MAILING LIST HISTRIA

Rassegna stampa settimanale

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri
 
N. 906 – 15 Febbraio 2014
    
Sommario


82 - Corriere della Sera 11/02/14 Roma - Foibe, il giorno del ricordo, la cerimonia al Senato con il presidente Napolitano (Alessandra Arachi)
83 - Luxgallery.it 11/02/14 Venezia - Giorno del Ricordo, omaggio a Ottavio Missoni
84 – La Stampa 11/02/13 Torino: Gli esuli istriani ricordano le foibe (Roberto Travan)
85 - Il Piccolo 11/02/14 Trieste - «Foibe, l'Italia non può né vuole dimenticare» (Ferdinando Viola)
86 – La Repubblica Milano  11/02/14 Milano, consigliere eletto con Pisapia scrive su Facebook: "Nelle foibe c'è ancora posto" (Oriana Liso)
87 - La Repubblica Milano 13/02/14 Milano, si dimette il consigliere che aveva scritto su Fb "nelle foibe c'è ancora posto"
88 - Giornale di Brescia 10/02/14 - Giorno del Ricordo: Nel Magazzino 18, dove le cose raccontano la tragedia dell'Istria (Valerio Di Donato)
89 - Il Piccolo 10/02/14 Simone Cristicchi: «Sogno "Magazzino 18" in Porto Vecchio» (Giovanni Tomasin)
90 - Il Tempo 11/02/14  La Rai ricorda (male) le Foibe.
91 - Il Resto del Carlino 12/02/14  Lettere - Foibe, il riscatto della memoria quotidiana (Valeria Bianchi – Beppe Boni)
92 - Secolo d'Italia 10/02/14 Gli italiani non sono stupidi (Girolamo Fragalà)
93 – Il Manifesto 09/02/14  Intervista a Matvejevic - Foibe, la dignità di un dolore corale (Tommaso Di Francesco)
94 - Il Piccolo 12/02/14 Il lungo elenco di donne deportate e infoibate che l'Italia ha cancellato (Alessandro Mezzena Lona)
95 - Mailing List Histria Notizie 13/02/14 Poesie – Foiba ( Scuole second. 3° Classe –“ Mons.Carozzi” Seriate)




Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/


82 - Corriere della Sera 11/02/14 Roma - Foibe, il giorno del ricordo, la cerimonia al Senato con il presidente Napolitano
Memoria  - La cerimonia al Senato con il presidente Napolitano
Foibe, il giorno del ricordo
A Roma lapide imbrattata
Polemiche
Insulti all`artista Simone Cristicchi, che mette in scena l`eccidio.
Giorgi a Meloni contro la Rai
Grasso: tragedia che non possiamo dimenticare
ROMA - Sono passati sessantasette anni da quei giorni. «Una delle pagine più tristi che il nostro Paese, il nostro popolo ha vissuto: la tragedia della guerra, delle foibe, dell`esodo.
Non possiamo dimenticare e cancellare nulla». Scandisce lento le sue parole il presidente del Senato Pietro Grasso. Sono dieci anni che il io febbraio è stato dichiarato il giorno del ricordo in memoria delle vittime delle Foibe dello jugoslavo Tito.
E ieri mattina c`era anche il presidente della repubblica Giorgio Napolitano insieme a tutte le più alte cariche dello Stato e di governo nell`aula di PalazzoMadama per una cerimonia culminata in un concerto commovente del maestro Uto Ughi.
Ha detto il maestro, prima di cominciare a suonare: «La mia famiglia era originaria dell`Istria e anche loro hanno dovuto lasciare i propri beni e andare via.
Questo concerto lo dedicherò a quanti hanno perso la vita nelle foibe e a tutti gli esuli che hanno dovuto morire senza conforto». E ha messo mano al violino per dar voce a «Il trillo del diavolo» di Giuseppe Tartini («un istriano anche lui»), un`esecuzione che ha lasciato senza fiato i presenti, tra questi anche i ragazzi delle scuole premiate per il concorso «La letteratura italiana d`Istria, Fiume e Dalmazia».
Ma la giornata non è stata risparmiata dalle polemiche e, soprattutto, dai vandali. A Roma, prima di ogni altro posto. Ieri mattina è stato imbrattato il monumento dei martiri delle Foibe eretto vicino alla stazione metro della Laurentina e pure il cippo carsico in memoria di tutte le guerre.
Sono stati sporcati con la vernice, mentre in terra sono stati sparsi manifestini inneggianti «alla libertà dei popoli, alle foibe e contro l`italianità». Tutti volantini scritti in lingua croata. Ma non solo. Sempre a Roma ci sono state scritte al Teatro Vittoria, dove Simone Cristicchi ha messo in scena «Magazzino 18» uno spettacolo che ricorda la tragedia delle Foibe perché è in quel magazzino del vecchio porto di Trieste che sono conservati i beni degli italiani costretti all`esodo di massa dalla violenza di Tito. «Cristicchi Boia», «No al revisionismo» alcune delle scritte contro il cantante (lo spettacolo è stato trasmesso ieri sera anche su Rai Uno) che a queste violenze era già stato sottoposto lo scorso 30 gennaio quando aveva messo in scena la rappresentazione a Scandicci (in provincia di Firenze) e un gruppo di cinquanta persone aveva preso possesso del palco. «E una storia che si conosce ancora poco quella delle Foibe», ha detto il cantautore facendo capire di non essere scalfito dalle proteste. «Ho intenzione di continuare a parlare  delle persone che hanno sofferto». Intanto Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d`Italia, polemizza con il giornale radio della Rai «nel corso del quale è stato intervistato uno dei vicepresidenti dell`Anpi al posto di un rappresentante delle associazioni degli esuli, e sono stati dati numeri errati sulle foibe e sull`esodo giuliano-dalmata». Meloni ha annunciato la presentazione di una lettera formale di protesta ai vertici di viale Mazzini.

Alessandra Arachi
Gli eccidi
I massacri Sono ricordati come i «massacri delle Foibe» gli eccidi commessi dai partigiani comunisti jugoslavi ai danni degli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Le «foibe» sono grandi inghiottitoi o pozzi tipici del Carso. In realtà, soltanto una minima parte delle vittime fu occultata nelle foibe, mentre la maggior parte perse la vita nelle prigioni o nei campi jugoslavi, o nelle estenuanti marce di trasferimento
Le vittime morirono nelle «foibe» non solo esponenti del Partito nazionale fascista, ma anchefunzionari e dipendenti pubblici, insegnanti, sacerdoti, parte dell`alta dirigenza italiana contraria sia al comunismo sia al fascismo
I numeri
 Il numero dei morti delle «foibe» è stato sempre oggetto di discussione tra gli storici e fonte di
polemiche. A partite dal Dopoguerra e lungo i decenni successivi venivano indicate
usualmente circa 15.000 vittime. Studi più accurati sono stati effettuati soltanto a partire dagli anni Novanta e recentemente il numero totale delle vittime viene stimato tra le 5.000 e le 11.000 personè







