale, la proiezione di documentari sulla distruzione di Zara e la presentazione d'un libro di memorie –, ma annualmente, cercando pure il collegamento con la scuola, quel Comitato benemerito organizza cicli organici di conferenze pubbliche sui diversi aspetti e momenti della civiltà adriatica, che poi spesso confluiscono in pregevoli pubblicazioni con editrici di prestigio, che danno così loro larga diffusione.

Mentre troppo spesso, viceversa, la pubblicistica dell'esodo ha una circolazione limitata solo ai membri delle varie associazioni in cui la diaspora giuliana, fiumana e dalmata è frammentata.

Se ciò diverrà un modo d'operare generalizzato e coordinato a livello nazionale, la ricorrenza del 10 febbraio avrà un significato, altrimenti si dovrà scrivere un opuscolo, Contro il Giorno del Ricordo.


71 - Il Piccolo 08/02/14 L'intervento - Un Giorno del Ricordo insieme, nell'Europa unita
Un Giorno del Ricordo insieme, nell’Europa unita

l’intervento di Stelio Spadaro*

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Stelio Spadaro indirizzata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del Giorno del Ricordo. Caro presidente, il prossimo 10 febbraio - Giorno del Ricordo riguardante le vicende del confine orientale - assumerà per gli istriani, fiumani e dalmati di lingua italiana un significato speciale: con l’entrata della Croazia nell’Unione europea si è compiuto infatti un ultimo decisivo passo per l’unificazione dei Paesi dell’Adriatico. Quando si pensa alle vicende tormentate e spesso tragiche di queste regioni nel Novecento, si comprenderà bene il rilievo che questo avvenimento assume per esse e per l’Europa. Conosciamo le pagine che hanno segnato le nostre genti: le violenze dei nazionalismi e del fascismo e del comunismo, l’esodo a cui furono costrette intere popolazioni, in particolare gli istriani, i fiumani e i dalmati. Ora «le ferite si sono rimarginate e Italia e Croazia lavorino insieme nell’Unione europea», come lei stesso ben ha affermato nelle settimane scorse. Gli istriani potranno dare un contributo essenziale alla costruzione dell’Europa adriatica; sono in grado di farlo per attitudine, spirito civico, culture ed esperienze civili che hanno connotato queste popolazioni da sempre e che sono state conservate nonostante le tante traversie subite. C’è un profondo retroterra civile che ha saputo reagire a quelle terribili vicissitudini. Dobbiamo infatti ricordare le sofferenze dell’esodo ma anche le risposte che gli istriani, i fiumani e i dalmati hanno dato: nonostante la dispersone dei campi profughi e delle sistemazioni provvisorie, i giuliani, oltre ad aver dato prova di dignità, serietà e laboriosità, hanno conservato una fiducia nel futuro, con la costanza e la forza di una lunga tradizione, con una capacità di reazione civile che caratterizza anche in questi decenni le genti dell’esodo e gli italiani che sono rimasti in Istria e in Dalmazia. Questa forza e questo retroterra, intrisi di europeismo, possono consentire uno specifico ruolo attivo degli istriani, fiumani e dalmati di lingua italiana, orgogliosi della loro appartenenza culturale a una civiltà plurisecolare a servizio della costruzione dell’Europa adriatica.

 *membro del consiglio direttivo dell’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata




72 -   Il Piccolo 03/02/14  Renzi telefona a Cristicchi: "Solidarietà e vicinanza"
Renzi telefona a Cristicchi: "Solidarietà e vicinanza"
Il leader del Pd chiama il cantante dopo la contestazione al teatro Aurora di Scandicci. E lo invita a portare “Magazzino 18” a Firenze
«Ieri sera, dopo il servizio del TG1 e poco prima di iniziare lo spettacolo ho ricevuto la telefonatadi Matteo Renzi, che mi ha manifestato vicinanza e solidarietà per quanto avvenuto a Scandicci. Inoltre mi ha invitato a presentare Magazzino18 a Firenze, la città di cui è sindaco. Ripeto: questa storia deve appartenere a tutti!». Lo scrive Simone Cristicchi sul suo profilo facebook in merito all'incursione di una trentina di giovani dei centri sociali a Scandicci (Firenze) che hanno tentato di bloccare l'inizio del suo spettacolo 'Magazzino 18', sulla vicenda delle foibe e degli esuli dell'Istria, Fiume e Dalmazia.




73 - La Repubblica 07/02/14 Cristicchi contestato: "Il mio musical sull'Istria per tutte le vittime"
Cristicchi contestato: "Il mio musical sull'Istria per tutte le vittime"

Carlo Moretti
Per la prima di ottobre a Trieste c'erano le camionette dei carabinieri, a Firenze gli hanno occupato il palco. "Magazzino 18" racconta l'esodo italiano e il dramma delle foibe. E lunedì andrà in onda su RaiUno
ROMA - A Trieste lo scorso ottobre per proteggere la prima sono arrivate le camionette dei Carabinieri. Fuori del Teatro Rossetti un folto gruppo di contestatori inneggiava alla correttezza storica vista da destra. A Scandicci, alla fine di gennaio, quelli di "Firenze antifascista" sono saliti sul palco in 50 prima dello spettacolo, su un grande striscione avevano scritto: "La storia non è una fiction".

