MAILING LIST HISTRIA

RASSEGNA STAMPA SETTIMANALE

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 907 – 22 Febbraio 2014
    
Sommario


96 – La Voce del Popolo 17/02/14 Attraverso l'esodo giuliano-dalmata si riflette il dramma di milioni di profughi (Ilaria Rocchi)
97 - L'Arena di Pola 17/02/14  Ricordare per risanare (Paolo Radivo)
98 - Alto Adige 17/02/14 Il  ”ricordo”  in un citta' di esuli (Paolo Campostrini)
99 - Avvenire 14/02/14 Lettera di Piero Tarticchio
100 - Il Giornale 18/02/14 Veneziani: Dalle colpe dei padri alle vergogne dei figli (Marcello Veneziani)
101 - Il Piccolo 11/02/14 Gorizia: Romoli: «Ci dicano dove sono i resti dei goriziani», la drammatica testimonianza dell'esule Vivoda (Marco Bisiach)
102 - Il Gazzettino 11/02/14 Orietta Politeo sovrintendente alla conservazione del cimitero di Zara: "Così mi prendo cura dei nostri morti"
103 – La Voce del Popolo  15/02/14  Cultura .  Fiume: «Magazzino 18» andrà in scena in Teatro (Ileana Rocchi)
104 – La Voce del Popolo  18/02/14 Cultura - Dramma umano che simboleggia le condizioni di tutti gli esuli (Ilaria Rocchi)
105 - Il Piccolo 18/02/14 Portoré: Fondi Ue per il restauro del castello di Frangipane (Andrea Marsanich)
106 – La Voce del Popolo  17/02/14 Isola Calva, il progetto stenta a decollare
107 - Il Piccolo 18/02/14 Serracchiani a Napolitano: «Onoriamo anche gli italiani caduti con la divisa austroungarica»
108 – La Voce di Romagna 04/02/14 Pepi e l'affondamento del CB 21 (Aldo Viroli)
109 – La Voce di Romagna 11/02/14 Giovanni Ruzzier: Prigioniero dell’Udba a 15 anni il ritorno di Trieste all’Italia il 26 ottobre 1954 (Aldo Viroli)

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arcipelagoadriatico.it/


96 – La Voce del Popolo 17/02/14 Attraverso l'esodo giuliano-dalmata si riflette il dramma di milioni di profughi
Attraverso l’esodo giuliano-dalmata si riflette il dramma di milioni di profughi

Ilaria Rocchi
 
È febbraio. Ed era febbraio in quel lontano 1956, quando la piccola Marinella, profuga in fasce, moriva assiderata nel campo di Padriciano. E anche se oggi fuori, tutto sommato, non fa freddo, dentro, al Magazzino 18 nel Punto Franco Vecchio del Porto di Trieste, la punta del naso pizzica e il fiato gela. Dalla bocca di Piero Delbello, che parla e parla con foga, è come se si elevassero delle nubi, si materializzasse in un certo senso lo spirito del luogo che, in qualità di direttore dell’Istituto regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, spiega ai visitatori. Ed è quasi come se acquistassero una qualche forma di vita implicita i volti senza nome e apparentemente senza storia degli esuli giuliano-dalmati, le cui fotografie sono appese all’ingresso, le loro cose misere e preziose al contempo, cose morte, dimenticate, polverose.

Grazie all’iniziativa dell’IRCI, quasi sessant’anni dopo la perdita della sorella Marinella, la signora Fiore Filipaz è potuta entrare in questo che è il luogo del ricordo per antonomasia della tragedia degli esuli giuliano-dalmati. E come lei tanti che quel dramma lo hanno vissuto in prima persona, oppure indirettamente, attraverso il racconto – spesso solo parziale, frammentario – di genitori, nonni, zii, parenti. Un giovane della Guardia di Finanza, dall’accento chiaramente del sud, accompagnato da un collega, ha voluto fare pure lui il tour al Magazzino 18, forse per recuperare alcuni rami delle sue radici “bumbare”, dei Delton.
La gente da quel luogo ne esce commossa, provata; fa un certo effetto completare il percorso: c’è chi ha le lacrime agli occhi, chi rimane ammutolito, chi bisbiglia sommessamente “Grazie, Piero”, chi addirittura dimentica di ritirare all’uscita i propri documenti. E sono ancora in tanti – oltre 1.500, in crescendo – in attesa di poter visitare questo “museo”, la cui apertura è stata prorogata ancora a questa settimana, e chissà (è la speranza) forse anche oltre... L’organizzazione è impeccabile, direttore e volontari dell’IRCI si preoccupano che tutto fili liscio, i gruppi vanno e vengono portati a destinazione da un pulmino-navetta dell’Autorità portuale.