83 - Luxgallery.it 11/02/14 Venezia - Giorno del Ricordo, omaggio a Ottavio Missoni
Giorno del Ricordo, omaggio a Ottavio Missoni
Appuntamento al Teatrino di Palazzo Grassi a Venezia
Ieri, lunedì 10 febbraio, nell’Aula di Palazzo Madama, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, si è tenuta la cerimonia di commemorazione del Giorno del Ricordo, solennità nazionale e civile istituita nel 2004, in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale.
Stasera, martedì 11 febbraio, alle ore 21, al Teatrino di Palazzo Grassi a Venezia, nell’ambito delle iniziative per il Giorno del Ricordo, si terrà “Omaggio ad Ottavio Missoni: da esule dalmata a olimpionico e imprenditore”.
Non tutti sanno che il compianto stilista, originario di Ragusa (Dubrovnik), ha trascorso l’infanzia a Zara e un periodo a Trieste, dove è stato costretto a riparare dopo la guerra e la dolorosa esperienza della prigionia.
La serata di oggi, introdotta dal presidente del Comitato di Venezia dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, Alessandro Cuk, sarà coordinata dal giornalista Edoardo Pittalis; interverranno oltre all’assessore comunale alle Attività Culturali, Angela Giovanna Vettese – che intervisterà Rosita Missoni - Giorgio Varisco (Dalmati italiani del mondo – Libero Comune di Zara in esilio), Mariuccia Casadio (esperta d’arte contemporanea), Maria Luisa Frisa (direttore del Corso di laurea in Design della Moda dello Iuav) e Paolo Scandaletti (autore della biografia su Missoni “Una vita sul filo di lana”).
Durante la serata, sarà proiettata la videointervista di Rosanna Turcinovich Giuricin “I richiami della Dalmazia secondo Ottavio Missoni”; inoltre Angela e Luca Missoni leggeranno alcuni brani sullo stilista scritti da Claudio Magris, e un ricordo di Enzo Bettiza.
Per chi non potrà partecipare all’evento ecco il link dell’intervista a Ottavio Missoni realizzata in occasione del Giorno del Ricordo del 2011: www.youtube.com/watch?v=FjpE3RpGgxk












84 – La Stampa 11/02/13 Torino: Gli esuli istriani ricordano le foibe

11/02/2014 - LE COMMEMORAZIONI
Gli esuli istriani ricordano le foibe
Celebrato a Torino il «Giorno del ricordo»

roberto travan

torino
«Chiediamo il riscatto delle case popolari che ci avete promesso, le “Case rosse” costruite per noi esuli istriani cinquant’anni fa. Anche che sulle nostre cartelle esattoriali non sia più stampata la scritta “Jugoslavia”: perché per restare italiani abbiamo abbandonato tutto, molti hanno anche perso la vita».
Parole secche quelle di Antonio Vatta, presidente regionale dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.  
Che ieri ha celebrato a Torino il «Giorno del ricordo» dedicato alla memoria delle foibe e dell’esodo dall’Istria, Zara e la Dalmazia.  
Parole che hanno evocato il dramma della pulizia etnica che nel secondo dopoguerra insanguinò i confini orientali. Ventimila i connazionali trucidati dal maresciallo Tito: vennero gettati vivi nelle foibe - cavità carsiche profonde centinaia di metri -, torturati, annegati, fucilati. Altri ancora per sfuggire ai partigiani slavi abbandonarono terre abitate da generazioni: fu l’esodo che disperse nel mondo oltre 350 mila italiani.
A Torino - città che vanta una delle comunità più numerose e attive - vennero dapprima ospitati nelle Casermette di via Veglia, poi nel rione delle«Case rosse» costruito a Lucento. Ieri gli istriani hanno affollato il Duomo per la messa, poi al Cimitero generale hanno reso omaggio al monumento che lo scultore Michele Privileggi ha dedicato agli istriani «scomparsi ovunque nel mondo».
Erano in molti, gli esuli, e al loro fianco c’era anche qualche giovane: «A Torino abbiamo trovato il lavoro, sono nati i nostri figli e nipoti ma le nostre radici sono là e presto il testimone passerà alle nuove generazioni» ha ammonito Fulvio Aquilante, presidente dell’Angvd torinese.
C’erano le autorità, ovviamente. Il prefetto di Torino, Paola Basilone, ha risposto a Vatta promettendo che per le case popolari convocherà «al più presto un tavolo tecnico per risolvere il problema dell’assegnazione». I rappresentanti di Provincia e Regione. E il sindaco di Torino, Piero Fassino: «Fu pulizia etnica nei confronti di gruppi di donne e uomini “colpevoli” soltanto di essere italiani: rendere loro onore e ricordare la tragedia richiama il dovere morale e politico di agire perché quelle sofferenze non abbiano più a ripetersi e ogni popolo e ogni persona veda riconosciuta la propria identità» ha dichiarato.
Nel pomeriggio la commemorazione si è spostata nella Sala Rossa.



85 - Il Piccolo 11/02/14 Trieste - «Foibe, l'Italia non può né vuole dimenticare»
«Foibe, l’Italia non può né vuole dimenticare»

Grasso: mentre nel 1945 il Paese festeggiava la Liberazione Trieste subì una nuova violenta invasione. Su quegli anni silenzio durato troppo a lungo
di Ferdinando Viola
Prima alla Foiba di Basovizza, poi al monumento all’Esodo in piazza della Libertà e ancora in Prefettura e in Consiglio comunale (convocato in seduta straordinaria) per ribadire che «per troppo tempo si è cercato di far dimenticare il dramma delle foibe e l’esodo degli istriani, fiumani e dalmati. Questo non deve più avvenire». Il presidente del Senato Pietro Grasso lo ribadisce a Trieste, «che con coraggio e umanità ha accolto tante persone cacciate dalle loro case». Il significato della sua visita è proprio questo. Grasso, arrivato in città nel primo pomeriggio, è stato accolto dalla presidente della Regione Debora Serracchiani, dalla presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat e dal sindaco Roberto Cosolini. In mattinata però aveva partecipato in Senato alla cerimonia del Giorno del Ricordo, istituita nel 2004 in memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale alla presenza del Presidente Giorgio Napolitano, del premier Enrico Letta e del presidente della Camera Laura Boldrini. Cerimonia culminata nell'esecuzione, da parte di Uto Ughi, del celebre “Trillo del Diavolo” di Giuseppe Tartini. Ughi - la cui famiglia è originaria dell'Istria - ha dedicato il suo concerto «alle vittime delle foibe e a tutti gli esuli che hanno dovuto morire senza conforto». Presente anche il presidente dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Antonio Ballarin. Al Senato è intervenuto anche il vice ministro degli Esteri, Marta Dassù: «L’istituzione del Giorno del Ricordo è stato un atto tardivo di verità e di giustizia. Ecco perchè oggi possiamo essere qui. Oggi avendo riconosciuto il passato, possiamo insieme guardare al futuro». E ha anche ricordato che «gli esuli sono stati vittime del silenzio, dei pregiudizi e della rimozione con cui la tragedia delle foibe e dell’esodo di massa vennero a lungo trattati in Italia. Un dopoguerra infinito che si è chiuso solo dieci anni fa». Nel suo breve viaggio a Trieste il presidente del Senato ha ribadito alcuni concetti già espressi in mattinata durante la cerimonia nel Senato. In Prefettura le sue parole sono state chiare e senza possibilità di equivoci. «Il ricordo è per me un dovere come presidente del Senato - ha detto - ma prima di tutto come uomo, come cittadino; è un monito per tutti noi perché siamo tenuti a impedire che l'ignoranza e l'indifferenza abbiano la prevalenza e perché tali orrori non si ripetano mai più e restino un ammonimento perenne contro ogni persecuzione e offesa alla dignità umana. È un dovere nei confronti dei sopravvissuti, dei familiari delle vittime». Grasso ha definito quella delle Foibe «una delle pagine più tristi della nostra storia e un periodo terrificante che ha coinvolto tanti nostri connazionali». Il presidente del Senato ha ricordato come dieci anni fa il Parlamento italiano ha consacrato la data di oggi, anniversario della firma del Trattato di pace tra l'Italia e le Potenze Alleate nel 1947, quale Giorno del Ricordo. «Da allora - ha aggiunto - questa giornata è dedicata alla memoria di migliaia di italiani dell'Istria, del Quarnaro e della Dalmazia che, al termine del secondo conflitto mondiale, subirono indicibili violenze trovando, in molti, una morte atroce nelle foibe del Carso. Quanti riuscirono a sfuggire allo sterminio furono costretti all'esilio». E durante il Consiglio comunale straordinario, dove si è recato dopo l’incontro in Prefettura, il presidente del Senato ha parlato dell’occupazione jugoslava a Trieste nel 1945: «Tutta l’Italia festeggiava la liberazione; Trieste fu occupata dalle truppe titine, subendo una nuova invasione con violenze di ogni genere sulla popolazione. L’occupazione durò quarantacinque giorni e fu causa non solo del fenomeno delle foibe ma anche delle deportazioni nei campi di concentramento jugoslavi di popolazioni inermi. In Istria, a Fiume e in Dalmazia, la repressione jugoslava costrinse molte persone ad abbandonare le loro case. La popolazione italiana che apparteneva a quella regione fu quasi cancellata e di quell'orrore, per troppo tempo, non si è mantenuto il doveroso ricordo». «Oggi il fatto che Croazia e Slovenia facciano parte dell’Unione Europea - ha concluso Grasso - è indicativo di un grande salto in avanti che abbiamo fatto. Ora dobbiamo continuare sulla stessa strada. Ma l’Italia non può e non vuole dimenticare».



