Mailing List Histria

Rassegna stampa

La Gazeta Istriana 

a cura di Stefano Bombardieri, M.Rita Cosliani e Eufemia G.Budicin


anche in internet ai seguenti siti  :
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http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

Giorno del Ricordo 2014 – 10° anniversario

Gennaio-Febbraio 2014 – Num. 42



Sommario

01 -  Mailing List Histria Notizie 10/02/14 - Giorno del Ricordo 2014 – 10° anniversario (Stefano Bombardieri)
02 - Il Giorno 09/02/14 Seregno: 'Giorno del ricordo', la testimonianza del centenario Nicola Di Mauro (Gigi Baj)
03 - Avvenire 09/02/14 Giorgia Rossaro Luzzatto Guerrini: «Foibe e Shoah, i miei Giorni del ricordo» (Lucia Bellaspiga)
04 - L'Arena Verona 08/02/14 Verona - Anna Rismondo: La testimonianza dell'orrore «In fuga dalla nostra patria» (i.n.)
05 - Il Piccolo 10/02/14 Erminia Dionis Bernobi : «Fuggii dal mio paese per salvarmi la vita» (Giovanni Tomasin)
07 - Mailing List Histria Notizie 10/02/14 Finalmente ! (Claudio Antonelli)
08 – Avvenire  09/02/14 Foibe, la censura continua?(Paolo Simoncelli)
09 - La Voce del Popolo 10/02/14 L'intricato confine orientale d'Italia (Kristjan Knez)
10 - Il Tempo 10/02/14  Intervista a Carla Elena Cace : «I comunisti non ascoltarono mai le ragioni di istriani e giuliano-dalmati» (Luca Rocca)
11 – Corriere della Sera 11/02/14 L'indicibile (per anni} violenza delle foibe. (Giovanni Belardelli)
12 - Il Giornale 10/02/14 Ricordiamo le foibe, dimentichiamo l'orrore (Marcello Veneziani)
13 – La Voce del Popolo 11/02/14 Editoriale - Un progetto per il futuro (Ezio Giuricin)
14 - Il Piccolo 09/02/14 L'Intervento - Giorno del Ricordo diverso grazie a "Magazzino 18" (Stefano Pilotto)


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01 -  Mailing List Histria Notizie 10/02/14 - Giorno del Ricordo 2014 – 10° anniversario

Giorno del Ricordo 2014 – 10° anniversario

Dieci sono passati dal 2004, dalla prima commemorazione dell’Esodo del popolo di oltre Adriatico. Tanto inchiostro è stato scritto, tante parole sono state udite.
Ho  voluto  rappresentare i dieci anni trascorsi, con una foto dello spettacolo “Magazzino 18” di Simone Cristicchi dedicato alla Storia dell’Istria, svoltosi a Bergamo nei giorni scorsi.
Il perché di tutto questo ?  Simone Cristicchi ha preso a cuore una storia nascosta da troppo tempo,   sullo sfondo dello schermo sta rappresentando Norma Cossetto martire di troppi infoibati innocenti.
La continuità per non dimenticare, l’avete seminata voi cari amici giuliano-dalmati  in questi ultimi dieci anni, raccontando le vostre storie, i vostri ricordi , le vostre sofferenze patite,  ai bambini ed ai ragazzi delle scuole. Saranno loro le future generazioni a continuare quello che hanno udito delle vostre  voci, silenziose per troppi anni .

Stefano Bombardieri




02 - Il Giorno 09/02/14 Seregno: 'Giorno del ricordo', la testimonianza del centenario Nicola Di Mauro
'Giorno del ricordo', la testimonianza del centenario Nicola Di Mauro

Una triste pagina della storia del nostro paese di cui fu testimone oculare un allora giovane ufficiale dell'esercito italiano, il primo a denunciare questi massacri

di Gigi Baj

Seregno, 9 febbraio 2014 - Si celebra domani in tutta Italia  il "Giorno del ricordo" per gli eccidi perpetrati nelle foibe istriane. Una triste pagina della storia del nostro paese di cui fu testimone oculare  un allora giovane ufficiale dell'esercito italiano, il primo a denunciare questi massacri.

Una testimonianza che Nicola Di Mauro, 102 anni appena compiuti ed una memoria inossidabile, ricorda ancora oggi nitidamente nonostante siano trascorsi ormai oltre sessant'anni da quell'estate del 1941 in cui all'allora capitano medico del 2° Reggimento Fanteria Re era stato ordinato di effettuare una ricognizione sui cimiteri provvisori onde prevenire l'inquinamento delle acque: «Di fatto - ricorda Di Mauro che risiede a Seregno - si trattava di verificare la fondatezza di voci che circolavano da tempo e che segnalavano la presenza di questi inghiottitoi dove gli ustascia croati, fedeli al generale Ante Pavelic, avevano gettato migliaia e migliaia di serbi che allora costituivano la minoranza etnica. Gli ustascia se la sono presa anche con gli ebrei e con altre minoranze religiose che vivevano in quelle zone. Impiegai diversi mesi per svolgere il mio incarico a Cirquemizza, Segna, Gospio, Perusio, Ostario, Tribaly e sull'isola di Carlopago. Inviai una copia del rapporto e diverse fotografie, che scattai personalmente, al V Corpo d'Armata mentre spedii anche una velina a casa mia. Documenti che ho gelosamente conservato per tutti questi anni".

Nicola Di Mauro trattiene a stento la commozione ricordando quei momenti:
"Nelle voragini carsiche sono stati gettati migliaia di persone, uomini e donne. Alcune le abbiamo recuperate assieme ai propri effetti personali. I carnefici non si erano minimamente preoccupati di togliere loro i documenti.
Siamo sempre andati pietosamente davanti a queste foibe dove ho visto piangere molti nostri soldati. Mi ricordo anche di una ragazzina che riuscimmo ad estrarre ancora via da un mucchio di cadaveri. Riuscì a sopravvivere nonostante le ferite. Di questo episodio si parla anche in libro scritto da Edmond Paris nel quale compare anche una mia fotografia".

A guerra conclusa nelle foibe sono finiti gli stessi croati, vittime della repressione ordinata dai serbi fedeli al generale Tito. Morti di due ideologie contrapposte che riposano assieme da oltre settant’anni.
Nonostante la patina del tempo, la relazione dell'ufficiale medico Di Mauro (insabbiata in qualche archivio del Ministero) rivela ancora oggi raccapriccianti particolari: "...per raggiungere la voragine indicataci da alcuni abitanti del villaggio di Budiack — si evince da una pagina dell'incartamento datato 1 settembre 1941 — abbiamo dovuto percorrere un viottolo impervio. In prossimità della buca abbiamo trovato numerose cartucce di fucili, pezzi di catene, lucchetti, distintivi di impiegati ferroviari, galloni di guardie di finanza jugoslava, decine e decine di portafogli e portamonete vuoti. Alcuni abitanti giurano che in quella fenditura sono finite un centinaio di persone molte delle quali provenienti dal vicino campo di concentramento di Pago. I civili ci raccontano che a diverse riprese nell'anfratto sono state gettati quasi duemila serbi.
L'ultimo massacro risale a soli pochi giorni prima. Prepariamo una soluzione di eosina con acqua prelevata da un vicino rigagnolo e la gettiamo nella voragine".





03 - Avvenire 09/02/14 Giorgia Rossaro Luzzatto Guerrini: «Foibe e Shoah, i miei Giorni del ricordo»
Testimone

Giornata del ricordo -  «Le foibe e l'esilio: per settantanni una storia negata»

Sono tanti i Giorni del Ricordo che si cele­brano in casa nostra», dice Giorgia Rossaro Luzzatto Guerrini, 91 anni, goriziana, ex insegnante di Lettere, la memoria che non vacilla: «Nella nostra famiglia si intreccia­no i destini degli ebrei e dei giuliano-dal­mati, si sono dati appuntamento tutti i re­gimi che hanno insanguinato il 900».

«Mio padre ucciso dagli uomini di Tito, la nonna deportata ad Auschwitz, uno zio assassinato alle Fosse di Katyn, due cugini finiti nei gulag. La mia famiglia riassume le tirannie che hanno insanguinato il secolo»

«Foibe e Shoah, i miei Giorni del ricordo»

Giorgia Rossaro, 91 anni: «In casa nostra le due grandi tragedie del '900»

Lucia Bellaspiga

Gorizia

Suo padre Giorgio portato via dai comuni­sti jugoslavi di Tito nel 1945 e sparito nel nulla, forse gettato in foiba, forse nel cam­po di sterminio diBorovnica. Una zia e una non­na deportate dai nazisti ad Auschwitz: di loro più nessuna traccia, cenere al vento. Uno zio uc­ciso nelle Fosse di Katyn, dove nel 1940 i sovie­tici massacrarono con un colpo alla nuca lOmi- la ufficiali polacchi (per decenni la strage fu in­giustamente attribuita ai tedeschi). E nella ge­nerazione successiva due cugini adolescenti condannati ai lavori forzati in un gulag sul Don... «Sono tanti i Giorni del Ricordo che si celebra­no in casa nostra», riassume Giorgia Rossaro Luzzatto Guerrini, 91 anni, goriziana, ex inse­gnante di Lettere, la memoria che non vacilla: «Nella nostra famiglia si intrecciano i destini de­gli ebrei e dei giuliano-dalmati, si sono dati ap­puntamento tutti i regimi che hanno insangui­nato il ’900 e portiamo il lutto del nazismo, del comuniSmo sovietico, delle stragi titine». Ha pianto il 23 o ttobre scorso ricordando la depor­tazione degli ebrei dalla sinagoga di Gorizia nel 1943, lo ha fatto il 27 gennaio per la Giornata della Memoria della Shoah, continuerà a farlo domani, nel Giorno del Ricordo per le Foibe e l’e­sodo dei 350mila italiani sfuggiti al genocidio di Tito, «ma se l’olocausto ci è stato riconosciuto da sempre, la tragedia delle Foibe ci è stata ne­gata - precisa -, siamo stati derisi, chiamati fa­scisti, non creduti. Non ho mai visto nessuno venire a Gorizia dai palazzi romani per il nostro 3 maggio!».