Lo spettacolo di Simone Cristicchi sull'esodo istriano tra il '43 e il '54 spacca il Paese in due. E prende schiaffi sia da destra che da sinistra. Si intitola Magazzino 18, dal nome del luogo al Porto Vecchio di Trieste in cui sono ancora oggi ricoverate le piccole cose di quegli italiani in fuga. Eppure lo chiamano tutti "lo spettacolo sulle foibe" suscitando il disappunto del cantautore, "semplicemente perché non è così" spiega Cristicchi, "anche se le foibe vengono citate come una delle cause che generarono la paura degli esuli spingendoli all'esodo".

Considerato che Magazzino 18(prodotto da Promo Music e dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, per la regia di Antonio Calenda) è in questo momento in una pausa e riprenderà solo il 20 febbraio dal Teatro Nuovo di Verona ma si potrà vedere lunedì su RaiUno per il "Giorno del Ricordo" (ore 23.45), abbiamo chiesto al suo interprete di spiegarcene latrama e le ragioni.

Cristicchi, le arrivano contestazioni bipartisan.

"Sia da una parte che dall'altra mi viene imputato di essere stato impreciso e fazioso. Il mio è invece un tentativo di pacificare, di mettere tutti d'accordo e di tirare fuori le responsabilità di ciascuno, della destra e della sinistra, sulla questione. Ecco perché nel testo parlo ampiamente anche dei crimini di guerra commessi dall'esercito fascista italiano in Yugoslavia, in Slovenia, dei rastrellamenti, dei processi e delle esecuzioni sommarie. Se però ti schieri dalla parte degli esuli vieni subito tacciato come fascista. In realtà gli esuli sono un popolo così vasto che comprende tutti, per la maggior parte hanno poi votato Dc, sempre strumentalizzati dalla politica per prendere voti. Questa storia non ha colore politico".

Qualcuno ha apprezzato lo spettacolo?
"Sta avendo successo di pubblico e critica perché non fa sconti a nessuno: sono venuti a vederlo quelli dell'Associazione partigiani e quelli di Casa Pound, ha messo d'accordo tutti tranne questi facinorosi che vedono dietro lo spettacolo una manipolazione della realtà voluta da chissà quale lobby massonica".

Se come lei dice chi contesta non ha visto ancora lo spettacolo, glielo racconti lei.
"L'ho definito un musical civile. C'è un italiano medio, una specie di Alberto Sordi, l'archivista Persichetti, che viene inviato a Trieste dal ministero per fare l'inventario delle masserizie degli esuli: devono essere portate via, nascoste, la storia infatti dev'essere oscurata. Lui non sa nulla, ma comincia a rendersi conto che quello che ha di fronte è un pezzo importante della storia d'Italia. E quindi cambia atteggiamento, prima era strafottente nella sua ignoranza poi comincia a percepire il dolore nascosto dietro quegli oggetti, il dolore dello sradicamento degli esuli".

Esuli di quale periodo in particolare?
"L'esodo è durato dieci anni, dal 1943 al 1954, se ne andarono via in 300 mila, a ondate, una lenta emorragia fino al trattato di Osimo".

La storia è complessa, violenze vennero perpetrate anche prima, ad esempio dagli squadristi fascisti per "italianizzare" le popolazioni: vedi il rogo della Casa slava a Trieste.
"Lì è morta una persona soltanto, io comunque lo cito come la prima grande frattura tra le popolazioni italiane della Venezia Giulia e quelle croate e slovene. Ma sul "Narodni Dom" ci sono diversi dubbi, chiaroscuri, nello spettacolo io lascio sempre aperta l'interpretazione su certi fatti".

È un fatto che la pressione etnica sia stata condotta anche nel verso opposto, le origini del conflitto arrivano da lontano.
"Sicuramente, c'è una parte abbondante dello spettacolo in cui ne parlo. Anche se a differenza degli oltranzisti di sinistra io non giustifico un crimine con un altro crimine. Mentre per loro le foibe sono state un atto giusto da parte dei partigiani, giusto buttare in quelle buche italiani, squadristi, fascisti, un centinaio di preti. Chissà poi cosa c'entravano i preti con il fascismo".

Il tema delle foibe rappresenta ancora un nervo scoperto, le polemiche erano quasi scontate: l'ha scelto apposta?

"Chiunque venga a vedere lo spettacolo capisce che lo spirito è di pacificazione  tra le parti. Lo so che è un'utopia, me ne sto accorgendo. Ma a Trieste, la città più difficile, nonostante il teatro fosse diventato una caserma non è accaduto niente. Anche gli estremisti hanno capito che Magazzino 18sta dalla parte di tutte le vittime".