86 – La Repubblica Milano  11/02/14 Milano, consigliere eletto con Pisapia scrive su Facebook: "Nelle foibe c'è ancora posto"

Milano, consigliere eletto con Pisapia scrive su Facebook: "Nelle foibe c'è ancora posto"

Leonardo Cribio, capogruppo della Sinistra per Pisapia in consiglio di Zona 9, aveva postato la frase sul proprio profilo. La vicenda è stata denunciata da un esponente della Lega Nord. E Cribio si difende: "Era una discussione con alcuni fascisti, mi riferivo ai collaborazionisti". La condanna del sindaco: "Parole vergognose, inaccettabili e assurde"

di ORIANA LISO

«Nelle foibe c’è ancora posto»: frase secca, postata su Facebook alla vigilia del Giorno del ricordo e rimossa dagli amministratori del social network dopo alcune segnalazioni di protesta, ma che non è passata inosservata. Perché chi l’ha scritta è il capogruppo in consiglio di Zona 9 di Rifondazione comunista-Sinistra per Pisapia, Leonardo Cribio, che insiste: «Sono frasi decontestualizzate», ma senza raccogliere molta solidarietà. E lo stesso sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, fa sapere: «Le parole di Leonardo Cribio sulle foibe sono vergognose, inaccettabili e assurde».
 
Non ne chiede le dimissioni, il sindaco, ma è come se lo fosse, visto il coro (quasi) unanime di sdegno, con la sola Rifondazione a difendere il suo capogruppo, parlando di «post non giustificabili» ma anche di «strumentalizzazioni e polemiche create ad arte». Cribio — classe 1984, studente di scienze politiche — spiega che quella e altre frase di simile tenore «sono uscite in una discussione online con alcuni fascisti che strumentalizzavano il Giorno del ricordo, mi riferivo ai collaborazionisti e non avevo alcuna intenzione di offendere i martiri delle foibe». Ma ad aggiungere benzina ci sarebbero altre sue dichiarazioni (non più online) raccolte dal consigliere di Zona leghista Alberto Belli, che le ha fotografate.

Frasi come «A tutti quelli che piangono per qualche infame finito nelle foibe. Un parente di mio nonno fu fucilato in quanto fascista. Sai che vi dico? C... i suoi, giusto così. Peccato non l’abbiano ammazzato prima, il maiale, amen». Troppo perché non ci fossero reazioni forti: e non solo, come prevedibile, del centrodestra, ma anche della maggioranza.




87 - La Repubblica Milano 13/02/14 Milano, si dimette il consigliere che aveva scritto su Fb "nelle foibe c'è ancora posto"
Milano, si dimette il consigliere che aveva scritto su Fb "nelle foibe c'è ancora posto"
Leonardo Cribio, capogruppo della Sinistra per Pisapia in Zona 9, aveva postato il messaggio sulla propria bacheca. La vicenda era stata denunciata dalla Lega. Il sindaco aveva condannato le sue parole
Si è dimesso Leonardo Cribio, capogruppo della Sinistra per Pisapia in consiglio di Zona 9 Milano, che aveva postato sul proprio profilo Facebook la frase "nelle foibe c'è ancora posto". Lo ha riferito in consiglio comunale Anita Sonego, anch'ella della Sinistra per Pisapia, intervenendo nella discussione sulla mozione presentata da Riccardo De Corato (Fratelli d'Italia) per chiedere le dimissioni del consigliere.
De Corato ha scelto di ritirare la mozione, dopo l'annuncio delle dimissioni, "anche se considero questo gesto solo un atto politico dovuto ma non riparatorio rispetto alla gravità delle parole", ha spiegato. "Sono frasi decontestualizzate", si era dideso Cribio. E il sindaco Pisapia aveva commentato senza mezzi termini: "Le sue parole sulle foibe sono vergognose, inaccettabili e assurde".




88 - Giornale di Brescia 10/02/14 - Giorno del Ricordo: Nel Magazzino 18, dove le cose raccontano la tragedia dell'Istria
GIORNO DEL RICORDO

Nel Magazzino 18, dove le cose raccontano la tragedia dell'Istria

A Trieste c’è una città fantasma, popolata dalle masserizie che gli esuli portarono via in fuga da Tito e mai più recuperate. Un tesoro di civiltà

Dall'inviato Valerio Di Donato

CIRCOLO ISTRIA
Presieduto da Livio Dorigo, si batte per far cadere i muri che ancora separano le due sponde dell’Adriatico

TRIESTE «In questo paese vi sono colline dolci, digradanti con aiuole fiorite svariata­mente. Le strade sono fian­cheggiate da una processione di pioppi giganteschi e di sali­ci. Piccoli fiumicelli scorrono dolcemente fra il verde della valle e si riuniscono tutti all' Arno (...)». Il foglio invecchia­to e infragilito dalla consun­zione reca la data del 4 mag­gio 1946, e custodisce il com­pito, gravoso, affibbiato all' Alunno Ignoto: fare il riassun­to di (testuale) «Il mio dolce paese di Toscana», di Giosuè Carducci.
Povero ragazzo. Ore e ore sui libri per interpretare le strug­genti e certo non telegrafiche poesie del massimo cantore della Nazione unificata. Però, almeno, quelle «colline dolci» avranno fatto anche sogna­re. Vista da una qualsiasi citta­dina dell'Istria redenta dopo il 1918, la Madre Italia doveva essere per forza bella, serena, rigogliosa. Un paradiso. Non certo la terra matrigna, la pa­tria ostile, che il giovinetto tro­verà di lì a pochi mesi, nel ter­ribile febbraio 1947 dell'eso­do biblico da Pola a bordo del­la motonave«Toscana». O for­se negli anni successivi, fino al 1960 e oltre, già adulto e consapevole, quando dall' Istria «rossa» si fuggiva in si­lenzio, a piccoli esodi frazio­nati, su misura, dopo aver «provato» e non solo «immagi­nato» l'esperienza amara del comunismo nazionalista di Tito.