Nel maggio del 1945 furono giorni bui per le no­stre regioni del nord­est adriatico. La guerra era finita, l’Italia tutta festeggiava la fine del nazifascismo abbrac­ciando le truppe an­gloamericane. A Gori­zia, Trieste, Pola, Fiu­me, Zara invece la «li­berazione» era portata dalle truppe di Tito, senza abbracci ma al grido di «Trst je nas», Trieste è nostra. Non una liberazione ma una nuova invasione.
«Prima, l’8 settembre del 1943, ci avevano oc­cupato i nazisti - ricorda Giorgia Rossaro - e u - ria nostra impiegata slovena denunciò i miei suoceri in quanto ebrei, ma loro riuscirono a scappare in Veneto, invece la nonna ingenua­mente decise di restare e finì ad Auschwitz a 82 anni». La stessa ingenuità innocente che due an­ni dopo ucciderà suo padre, medico e uomo li­berale, però permano comunista: «Era l’alba del 3 maggio 1945 - ricorda -, alla porta bussò un soldato titino sui 20 anni. Disse che mio padre doveva presentarsi al comando jugoslavo per "informazioni". Gli ho fatto il tè e ho svegliato papà. Quel militare mi chiese se ero spaventata ma non capivo la domanda: ormai c’era la pa­ce... Mio padre invece capiva anche troppo: so­lo poi ci siamo accorti che prima di seguirlo a­veva lasciato tutto il denaro contante sotto la bi­lancia in cucina». Quella stessa notte nelle case di Gorizia furono prelevati 600 capifamiglia, me­dici, maestri, commercianti, «la cosiddetta in ­tellighenzia, in perfetto stile sovietico». L’ultima volta che Giorgia e la sua sorellina videro il pa­dre fu il 5 maggio del ’45, dalla finestra del car­cere di Gorizia, con un triste sorriso e la mano che salutava. «In seguito abbiamo saputo che lo hanno portato a Lubjana la notte stessa, e lì il grande silenzio, eterno».

Dal quale solo ora qualcosa è trapelato: carte terribili uscite dagli archivi di Tito (e presto di­menticate), con migliaia di nomi, di processi far­sa, di condanne senza colpa. «Nel 2005 la stori­ca slovena Natasa Nemec ha ritrovato e diffuso la lista dei 1.048 deportati da Gorizia e il desti­no atroce subito da carabinieri e militari di tut­ta Italia, spariti nel nulla in tempo di pace. È sta­ta coraggiosa... tre ore dopo era licenziata». Tra gli altri, anche il nome di suo padre, "Giorgio Rossaro, interrogato". Quale fu la condanna non si sa ed è questo che ancora oggi la tormenta, «perché un conto è la morte, altro è la scom­parsa senza sapere dov’è il suo povero corpo e senza una croce su cui pregare. Noi italiani ci scaldiamo tanto per i desaparecidos argentini e non siamo capaci di fare nulla per i nostri». Lubjana dista «un’ora di autostrada, perché nes­suno dei nos tri politici ha mai chiesto la verità?». Oggi come allora c’è ancora chi accusa i 350mi- la italiani fuggiti dalle Foibe di Tito di essere "fa­
scisti", «ma perché? Era l’Italia ad essere fasci­sta, mica noi, anzi, qui rispetto a Roma o Mila­no il regime non si sentiva proprio, con la mi­noranza slovena vivevamo in pace e le pagliac­ciate tipo i saggi ginnici non si vedevano». Suo padre, poi, dall’8 settembre aveva curato tanti partigiani. «I nomi dei criminali jugoslavi sono noti, perché non si sono processati anche Anton Zupan o Giuseppe Kuk come Priebke? La Ger­mania ci ha risarciti per i nostri deportati e mio suocero quei soldi li ha mandati in Israele per gli orfani dei lager, Slovenia e Croazia ci ridiano al­meno le salme. Scappare dai nazisti non faceva di noi dei comunisti, e allora perché scappare da Tito farebbe di noi dei fascisti?».

Quando nelle scuole la chiamano a testimonia­re la Shoah, ne approfitta per raccontare anche l’altra parte della verità. Lo deve a sua madre «che per 13 anni restò seduta davanti alla porta da cui papà era uscito, lo ha sempre aspettato» e lo deve a noi, defraudati per 70 anni della no­stra Storia.

Giorno del Ricordo
Tra il '45 e il '47 350mila italiani lasciarono Istria, Dalmazia e Fiume per sfuggire al genocidio ordinato da Tito. Ma decine di migliaia vennero catturati e assassinati nelle foibe carsiche. Domani numerose iniziative per non dimenticare quell'olocausto




04 - L'Arena Verona 08/02/14 Verona - Anna Rismondo: La testimonianza dell'orrore «In fuga dalla nostra patria»
La testimonianza dell'orrore «In fuga dalla nostra patria»

Tosi: «Fratelli che hanno vissuto la tragedia dell'esodo forzato» E lunedì al cimitero la cerimonia per tutte le vittime delle foibe

«Porto i miei ricordi fatti di freddo, fame e paura. Ma questi racconti di bimba non sono ricordi ma traumi». Inizia così la testimonianza che Anna Rismondo esule d'Istria, 5 anni nel '47, ha portato ieri mattina in Gran Guardia durante la cerimonia dedicata al Giorno del Ricordo, istituito ufficialmente 10 anni fa a commemorazione delle vittime dei massacri delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata.

«Insieme a mia mamma, che ha avuto un cugino infoibato e uno morto a Mauthausen, abbiamo capito che non c'era più possibilità di convivenza con chi voleva imporre una lingua che non era la nostra, una cultura, una religione, un modo di vivere estraneo a noi. Non potevamo più essere italiani. E siamo stati costretti a scappare in un treno merci, in modo orribile. Altri, invece, non sono nemmeno riusciti a fuggire: le persecuzioni iniziarono nel '45».
Analoga alla storia di Anna, quella di circa 300 mila italiani che, dopo la fine della guerra e la cessione di Istria Fiume e Dalmazia alla Jugoslavia comunista del maresciallo Tito, fuggirono da quelle terre rientrando in Italia come esuli.

«Il Giorno del Ricordo ha restituito dignità agli esuli, alla storia delle loro famiglie e delle loro terre», ha spiegato la presidente dell'associazione Venezia Giulia e Dalmazia Francesca Briani alla platea di studenti dell'auditorium della Gran Guardia.
«Oggi siamo qui per ricordare i nostri fratelli italiani», ha detto il sindaco Flavio Tosi, «che hanno vissuto la tragedia, assolutamente immotivata, dell'esodo forzato che li ha costretti a lasciare la propria casa, i propri familiari, i propri beni, la propria terra per motivi di odio razziale, per poi essere dimenticati e condannati al silenzio, perché rappresentanti scomodi di una realtà che le istituzioni volevano dimenticare».

Oltre a Tosi, presenti alla cerimonia il presidente della consulta provinciale degli studenti Giovanni Renso e numerosi rappresentanti delle istituzioni civili e militari cittadine e delle associazioni combattentistiche d'arma.

La mattinata è stata animata dal dialogo «Istria, Fiume e Dalmazia. Parole, musica e vita degli Italiani dimenticati» tra Davide Rossi, docente presso l'Università di Trieste e figlio di esuli, e Briani.
Il direttore del Teatro stabile Paolo Valerio ha interpretato una poesia di Rismondo. Ai ragazzi in platea, è stata poi fatto vedere il nuovo video Magazzino 18 del cantante Simone Cristicchi, sul tema degli esuli.
Alla bouvette della Gran Guardia è aperta al pubblico anche oggi e domani, con ingresso libero, la mostra fotografica «Dedicata al Ricordo» a cura del Comitato provinciale di Verona dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia con consulenza storica e testi dello storico e scrittore Guido Rumici e progetto grafico di Altercatio.com. Nelle foto, volti e luoghi che ripercorrono l'esodo di chi ha lasciato Istria e Dalmazia.
Lunedì alle 10.30 al Cimitero Monumentale si terrà la deposizione di una corona al «Monumento dedicato alle Vittime delle foibe, agli Esuli deceduti lontano dalla loro terra d'origine ed a tutti i Defunti rimasti».

I.N.



05 - Il Piccolo 10/02/14 Erminia Dionis Bernobi : «Fuggii dal mio paese per salvarmi la vita»
Fuggii dal mio paese per salvarmi la vita»

Erminia Dionis Bernobi dovette scappare a 15 anni dall’Istria per aver identificato uno degli assassini di Norma Cossetto

di Giovanni Tomasin

Erminia Dionis Bernobi ha dovuto lasciare l’Istria nel 1946 all’età di 15 anni. Sarta di qualità comprovata dalle innumerevoli sfilate e riconoscimenti, dice di aver vissuto «una buona vita». Gli anni della sua giovinezza, però, sono segnati da esperienze difficili. Qual è la sua storia? Sono nata a Visinada il 15 aprile 1931. A sei anni sono rimasta orfana di mio papà, e la mamma ha portato me e le mie sorelle a Santa Domenica. A 15 anni sono dovuta scappare dall’Istria. Perché? Già da piccola amavo il cucito, e passavo del tempo nella sartoria di Santa Domenica. Un giorno ho sentito un uomo confessare di aver partecipato all’uccisione di Norma Cossetto, non sono riuscita a trattenermi e gli ho gridato: “Vigliacco!”. Poi cos’è successo? Sono scappata a casa in lacrime da mia madre. Dopo un po’ è arrivato il sarto dicendo che l’assassino di Norma mi avrebbe ucciso anche se avessi parlato. Bisognava farmi sparire, ovvero mandarmi a Trieste. Come avete fatto? Il sarto ha trovato una persona disposta ad accompagnarmi. Doveva già portare un bambino di 7 o 8 anni dai genitori a Trieste. Penso che mia madre abbia pagato per il mio passaggio.
Prima di lasciarmi mi fece giurare che non avrei mai raccontato questa storia, perché temeva per me. E così ho fatto per decenni: non lo dissi nemmeno a mio marito e mio figlio. Poi dieci anni fa ho deciso di parlare.
Come mai? Perché sapevo che ormai tutte le persone coinvolte erano morte.
Anche quell’uomo. Spero che, così come io ho tenuto per me il segreto, egli non abbia trasmesso nulla di quel che ha fatto a figli e nipoti. Spero che nulla sia rimasto. Com’è stato l’arrivo a Trieste? Rocambolesco. La persona che mi aveva fatto traversare il confine mi portò da un fratellastro di mio padre, che però aveva già un figlio e non poteva ospitarmi: erano tempi difficili e il pane scarseggiava. Poi mi mandarono da una zia che, avendo una locanda, mi prese con sé. Qualche mese dopo mi disse che in una sartoria cercavano apprendiste. Fu così che ha trovato lavoro. Sì, non è stato facile. A quei tempi noi istriani non eravamo ben visti: dicevano che rubavamo il lavoro ai triestini. La signora della sartoria, nell’avviso, aveva scritto “preferibilmente friulana”. Io non riuscii a nascondere di essere istriana ma mi accettò comunque. Non avevo documenti, ma l’Opera profughi mi procurò un tutore che risolse l’aspetto legale. Ha messo radici a Trieste. E ho atteso la mia famiglia per cinque lunghi anni. Quando avevo quasi 18 anni tentai di tornare in Istria a trovarli ma mi respinsero in quanto «indesiderata». Mia madre e le mie sorelle arrivarono qui quando avevo quasi 21 anni. Abbracciarle fu una gioia infinita, grande quanto il dolore che avevo provato nell’essere lontana da loro. L’anno dopo mi sposai:
mio marito era mio compaesano. Assieme abbiamo vissuto una bella vita. Cosa prova ora nei confronti dell’Istria? Ora i confini sono aperti e molte cose sono cambiate. Da due anni torno al paese per la cerimonia in memoria di Norma e organizzano per noi la messa e il coro in italiano. Ci accolgono a braccia aperte. Penso però che sarà difficile che loro accettino mai quanto avvenuto. Gli esuli assolutamente non sono fascisti. Sono nata sotto il fascismo, ma che colpa ne avevo? La colpa non poteva essere di noi giovani, dei ragazzi, semmai è di Mussolini che è entrato in guerra. Il male sarà iniziato da là. Poi però chi ha vinto ha vinto e ora non crede a quello che accadde dopo. Speriamo che ora lo accettino. Altrimenti il dolore si spegnerà con noi che siamo gli ultimi ad aver vissuto quei fatti.