74 -  Agenzia Stampa Italia 03/02/14 Firenze, la vittoria schiacciante degli esuli giuliani
Firenze: la vittoria, schiacciante, degli esuli giuliani

Marco Petrelli  

(ASI) Firenze – Gli esuli giuliano dalmati hanno vinto. Ce l'hanno fatta alla faccia della storia strumentalizzata e dei patetici “custodi” di una memoria di parte. L'incursione di Firenze Antifascista al Teatro Aurora di Scandicci, dove andava in scena lo spettacolo di Simone Cristicchi Magazzino 18, ha tracciato un solco, profondo e incolmabile, tra l'Italia moderna e civile e l'antifascismo, quest'ultimo ormai esautorato e liquidato dall'ignoranza e dalla superficialità di pochi esaltati. Già, perché la “morte” dell'antifascismo non è stata segnata da “rigurgiti neri” o da ritorni di fiamma del passato mussoliniano bensì da coloro che, nel corso dei decenni, lo hanno sfruttato a fini politici e propagandistici.
E' lecito pensare che la rappresentazione fiorentina di Magazzino 18 abbia riscosso un successo duplice: in termini di pubblico (la platea era piena) e in termini di reazione degli spettatori che, indignati, hanno isolato a fischi e risate una manciata di contestatori.
I bella ciao sbraitati dal megafono, gli “onore al Maresciallo Tito”, il mito di una resistenza intoccabile e indiscutibile sono state armi a doppio taglio che hanno finito per ferire e isolare le vestali dell'antifascismo militante, riducendole a macchiette da commedia sexy più che da spettacolo teatrale.
La gente pare iniziare a capire, a studiare, a conoscere e ad essere stufa di ciò che non è dato sapere per mera presa di posizione di pochi facinorosi, il cui fanatismo è alimentato da una classe intellettuale ormai incapace di trovare nuovi escamotage per occultare la verità storica.
Le recenti dichiarazioni di Achille Occhetto sulle foibe, a seguito di una prima di Magazzino 18; la solidarietà dell'assessore regionale Cristina Scaletti a Simone Cristicchi; le parole di Deborah Serracchiani in occasione della commemorazione di Porzus delineano quanto il solco tra intelligenza e stupidità, tra voglia di una memoria condivisa e attaccamento feroce a verità preconfezionate si sia allargato.
Sì, a Firenze gli esuli giuliano dalmati hanno ottenuto una vittoria schiacciante su un nemico subdolo ma poco lungimirante: le bugie sono come la polvere sotto al tappeto, a forza di accumularsi viene poi fuori. E le ultime, polverose vestigia del mito della resistenza comunista e del titoismo jugoslavo sono crollate tra i fischi e i “fuori dai c...” .
Marco Petrelli - Agenzia Stampa Italia





75 - Il Gazzettino 04/02/14 Lettere - Il dramma degli esuli, attacchi vergognosi a Cristicchi
Il dramma degli esuli, attacchi vergognosi a Cristicchi
Caro direttore, com’era prevedibile lo spettacolo di Cristicchi “Magazzino 18” ha scatenato reazioni, ire e insulti da parte di chi vuol vedere nello strazio di una terra vilipesa una mistificazione fascista e nell’esodo disperato di tanta gente solo la fuga di una marea di fascisti.

Sono figlia di genitori istriani, sono nata a Trieste ma ho vissuto un’infanzia felice in quella terra, dove avevo nonni, parenti, famiglia… Me la sono vista strappare, ho visto parenti infoibati, altri emigrati nei quattro angoli della terra: Australia, Stati Uniti, Argentina. Motivi di studio prima e di matrimonio poi mi hanno portata a Venezia dove pensavo di trovare serenità. Non è stato così, dovevo sempre tacere per non essere tacciata di fascismo.


Maria Grazia Pieri Selle


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Cara lettrice, lo spettacolo di Cristicchi "Magazzino 18" prende il nome dall'edificio di Trieste dove sono conservati gli oggetti degli esuli istriani e dalmati, ossai di quelle persone di etnia italiana, circa 300mila, che, dopo il Trattato di Pace del 1947, quando alcuni territori entrarono a far parte della Jugoslavia, lasciarono la loro terra, finita ormai nell'orbita comunista ed emigrarono in altri Paesi, non prima di essere stati spesso costretti a vivere per lunghi periodi nei campi profughi. Per questo suo lavoro Cristicchi ha subito forti critiche e contestazioni; addirittura l'Anpi, l'Assoociazione nazionale partigiani d'Italia, ha chiesto che gli fosse ritirata la tessera di socio onorario che la stessa Associazione gli aveva assegnato qualche anno prima per un altro suo spettacolo teatrale.

Qual è la colpa di cui si sarebbe macchiato Cristicchi? Quella, a dire dei suoi critici, di aver fatto "propaganda antipartigiana". Come se raccontare, in modo non unilaterale, un pezzo, indubbiamente scomodo e controverso, di storia italiana e riportare alla memoria il dramma, umano e familiare prima che politico, vissuto da centinaia di migliaia di persone fosse un reato di lesa maestà. Eloquente il fatto che i censori di Cristicchi abbiano considerato particolarmente grave che nel suo spettacolo Cristicchi ricordi lo sdegno che suscitò nella comunità degli esuli l'omaggio (deprecabile) che il Presidente Pertini face al feretro del presidente comunista Tito.