Si scappava per finire a Trie­ste, a U dine, a Roma, a Brindi­si, o anche a Brescia, Berga­mo, Torino. Anche in Canada e Australia. Ovunque fosse possibile sentirsi «italiani» senza l'etichetta perfida del «fascista» per antonomasia. Una colpa in culla da sconta­re con la morte civile e la mor­tificazione sociale.

Se cercavo, nel ventre polvero­so del Magazzino 18 di Trie­ste, l'ago non di tutta, ma di una (basta di una per capire le altre) identità italiana perdu­ta, l’ho trovato pescando con cautela nel più grande e or­mai unico pagliaio grottesco e disordinato rimasto della memoria ogget­tuale di un popolo travolto dalla lotte­ria della Storia. Solo che qui gli ogget­ti parlano, sono una presenza solo apparentemente anonima e inani­mata. Squarciano il silenzio del tem­po, che li ha insie­me conservati e ag­grediti: credenze, armadi, divani, se­die (centinaia di sedie), mac­chine da cucire, lavabi, mesto­li, piatti, tazze, martelli, aratri, forconi (quelli veri, che i digni­tosi contadini istriani, italiani e slavi, impugnavano solo per fare fieno), fotografie, libri, diari. Il tempo li ha tenuti in vita tarlati e ingialliti, in catti­vità, perché qualcuno un gior­no li lasciasse urlare la loro or­fana disperazione. Appartengono, apparteneva­no, agli istriani di Pola, Rovi- gno, Parenzo, Buie, Cittano­va, Pirano, Capodistria. Ai fiu­mani e agli zaratini. Tanti. Du­ecento, trecento, i «350 mila» della contabilità ufficiale dell' esodo, per decenni condannati al confino morale del si­lenzio. O peggio, silenziati dalla cultura ufficiale come nostalgici del fascismo. Co­me cavallette uscite da un pas­sato buio e assassino, da loro stessi provocato e financo di­feso, sosteneva la vulgata del­la guerra fredda. Altro che «subito»! E così pagarono per tut­ti, fascisti veri e antifascisti presunti (oppure il contrario, il concetto non cambia) il con­to di una guerra perduta. Le masserizie sono restate qui al primo approdo, o sono state rimandate indietro dalle pre­fetture della Peni­sola, perché nessu­no le ha più recla­mate.

Al porto vecchio di Trieste, in que­sto monumentale antenato in matto - ni degli odierni hub, costruito dall' Impero Au­stro-Ungarico, cal­co le orme che un pioniere coraggio - so, di nome Simo­ne Cristicchi, ha impresso co­me un Cristoforo Colombo dell'arte, in maniera indelebi­le nel suo capolavoro «Magaz­zino 18». Sono un privilegia­to, lo so. Il Magazzino, curato con passione e mille difficoltà finanziarie e burocratiche, dall'Irci, l'istituto regionale perla cultura istriana, mi è sta­to aperto eccezionalmente dalla presidente Chiara Vigini e dall'infaticabile direttore Piero Delbello, perpotervede- re in un istant tour, questo te­soro di civiltà, in odore di ma­cero, se Cristicchi non fosse calato qui come un angelo re­dentore. Mi guida una figura straordinaria di esule, Livio Dorigo, che a 17 anni lasciò Pola sul «Toscana» dopo aver vissuto il travaglio di una città sospesa ira Italia e Jugoslavia, in attesa del verdetto di Pari­gi, il 10 febbraio 1947. Oggi, a quasi 84 anni, da presidente del Circolo Istria, si batte an­cora con foga mazziniana per costruire ponti, abbattere mu­ri.
Crede nel «dialogo fra italiani, sloveni e croati», ma soprat­tutto nel «recupero del rap­porto con la nostra terra, con i rimasti», perché «i figli non pa­ghino per le scelte o i destini dei padri. Il futuro è nella pa­ce e nella convivenza». Guar­do e fotografo tutto. Ma più che inventariare oggetti di vi­ta quotidiana, conta capire che questi sono simboli, sono soggetti vicari, portavoce in le­gno, ceramica e ferro, deiloro proprietari dispersi in una dia­spora che ha «cancellato l'ita­lianità adriatica» dal vecchio confine orientale, come scri­ve lo storico triestino Raoul Pupo.
Spoliati di ogni bene. Ma non del bene supremo: la dignità. Ancora pochi giorni e questo tesoro inestimabile, dopo il 10 febbraio, verrà aperto per le prime visite guidate. Un successo per l'Irci. Per Livio Dorigo. Perle associazioni de­gli esuli. Per i sopravvissuti all' esodo e per i loro figli e nipoti. Per questa nazione che, final­mente, settant'anni dopo, scopre di avere concentrato, a sua stessa insaputa, in due­mila metri quadrati uno spac­cato incredibile della civiltà giuliano-dalmata. Di più. Del­la vita materiale nell’ Italia de­gli anni Quaranta. Quelli che cambiarono radicalmente la storia del mondo.








89 - Il Piccolo 10/02/14 Simone Cristicchi: «Sogno "Magazzino 18" in Porto Vecchio»
«Sogno “Magazzino 18” in Porto Vecchio»

Cristicchi reduce da 30 repliche da tutto esaurito: «Mi piacerebbe portare lo spettacolo dove è nato»

di Giovanni Tomasin

Simone Cristicchi è «sbalordito» dal successo che il suo spettacolo “Magazzino 18” sta riscuotendo. E confessa il suo sogno: «Mi piacerebbe poterlo mettere in scena proprio in Porto vecchio, magari con una diretta televisiva». Cristicchi, come sta andando il suo spettacolo? Abbiamo raggiunto le trenta repliche: sempre tutto esaurito, anche in teatri molto grandi. Credo di essermi guadagnato la fiducia del popolo degli esuli, che è buona parte del mio pubblico, Ma anche delle altre persone che sono venute a vederlo magari stimolate da un argomento inconsueto per il teatro. Sono contentissimo e sbalordito da questo grande successo, nato dalla volta in cui visitai il Magazzino 18. Mi accompagnava Piero Delbello, che mi propose di scriverci una canzone. In quanto foresto, mi disse, potevo farlo perché libero da preconcetti ideologici. Ora è diventato un caso nazionale. Si aspettava tanto clamore? No. Anche perché non si tratta di una conferenza di storia, ma di uno spettacolo teatrale. Fa emergere le emozioni che il pubblico vive. Come reagisce il suo pubblico? Chi si rivede nella storia, perché ha vissuto quei fatti, esce con le lacrime agli occhi e mi testimonia la sua gratitudine. Succedeva la stessa cosa con lo spettacolo sui manicomi.
Chi non ne sapeva nulla si stupisce per non averlo saputo prima. Ma questo si deve non soltanto a un’ignoranza colpevole, che tutti possiamo avere. Il suo spettacolo andrà in onda sulla Rai. Un grande passo per me. dei miei quattro spettacoli è il primo ad andare in tv. L’ora è tarda ma, se dovesse andar bene, mi piacerebbe pensare di poter fare in futuro una prima serata in diretta dal Magazzino 18, coinvolgendo direttamente Trieste. Potrebbe essere il coronamento dello spettacolo. Ma non voglio creare aspettative in nessuno, è soltanto un mio sogno. Il suo rapporto con Trieste? Dopo l’attestato di benemerenza ricevuto dal sindaco qualche mese fa mi sento ancora più triestino, così come mi sento anche istriano. Il 15 marzo torno a Fiume, dove sono stato accolto con affetto. Lì ho toccato con mano la realtà dei “rimasti”, che non avevo mai incontrato: un’umanità che cerca calore e contatto. È un mondo ancor più nascosto rispetto a quello degli esuli. So che ci sono state delle tensioni fra i due gruppi, ma conoscerli in prima persona fa capire quanto siano speciali. In Istria ho provato cose simili a quando sono andato tra gli emigranti dell’Australia. Il 19 febbraio sarà a Trieste per presentare il libro tratto dallo spettacolo. Sì, il libro è qualcosa che avevo in mente da tempo, forse ancor prima dello spettacolo.
Credo sia più completo dal punto di vista storico: ho avuto modo di dilungarmi su questioni attinenti la storiografia. Ci sono poi racconti e aneddoti che non potevamo far entrare nello spettacolo: elaborandole abbiamo creato il libro. È in fondo un’opera collettiva dei tanti che ci hanno donato i loro ricordi.