06 - Il Tirreno Livorno 10/02/14 Così la mia famiglia fuggì dall'Istria per salvarsi dalle foibe
Così la mia famiglia fuggì dall’Istria per salvarsi dalle foibe

I miei bisnonni perseguitati dai “titini”perché italiani. Fra i profughi a Migliarino, poi arrivarono a Livorno

di Shamira Gatta

Questa è il racconto-testimonianza inedito della storia di una famiglia italiana fuggita dalle persecuzioni in Istria e giunta, dopo molte traversie, a Livorno. Shamira Franceschi, conosciuta come blogger Shamira Gatta, è la più giovane discendente e ha raccolto la storia della sua famiglia dalla voce dei nonni e della madre.
Mia mamma Duscka dice sempre che per mantenere vivo il ricordo bisogna parlarne, perché la storia dei nostri genitori, dei nostri nonni, è parte di noi, e per mantenerli vivi non dobbiamo smettere di ricordarla.

In questi giorni cade la commemorazione delle vittime delle foibe, ed io voglio raccontare a voi la mia storia, la storia della mia famiglia.
Mia nonna, Etta Bertotto, era nata a Cherso, una bellissima isola nell'arcipelago del Quarnero, Istria, al tempo territorio italiano, ceduta poi, a seguito del trattato di pace del 10 febbraio 1947, alla Jugoslavia.
Nel settembre del 1943 approdarono, sulle rive di Cherso, gli jugoslavi di Tito, che mia nonna, quando raccontava, chiamava i “Titini”, occuparono il municipio e presero il potere, iniziarono le prime sparizioni, 14 uomini furono prelevati, senza preavviso alcuno, di notte, dalle loro case, vennero legati e fatti imbarcare con la forza, alcuni di loro furono fucilati senza nessuna accusa.

SENZA SCARPE NÉ VIVERI

I ragazzi in età militare furono deportati e costretti ad arruolarsi forzatamente nell'esercito di Tito, vennero mandati senza scarpe e senza viveri, molti di loro non fecero mai ritorno. Iniziarono le rappresaglie contro gli italiani, fu istituito il coprifuoco, c'era paura anche solo a parlare per le strade, le persone, senza distinzione di sesso o di età, venivano torturate e massacrate, e infine i corpi venivano fatti sparire, gettati nel mare dalle alte scogliere.
A Cherso si moriva di fame, gli uomini venivano arruolati, le donne lasciate sole con i bambini piccoli, coloro “giudicati” ostili alla causa “titina” presi e portati via di notte; sull'isola le risorse scarseggiavano..
Arriva poi l'obbligo per tutte le famiglie di fornire scorte alimentari per l'esercito in guerra, ovviamente non ci si poteva rifiutare.
C'era così tanta miseria che per Natale, un anno, ebbero la fortuna di trovare una noce, la trisnonna Maritza la divise tra nonna Etta e zio Giannino, il suo fratellino, e con le due metà del guscio, costruì una piccola barchetta, quello era il regalo di Natale per nonna e zio.
E poi vennero le foibe in tutto il territorio istriano e dalmata, e la deportazione nei campi di prigionia, orrore negato dalla storia per anni, così forte era il dolore nei racconti dei nostri nonni e dei nostri genitori, che sentirne parlare ci fa male al cuore.

LA “SOLUZIONE” DI TITO

Tito incaricò i suoi soldati di "risolvere il problema" di quelle persone che non approvavano l'annessione dell'Istria alla Jugoslavia, dette il via così alla pulizia etnica, che per anni è stata negata, e che molti italiani, hanno scoperto essere vera solo di recente. Certo, c'è differenza tra sentirne parlare in televisione e sentirla raccontare dalla propria nonna, ancora spaventata, a distanza di anni, anche solo di parlare a voce alta per strada. «Non si poteva parlare per strada, non si poteva pensare, per strada. C'era paura anche a bisbigliare in casa, sottovoce».
«Cavità verticali naturali, pozzi della terra in cui venivano gettate le persone»: ecco cosa avete appreso dai telegiornali. «Venivano di notte, li sentivi bussare alle porte, speravi che non toccasse a te – mi raccontava mia nonna Etta – prendevano tutti, uomini, donne e bambini, indistintamente, e li portavano via, tutti sapevano, ma nessuno poteva parlare, si doveva cantar le loro canzoni, esporre le loro bandiere, fare i loro balli, a comando, altrimenti erano botte».
Quando nonna mi raccontava della miseria e della fame, non riuscivo a capire come l'uomo potesse essere così cattivo. Nonna scappava da scuola per non sottostare alle punizioni dei Titini, che non volevano che i bambini parlassero italiano, e con un filo ed un amo di fortuna, cercava di pescare qualche pesciolino. Quando sono andata a Cherso per la prima volta ero molto piccola, ma non dimenticherò mai che poche cose erano cambiate, anch’io correvo sul viale acciottolato con il mio cestino da pesca, e pensavo che quelle erano le strade dove si era consumata una grande tragedia, dove le persone morivano di fame o fucilate, o fatte sparire la notte. (Nella foto di gruppo: il primo uomo da destra è il bisnonno Checo, il bambino inginocchiato è lo zio Giannino, sulla sinistra la zia Maricci e la figlia)
Le foibe sono enormi voragini di origine naturale, profonde più di 200 metri, così profonde che a volte vederne il fondo è impossibile. Dal 1943 al 1947 vi sono stati gettati circa diecimila italiani, la maggior parte di loro erano ancora vivi, legati tra loro con una fune, sparavano al primo, che cadendo si portava dietro il resto della fila.
Molti di loro non morivano subito, molti rimanevano in vita sul fondo delle foibe, la caduta attutita da altri corpi, morivano di stenti o di embolia.
Nel 1945, dopo anni di terrore, le violenze aumentano, vengono uccisi tutti coloro che sono “nemici del popolo”, vale a dire italiani, cattolici, socialisti, preti, ma anche anziani e donne con i loro bambini.

350MILA PERSONE IN FUGA

Nel febbraio 1947 Istria e Dalmazia vengono cedute alla Jugoslavia, trecentocinquantamila persone lasciano la loro terra, abbandonando tutto, case, averi, ricordi, affetti… Pur di rimanere italiani oltrepassano la nuova frontiera, dove nessuno sapeva quale orrore si stava consumando in terra istriana. Quando il treno stipato di profughi, sulla quale si trovava anche mia nonna, arriva a Bologna, gli esuli vengono ignorati. Vengono accusati: «Venite a portarci via il lavoro». Le persone stanche ed affamate, chiesero acqua da bere ma venne negata.
«Per non dimenticare», che sia ben chiaro, che gli eventi tragici debbano essere ricordati, perché i grandi errori degli uomini, devono essere raccontati alle nuove generazioni, affinché ricordino, affinché non dimentichino, affinché non si ripeta mai più.... Solo nel 2005 il Parlamento italiano decide di dedicare una giornata del ricordo in memoria delle vittime delle foibe.

Ancora oggi ci sono persone che negano la loro esistenza, e questo fa male a noi che siamo rimasti e ricordiamo il loro dolore… Mia nonna quando arrivò a Trieste aveva 13 anni: il 13 dicembre 1949, dopo due anni di tentativi per venir via da Cherso dettero il permesso a mia nonna Etta ed alla sua famiglia di venir via. Ma le partenze non erano mai semplici. Dissero alla mia bisnonna Tona: «Se volete andare in Italia andate, ma sua mamma quasi cieca, rimane qui». La mia bisnonna Tona lasciò la madre dai cugini, e partì, per salvare i figli.
Alla frontiera cambiarono i nomi e le date di nascita sui documenti. «Cambiavano i nomi sui documenti, cambiavano le date di nascita, ti toglievano l'identità, dopo che ti avevano già distrutto il cuore».
Quando mia nonna arrivò a Trieste, rivide il pane dopo tanto tempo, ne mangiò così tanto che per paura di non rivederlo, il giorno dopo le venne la febbre per l'indigestione, si portò perfino una pagnotta di pane sotto il cuscino.

La mia bisnonna voleva rimanere a Trieste, dove già vivevano due suoi fratelli con le famiglie, ma non le dettero il permesso e la mandarono con la sorella e le rispettive famiglie, nel campo profughi di Migliarino Pisano, dove rimasero circa due anni. Il mio bisnonno Checo, per risollevare il morale, ogni sera suonava una fisarmonica, e tutte le persone del campo si radunavano per cantare e ballare insieme.

POI LA CASA A SHANGAI

Nel campo profughi non c’erano case, c’erano soltanto enormi capannoni, dove delle lenzuola appese con delle funi, dividevano l’intimità della notte delle famiglie. Da lì furono trasferiti alle ex colonie di Calambrone, la mia bisnonna Tona fu divisa dalla sorella Maricci, la quale, assieme alla famiglia, fu mandata a Pisa, alla mia bisnonna ed alla famiglia infine venne data loro una casa a Livorno.
La casa le fu assegnata nel quartiere di Shangai, in via Filippo Turati, quegli stabiloni gialli che si vedono ad oggi dall’Aurelia.
La casa era composta da un cucinotto, un bagno, un terrazzino, una cameretta ed una camera, ed a starci erano il mio bisnonno Checo, e la bisnonna Tona, i due figli, appunto nonna Etta e zio Giannino, e, quando riuscirono a far venire la mamma di Tona da Cherso, anche la trisnonna Maritza.
Anch'io ho abitato in quella casa, molti anni dopo.
Zia Mari era la cugina di mia nonna, abitava a Lussino, al tempo aveva due bambine piccole, i genitori di zia Mari erano riusciti, mesi prima a fuggire a Trieste.
Quando la mamma di zia Mari morì, mia zia dovette chiedere il permesso per andare al funerale. Ovviamente il permesso fu negato.
Dopo mesi e mesi, le dettero il permesso per andare con le figlie piccole a vedere la tomba della mamma. Le condizioni ovviamente erano due: «Parti oggi e tra due giorni sei di nuovo qui. Non potete portare valige, partite solo con quello che avete indosso, e tornate».
Zia Mari partì scortata dalle guardie, con le due bambine piccole, alla frontiera le controllarono i documenti e la perquisirono, nessuno doveva capire che volevano scappare, altrimenti chissà cosa sarebbe successo. Aveva nascosto i pochi soldi che le rimanevano dentro una bambolina che la figlia più piccola teneva stretta a sé.