E cosa avrebbero dovuto fare: esultare? O forse non è lecito criticare l'errore commesso da Pertini, un grande Presidente ma che certamente non compì un atto degno della sua persona, onorando un feroce e crudele dittatore quale fu Tito? Lei si chiede perché tutto ciò, ancora oggi, accada. Una risposta l'ha già data lo stesso Cristicchi rispondendo ai suoi critici: "Da artista", ha detto, "sono abituato agli attacchi di chi non vuol vedere i chiaroscuri della Storia". E, aggiungiamo noi, di chi non accetta quelle che Hegel definiva "le dure repliche della Storia". Purtroppo nel nostro Paese una parte di opinione pubblica continua ad essere vittima di una visione manichea delle vicende che, in particolare, segnarono la fine dell'ultima guerra mondiale e il dopoguerra. C'è un'irriducibile incapacità, rafforzata da anni di storiografia monocorde, a fare i conti in modo equilibrato ed equanime con i drammi e gli errori che, da tutte le parti, contraddistinsero quella tragica stagione.

Etichettare come fascisti tutti coloro che scelsero di non vivere in Jugoslavia è il frutto di questo atteggiamento culturale. Ma è, per molti, anche il modo di non fare i conti con la propria storia personale. Di non riconoscere che, finalmente sconfitta la dittatura grazie anche alla Resistenza, in molti tra coloro che avevano valorosamente contribuito a liberare l'Italia dal fascismo, volevano imporre al nostro Paese un'altra dittatura, non meno feroce, quella del proletariato. La stessa da cui fuggirono centinaia di migliaia di esuli. Pagando un prezzo elevatissimo ai propri affetti, alla propria terra, alla propria identità. Ricordarli non è solo giusto. È un dovere.




76 - Corriere della Sera Bergamo 02/02/14 Il Ricordo - I Due fratelli Dvornicich: «Quella sedia è un pezzo di storia per noi»
Il Ricordo -  Due fratelli esuli

«Quella sedia è un pezzo di storia per noi»

Si sono sentiti sottrarre la terra sotto i piedi per «patti di guerra», come quando qualcuno ti toglie una sedia con forza per cederla a qualcun’altro. Una sedia marchiata «Antonia Dvornicich», esodo n. 8.368, scritto con pennellino e catramina. «Perché ogni famiglia prima di partire scriveva sotto i mobili nome e numero d’esodo», ricorda Angelo Dvornicich, classe 1931. Davanti a un tè di bacche di rosa canina, ri­cordo d’infanzia, insieme alla sorella Iginia passa in rassegna la sua storia d’esule. Nati a Cherso, vi rimasero fino al 1946, per poi trasferirsi a Pola. Giusto il tempo per fare l’inventario del mobilio. «La roba si buttava in casse da imbarcare su navi per Venezia», dice Angelo. Il 7 febbraio 1947, con la famiglia, salirono a bordo del Toscana diretti a Venezia. Poi, l’11 feb­braio, sul treno per Bergamo. «Quando arrivai piangevo ricorda — Venivo dal mare. Lì la vita cominciava la sera, mentre qui non c’era in giro un cane». I ricordi ricuciono frammenti d’infanzia a Cherso, «bel posto, ma siamo nati in un momento sbagliato. C’era la guerra—raccontano —. Sia­mo venuti via per rimanere italiani. I territori erano occupa­ti, se fossimo rimasti avremmo dovuto cambiare nazione. Ci davano dei fascisti, ma tra noi c’erano anche comunisti». I due fratelli non vogliono rileggere la storia con le lenti della politica. Vogliono sólo rivendicare un’identità persa. Sotto italiani, stranieri in patria. Sulla carta d’identità c’è scritto che sono nati in Croazia. Sulla Carta regionale dei servizi, al posto della provincia, ci sono due asterischi. In attesa di un rimedio burocratico, «recupereremo la sedia. Orala voglio­no tutti», dice Iginia. «No, mi no», sorride Angelo, in dialetto istriano veneto. E la sorella ribatte; «Taglieremo una gamba a testa. È un pezzo della nostra storia».

D.M.




77 – Il Giornale Milano 05/02/14  La sinistra sceglie di negare le foibe
Nessun ricordo: la sinistra sceglie di negare le foibe
Alberto Giannoni
La sinistra proprio non ce la fa. Sulle foibe continua a perdersi dietro i suoi storici tic ideologici. Il dramma delle foibe e l'esodo giuliano-dalmata sono una ferita nella storia italiana. E da dieci anni una legge italiana ha istituito il Giorno del ricordo proprio per onorare la memoria delle vittime di questa pagina tragica di odio politico ed etnico. Dopo molti silenzi e imbarazzi di parte comunista, il Pd ha ormai superato il vecchio tabù del Pci. Nonostante questo, il ricordo delle foibe nelle istituzioni non è ancora un patrimonio condiviso, per la sinistra che ancora si proclama comunista.
Emblematico il caso del Consiglio di zona 3, presieduto da un esponente di Rifondazione Comunista, Renato Sacristani. Il Consiglio di zona, grazie ai voti del centrodestra e del Pd, ha deciso di patrocinare (allo spazio Oberdan in porta Venezia) uno spettacolo dal titolo «Giulia», e ha promosso a partire proprio dal 10 febbraio una mostra sulle foibe. Entrambi gli eventi sono curati dell'associazione nazionale Venezia Giulia Dalmazia, una delle più accreditate quando si tratta di ricostruire quelle vicende di ormai 70 anni fa. L'iniziativa istituzionale porta la firma del presidente Sacristani ma lui in realtà si è assentato dall'aula quando si è trattato di votarla; e ha preferito promuovere, con i suoi compagni, un'altra iniziativa, dal sapore revisionista. Il circolo zonale di Rifondazione Comunista ha infatti organizzato sempre per il 10 febbraio un suo incontro, nella sede istituzionale della Zona 3. E per parlare di foibe ha invitato come relatrice Claudia Cernigoi, una studiosa che i comunisti fanno sapere di «stimare» ma che si distingue per posizioni revisioniste. «In un'intervista sul web - fa sapere Fratelli d'Italia - si distingueva per queste imbarazzanti parole: “Quanto al giorno del ricordo, è una ricorrenza voluta da una lobby trasversale che vuole negare i crimini fascisti”».
«Insomma - riflettono da Fdi - ci sono tutte le premesse per una bella serata giustificazionista sui crimini delle foibe proprio nel decimo anniversario del Giorno del ricordo. Una provocazione inaccettabile, una becera e partigiana operazione di propaganda politica».