90 - Il Tempo 11/02/14  La Rai ricorda (male) le Foibe.
La Rai ricorda (male) le Foibe Scoppia la bufera bipartisan
In onda il Gr Uno fa commentare le stragi ai partigiani dell’Anpi e disinforma gli ascoltatori sul numero delle vittime e degli esuli
 
Nel Giorno del Ricordo, c’è chi ricorda male. Uno dei massacri più crudeli della nostra storia recente, lo sterminio di migliaia di italiani nelle fosse carsiche dell’allora Juogoslavia, è stato ignorato per decenni, cancellato dai libri di storia, liquidato come un’operazione «antifascista». L’egemonia culturale della sinistra e il ponziopilatismo democristiano hanno permesso che, dopo l’orrore delle uccisioni di massa, la memoria delle vittime venisse beffata, silenziata, insultata. Con il pubblico rinoscimento di quanto accaduto nell’immediato dopoguerra a istriani, dalmati e giuliani sembrava che questo oltraggio potese aver fine. Così non è stato. Proprio ieri, nella giornata dedicata ai martiri (sì, martiri, perché sono morti senza colpa se non quella di essere italiani), il Gr della Rai ha affidato la rievocazione della tragedia delle foibe a un’associazione di partigiani, cioè i «compagni» di quelli titini che legavano le vittime con il filo di ferro l’una all’altra, spesso dopo aver violentato le donne, quindi le trascinavano sull’orlo di un burrone e sparavano un colpo in testa al più fortunato, spingendo infine tutto il gruppo giù nel vuoto. E lasciando morire i sopravvissuti senza neanche un colpo di grazia. Non solo. Sebbene ormai il numero di persone uccise sia valutato tra le diecimila e le quindicimila unità, nel programma radiofonico del servizio pubblico anche questo dato è stato falsato e si è parlato di cinquemila assassinati.
Una trasmissione che ha provocato reazioni di sdegno e di rabbia bipartisan. «Spiace che a distanza di tanto tempo ci sia ancora chi voglia negare la tragedia degli infoibati e dell’esodo degli italiani di Istria e Dalmazia. Ed è vergognoso quanto si è verificato durante una trasmissione del servizio pubblico, il Giornale Radio delle 8, dove il giorno del Ricordo è stato liquidato con un'intervista a un'esponente dell'associazione partigiani di Trieste, scelta quanto meno singolare - attacca il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, di Forza Italia - Nel servizio, tra l'altro, si sono minimizzati i numeri dell'esodo, compiendo un gravissimo atto negazionista oltre che di palese disinformazione non degna del servizio pubblico. Si è infatti parlato di 25mila esuli e 5mila morti infoibati, quando invece i numeri ufficiali delle Commissioni sulle foibe, seppur ancora incompleti, parlano di 250mila esuli e 15mila vittime», concluide Gasparri, annunciando di aver presentato un'interrogazione in Commissione di vigilanza. Ma critiche alla trasmissione arrivno anche dalla sinistra e dal centro: «Appare grave la sottovalutazione che il Gr Rai ha riservato alla tragedia delle Foibe. Chiederemo alla Vigilanza di richiedere spiegazioni al direttore Antonio Preziosi», affermano in una nota congiunta i segretari della commissione di Vigilanza Rai Michele Anzaldi (Partito democratico) e Bruno Molea (Scelta Civica). «Siamo di fronte all'ennesimo scivolone - spiegano i deputati Pd e Sc - Il Gr Uno delle 8 ha dedicato un breve servizio alla tragedia delle Foibe solo a fine edizione, suscitando tra l'altro diversi interrogativi sul taglio dato alla notizia. Nel giorno in cui il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, partecipa in Senato alla commemorazione solenne, appare una scelta poco comprensibile». Furibondi i Fratelli d'Italia. Anche loro annunciano un'interrogazione in Commissione Vigilanza per «chiedere al presidente Tarantola e al direttore generale Gubitosi di riferire sulla vergognosa trasmissione mandata in onda dal Giornale Radio Rai». Il presidente del deputati di FdI Giorgia Meloni ha poi spiegato che il partito presenterà «una lettera formale di protesta ai vertici di Viale Mazzini» e chiederà «agli italiani, attraverso il sito www.fratelli-italia.it, di scrivere al presidente Rai per far sentire forte il dissenso nei confronti di quello che è successo». È assurdo e inaccettabile, conclude Meloni che «a distanza di 10 anni dall'approvazione di una legge dello Stato che istituisce il Giorno del Ricordo ci sia ancora la volontà in Italia di negare o sminuire l'eccidio di decine di migliaia di italiani massacrati nelle foibe».




91 - Il Resto del Carlino 12/02/14  Lettere - Foibe, il riscatto della memoria quotidiana
Foibe, il riscatto della memoria quotidiana
Bologna, 12 febbraio 2014 - La programmazione tv del giorno 10 febbraio: giorno della memoria. Rai 3 ore 11 cerimonia del ricordo alla presenza di Napolitano, Rai 5 ore 16,15: Trieste la contesa; Rai 1 ore 23,50, quindi seconda serata, Magazzino18, tutto qua! Avrei sperato in un maggior spazio affinchè anche i giovani sappiano. Forse i morti nelle foibe sono di serie B?

Valeria Bianchi, Modena

Risponde il vicedirettore de il Resto del Carlino Beppe Boni

LA MEMORIA delle grandi tragedie dell’umanità non deve ammettere distrazioni. E invece con le vittime delle foibe le dimenticanze sono continuate per decenni. Oggi sono stati fatti grandi passi avanti rispetto a quando questo tragico capitolo della storia italiana non compariva nemmeno sui libri di testo scolastici. I dizionari alla voce foibe riportavano: «...inghiottitoi, o pozzi, della Venezia Giulia..». Le celebrazioni ufficiali ci sono state anche quest’anno, in Senato come presso altre istituzioni. Ma la memoria va coltivata meglio e sempre, in ogni angolo della vita quotidiana, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni. La Shoa non ha paragoni nel cammino dell’umanità. Ma anche le foibe raccontano uno scampolo di storia che, come per l’Olocausto, esige due parole: mai più.