Riuscì a raggiungere Trieste, ma quando a Lussino si accorsero che lei era scappata, chiamarono tutti in piazza, per far vedere cosa succedeva a ciò che lasciavi lì. Le entrarono in casa e iniziarono a buttar giù dalla finestra tutti i suoi averi, i mobili, le fotografie, i vestiti, e poi dettero fuoco a tutto: «Questa è la fine di ciò che lasciate se scappate, questa è la fine di chi abbandonate».

TERRORE ANCHE NEL ’76

Fino a pochi anni fa si avvertiva comunque una certa ostilità nei confronti degli italiani. Non vi parlo di un secolo fa, vi parlo del 1976, anno in cui mia mamma, con mia nonna, tornò alla sua Cherso, il turismo non c'era ancora, e le poche persone che cercavano di raggiungere i parenti rimasti, venivano guardate con sdegno, diffidenza e rabbia.
Superata la frontiera, approdati in terra slava, un soldato monta sul pullman, per controllare i documenti dei passeggeri. Mia mamma non dimenticherà mai quel momento, quando il soldato prese i documenti di mia nonna, e lesse che era nata a Cherso, iniziò ad urlarle contro, in slavo, e nonna iniziò a tremare, fu allora che mamma si rese conto quanta paura avesse avuto mia nonna, e quanto ancora il ricordo era vivo e la ferita fresca, ancora aperta. Nessuno nel pullman disse o fece niente, tutti chinarono la testa, e loro furono fatte scendere, perquisirono i bagagli, aprirono i pacchetti infiocchettati, piccoli regali per i parenti. La sua colpa? Essere italiana…
Mia nonna ha sempre amato la sua Cherso: quella terra che io ancora sento mia, quella terra che solo sentirne il nome mi vela il cuore di tristezza, quella terra in cui c'è ancora la nostra casa, con la porta sbarrata dal catenaccio, la casa di mia nonna, inagibile, e mai più nostra. La fabbrica del mio bisnonno, con ancora il suo nome sulla soglia d'ingresso, mai più nostra. Quella terra meravigliosa, che ti strappa l'anima e la incatena al suo mare, ai suoi vicoli di pietre, ai suoi campi di olivi.





07 - Mailing List Histria Notizie 10/02/14 Finalmente !
Finalmente!

Grazie anche al Giorno del Ricordo, finalmente la nostra storia è uscita dall’ombra. Abbiamo aspettato per anni di poter ristabilire per gli altri, almeno in parte, il nostro passato. Quel passato che nell’Italia ufficiale per troppo tempo è stato  ignorato o  falsificato. Il risultato di questo divario, anzi di questa  opposizione tra la versione omologata dei fatti - da un lato - e la nostra  esperienza diretta, o acquisita tramite la testimonianza e l’esempio dei  nostri genitori e parenti - dall’altro - è stato da tanti anni un sentimento  di dolore e anche di incredulità. Possibile – mi chiedevo - che ci sia una  Storia, inventata da noi, che in realtà non è mai esistita? È possibile che i  miei genitori – mi dicevo – così civili, così umani, così idealisti, nascondano un passato turpe di odio antislavo, di sopraffazione  etnica, di persecuzione ai danni di quelli che – così sembravano e sembrano  dirci tutti – sono i veri figli di quella terra, mentre la nostra gente  sarebbe giunta lì da colonizzatrice, finendo poi coll’essere ricacciata verso  i luoghi d’origine? Possibile che i nomi Ragusa, Zara, Pola, Fiume, Rovigno, Pisino,Parenzo, che in Italia in pratica solo noi usiamo, e che gli altri italiani  ignorano a beneficio del nome slavo, siano in fondo il risultato di  un’operazione di snazionalizzazione, condotta tra le due guerre mondiali dal  governo italiano usurpatore?  
Io sapevo che ciò non era possibile, e rimanevo incredulo di fronte  all’enormità della cosa. Ma c’era ben altro. Vedevo celebrare la tragica disfatta dell’Italia, di tutta l’Italia, mutilata dal trattato di pace, come se si  fosse trattato di una vittoria. Vedevo il presidente italiano Pertini esaltare Tito, suo amico  fraterno e da lui considerato esempio incomparabile di progressismo socialista e creatore di una  nuova società dove i tristi antagonismi nazionali, frutto di una mentalità  borghese e reazionaria, erano stati definitivamente eliminati. Almeno così gli  spiriti illuminati ci dicevano. Vedevo la classe politica italiana rinunciare  definitivamente alla zona B nell’indifferenza generale del Belpaese e  addirittura tra il tripudio della stampa, felice che l’Italia e la Jugoslavia  fossero riuscite a superare gli “stretti egoismi nazionali”. In Jugoslavia, in  realtà, gli egoismi etnici sarebbero ben presto esplosi, con la riedizione  delle nostre foibe e con altri massacri, anche più spettacolari; perché, cosa  volete, nella Jugoslavia progressista vi era pur stato un certo progresso… Aspettavamo che ci si accorgesse di noi perché l’indifferenza degli organi  d’informazione ci faceva male. E se i giornali, la radio o la televisione  s’interessavano a noi, lo facevano con un’assoluta mancanza di sensibilità e  con un’incredibile ignoranza.  
Il giorno è arrivato. “Il popolo che non esisteva” è uscito dall’ombra. C’era chi aspettava questo giorno con ansia. Ho un ricordo doloroso. Sono passati tanti anni. Ero in un  salone funebre, a Montreal, per un estremo omaggio alla signora Rina Zuliani,  istriana. Osservavo una sua giovane nipote, nata qui, che sopraffatta  dall’emozione era china sul volto della defunta, esposta nella bara com’è  usanza. All’improvviso, questa giovane, rivolgendosi a me, esclamò tra le  lacrime, amara ed accorata: “Signor Antonelli, ma perché non si legge mai  nulla sulla gente come mia nonna? Mi ha raccontato delle storie orribili… Ha  tanto sofferto… Una volta ho parlato di queste cose all’università. Ma nessuno  mi ha creduto. Perché non parlano né scrivono mai di noi? Non ci sono libri  sulle foibe? Perché?… Perché?…”  No, allora non c’erano libri sulle foibe. O forse ce n’erano, uno o due –  quello di padre Rocchi, per esempio – ma non di più. E conosciuti da quasi  nessuno, anche perché non tradotti in altre lingue. Noi eravamo il popolo che  non esisteva. Nessuno parlava di noi. E se non lo faceva nessuno in Italia,  figuriamoci qui in Nord America… Ma finalmente il nostro passato è riemerso: intitolazione di strade e piazze  ai nostri morti, i francobolli sull’esodo, il Giorno del ricordo… Il geniale, meraviglioso Simone Cristicchi con il suo "magazzino 18"… Ciò  giunge a ristabilire i fatti, a dar voce a chi è stato per tanto tempo  silenzioso. È vero, tanta nostra gente è morta. Penso a mia madre. Ma non solo  a lei. Ad altri: al mio amico fiumano Nereo Lorenzi, a mio zio Oliviero  Bresciani, morto a Buenos Aires, a mio cugino Bruno Gherbetti - morto ad  Edmonton -  figlio di quel Lino trucidato a Pisino dai partigiani titini  perché colpevole di essere italiano. Articoli, libri, cerimonie possono dare conferma ai figli di ciò che i  genitori dissero loro.
I figli ci garantiscono la continuità biologica; qui all’estero molto meno  quella culturale e quasi per nulla quella “storica”. Parlo di noi che,  decidendo di andare a vivere all’estero - ma ormai non è più “estero” per noi -  abbiamo inconsapevolmente accettato di assistere alla fine, nei nostri  figli, nei nostri discendenti, dell’identità nazionale: l’identità italiana, strenuamente difesa dai nostri antenati nell'aspra terra dei Balcani. Non intendo parlare per gli altri. Parlo per me, di mio figlio nato da una  mamma orientale. Anni fa gli mostrai il libro scritto da me sui  giuliano-dalmati. Allora egli mi rispose, nel suo italiano approssimativo che i miei infiniti sforzi avevano fin li' prodotto, quale fosse il titolo, come  si leggessero insomma quelle righe sulla copertina… E me le indicava con il  ditino. Allora pensai che un giorno avrebbe letto il mio libro – "Fedeli all'Istria, Fiume, Dalmazia – Noi profughi-emigrati". Ma non provai un sentimento di gioia piena. Anzi provai un dubbio. Perché non è giusto trasmettere ai figli il trauma dell’ingiustizia e dello sradicamento.  Ma è anche giusto che il proprio figlio sappia, o almeno intuisca, il passato  del padre, perché così potrà continuare idealmente una parte, sia pur minima,  di ciò che noi fummo.
È di moda, ormai da anni, parlare di nuove formule di aggregazione delle società nazionali capaci  di andare al di là dello stato-nazione, non solo, ma persino della memoria  comune. Il fenomeno dell’immigrazione massiccia, dei matrimoni misti, della  caduta, vera o presunta, delle barriere culturali grazie a nuovi sistemi di  comunicazione, le politiche del multiculturalismo, le nuove entità  supranazionali - in gran parte economiche - il mito del mondialismo e della  globalizzazione, i fattori interculturali sempre più diffusi suscitano l’idea  di nuove formule di aggregazione e di organizzazione sociale che prescindano  dai condizionamenti del passato nazionale ed accettino ogni differenza. Non  sarò certo io, che ho sposato una donna di una razza molto diversa dalla mia e che “pratico” quotidianamente il multiculturalismo, a contestare il  superamento di certe barriere. Permettetemi nondimeno di essere scettico su  certe formule alla moda, che non si basano su un effettivo allargamento dei  propri confini spirituali, della propria umanità, ma solo su idee di “social  engineering”, cioè di pura "sperimentazione sociale".
  Credetemi: è molto difficile divenire nell’anima “multiculturali”. I tragici  avvenimenti della Jugoslavia, questo laboratorio-caserma di nuovi rapporti interetnici esploso nel sangue,  ce ne danno la conferma estrema. E non basta adottare una formula, che oggi  è “aboliamo lo stato nazione”, per credere di poter entrare finalmente in una  nuova era. Anche il tribalismo è all’opposto dello “stato nazione”, ma  rispetto ad esso non costituisce certamente un passo avanti, anzi è rimasto bloccato al paletto di partenza nell'evoluzione di popoli e nazioni. Le civiltà non  accettano corsi accelerati, sul modello dei cosiddetti “brain storming” in  voga tra i managers di società o tra gli addetti alle vendite; l’animo umano  evolve con estrema lentezza. Io credo che solo partendo dall’amore per coloro che il destino ci ha  collocato più vicino si potrà giungere all’amore per gli altri, più lontani.  Solo riandando alla ricchezza del nostro angolino di partenza si potrà  apprezzare il lungo viaggio che ci ha condotto dove adesso siamo. Solo curando  le radici potremo avere rami più ampi e possenti. Solo ben conoscendo e amando l'idioma di partenza si potranno imparare bene altre lingue. Ecco perché io credo che  attraverso l’attenzione che finalmente ci è stata rivolta noi potremo rivolgere  uno sguardo più umano anche a chi è lontano da noi. Non si tratta, quindi, di  toccare all’infinito la corda della nostalgia e del rimpianto allo scopo di  comporre un monotono e doloroso salmo, ma piuttosto di giungere ad una certa  pace, ad una certa catarsi. Quella catarsi che attendevamo da tanto tempo, e  che il silenzio e l’indifferenza degli italiani intorno alla storia delle  nostre terre ci avevano tenuta, per anni ed anni, lontana.
L’invecchiare fa sì che il misterioso legame con la terra dei padri riaffiori  e si faccia doloroso. D’altro canto i nostri figli hanno visto la luce in una  terra che possiede un’altra lingua, altre memorie nazionali, altri miti  fondatori, altre pagine di storia, un altro destino. Di qui un inevitabile  rapporto tormentato nelle anime più sensibili con l’idea che chi ci continua  non potrà continuare la parte più profonda di noi, le nostre fedeltà, il  nostro passato, la nostra particolare sensibilità plasmata dai drammatici  avvenimenti bellici e postbellici.
“Dovremmo fare come gli ebrei!” è l’incitamento che si ode spesso nella  comunità italiana. Esso è volto ad incitare gli italiani ad affermarsi come  presenza più forte nel multiculturalismo canadese. Il riferimento agli ebrei,  naturalmente, è fortemente ammirativo. Viene spontaneo pensare che a più forte ragione noi, istriani, fiumani e  dalmati, rispetto agli altri italiani, dovremmo aderire all’invito “Facciamo come gli ebrei!”, anche perché noi, a differenza degli altri italiani, abbiamo un rapporto ormai più  ideale che fisico con la nostra terra d’origine. Questa infatti è stata  travolta dalle forze distruttrici della storia, che ne hanno irrimediabilmente  alterato equilibri, profili, identità. In molti casi solo le pietre rimangono, testimoni muti di un passato travisato. No – io dico - noi non potremmo mai fare come gli ebrei, perché noi non siamo come loro.  Alla base del nostro essere vi è il rapporto con la terra. Ed è questo amore  particolare per la terra che ci ha dato i natali a spingerci ad accettare e a  capire e ad incoraggiare - nel caso di chi, come nostro figlio, è nato qui -  il sentimento di amore e di lealtà nei confronti del paese che la nascita ha  fatto per lui assurgere a patria. Quella stessa legge che ci spinge ad amare  la terra che ci ha visto nascere, noi dobbiamo riconoscerla e rispettarla  anche nei nostri discendenti. La lealtà verso il paese che ci ha accolto è un  dato essenziale nel nostro sistema di valori identitari dal forte orientamento patriottico.  Ciò farà sì che i  nostri discendenti non saranno mai degli eterni transfughi, per il profondo  sentimento di attaccamento alla nuova terra che abbiamo loro dato.
Il paese nel quale si è nati è per noi una terra reale, e non un fatto  religioso, profetico, mitico, anche se da lontano questa terra può venir trasfigurata e sublimata  grazie a quel fatto potente e misterioso che è la trascendenza che dà  l’esilio. Ovidio e Dante ci hanno già mostrato che l’esilio sa aprire certe  misteriose porte dell’anima che prima si ignoravano. Questo è in fondo  l’arricchimento più prezioso della nostra esperienza di profughi- emigrati. Ma di questo non è facile parlare, perché cosa troppo intima, che ci ispira pudore.
Finalmente il giorno è arrivato. Esso ci riporta il nostro tormentoso passato,  il passato di una gente che per tanti anni non è esistita – ufficialmente – in  un’Italia ignara e indifferente. Un passato nel quale noi ci auguriamo che un  giorno tutti gli Italiani possano riconoscersi, grazie ad un nuovo sentimento  di unità e fratellanza nazionale, di continuità, e di pacificazione capace di andare al di là della fosca palude fatta di risentimenti, divisioni, faziosità nella quale la nostra Patria  da troppo tempo imputridisce. Perché il "Giorno del ricordo" in fondo, lungi dall'esaltare una differenza di storia, identità e destini, è la celebrazione della nostra antica fedeltà e del nostro tenacissimo amore per la Patria italiana.