78 - La Voce del Popolo  08/02/14 Perugia -  La città della pace premia Zandel
ANALISI
Allo scrittore di origini fiumane il riconoscimento del Comune e di ANVGD “Dignità giuliano dalmata nel mondo”. Considera quella del Giorno del Ricordo una legge utile che ha permesso di portare alla luce del sole una problematica che appartiene alla nazione
La città della pace premia Zandel
L’Umbria ha avviato da tempo, grazie al coinvolgimento della Società di Studi Fiumani, dell’ANVGD e dell’ISUC (Istituto di Storia dell’Umbria contemporanea), una serie di iniziative di alto valore culturale, per far conoscere la storia del confine orientale, dell’esodo e delle foibe. Con la Legge che istituisce il Giorno le occasioni d’incontro sono state ampliate ai vari Comuni che anche quest’anno si apprestano a sottolineare il Giorno del Ricordo con cerimonie e manifestazioni.
Franco Papetti, vicepresidente dell’ANVGD, esponente del Comitato di Perugia, l’8 febbraio sarà all’incontro con le scuole di Sigillo, il 10 Febbraio ci sarà la deposizione di una corona di fiori al Parco “Martiri delle Foibe” organizzata dal Comune di Perugia; l’11 febbraio introdurrà la proiezione del film “Ritorno a casa” a Bastia Umbra; il 21 febbraio si rinnoverà l’incontro con le scuole di Assisi; il 22 febbraio con le scuole di Foligno e poi, il 27 febbraio verrà assegnato il Premio “Dignità giuliano-dalmata nel mondo” promosso dal Comune di Assisi.
E proprio quest’ultimo appuntamento rappresenta un fiore all’occhiello nel panorama delle manifestazioni. Il premio giunge quest’anno alla terza edizione: dopo Abdon Pamich, campione del mondo dello sport, fiumano che vive a Roma, dopo Antonio Concina, sindaco di Orvieto, dalmata, quest’anno il premio viene assegnato a Diego Zandel, noto scrittore nato nel campo profughi di Servigliano da genitori fiumani.
“Quando l’amico Franco Papetti mi ha telefonato per comunicarmi che era stato scelto il mio nome, mi sono sentito onorato e commosso – racconta -. Ho chiesto subito a che edizione eravamo per  scoprire che questo è appena il terzo anno, significa che non mi hanno scelto per esaurimento di candidati”.  Ride divertito Diego Zandel, scherza per mitigare l’emozione del momento. E’ felice del fatto che sia stato scelto uno scrittore.
“Nel mondo degli esuli, mi rendo conto di aver raccolto un testimone importante, ci sono grandi  nomi che si sono cimentati sulle nostre tematiche, mi riferisco a Gambini, Tomizza ed altri per non tacere di personaggi come la Milani, che appartiene alla minoranza, ma con la sua scrittura ci racconta tutti, ho di lei grande stima. Ecco, nel dare un riconoscimento a me si toccano tutte queste corde che rappresentano la nostra dimensione, ne sono onorato ma ne sento anche la responsabilità”.
Questo, tra l’altro, non è un anno qualunque, è il decennale, qualcosa è cambiato.
 “Una Legge utile, non c’è dubbio, perché è riuscita a far arrivare la nostra testimonianza a quella parte del Paese, sia politica che culturale, che poco conosceva la vicenda dell’esodo e delle foibe, non capiva che non eravamo fascisti ma solo italiani, come scrive  Bernas.    Una storia gestita dai partiti e strumentalizzata, ma non è né di destra né di sinistra, appartiene al Paese e come tale va considerata”.
Anche di fronte ai negazionisti, la cui protesta diventa sempre più flebile?
“Voglio raccontare due episodi – sottolinea Zandel –: sono andato a parlare di noi attraverso il mio libro, ospite dell’ANPI in una località in provincia di Milano. Credevo di trovare un muro, hanno accolto con applausi il racconto della nostra storia.  All’ANPI di Roma c’era tensione ma alla fine, con gli applausi è arrivato anche l’invito di una  scuola, volevano che i ragazzi sentissero ciò che avevo da dire.
Ultimo fatto: sono andato a vedere Magazzino 18. Ho visto che c’era Occhetto e, a fine proiezione, l’ho accompagnato  da Cristicchi. L’ha ringraziato per ciò che sta facendo perché l’Italia deve chiedere scusa agli esuli, farlo con un discorso “alto” è il migliore veicolo possibile”.
Zandel andrà a ritirare il premio ad Assisi, che cosa ne pensa?
“La città della pace ha dedicato una parte della sua biblioteca alla vicenda del confine orientale, e questo aggiunge valore al valore,  ne sono fiero. Sarò in compagnia del sindaco Caudio Ricci, degli amici Gianni Stelli e Franco Papetti che hanno ideato questo premio. Ci saranno i ragazzi, un momento importante”.
Rosanna Turcinovich Giuricin