Beppe Boni





92 - Secolo d'Italia 10/02/14 Gli italiani non sono stupidi
Gli italiani non sono stupidi: lo sappia chi ha nascosto la verità su foibe e golpe bianco

di Girolamo Fragalà

Gli italiani non sono più un popolo di santi, di poeti e di navigatori. Per una certa “casta” – la vera “casta”, quella che muove i burattini da dietro le quinte, oscura e complottista – siamo invece un popolo di ingenui, da plasmare come la creta, pronti ad essere imboccati cucchiaino dopo cucchiaino. Ma bisogna stare attenti, perché prima o poi anche chi è sotto ipnosi finisce per svegliarsi. In poche ore si sono alternate vicende che la dicono lunga su come si sia voluto e si continua a voler anestetizzare la gente. Il caso del “golpe bianco” contro il governo Berlusconi è di per sé gravissimo, non solo perché viviamo (o almeno crediamo di vivere) in un Paese che si autodefinisce democratico ma che permette a due o tre persone, a porte chiuse, di decidere chi dev’essere il premier e in che data deve accettare di esserlo, alla faccia di chi ha votato eleggendo i propri rappresentanti in Parlamento. Ma colpisce l’atteggiamento di chi, una volta smascherato, invece di chiudersi nel silenzio e arrossire, mostra indifferenza manco fosse ancora seduto in cattedra: «Nell’estate del 2011 ho avuto dal presidente della Repubblica dei segnali: mi aveva fatto capire che che in caso di necessità dovevo essere disponibile», ha infatti detto Monti. Che male c’è? Niente di male, se vista nella sua ottica, e cioè nell’ottica di chi crede di essere l’uomo della provvidenza, l’intoccabile, il genio. Che probabilmente ha un concetto distorto di democrazia. Un’altra ipnosi, che dura da decenni, riguarda la tragedia delle Foibe: tra telegiornali e giornali radio, dichiarazioni ufficiali e cerimonie, tutti ribadiscono la necessità del ricordo. Ma il ricordo presuppone che sia fatta chiarezza sulle responsabilità, altrimenti accade come nei fatti cruenti degli anni di piombo, dove si piangono le vittime ma i colpevoli non sono stati mai individuati. Non a caso nessuno dice chiaramente che le atrocità delle Foibe furono fatte dai comunisti di Tito, con l’«aiuto» dei comunisti italiani. Non è una cosa di poco conto, anche per una forma di giustizia nei confronti di quegli italiani uccisi senza aver commesso nulla e per troppo tempo dimenticati dai libri di storia. Ma il giochino della sinistra continua, basti pensare alle parole del presidente del Senato proprio sulle Foibe: «Dobbiamo dire che per troppo tempo si è cercato di far dimenticare e questo non deve più avvenire». Giustissimo. Ma avrebbe dovuto dire “chi” ha cercato di far dimenticare e “perché”. Lui si è fermato a una frase che all’apparenza può sembrare di svolta, ma che invece resta nel solco del non detto, una frase tanto furba quanto insidiosa. Il motivo è facile da capire. Tra il quasi non detto di Monti-Napolitano sul golpe e il non detto della sinistra sulle Foibe c’è sempre quella convinzione che gli italiani siano un popolo di creduloni. Ma attenti a non svegliare il can che dorme.








93 – Il Manifesto 09/02/14  Intervista a Matvejevic - Foibe, la dignità di un dolore corale