Claudio Antonelli (già Antonaz)  







08 - Avvenire 09/02/14 Foibe, la censura continua?

Foibe, la censura continua?
C’è una faziosità atavica nella cultura politica che, comprensibilmente, di­venta rancore ottuso al momento in cui l’accer­tamento storico-critico investe il Moloch irragio­nevolmente granitico e violento della 'vul­gata' resistenziale.

Un’isteria e un’insistenza banalmente pro­vocatoria dell’affronto si risveglia in due cir­costanze: al ricordo dell’eliminazione, ad opera di partigiani comunisti, dei partigia­ni cattolici della «Osoppo» a Porzus nel feb­braio 1944, uomini colpevoli di difendere territorio e popolazioni italiane dal disegno annessionistico titino; e il ricordo dei mas­sacri degli italiani della Venezia Giulia, I­stria, Dalmazia, da parte dei titini nel set­tembre 1943 e dalla primavera del ’45.


La firma del Trattato di pace, imposto all’I­talia dai vincitori (che non tennero il mini­mo conto della «cobelligeranza», delle for­ze della Resistenza, eccetera) il 10 febbraio 1947, non fu privo di reazioni negative, an­che da parte di esponenti antifascisti che vanamente si opposero a quelle clausole. Seguì l’esodo di 350 mila italiani dall’A­driatico orientale; quegli antichi filmati in bianco e nero che mostravano lo sradica­mento violento di radici culturali e socio­economiche, e lo spezzamento di famiglie tra giovani che potevano ancora aspirare alla vita e anziani condannati alla non spe­ranza nel regime comunista slavo, sono sta­te allora interpretate come testimonianze di fascismo o revanscismo da parte di quanti non accettavano un’analisi storica artico­lata di quelle vicende. Un progressivo mo­nopolio ideologico-culturale assolutizzan­te fino a controllare la memoria storica e le relative fonti di diffusione, con la compli­cità opportunistica e vile di un’intera clas­se politica, impose il silenzio.

Nelle foibe, testimonianze atroci di pulizia etnica anti-italiana (in cui persero la vita decine di migliaia di italiani), furono preci­pitate allora le testimonianze e la memoria dei reduci, dei sopravvissuti, degli scampa­ti. Achille Occhetto ha dichiarato pochi gior­ni fa di aver «appreso del dramma delle foi­be solo dopo la 'svolta della Bolognina'. Prima non ne ero mai venuto a conoscen­za »; testimone con ciò dello straordinario successo dell’operazione-silenzio. Occor­sero 70 anni per giungere a riparlarne fuo­ri dai piccoli, riservati circuiti degli esuli. Giusto dieci anni fa, il Parlamento votò pressoché all’unanimità la legge 92/2004 che dedicava il 10 febbraio, ricorrenza del­la firma del Trattato di pace, alla «memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giulia­no- dalmata, delle vicende del confine o­rientale ». Apparvero timide lapidi di ricor­do e qualche via o parco intitolato alle vit­time delle foibe; lapidi subito infrante: alto il rischio di ricordare, anche da semplicis­sime righe, che l’impianto ideologico co­struito e imposto a difesa dell’indifendibi­le non poteva consentire di sbirciare oltre l’epicizzazione comunista, meno che mai accertare fatti tramandati da lapidi e mo­numenti falsi, medaglie con motivazioni fa­risaiche, in un sistema complesso di rigo­rosa vigilanza ideologica interna e interna­zionale.

Sperimentato persino dal presidente Na­politano che, coraggiosamente, in occasio­ne del suo primo «Giorno del Ricordo» ce­lebrato da capo dello Stato, ricordò quelle «miriadi di tragedie e di orrori» conseguenti a «un disegno annessionistico slavo», ri­chiamando all’assunzione della «responsa­bilità dell’aver negato, o teso ad ignorare, la verità». Seguirono reazioni insultanti del­l’allora presidente croato Mesic, capace di scorgere in quelle parole «elementi di a­perto razzismo, revisionismo storico e re­vanscismo politico». Nient’altro!

Oggi, di fronte all’accettazione diffusa d’u­na realtà non più silenziabile (malaugura­to crollo del muro di Berlino!), cambia il metodo: ciò che non è più nascondibile va allora ascritto alle precedenti responsabilità fasciste, talmente gravi e violente da giu­stificare una reazione slava. Ma se ne sono accorti solo ora? Perché non dirlo nei de­cenni del silenzio forzoso? Allora è stato si­lenziato persino l’antifascismo. Comunque attenzione: che il poi sia deter­minato da un prima non cronologico ma causale l’aveva detto anche Nolte, denun­ciando il nazismo come reazione al comu­nismo e il lager come conseguente al gulag. Non ebbe vita facile, ma può contare ora su un po’ di attardati seguaci. Basta, comun­que, col mito degli «italiani brava gente» (anche se occorrerà reinterpretare Nuto Re­velli, il quale incautamente ricordava che in guerra, nell’Unione Sovietica di Beppe Stalin, i soldati tedeschi presi prigionieri ve­nivano fucilati sul posto, gli italiani avviati ai lavori forzati).
 
Simone Cristicchi, da sinistra, dà vita ad u­no spettacolo toccante, dedicato alle spe­ranze estreme e alle vite degli esuli italiani racchiuse in qualche scatolone ammassa­to a Trieste nel «Magazzino 18»; grande pathos e grandi riconoscimenti critici; be­ne, immediate proposte perché gli venga ri­tirata la tessera ad onore dell’Anpi. E allo­ra altrove va in scena Io odio gli italiani, pié­ce sulla drammatica vita nei campi di con­centramento italiani da Gonars ad Arbe (chissà se anche sulle testimonianze degli ebrei qui internati?). Iniziative sospette di puntuale opportunismo, utile a creare il «caso» e dunque a godere di qualche ri­chiamo di cronaca, e di banale prevedibi­lità, che testimoniano del successo del «Giorno del Ricordo»; come una lapide in­franta: al silenzio lacerato segue la violen­za. Hanno perso.