79 - Il Piccolo 08/02/14 Rassegna: I giorni di Treste - Quando Tito sognava di sfondare i confini verso l'Italia e l'Austria
Quando Tito sognava di sfondare i confini verso l’Italia e l’Austria
RASSEGNA - I GIORNI DI TRIESTE

Si intitola “La città in bilico” l’ottava lezione di storia che domani mattina alle 11 vedrà Raoul Pupo protagonista al Teatro Verdi
 
di RAOUL PUPO

La corsa per Trieste. L’immagine, dovuta alla penna di Geoffrey Cox, è di quelle che piacciono ai triestini, perché evoca una competizione in cui i due concorrenti si impegnano allo spasimo per raggiungere la meta, “la perla”, come la chiamavano gli inglesi, e cioè Trieste. Magari, non è andata proprio così. Uno dei due partecipanti, effettivamente, ce l’ha messa tutta:
l’armata popolare jugoslava ha fatto l’impossibile per arrivare per prima, perché ne aveva le sue buone ragioni. Il fronte di liberazione a guida comunista aveva accolto le tradizionali rivendicazioni nazionali dei popoli jugoslavi, sperando in tal modo di distoglierli dalla terrificante guerra civile seguita all’aggressione tedesca ed italiana del 1941. E l’Istria e il Litorale stavano nel cuore dei patrioti sloveni e croati. Ma c’era anche dell’altro. I partigiani di Tito non volevano solo la liberazione, ma anche il socialismo. Costruire però il comunismo in un piccolo paese balcanico circondato da nemici, poteva non bastare. Ecco allora il grande progetto:
una federazione balcanica estesa anche alla Bulgaria, all’Albania e alla Grecia, confinante con due stati che la guardavano con reverenza, l’Austria e l’Italia. Non era un delirio. I bulgari si erano suicidati politicamente legandosi alla Germania, in Grecia il movimento partigiano era prevalentemente orientato a sinistra e in Albania il partito comunista l’aveva fondato Tito. Inoltre, agli inizi degli anni ’40 sia i comunisti austriaci che quelli italiani dipendevano largamente da quelli jugoslavi.
Dunque, Trieste nostra = Trieste sovietica, aveva scritto Edvard Kardelj:
non solo coronamento della Grande Slovenia e della Grande Jugoslavia, ma anche avamposto del socialismo verso quell’Italia, dove si sperava che i comunisti si dessero da fare per conquistare il potere, grazie anche al fraterno aiuto jugoslavo. L’idea era così affascinante che in effetti anche i comunisti italiani della Venezia Giulia finirono – magari un po’ a spinte – per rimanerne conquistati. Togliatti un po’ meno, perché le direttive di Stalin per l’Italia gli imponevano di non pensarci neanche, alla rivoluzione. Dunque, sulla strategia generale riuscì a tener fermo: ma su Trieste, dove l’ombra del Cremlino non arrivava, invece no. Combinando abilità e fortuna si rifugiò nell’ambiguità: gli andò bene, e poi ci avrebbe pensato la storiografia a trasformarla in un’illuminata linea politica.
Dietro alle mosse anglo-americane non stavano invece così alti disegni.
Quello che al Comando del Mediterraneo importava, era far fuori i tedeschi in Italia. Poi, se tutto andava bene, si sarebbe pensato all’Austria. E qui, certo, Trieste, che dall’Austria era il porto, avrebbe fatto comodo. Ma c’erano di mezzo gli alleati jugoslavi, che sull’argomento sembravano decisamente intrattabili. I tedeschi, con gran rammarico del Foreign Office, probabilmente non avrebbero resistito a sufficienza. Per di più, con ancor maggior scorno del Comando britannico delle operazioni, gli americani non avevano alcun desiderio di veder coinvolte le loro truppe in quelli che consideravano “pasticci balcanici”. Di conseguenza, politicamente nella primavera del ’45 gli anglo-americani navigavano a vista. E gli italiani?
Non contavano nulla, ma proprio nulla. Dopo l’8 settembre, forse qualche volta ce lo dimentichiamo, l’Italia era sparita. I due simulacri di Stato, al nord come al sud, incontravano solo una blanda attenzione da parte delle potenze occupanti, che seguivano i loro piani senza tener conto di quel che ne pensavano gli indigeni. I tedeschi contavano di sottrarre Venezia Giulia e Friuli alla sovranità italiana a guerra finita, e per intanto impedivano ogni afflusso significativo di truppe della RSI nella Zona di operazioni Litorale Adriatico. Gli anglo-americani osservavano con distacco i piani del governo del sud per uno sbarco vicino Trieste, salvo bloccarli al momento opportuno. Le marine dei due stati italici si tenevano arditamente in contatto, con risultati pari a zero. Qualcosa di più sembrò poter ottenere la “diplomazia della Resistenza”. Nell’estate del 1944 il CLN Alta Italia e il Fronte di liberazione sloveno raggiunsero in effetti un accordo di collaborazione per l’area giuliana, ma poche settimane dopo gli sloveni ci ripensarono, proclamarono pubblicamente le loro rivendicazioni fino all’Isonzo e misero i partigiani italiani di fronte all’alternativa: o entrare nelle organizzazioni del movimento di liberazione sloveno, accettandone la linea, oppure andarsene. La maggior parte dei comunisti accettò, e quelli che non lo fecero non ebbero molta fortuna, perché i tedeschi riuscirono a catturarli quasi tutti. Anche i partigiani non comunisti rifiutarono e neanche loro ebbero vita facile, tanto che a Porzus alcuni la persero. A Trieste, gli antifascisti del Cln e quelli comunisti, italiani e sloveni, che avevano dato vita all’Unità operaia, non si parlarono per mesi. Poi, nell’imminenza della crisi finale, provarono a cercare un accordo. Naturalmente non ci riuscirono, perché entrambi desideravano la rappresentanza politica prevalente della città di fronte agli alleati che per primi si sarebbero presentati a Trieste: voleva dire parlare a nome della cittadinanza in favore dell’Italia o della Jugoslavia.
E così, ciascuno tentò per proprio conto la carta dell’insurrezione contro i tedeschi. Trieste quindi, dove quasi tutto è doppio, ebbe non una, ma due insurrezioni, l’una concorrenziale all’altra. Nessuna delle due, nemmeno collaborando sul campo, come poi in effetti avvenne, riuscì ad aver ragione dei tedeschi. Per questo, fu necessario attendere le liberazioni. Anche queste infatti furono due, pure esse concorrenziali e sovrapposte. Prima arrivò per un’incollatura la quarta armata jugoslava, il primo maggio, ma non riuscì ad ottenere la resa tedesca. Di conseguenza, il giorno dopo arrivarono i neozelandesi dell’ottava armata britannica, cui i tedeschi gettarono le braccia al collo. Per dirla con Churchill, gli anglo-americani avevano infilato il piede nella porta, ma non sapevano ancora bene che cosa farsene. Per deciderlo, e poi per farlo accettare al governo jugoslavo, ci avrebbero messo più di un mese. Nel frattempo, Trieste avrebbe vissuto giorni di sangue.