Foibe, la dignità di un dolore corale
Tommaso Di Francesco,
 Il Giorno del ricordo. A dieci anni dalla sua istituzione, un bilancio dello scrittore Predrag Matvejevic
«Certo che biso­gna tor­nare sulle foibe, ogni volta, ogni anno». A dieci anni esatti dall’istituzione del Giorno del Ricordo (il 10 feb­braio), il bilan­cio di Pre­drag Mat­ve­je­vic è ancora una volta cri­tico e insi­ste a «ricor­dare tutti i ricordi». Nel 2004 un’iniziativa revi­sio­ni­sta sto­rica della destra post-fascista, rici­clata e diven­tata di governo ed elet­to­ral­mente can­di­da­bile gra­zie a Sil­vio Ber­lu­sconi, portò a buon fine la sua bat­ta­glia nega­zio­ni­sta del pas­sato di cri­mini ita­liani nell’ex Jugo­sla­via. Cen­trando l’obiettivo di ridurre la pro­spet­tiva all’ultimo, infau­sto periodo, delle respon­sa­bi­lità slave. A que­sto punto di vista tutto l’arco costi­tu­zio­nale s’inchinò. Favo­rendo negli anni pro­cessi cosid­detti cul­tu­rali — fic­tion, ceri­mo­nie, opere tea­trali — di rimo­zione della verità sto­rica. Su que­sto abbiamo voluto ancora una volta ascol­tare per i let­tori del mani­fe­sto il grande scrit­tore dell’asilo e dell’esilio, l’autore di Bre­via­rio medi­ter­ra­neo — per citare solo una delle sue opere — che ama ancora defi­nirsi jugo­slavo. «A pro­po­sito di sto­ria, che ver­go­gna che qui, in Croa­zia, la Chiesa che ha così gravi respon­sa­bi­lità nella con­ni­venza con il nazi­fa­sci­smo e con l’ideologia usta­scia, abbia pra­ti­ca­mente diser­tato due set­ti­mane fa le cele­bra­zioni del Giorno della Memo­ria» ci dichiara subito Pre­drag Marvejevic.
Sono pas­sati dieci anni dall’istituzione di que­sta Gior­nata da parte delle isti­tu­zioni ita­liane, che ha sem­pre visto la pro­te­sta dei nostri sto­rici demo­cra­tici. Che bilan­cio va fatto?
Intanto che non biso­gna smet­tere di rac­con­tare la verità. André Gide diceva: «Biso­gna ripetere…nessuno ascolta». Ognuno, soprat­tutto in que­sta epoca sem­bra chiuso nella pro­pria sor­dità. Il bilan­cio non è posi­tivo, se a cele­brare il Giorno della memo­ria alla Risiera di San Sabba, il lager nazi­sta al con­fine tra due popoli, accor­rono anche post-fascisti abili a can­cel­lare i cri­mini del fasci­smo ita­liano nelle terre slave. E ogni anno abbon­dano fic­tion e rap­pre­sen­ta­zioni che invece di rac­con­tare il pathos col­let­tivo che riguarda almeno due popoli, ridu­cono tutto, nella forma e nei con­te­nuti, alla sola tra­ge­dia delle vit­time ita­liane. Ho scritto sulle vit­time delle foibe anni fa in ex Jugo­sla­via, quando se ne par­lava poco in Ita­lia. Ero cri­ti­cato. Ho avuto modo di soste­nere gli esuli ita­liani dell’Istria e della Dal­ma­zia (detti “eso­dati”). L’ho fatto prima e dopo aver lasciato il mio paese natio e scelto, a Roma, una via “fra asilo ed esi­lio”. Con­ti­nuo anche ora che sono ritor­nato a Zaga­bria. Con­di­vido il cor­do­glio ita­liano, nazio­nale e umano, per le vit­time inno­centi. Cre­devo comun­que che le pole­mi­che su que­sta tra­ge­dia, spesso uni­la­te­rali e ten­den­ziose, fos­sero finite. Invece si ripe­tono ogni anno, sem­pre più strumentalizzate.
C’è qual­che epi­so­dio par­ti­co­lare di stru­men­ta­liz­za­zione che ricorda?
Voglio ricor­dare il caso del 2008 dello scrit­tore di con­fine, il grande Boris Pahor. Ecco uno scrit­tore che ha fatto della cora­lità del dolore la sua mate­ria, e infatti ha rac­con­tato la tra­ge­dia dei cri­mini com­messi dai fasci­sti in terra slava e il lascito di odio rima­sto. Di fronte all’onorificenza che gli offriva il pre­si­dente della repub­blica Gior­gio Napo­li­tano, insorse dichia­rando che avrebbe detto no, l’avrebbe rifiu­tata, se dalla pre­si­denza ita­liana non arri­vava una chiara presa di posi­zione con­tro i silenzi sugli eccidi per­pe­trati da Mussolini.
Che cosa fu in realtà il cri­mine delle Foibe?
Sì, le foibe sono un cri­mine grave. Sì, la stra­grande mag­gio­ranza di que­ste vit­time furono pro­prio gli ita­liani. Ma per la dignità di un dolore corale biso­gna dire che que­sto delitto è stato pre­pa­rato e anti­ci­pato anche da altri, che non sono sem­pre meno col­pe­voli degli ese­cu­tori dell’ “infoi­ba­mento”. La tra­gica vicenda è infatti comin­ciata prima, non lon­tano dai luo­ghi dove sono stati poi com­piuti quei cri­mini atroci. Il 20 set­tem­bre 1920 Mus­so­lini tiene un discorso a Pola (non certo casuale la scelta della loca­lità). E dichiara: «Per rea­liz­zare il sogno medi­ter­ra­neo biso­gna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre; di fronte ad una razza come la slava, infe­riore e bar­bara». Ecco come entra in scena il raz­zi­smo, accom­pa­gnato dalla “puli­zia etnica”. Gli slavi per­dono il diritto che prima, al tempo dell’Austria, ave­vano, di ser­virsi della loro lin­gua nella scuola e sulla stampa, il diritto della pre­dica in chiesa e per­sino quello della scritta sulla lapide nei cimi­teri. Si cam­biano mas­sic­cia­mente i loro nomi, si can­cel­lano le ori­gini, si emi­gra… Ed è appunto in un con­te­sto del genere che si sente pro­nun­ciare, forse per la prima volta, la minac­cia della “foiba”. È il mini­stro fasci­sta dei Lavori pub­blici Giu­seppe Caboldi Gigli, che si era affib­biato da solo il nome vit­to­rioso di “Giu­lio Ita­lico”, a scri­vere già nel 1927: «La musa istriana ha chia­mato Foiba degno posto di sepol­tura per chi nella pro­vin­cia d’Istria minac­cia le carat­te­ri­sti­che nazio­nali dell’Istria» (da “Gerar­chia”, IX, 1927). Affer­ma­zione alla quale lo stesso mini­stro aggiun­gerà anche i versi di una can­zo­netta dia­let­tale già in giro: «A Pola xe l’Arena, La Foiba xe a Pisin», che ha fatto bene a ricor­dare su il mani­fe­sto nei giorni scorsi Gia­como Scotti nel suo sag­gio. Le foibe sono dun­que un’invenzione fasci­sta. E dalla teo­ria si è pas­sati alla pra­tica. L’ebreo Raf­faello Came­rini, che si tro­vava ai “lavori coatti” in que­sta zona durante la seconda guerra mon­diale ha testi­mo­niato nel gior­nale trie­stino Il Pic­colo (5. XI. 2001): «Sono stati i fasci­sti, i primi che hanno sco­perto le foibe ove far spa­rire i loro avver­sari». La vicenda «con esito letale per tutti» che rac­conta que­sto testi­mone, cit­ta­dino ita­liano, fa venire brividi.
Come è vis­suto il Giorno del Ricordo nell’ex Jugo­sla­via, quali “ricordi” reali va a risvegliare?
La sto­ria (con la S maiu­scola) potrebbe aggiun­gere alcuni altri dati poco cono­sciuti in Ita­lia. Uno dei peg­giori cri­mi­nali dei Bal­cani è cer­ta­mente il duce (pogla­v­nik) degli usta­scia croati Ante Pave­lic. E il campo di Jase­no­vac è stato una Ausch­witz in for­mato ridotto, con la dif­fe­renza che lì il lavoro mici­diale veniva fatto “a mano”, men­tre i nazi­sti lo face­vano in modo “indu­striale”. Aggiun­giamo che quello stesso cri­mi­nale Pave­lic con la scorta dei suoi più abietti seguaci, poté godere negli anni trenta dell’ospitalità mus­so­li­niana a Lipari, dove rice­ve­vano aiuto e corsi di adde­stra­mento dai più rodati squa­dri­sti. Le “cami­cie nere” hanno ese­guito nume­rose fuci­la­zioni di massa e di sin­goli indi­vi­dui. Tutta una gio­ventù ne rimase fal­ciata in Dal­ma­zia, in Slo­ve­nia, in Mon­te­ne­gro. A ciò biso­gna aggiun­gere una catena di campi di con­cen­tra­mento, di varia dimen­sione, dall’isoletta di Mamula all’estremo sud dell’Adriatico, fino ad Arbe, di fronte a Fiume. Spesso si tran­si­tava in que­sti luo­ghi per rag­giun­gere la risiera di San Sabba a Trie­ste e, in certi casi, si finiva anche ad Ausch­witz e soprat­tutto a Dachau. I par­ti­giani non erano pro­tetti in nes­sun paese dalla Con­ven­zione di Gine­vra e per­tanto i pri­gio­nieri veni­vano imme­dia­ta­mente ster­mi­nati come cani. E così molti giun­sero alla fine delle guerra acca­niti: “infoi­ba­rono” gli inno­centi, non solo d’origine ita­liana. Sin­gole per­sone esa­cer­bate, di quelle che ave­vano per­duto la fami­glia e la casa, i fra­telli e i com­pa­gni, ese­gui­rono i cri­mini in prima per­sona e per pro­prio conto. La Jugo­sla­via di Tito non voleva che se ne par­lasse. Abbiamo comun­que cer­cato di par­larne. Pur­troppo, oggi ne par­lano a loro modo soprat­tutto i nostri ultra-nazionalisti, una spe­cie di “neo-missini” slavi. Ho sem­pre pen­sato che non biso­gne­rebbe costruire i futuri rap­porti in que­sta zona sui cada­veri semi­nati dagli uni e dagli altri, bensì su altre espe­rienze. Ad esem­pio cul­tu­rali… Per que­sto auspico la pro­cla­ma­zione con­giunta de “Il giorno dei ricordi”. E que­sto mi sem­bra il nuovo inten­di­mento che emerge e per i quale dob­biamo batterci.



94 - Il Piccolo 12/02/14 Il lungo elenco di donne deportate e infoibate che l'Italia ha cancellato
Il Lungo elenco di donne deportate e infoibate che l’Italia ha cancellato

storia - il libro

Alessandro Mezzena Lona
 
Un saggio di Giuseppina Mellace riassume il dramma delle stragi nella Venezia Giulia, ma rimane la distanza tra memoria locale e nazionale

di Pietro Spirito «Le foibe rappresentano una storia dimenticata, negata, volutamente rimossa per decenni, di cui solo da qualche anno si è incominciato a parlare». Sin dalle primissime righe della premessa al libro “Una grande tragedia dimenticata - La vera storia delle foibe” (Newton Compton, pagg. 328, euro 9,90) di Giuseppina Mellace, un’insegnante del ’57 nata a Roma che, ci informa la nota editoriale, si diletta in “pièces teatrali, saggi, romanzi e racconti, soprattutto di tema storico”, si può avere un’idea di quanta distanza esista ancora tra la memoria depositata delle terre giuliane e l’immaginario collettivo del resto d’Italia. Delle foibe, naturalmente, fior di storici si sono occupati sin dall’immediato dopoguerra, con un fiorire di nuovi studi e ricerche in grado di scandagliare a fondo il fenomeno, che ha preso l’abbrivio nei primissimi anni Novanta, in contemporanea con la dissoluzione della Repubblica Federativa Jugoslava.