Paolo Simoncelli




09 - La Voce del Popolo 10/02/14 L'intricato confine orientale d'Italia
L'intricato confine orientale d'Italia

Kristjan Knez

Un decennio fa, con la legge n. 92 del 30 marzo 2004 approvata dal Parlamento italiano quasi all’unanimità, fu istituito il Giorno del Ricordo.
Lo Stato italiano, con un tardivo riconoscimento e dopo oltre mezzo secolo di completo disinteresse, volle dare dignità a vicende dimenticate e rammentare un capitolo della storia nazionale, che fu relegato a semplice problema locale dei territori nord-orientali del Paese. A guerra finita, una fiumana montante straripò e travolse tutto e tutti. La stessa Italia, quella fascista, ebbe non poche colpe, è innegabile. Conducendo la sua politica di potenza, invase la Jugoslavia assieme alla Germania e agli alleati dell’Asse. In più, nel periodo tra le due guerre, il regime del littorio aveva messo in atto un programma teso ad annullare le componenti “diverse”
di una regione che doveva divenire una sorta di marca di frontiera, l’antemurale del Regno nonché un trampolino per l’espansione nell’area balcanica e adriatica.
Ad avvelenare i rapporti e gli equilibri etnici, già tesi, contrassegnati da un acceso scontro politico e da un vivace confronto identitario – che si muoveva entro la cornice legalitaria offerta dall’Impero danubiano – ci pensarono le camicie nere, che s’inserirono nella crisi dello stato liberale, in una società sconquassata dai postumi del primo conflitto mondiale e titubante per la reazione della sinistra, inneggiante a Lenin e alla rivoluzione bolscevica.
Nella Venezia Giulia si aggiungevano i problemi nazionali, che con il crollo dell’edificio asburgico, emersero con tutta evidenza. La carta geografica fu modificata, alcuni territori furono “redenti”, altri furono considerati “perduti”, si parlava di “vittoria mutilata”, oppure di amputazioni ingiuste del “territorio etnico”. E non poteva essere diversamente, dal momento che, proprio nel corso della “finis Austriae”, le componenti nazionali dell’allora Litorale avevano sviluppato due concetti, altrettanti immaginari nazionali nonché proposto la linea estrema del territorio d’appartenenza ed i relativi confini della Nazione.
Ma in un’area di contatto, plurale, in cui popoli, lingue e culture s’intersecavano, caratterizzata anche da differenze marcate, spesso conviventi in un breve raggio, era particolarmente arduo tracciare dei limiti netti, che non scontentassero l’una o l’altra controparte. La storia novecentesca del confine orientale d’Italia fu contraddistinta proprio dalla mobilità, con dilatazioni e arretramenti, che ebbero ripercussioni su ogni segmento della società. Poiché le manifestazioni che avevano interessato le popolazioni nell’arco temporale di un secolo circa, dalla metà del XIX alla metà del XX secolo, s’inserivano nel denominatore comune della costruzione della nazione, non è inconsueto cogliere ostilità, brusche interruzioni e vigorose riprese (con contraccolpi di vario genere) di siffatto processo.
Trovandosi ai margini del Regno ed essendo un territorio di recente acquisizione e per di più conteso, dopo la capitolazione dell’8 settembre 1943, la Venezia Giulia conobbe un percorso diametralmente opposto a quello delle altre terre italiane. Essa fu strappata dal nesso statale di Roma e annessa al Reich hitleriano. La stessa ondata di violenza che la investì prima della possente offensiva della Wehrmacht, con i processi sommari e gli infoibamenti, che scossero la popolazione civile, furono il riflesso di una pratica importata da lontano.

Era un prodotto della virulenta guerra civile che si stava consumando entro lo Stato indipendente di Croazia e gli anfratti delle zone carsiche erano utilizzati dagli ustascia per l’occultamento dei corpi senza vita. Una pratica che presto divenne una pratica comune. Era altresì una terra rivendicata e l’Italia era considerata alla stregua di un’usurpatrice. Le autoproclamazioni di quello stesso settembre, con le quali i territori giuliani (entro il confine di Rapallo) vennero annessi rispettivamente alla Slovenia e alla Croazia, quindi alla nuova Jugoslavia, erano la prova palese degli obiettivi programmati. Ebbe inizio un’odissea che sarebbe perdurata fino al 1954 o il 1956, cioè con il termine delle opzioni, che svuotarono anche la zona B del mai costituito Territorio libero di Trieste.
Le contrapposizioni, le aspirazioni nazionali, i contrasti ideologici, gli interessi delle grandi potenze e un coacervo di proposte e controproposte sui futuri confini, scandirono la vita in quel torno di tempo. La popolazione italiana quasi scomparve, anche quella fu la conseguenza di una politica sciagurata, condotta da quella “madre”, così fu salutata nel novembre del 1918 allorché venne a “liberare” i suoi figli, che un trentennio più tardi rischiava di perdere finanche Trieste, uno dei simboli delle terre irredente, per le quali la Nazione aveva sacrificato centinaia di migliaia di uomini.
Le conseguenze furono sproporzionate. L’esercito jugoslavo vinse la sua corsa in direzione della città di San Giusto. Si giunse alla resa dei conti, alla vendetta, nulla di eccezionale dopo un conflitto, da che mondo è mondo.
Ma ci fu dell’altro: vi era un progetto annessionista, chi si opponeva o potesse manifestare una qualsiasi forma di contrarietà nel corso della conferenza di pace o in altra sede andava eliminato, praticando quella che è stata definita l’“epurazione preventiva”. In più era in corso la rivoluzione, messa in atto già durante la guerra, pertanto non si tardò ad attuare una pulizia classista.
E nell’individuazione delle numerose categorie avverse, definite con il termine generico di “nemici del popolo”, non si seguiva la linea nazionale, anche perché all’interno dei cosiddetti “poteri popolari” non mancavano gli esponenti comunisti italiani. Si percorreva piuttosto una logica politica, giacché il fenomeno coinvolse l’intero territorio controllato dagli jugoslavi, che non fu risparmiato dagli episodi di efferatezza, una costante della presa del potere da parte dei comunisti. Sia nella parentesi del 1943 sia nel 1945 e successivamente, furono messi in pratica gli insegnamenti appresi in Unione Sovietica, che rimandavano alle prassi della rivoluzione e della guerra civile nonché dello stalinismo.
Vi erano antagonisti politici, istituzionali, sociali. Le eliminazioni – salvo casi specifici – non erano il risultato di una violenza perpetrata dai popoli “oppressi”, che nell’euforia della ritrovata libertà avrebbero scatenato gli istinti più infimi, perché quel compito fu affidato a strutture specializzate, come l’OZNA, una creatura del Partito comunista, che si rifaceva all’esempio della polizia segreta stalinista, i cui stessi quadri si erano formati in seno a quella scuola. In più si riversò una dose di violenza incontrollabile, incanalandosi nella confusione concomitante con il capovolgimento degli assetti in senso lato, le cui vittime in non pochi casi difficilmente trovano posto in una delle categorie soprammenzionate.
Nelle terre adriatiche, accanto a quanto ricordato, si aggiungeva la rivalsa nazionale, la rivincita della campagna sulla città, e possiamo parlare addirittura della continuazione del risorgimento slavo, inserito in un contesto completamente diverso, che trionfò grazie a modalità illiberali, aggressive e intimidatorie. Questioni pregresse, vecchie ruggini, offese più recenti, visioni nazionaliste, si accostavano alla spirale di violenza, che proseguì anche al termine di una guerra cruenta che aveva esacerbato gli animi. E poi ci fu l’esodo, che stravolse i connotati di un’intera area geografica, tanto da divenire un fenomeno inaspettato, che sorprese le stesse nuove autorità.
Il largo dissenso manifestato dalla popolazione italiana fu represso con il terrore – come a Capodistria nell’autunno del 1945, per fare un esempio – e in seguito le comunità furono sottoposte a un controllo ferreo, le cui conseguenze furono un fallimento completo, che cogliamo appieno attraverso gli abbandoni del suolo natio (in misura più contenuta anche delle altre componenti autoctone). Oltre al sovvertimento e al trauma generale, le collettività italiane furono scardinate, eclissate, sradicate, disperse e in loco ridotte al lumicino. Questo fu il bilancio finale.
Pochi mesi dopo la firma del Trattato di pace di Parigi, Ernesto Sestan, insigne storico nato da genitori albonesi, in un suo insuperabile testo sulla Venezia Giulia, con grande efficacia paragonò il dramma istriano alla tragedia consumatasi nel Mediterraneo orientale all’indomani del primo conflitto mondiale: “Quando poco più di vent’anni or sono, per una sorte simile alla nostra, i Greci d’Asia minore abbandonavano, dopo quasi tre millenni, le rive sonanti dell’Egeo, portavano con sé le memorie di Mileto, di Efeso, di Alicarnasso: le memorie più insigni, germinali della civiltà mediterranea ed europea. Non così alte memorie si lasciano alle spalle, oltre Adriatico, i profughi dell’Istria; eppure il cuore sanguina”.


10 - Il Tempo 10/02/14  Intervista a Carla Elena Cace : «I comunisti non ascoltarono mai le ragioni di istriani e giuliano-dalmati»


«Togliatti e il Pci complici delle foibe»

Oggi il Giorno del Ricordo.

La scrittrice Elena Cace racconta le stragi titine «I comunisti non ascoltarono mai le ragioni di istriani e giuliano-dalmati»
 

Un libro per «illuminare» l’oblio planato per decenni sulle foibe e sugli esuli istriani, giuliani e dalmati; per riempire le pagine vuote che gli storici «marchiati» con un simbolo a senso unico non hanno mai voluto scrivere; per risvegliare il ricordo di quanti patirono la furia comunista senza che la loro patria, l’Italia, tendesse la mano per accoglierli. Un libro intitolato «Foibe ed esodo. L’Italia negata» (edizioni Pagine), scritto dalla giornalista e storica dell’arte Carla Isabella Elena Cace, esule di terza generazione, che a 10 anni dall’istituzione del «Giorno del Ricordo» ha voluto sigillare la fine di un’epoca: l’epoca del silenzio e della verità negata, della storia fasulla e omertosa e delle menzogne divulgate per decenni. Il libro verrà presentato oggi alle 17 a Palazzo Ferrajoli, in piazza Colonna 355.

C’è un’Italia negata, un’Italia di vittime ignorate e di giovani, donne e vecchi «oscurati» per comodità storica e politica.
«L’eccidio dei connazionali di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia è stato il più grande dopo l’Unità d’Italia. Ed è surreale che sia stato cancellato dalla coscienza nazionale. L’Italia aveva perso la guerra e quelle popolazioni hanno pagato il prezzo di una guerra che era di tutti gli italiani. Vivevano su un terra di confine e sono stati risucchiati dalla potenza del maresciallo Tito. Dobbiamo dire con chiarezza che la strage di questi italiani è avvenuta per mano di comunisti jugoslavi».

Nel dedicare il libro a suo nonno, Manlio Cace, ufficiale medico esule da Sebenico, lei parla di «congiura del silenzio». Da parte di chi?
«Per capirlo basta leggere i carteggi di Palmiro Togliatti con altri funzionari del Partito comunista dai quali si evince chiaramente la linea tenuta dal leader del Pci. Nel 1942 da Radio Mosca, Togliatti invitava gli italiani ad unirsi ai partigiani jugoslavi. Questa cos’è se non complicità nella pulizia etnica e nelle stragi delle foibe? Il Pci fu sempre contrario ad ascoltare le ragioni dei giuliano-dalmati, per motivi ideologici e per non incrinare l’amicizia con i popoli jugoslavi. Il loro silenzio successivo fu assoluto. Il Pci ha avuto il monopolio della cultura italiana, quindi dell’istruzione e della coscienza storica. Sono stati loro, complice l’atteggiamento da Ponzio Pilato della Dc, a decidere il racconto della nostra nazione, che cancellò una strage di proporzioni bibliche non ancora svelata. Della "congiura del silenzio", non va dimenticato, ha parlato anche il presidente Napolitano».