80 – L’Arena Verona 02/02/14 San Giovanni Lupatoto (Verona) La tragedia delle foibe raccontata dagli esuli

SAN GIOVANNI LUPATOTO. - Il Giorno del ricordo

La tragedia delle foibe raccontata dagli esuli

Tannti appuntamenti a San Gio­vanni per commemorare le vittime delle foibe e per far vivere il Giorno del ricordo. Venerdì 7 febbraio, nell’aauditorium della scuola Marconi, si terrà dalle 9 un incontro con Lino Vivoda, classe 1932, esule da Pola, studioso e ricercatore, ac­compagnato da Gabriele Bosazzi della «Famia Ruvignisa», associazione degli esuli da Rovigno. «Si tratta di un ap­puntamento rivolto ai nostri ragazzi, perché è importante che conoscano, dalla voce dei testimoni, i massacri delle foi­be e dell’esodo giuliano-dal­mata, affinché questi fatti non si ripetano. Un ringraziamen­to va a Stefano Raffagnini, pre­sidente del circolo lupatotino di Progetto Nazionale, per aver collaborato all’organizza­zione», commenta il vicesindaco Daniele Turella Inoltre, l’associazione cultu­rale Baider, con l’associazione nazionale Venezia Giulia e Dal­mazia e col patrocinio dell’as­sessorato alla cultura, organiz­za nella sala «Coltro» di Casa Novarini una proiezione aper­ta alla cittadinanza (con in­gresso libero). Venerdì 7, alle 21, sarà proiettato il film di Ma­rio Bonnard «La città dolen­te». «Le immagini di quei gior­ni ci riporteranno indietro nel tempo, permettendo ad ognu­no di noi di ricordare questa triste pagina di storia della se­conda guerra mondiale», sot­tolinea l’assessore alla cultura Marco Taietta. Infine, sabato 8 febbraio alle ore 11, in via Mar­tiri delle foibe (quartiere Vendramini), sarà posata una co- ronaaricordo del sacrificio de­gli esuli e dei martiri.

 r.g.



81 - Avvenire 4/02/14 Gli slavi italiani a Mauthausen
Il caso

Gli slavi italiani a Mauthausen

Non se n’era accorta nemmeno la popolazione di Cairo Montenotte, la cittadina dell’entroterra savonese alla cui periferia sorgeva il campo di prigionia n. 95. I movimenti erano tenuti nascosti. Il campo era sorvegliato da quasi trecento soldati italiani, ma dopo l’8 settembre ne presero il comando i tedeschi. E risolsero sbrigativamente il problema del mantenimento e della sorveglianza: l’8 ottobre venne fatto fermare un treno sulla linea Savona-Alessandria, che passava ai margini del campo, e furono fatti salire i prigionieri su trenta carri bestiame blindati, che raggiunsero Mauthausen il 24 ottobre.