Anche se, come ha sottolineato di recente Raoul Pupo - uno dei massimi esperti riconosciuti sul fenomeno delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata - nel corso della conferenza pubblica al Teatro Verdi di Trieste organizzata nell’ambito del ciclo “I giorni di Trieste”, la questione rimane complessa e dai contorni sfumati, soprattutto per quanto riguarda il numero delle vittime. Dunque nessuna “storia dimenticata”, almeno sul piano della storiografia locale e della memoria non solo privata, anche se sì, è vero, nel resto d’Italia l’oblio - voluto e perseguito da tanti governi e forze politiche - calato sui massacri dell’immediato dopoguerra è un fatto innegabile, e solo dopo la visita dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga alla Foiba di Basovizza nel 1991, diventata monumento nazionale l’anno dopo con Scalfaro, si è aperta la strada verso il riconoscimento ufficiale (Giorno del Ricordo) di quegli eventi. Sono quindi più di vent’anni dal primo riconoscimento ufficiale, e non “qualche anno”. Certo, rimane lo iato enorme fra la percezione del “fenomeno foibe” che si ha nella Venezia Giulia e il resto della nazione.

Il libro di Giuseppina Mellace è esemplare in questo senso: una specie di corposo “bignami”, un regesto che mette insieme molti tasselli di quella realtà e che ha il pregio di funzionare da manuale d’accesso per una prima escursione in un capitolo complesso della storia contemporanea d’Italia, per molti versi materia ancora ribollente. Attingendo a una dichiaratamente corposa bibliografia, l’autrice parte da un breve inquadramento storico del primo Novecento nella “regione giulana” per passare alla repressione fascista antislava e ai campi d’internamento italiani (questa sì, storia dimenticata) e quindi approdare alle foibe del ’43 e del ’45, alla liberazione di Trieste, all’esodo, alle foibe del dopoguerra, il tutto con particolare attenzione al destino delle vittime donne, comprese le slave vittime dei militari italiani (è il taglio più originale del libro).

Non mancano, nel volume, appendici quali l’elenco delle donne infoibate o deportate (e di quelle epurate a Trieste, Gorizia e Pola) nonché documenti quali l’Accordo di Belgrado del 9 giugno ’45, alcuni articoli del Trattato di pace del 10 febbraio ’47 e del Trattato di Osimo. Materia vasta, dunque, forse troppo per chi davvero la considera - dal punto di vista storico - tragedia “dimenticata”, e qua e là l’autrice pasticcia un po’ e ogni tanto inciampa in qualche confusione (per esempio sui giorni di Trieste si leggono frasi del tipo: «I soldati italiani saranno dirottati su altre zone secondarie e dovranno attendere il 20 maggio (1945, ndr) per entrare in città...», oppure «i neozelandesi, arrivati ventiquattro ore dopo, si scontrarono da subito con i titini»), mentre altrove tralascia particolari non secondari come i sondaggi nella Foiba di Basovizza effettuati dall’esercito italiano nell’autunno del ’57. A dimostrazione che quella delle foibe è materia da maneggiare con cura, e solo dopo lunga e meditata frequentazione.

Va dato atto all’autrice dello sforzo compiuto nel tentativo di aprire una finestra in più sulle stragi delle foibe. Quelle che riguardano in particolare gli italiani, perché non va dimenticato - e Giuseppina Mellace ne fa cenno - che migliaia di slavi anticomunisti - domobranci sloveni, ustascia croati e cetnici serbi - fecero la stessa fine. Resta aperta una riflessione su quanto il dramma delle foibe - ma anche dell’esodo e in generale delle complesse e dolorose vicende di queste terre - fatichi ancora a trovare una giusta collocazione nell’immaginario degli italiani, percorso che dovrebbe iniziare - o almeno continuare con più incisività - nelle scuole, e perché no anche nel campo dell’arte, come ha già dimostrato di poter fare Simone Cristicchi con il suo “Magazzino 18”. p_spirito

IL ROMANZO

Una ragazzina tra omicidi e ombre inquiete al tempo di Tito

 
Che grande tentatrice è la Storia. Attrae gli scrittori verso il suo pozzo inesauribile di destini, scenari, vicende. Regala a piene mani trame ridondanti di emozioni, di suspense. E spesso confonde loro le idee. Costringendoli a cucinare romanzi troppo saporiti, dove la realtà dei fatti rivaleggia con una fantasia esagerata. Mariella Alberini, che ha già alle spalle parecchi romanzi, si è innamorata di una delle storie più trascurate nel Novecento italiano. Quella che ha insanguinato il confine orientale. Tra violenze fasciste, raid nazisti, morti ammazzati nelle foibe, migliaia di italiani terrorizzati dai partigiani titini e costretti ad abbandonare la propria casa in Istria e in Dalmazia. Su questi tenebrosi scenari ha pensato di innestare una storia tutta sua. Ha preso forma così il romanzo “La ragazzina”, che la giornalista e scrittrice nata ad Alessandria, e insignita della laurea honoris causa all’Università di Tblisi, pubblica con Mursia (pagg. 233, euro 18). Un impasto di storie vere e inventate. Una sorta di thriller con le radici ben piantate nella Storia. Protagonista del libro è una ragazza di 17 anni, Elis, che si innamora di un ex militare nazista e ottiene dai genitori il permesso di sposarlo. Attorno a lei, che scopre ben presto quanto difficile sia vivere lontano da tutti, in Carinzia, con un uomo molto più vecchio, prendono forma strani omicidi. La ragazzina trova prima una giovane slovena morta nel bosco, poi una bambina stecchita nel bagno di un albergo di lusso. È l’inverno del 1956 e mentre l’anonimo assassino continua a mietere vittime, tra l’Italia, l’Austria e la Jugoslavia si gioca una partita durissima che mette in campo gli uomini dell’Ozna, polizia segreta di Tito, quelli della Cia, senza dimenticare i sicari dell’Urss. Se non bastasse, Mariella Alberini complica la storia raccontando il terribile destino dei prigionieri nell’inferno di Goli Otok. L’isola calva dove finivano gli oppositori di Tito. E la sovrappone a un commercio di bambini destinati a soddisfare le turpi voglie di insospettabili pedofili. Lodevole, senza dubbio, l’idea di raccontare storie della Storia troppo a lungo dimenticate. Ma così si finisce solo per confezionare un gran fritto misto. Decisamente stucchevole.


95 - Mailing List Histria Notizie 13/02/14 Poesie – Foiba

FOIBA

Foiba
parola
che toglie dignità all’ uomo.
Foiba
parola
che come filo d’ acciaio
taglia l’ anima.
Mani e piedi
legati dall’ odio
gettati ancor vivi nell’ oscurità.
Uomini
Donne
Padri
Madri
massacrati dalla follia umana.
Quando il tempo
sembra annebbiare le coscienze
e le pietre del Carso
sono avvolte dalla notte,
urla silenziose
si levano dalle materne viscere della terra
a reclamar memoria e umanità.

Classi terze della scuola secondaria di primo grado “ Mons. Carozzi” – Seriate (Bergamo)               Anno scolastico 2013/2014



Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it