Nel libro le responsabilità vengono assegnate anche a una Dc «consociativamente» silenziosa, agli anglo-americani che «lasciarono fare» in nome della realpolitik, ma anche alla Cgil.
«È innegabile. Quando gli esuli tornarono in Italia vissero un dramma nel dramma. L’accoglienza per loro fu spesso spaventosa, soprattutto in certe zone più ideologizzate, come l’Emilia Romagna. Arrivati a Bologna, ad accoglierli c’erano militanti e simpatizzanti del Pci ma anche del «sindacato rosso», che li definivano "cosiddetti esuli" e li accusavano di fuggire non per evitare di vivere sotto una dittatura comunista ma perché collusi col fascismo».

A dieci anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo, il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha cancellato i fondi per i viaggi degli studenti su quei Luoghi della Memoria.
«Io mi vergogno del sindaco Marino. Tagliare completamente i fondi per i Viaggi della Memoria è una scelta di una gravità inaudita. Negli ultimi anni la presenza di studenti interessati e vogliosi di conoscere era in costante aumento. Interrompere questo viaggio di preparazione culturale è un’imperdonabile offesa».

Simone Cristicchi, per aver portato in scena il dramma delle foibe con «Magazzino 18», su cui nel libro ci si sofferma, è stato «assalito» anche da alcuni ragazzi che hanno interrotto il suo spettacolo giudicandolo «revisionista».
«In certi ambienti di radicale militanza politica si vive per dogmi. Non ci si interroga, si vive "contro" ogni cosa. E poi approfondire richiede impegno intellettuale, mentre è molto più semplice scagliarsi contro qualcosa. Non vogliono abbandonare la loro ideologia né riconoscere che questi morti sono morti italiani».

Achille Occhetto, che ha guidato il partito comunista nella sua fase conclusiva, ha «confessato» di non aver mai sentito parlare delle foibe prima dell’89.
«Non credo che Occhetto non sapesse. Probabilmente non aveva compreso col cuore, forse sapeva ma è passato velocemente alla pagina successiva senza comprendere il dramma che gli si stava parando davanti».

Lo stesso Occhetto ha ammesso di essersi commosso assistendo a «Magazzino 18» allo stesso modo in cui si commosse leggendo il diario di Anna Frank.
«L’arte raggiunge il cuore. Possiamo fare mille conferenze e dibattiti, ma i freddi numeri della storia e delle cifre non potranno mai avere lo stesso effetto. L’arte fa commuovere, come fa commuovere Magazzino 18. La storia degli esuli arriverà al cuore dagli italiani quando diventerà spettacolo, romanzo, opera artistica».

Cosa deve cambiare affinché non accada più che migliaia di vittime innocenti vengano dimenticate dalla storia?
«Non bisogna mai stancarsi di raccontare, scompaginare questi lunghi anni di silenzio. Oggi siamo al punto di partenza, non di arrivo. Solo battendosi e lottando, la verità sulle foibe e sugli esuli verrà a galla. Il mio libro è parte di questa battaglia».

Luca Rocca






11 – Corriere della Sera 11/02/14 L'indicibile (per anni} violenza delle foibe.
IL GIORNO DEL RICORDO
L`indicibile (per anni) violenza delle foibe
di GIOVANNI BELARDELLI
Gli atti di vandalismo compiuti ieri ai danni di qualche monumento alle vittime delle foibe vanno ovviamente condannati, ma senza sopravvalutarli. Da tempo infatti il Giorno del ricordo, dedicato
alla memoria degli italiani vittime della violenza jugoslava e insieme dei circa trecentomila esuli che nel dopoguerra dovettero lasciare l`Istria e la Dalmazia, vede il manifestarsi di contestazioni scarsissime di numero e per così dire residuali. Direi anzi che su pochi argomenti del nostro passato recente il giudizio prevalente è cambiato come in relazione alle drammatiche vicende che ricordiamo il 10 febbraio.
Le violenze commesse dall`esercito popolare jugoslavo durante l`occupazione di Trieste - dapprima dopo 1`8 settembre 1943, poi nei terribili quaranta giorni seguiti alla «liberazione» della città hanno rappresentato per decenni episod letteralmente indicibili, per almeno due fondamentali motivi. Le vicende legate all`esodo ricordavano al Paese qualcosa che la maggioranza degli italiani la gente comune ma anche le élites politiche e intellettuali - aveva preferito rimuovere rapidamente: il fatto che l`Italia - nonostante la Resistenza, nonostante il rango di Paese cobelligerante ottenuto dagli Alleati - la guerra l`aveva pur sempre persa, dovendo subire al suo confine orientale una amputazione territoriale particolarmente significativa (anche per gli echi simbolici che rimandavano alla guerra del `15-18). Inoltre, il tema delle violenze esercitate dai comunisti jugoslavi contro gli italiani era particolarmente imbarazzante per il Pci, che durante la guerra (e oltre) aveva seguito nei suoi rapporti con Tito una politica a dir poco ambigua; una politica che, ad esempio, nel 1944 aveva indotto i comunisti italiani a uscire dal CM di Trieste e a far entrare le proprie formazioni partigiane nell`esercito di liberazione jugoslavo.
Politici e intellettuali comunisti (storici compresi) a lungo continuarono a sostenere che nelle foibe erano stati gettati solo dei fascisti, come reazione alla politica di sopraffazione e snazionalizzazione che il regime di Mussolini aveva adottato nei confronti delle minoranze slovena e croata.
In realtà le violenze jugoslave si erano rivolte contro gli italiani in quanto tali antifascisti compresi - poiché essi rappresentavano un ostacolo per le mire annessionistiche di Tito. Ma per anni affermare questo, e ricordare le vittime delle foibe o l`esodo dei profughi giuliano-dalmati, significava venire considerati Mequivocabilmente di destra e anzi essere bollati come «fascisti». Terribile, al riguardo, l`episodio che Claudio Magris ha narrato su questo giornale vari anni fa, rievocando quanto accadde ad alcuni esuli che, lasciate le loro terre e costretti a
 chiedere rifugio nella Penisola, si trovarono a sostare alla stazione di Bologna: i ferrovieri comunisti minacciarono di bloccare il traffico di quell`importante nodo ferroviario se si fosse permesso a quelle povere famiglie di scendere dal treno per rifocillarsi. Ai loro occhi, i profughi
avevano avuto la fortuna di essere stati collocati dal nuovo confine nella Jugoslavia di Tito, che stava costruendo un radioso futuro socialista. Se vi avevano rinunciato, voleva dire che erano fascisti.
Questa era l`Italia di fine anni 4o. Ma il pregiudizio negativo nei confronti di
 quegli esuli, l`innominabilità delle foibe, durarono a lungo. Ancora venti anni fa,
alcuni esponenti del Pds triestino chiedevano alla Rai di non trasmettere la
puntata del programma Combat film, dedicato appunto alle foibe. Ma proprio dai ranghi della sinistra postcomunista doveva venire di lì a non molto la fine dell`ostracismo, con il segretario del Pds triestino Stelio Spadaro che nell`estate 1996 - presto seguito da dirigenti del rango di Piero Fassino - chiese a gran voce al suo partito di cambiare finalmente il giudizio sulle foibe. In un crescendo di polemiche, interviste, articoli (il Corriere arrivò a pubblicarne almeno uno al giorno)
infine il muro della memoria si sgretolò.
Con qualche residua resistenza, certo: alcuni dizionari ed enciclopedie continuarono
 ancora per un po` a menzionare le foibe soltanto come «depressioni carsiche», omettendo di ricordare le migliaia di povere vittime che vi erano state gettate, spesso ancora vive; una fiction Rai, nel 2005, chiamava pudicamente i comunisti jugoslavi soltanto «titini» per non offendere non si sa bene chi. Ma a suggellare un cambiamento generale di clima c`era ormai stata, nel 2004, la legge che istituiva il Giorno del ricordo, approvata da tutti i partiti esclusi alcuni irriducibili nostalgici di Rifondazione e del Partito dei comunisti italiani. Ieri abbiamo tutti potuto vedere la cerimonia al Senato, che conferma ulteriormente come la memoria di un Paese non sia necessariamente immobile, dunque come l`evocazione del «passato che non passa» sia spesso soltanto un modo per coprire i nostri pregiudizi e le nostre pigrizie.





12 - Il Giornale 10/02/14 Ricordiamo le foibe, dimentichiamo l'orrore
Ricordiamo le foibe, dimentichiamo l'orrore
Marcello Veneziani
Le foibe restarono un mistero doloroso. Furono il concentrato feroce di tre guerre in una: la pulizia etnica contro gli italiani, la lotta di classe contro borghesi e possidenti, il comunismo contro il nazional-fascismo
Quando si spengono i ricordi nascono le giornate della memoria. Infatti le memorie più vive non hanno bisogno di essere prescritte per legge.
Ma il giorno che ricorda le foibe, il 10 febbraio, nac­que dopo decenni di vergognosa omer­tà. Era vietato parlare delle migliaia di istriani, giuliani e dalmati infoibati o pro­fughi dalle loro terre e del Trattato che le cedeva alla Jugoslavia, per tre ragioni: perché era proibito discutere la sparti­zione del mondo decisa a Yalta; perché i comunisti italiani avevano scheletri nel­l’armadio, avendo collaborato con i par­tigiani titini in quella che le circolari del Pci chiamavano «la tattica delle foibe» e nel far strage di partigiani anticomuni­sti, come a Porzus; perché dovevamo te­ner­ci buono Tito che si era sganciato dal­l’impero sovietico. Così le foibe restaro­no un mistero doloroso. Furono il con­centrato feroce di tre guerre in una: la pulizia etnica contro gli italiani, la lotta di classe contro borghesi e possidenti, la guerra ideologica del comunismo con­tro il nazional-fascismo. Per recuperare l’omissione storica e onorare la memo­ria delle vittime, è giusto che le scuole, la tv, i testi ora ne parlino.
E tuttavia lascia­temi dire che è malefico identificare la memoria con l’orrore, come accade in queste giornate dedicate ai genocidi. Pri­mo, perché la memoria non può essere monopolizzata dall’orrore e identificata con gli stermini, ma devono trovar posto anche i ricordi storici di eventi positivi.
Secondo, perché la memoria non va esercitata solo con eventi pubblici e tra­gici ma anche con ricordi teneri e priva­ti, perché la sede dei ricordi è il cuore e non il tribunale. Terzo, perché se ricor­dare è sempre un tornare sugli orrori, se la storia va studiata solo come teatro del Male, la gente alla fine preferisce dimen­ticare per continuare a vivere e pensare al futuro. È umano.
A volte, sono salutari anche le giornate dell’oblio.Non quelle che nascono da ce­cità e intolleranza, trascuratezza e igno­ranza, che sono fin troppe. No, dico le giornate del pietoso oblio, un consape­vole tacere per rispetto delle vittime e pe­na dei carnefici. Ovvero di chi perse la vita e di chi perse l’anima



13 – La Voce del Popolo 11/02/14 Editoriale - Un progetto per il futuro
Un progetto per il futuro

Ezio Giuricin

L’Italia, la Slovenia e la Croazia hanno bisogno di concludere quel processo di riconciliazione che è stato simbolicamente avviato il 13 luglio del 2010 con l’incontro dei tre presidenti a Trieste. Un processo di fondamentale importanza, soprattutto sul piano civile e umano, per dare nuovo impulso alla qualità delle relazioni. Il mancato completamento di questo percorso priverebbe di vere prospettive lo sviluppo dei rapporti; ma senza di esso questi - soprattutto sul piano economico - non si interromperebbero.