Dal 12 dicembre 1941 fino agli inizi del 1943, nel campo di concentramento cairese era stato internato un migliaio di prigionieri di guerra greci; questi nel febbraio del 1943 vennero trasferiti in provincia di Bergamo. «Pochi giorni dopo – ricordava Nilo Calvini, storico, che fu tenente in servizio al campo cairese – apprendemmo che nel campo sarebbero stati rinchiusi non più prigionieri di guerra ma internati civili. Non capimmo il vero significato delle parole: le autorità appena accennarono a “ribelli” allo Stato. La sorpresa aumentò quando, pochi giorni dopo, giunse al campo un centinaio di donne provenienti dal confine con la Jugoslavia. All’inizio dell’estate 1943 giunse un migliaio di uomini, pur qualificati come internati civili. A uno degli accompagnatori chiesi qualche precisazione: mi rispose che si trattava di abitanti di paesi situati al confine jugoslavo dove frequentemente avvenivano disordini, con assalti ai posti di polizia e alle stazioni dei carabinieri. Insistette sull’impossibilità di individuare i colpevoli dei disordini e attentati; il governo aveva deciso di operare rastrellamenti in massa».

In effetti, crescendo il numero delle persone fermate, l’Ispettorato generale per la Venezia Giulia e lo stesso ministero degli Interni richiesero l’assegnazione di un campo di internamento per i civili rastrellati. Ma quando il campo di Cairo passò sotto il comando tedesco, quei cittadini italiani (alcuni di origine slovena o croata, allora definita “allogena”) delle province di Trieste, Gorizia, Udine, Lubiana, Pola e Fiume furono trasferiti ai campi di sterminio. In alcuni casi si trattava semplicemente di familiari di giovani che non si erano presentati alla chiamata alle armi. Ha ricostruito la vicenda lo studioso di aeronautica Giancarlo Garello (autore de Il campo d’aviazione di Cairo Montenotte e dintorni, L. Editrice 2013): fu l’area del rudimentale aeroporto militare a essere successivamente utilizzata come campo di prigionia.

Dopo un paio di mesi dell’internamento dei prigionieri a Cairo il vescovo di Trieste, Antonio Santin, si recò a visitare i prigionieri, in quel periodo 750. Il prelato rileva un’accettabile gestione della struttura («Il campo è tenuto bene. Il colonnello fa quello che può»), anche se riconosce che «hanno fame: non si può nasconderlo. Ma il contegno di tutti gli internati, a detta degli ufficiali, è disciplinato e degno di lode» e si compiace per la condotta dei prigionieri, molti dei quali suoi diocesani («Ogni mattina oltre quattrocento uomini vanno a Messa e fanno la Comunione. Assieme recitano il Rosario. Non si può desiderare di meglio»); poi lamenta la sostituzione, avvenuta il giorno precedente il suo arrivo, del cappellano don Margon, triestino che conosceva lo sloveno e il croato, sostituito con un altro sacerdote che non parlava la lingua dei prigionieri. Ma parole molto dure, pur nel suo stile misurato e preciso, monsignor Santin scrive nella relazione della sua visita a proposito del generale Fabbri, giunto in concomitanza per un’ispezione al campo: «Mi sembra che alla base di tutto vi sia qualche incomprensione e qualche errore di valutazione della situazione. E porto un esempio. Mentre mi trovavo nell’infermeria a visitare gli ammalati è giunto d’improvviso al campo per un’ispezione il generale Fabbri. Certo non si può dire che sia stato cortese con me. Anche il colonnello e gli ufficiali ne rimasero male. Egli affermò fra l’altro che tutti quegli internati erano della gente poco da bene, che avremmo dovuto trattare ben più duramente. Non ripeto le sue gravi parole. Tutti sono rei. E quando io misi a posto le cose e gli osservai che non conosceva la situazione, sembrava dicessi delle eresie. Che egli credette in dovere di trascriversi. Io affermai che colà sono raccolti non dei delinquenti (quelli sono sottoposti al tribunale speciale) ma degli uomini, che furono allontananti perché non fossero presi dai partigiani o per qualche sospetto, che vi è su di loro. Molti fra gli internati lo sono per puri motivi occasionali».

Dopo il 25 luglio, osserva Garello, «nessuna decisone fu presa circa la sorte dei cittadini “allogeni” che rimasero bloccati nei campi». Il 9 settembre la Val Bormida ligure fu occupata dalle truppe tedesche e via via che la compagnia di sorveglianza, come tutto l’esercito italiano, si sgretolava, i militari tedeschi presero in mano la direzione del campo, che il 14 ottobre passò ufficialmente al comando germanico. Ma già l’8 ottobre, dice Garello, «con il campo ancora nominalmente sotto giurisdizione italiana, vennero spediti dai tedeschi alla volta della Germania 985 internati con tradotta militare composta da una trentina di carri bestiame; altri 170, vecchi e malati, furono avviati verso località imprecisate». Negli archivi tedeschi dell’International Tracing Service di Bad Arolsen è stata trovata traccia di un solo sopravvissuto fra quel migliaio di prigionieri: Gasper Sulin, che anni dopo si rivolse all’Its per chiedere documenti comprovanti la sua detenzione a Cairo Montenotte e a Mauthausen-Gusen.

Lorenzo Chiarlone


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it