Per gli esuli e la minoranza, invece, il mancato compimento del processo di ricomposizione potrebbe essere esiziale. Il permanere delle divisioni e la mancanza di collaborazione tra le due componenti dell’italianità di queste terre potrebbe portare, in pochi decenni, alla scomparsa della loro identità.
Siamo convinti che il modo migliore per superare i traumi dello sradicamento e dell’abbandono, per colmare il tremendo solco che la guerra e i totalitarismi hanno inciso così profondamente sulla nostra pelle, sia quello di affermare che la nostra civiltà non è morta; che la grande eredità culturale italiana, veneta e latina dell’Adriatico orientale ha ancora radici profonde e una straordinaria vitalità.

Altri vi possono rinunciare; noi no.

Spesso parlando dell’esodo di centinaia di migliaia di persone dall’Istria, Fiume e dalla Dalmazia, si tende a descrivere una tragedia circoscritta nello spazio e nel tempo, a immaginare un percorso che si è concluso. Niente di più errato: esso continua a riprodursi, a rilasciare le sue tossine. Quel dramma ci ripresenta puntualmente il conto ogni giorno, nel presente che stiamo vivendo e, paradossalmente, continua a produrre quotidianamente i suoi effetti nefasti. Li constatiamo nel progressivo arretramento e indebolimento, quando non nella scomparsa, della nostra parlata, delle nostre tradizioni, della presenza e dell’identità italiane nelle terre del nostro insediamento storico.
Gli unici per i quali il superamento delle divisioni e la ricomposizione sono essenziali e fondamentali, per la loro stessa esistenza, sono gli esuli e la minoranza italiana. Entrambe le componenti, l’una senza l’altra, non hanno futuro: gli esuli perché senza la presenza viva della minoranza e del suo presidio di italianità sul territorio sono destinati a perdere ogni riferimento con la propria terra; i rimasti perché senza i valori di civiltà, l’eredità storica degli esodati, non potranno mai valorizzare ed alimentare le proprie radici. Entrambi, da soli, rimanendo divisi, rischiano di diventare una presenza effimera, trascurabile, di ridursi a testimonianza; di scomparire come entità vitale, concreta, attiva.

Anche l’approccio dello straordinario musical civile “Magazzino 18” di Simone Cristicchi - che ha saputo mirabilmente accostare la sofferenza dell’esodo all’esperienza dei rimasti unendole idealmente alla stessa cornice di sradicamento - ci indica l’ineluttabilità e, insieme, l’urgenza di questo percorso.

Da qui l’esigenza, partendo proprio dal Giorno del Ricordo, di concepire un grande “progetto comune” e ampiamente condiviso per rilanciare - alla luce anche delle prospettive offerte dalla completa integrazione europea di quest’area - la presenza italiana in queste terre.
Un primo passo potrebbe essere quello di avviare una serie di progetti europei per valorizzare e sviluppare il patrimonio storico, artistico, culturale e linguistico legato alla civiltà veneta e italiana in Istria, Fiume e Dalmazia. I singoli progetti, per una loro più facile realizzabilità a livello comunitario, potrebbero essere concepiti quale parte integrante di un più ampio progetto europeo per la creazione di un’area turistica integrata o per la promozione del comune patrimonio artistico, culturale, storico, ambientale e socio-economico dei territori dell’Alto Adriatico (con il coinvolgimento diretto degli Stati e delle Regioni di quest’area).

In quest’ambito si potrebbe concepire la realizzazione di un giornale - web comune tra esuli e rimasti in grado di mettere sinergicamente in rete le pubblicazioni e le testate della minoranza con quelle delle associazioni degli esuli per dare vita a un nuovo importante polo di comunicazione. Così come la nascita di emittenti radiofoniche (sia a livello locale che via Internet) e di trasmissioni televisive comuni (su Radio e TV Capodistria e per le sedi regionali della RAI). La condivisione, inoltre, di comuni spazi, l’allargamento di pagine e rubriche - come in parte si sta già facendo - sulle testate giornalistiche della minoranza e quelle degli esuli per affrontare tematiche e argomenti di comune interesse, la stampa di edizioni comuni, e una più capillare diffusione di queste pubblicazioni in Italia, Slovenia e Croazia potrebbero, inoltre, contribuire all’affermazione della presenza e dell’identità del nostro “piccolo popolo”. Le testate giornalistiche della minoranza potrebbero pubblicare delle edizioni speciali dedicate al mondo degli esuli, con il contributo delle loro associazioni, da diffondere ampiamente in Istria, Fiume e Dalmazia e su tutto il territorio italiano, e di converso le associazioni degli esuli potrebbero contribuire a far conoscere la realtà della minoranza sulle loro pubblicazioni.

I centri di studi e di ricerca delle due realtà inoltre potrebbero dare vita a progetti europei comuni e realizzare numerose sinergie, attivando e ampliando così le risorse, i mezzi, e il numero di studiosi e di collaboratori a loro disposizione. Immaginiamo quale portata potrebbe avere, ad esempio, la pubblicazione di volumi, libri, riviste scientifiche e di portali Internet comuni, la realizzazione congiunta e continuata di incontri e convegni di studi e l’istituzione, ad esempio, di un museo multimediale sulla storia e l’esperienza dell’esodo in Istria e di info - point sulla minoranza presso le istituzioni museali o di ricerca delle associazioni degli esuli (così come di analoghi punti informativi sulla realtà degli esuli e della minoranza presso vari enti, comuni e regioni italiane, ma anche in Croazia e Slovenia).

Naturalmente si tratterebbe di organizzare e coordinare in modo diverso, e sicuramente di ampliare anche gli strumenti finanziari messi a disposizione dal Governo e dalle Regioni italiane a favore delle due realtà, al fine di attivare e stimolare delle forme più concrete di collaborazione fra le due componenti dell’italianità dell’Adriatico orientale.

Si tratta solo di alcune modeste proposte per l’avvio di una riflessione su un comune percorso da compiere. Molto dipenderà dall’intelligenza, la lungimiranza e dalla buona volontà della nostra “comunità di destino” composta dai naturali eredi di una civiltà che, dopo e nonostante l’esodo, sta cercando ostinatamente di resistere.




14 - Il Piccolo 09/02/14 L'Intervento - Giorno del Ricordo diverso grazie a "Magazzino 18"
Giorno del Ricordo diverso grazie a “Magazzino 18”

L’INTERVENTO DI STEFANO PILOTTO*

Il Giorno del Ricordo riveste sempre un significato particolarmente toccante per la nostra città e per le popolazioni italiane dell’Istria, Quarnero e Dalmazia, anche se, col tempo, si tende a omologare le date nella loro asettica ripetitività e nella loro ibrida consuetudine. Così non è. Ogni anno il Giorno del Ricordo assume un’importanza diversa rispetto agli anni
precedenti: è una certezza nuova, una consapevolezza maggiormente compiuta, una partecipazione emotiva sempre più profonda. Si ricordano gli eventi cruenti della parte conclusiva della Seconda guerra mondiale, la conquista dei territori orientali italiani da parte delle truppe jugoslave, le occupazioni, gli eccidi nelle foibe carsiche e istriane, gli annegamenti nel Quarnero e in Dalmazia. Non si nasconde che ciò fu la ritorsione per le precedenti rigide politiche nazionalistiche italiane nei territori orientali del nostro Paese e in quelli jugoslavi, prima e durante la Seconda guerra mondiale, ma si denuncia senza ombre la spaventosa violenza rappresentata dalle foibe, la loro atrocità e la loro sproporzionalità rispetto alle azioni italiane precedenti. E si ricordano le conseguenze degli eventi cruenti della parte conclusiva della Seconda guerra mondiale, vale a dire la perdita dei territori orientali, l’esodo delle popolazioni italiane da quelle terre, lo sradicamento culturale e affettivo, l’espropriazione - da parte della Repubblica socialista di Jugoslavia - dei beni e delle proprietà terriere appartenenti a coloro che partirono. Con profondo rispetto, tristezza e solidarietà, ci si stringe alle comunità degli esuli, ai parenti di coloro che vennero uccisi o torturati o violentati, per condividere umanamente il dolore, con cristiana pietà. Ma quest’anno il Giorno del Ricordo assume anche un significato particolare, alla luce degli anniversari storici. Quest’anno si celebra, in primo luogo, il centesimo anniversario dello scoppio della Prima guerra mondiale, di quell’evento bellico, in altre parole, che permise, sull’onda degli ideali risorgimentali e irredentistici, di realizzare un sogno a lungo conservato ai vertici dello spirito e alla base della memoria: il passaggio dei territori culturalmente italiani alla sovranità della madrepatria. In particolare, il passaggio della nostra città all’Italia. Fu, quello, il momento straordinario, in cui il tricolore d’Italia venne issato in piazza Unità e sul castello di San Giusto, a Trieste, così come a Pirano, Parenzo, Rovigno, Pola, Lussino, Zara, nonché a Rovereto, Trento, Cortina d’Ampezzo, Bolzano. Quest’anno, però, si celebra anche il sessantesimo anniversario del ritorno di Trieste all’Italia, di quel 26 ottobre 1954 che accolse i soldati e la bandiera italiani, dopo gli anni contrastati del Territorio libero, delle incertezze, degli scontri che provocarono la morte degli ultimi martiri del Risorgimento italiano, come Pierino Addobbati e Francesco Paglia, fra gli altri. In mezzo a queste due ricorrenze, entrambe felici per la nostra città, si situa il Giorno del Ricordo, con tutto il suo pesante carattere di emozione e sofferenza: esso unisce i due anniversari in una continuità logica di causa ed effetto e rammenta anche l’eterno divenire della storia. Ma fra il Giorno del Ricordo di un anno fa e oggi risplende una prestazione nuova, una performance teatrale che ha risvegliato le coscienze con la forza della semplicità e della autorevolezza, un atto di coraggio di un giovane cantante romano, che ha suscitato entusiasmo e commozione negli spettatori di tanti teatri italiani e istriani: “Magazzino 18” è una pietra miliare sul cammino della verità per il popolo italiano e, davanti alle bandiere che sventoleranno sul monumento della foiba di Basovizza per onorare il Giorno del Ricordo, molti cittadini, certamente, lo avranno nei loro pensieri.

*docente di Storia delle relazioni internazionali


La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi la “Gazeta Istriana” sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le  C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.
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