Un serpente a più teste

Il percorso inizia dalla sala dei ritratti fotografici, singoli o di gruppo (come quell’dell’Associazione mutilati e invalidi di guerra 1915-1918, Sezione di Capodistria), i più coperti dal velo dell’anonimato, ma ricchi di messaggi. È una sorta di prologo. Dalla normalità si passa all’inizio dell’odissea, alle immagini di gente con la valigia in mano che lascia per sempre la propria terra. Come la giovanissima Egea Hefner, oggi in Alto Adige, figlia di un usciere della Prefettura di Fiume, portato via dai partigiani e mai più ritornato. Delbello disegna l’esodo come un serpente a “tre-quattro teste”.

La prima (anche se per la Dalmazia tutto era incominciato ancora molto addietro, a fine Ottocento e dopo la Prima guerra mondiale) è l’esodo che inizia all’indomani dell’Armistizio, con gli infoibamenti del settembre-ottobre 1943, 500 morti accertati, tra cui anche innocenti, come la giovane Norma Cossetto, violentata e straziata nel corpo da diciassette di partigiani titoisti, perché figlia di un proprietario terriero italiano di fede fascista. La seconda “testa” sono le partenze del maggio 1945, soprattutto da Fiume, all’arrivo dei partigiani e del loro insediamento al potere. Un’altra è quella del ‘47, dopo il Trattato di Pace di Parigi, che svuota le cittadine dell’Istria e anche la Pola operaia, che in un sistema come quello jugoslavo avrebbe dovuto sentirsi “nel paradiso socialista”; la quarta e l’ultima “testa” riguarda il ‘54, quando dopo il Memorandum di Londra se ne vanno migliaia di italiani dell’ex Zona B del Territorio Libero di Trieste.

Il dramma dello sradicamento

Il viaggio prosegue: gli esuli arrivano in Italia. L’accoglienza sarà glaciale, quella dei campi profughi – l’ultimo chiuso appena nel 1975 –, casermoni (e persino l’ex lager Risiera) in cui ricostruirsi un’esistenza normale, in condizioni al limite dell’umano, dentro recinti guardati a vista dalla polizia civile, tra stracci e giacigli di fortuna, con coperte come muri divisori... Ricominciare è difficile, c’è un marchio che pesa come un’onta, c’è la vergogna della miseria, la depressione e la certezza dell’identità  perduta... Molti finiscono in Argentina, Canada, Uruguay, Stati Uniti... lasciandosi per sempre alle spalle i resti di una vita. Con l’esodo si formano cataste di masserizie accumulate nei magazzini portuali, che verranno fatte confluire a Trieste, capitale morale dell’esodo.
La luce è fioca, si percorrono gli stretti corridoi del magazzino 18, corridoi e spazi immensi, con tonnellate di mobilio (letti, armadi, tavole, sedie, credenze, specchiere, cassapanche, bare, addirittura un gabinetto portatile...) attrezzi da lavoro, libri, quaderni di scuola, quadri, ritratti, fotografie, sacchi di carte e documenti personali, piatti, posate, bicchieri, stufe a legna o carbone e suppellettili di ogni tipo e valore, medicine, carretti, bilance, macchine per cucire. Si può ricostruire la vita domestica di molte famiglie: stanze, cucine, laboratori artigiani, negozi, una scuola.

La storia di milioni di profughi nel mondo

Su tutto si staccano le cataste di sedie. “La sedia è l’anima delle masserizie – spiega Delbello –, perché è l’oggetto che accompagna la vita di un uomo ed è quello che rappresenta il senso dell’esistere come essere umano. Sulla sedia ci si siede di mattina, appena svegliate, a pranzo, a cena, dà il senso della casa”. E per questo gli esuli si portarono dietro ciascuno la propria sedia.
Le masserizie nel 1978 erano destinate alla distruzione, ma dopo un ultimo appello prefettizio ai proprietari, vennero invece donate all’IRCI. Sistemate alla belle buona al Magazzino 22, quando questi venne demolito per far posto all’Adria Terminal – e sotto i colpi delle ruspe andò persa una parte degli oggetti – vennero prima portate al magazzino 26 e infine al Magazzino 18, qui ordinate per tipo dai volontari, allestendo una sembianza di percorso espositivo.
Forse è giunto il momento di raccogliere questi testimoni muti in un museo (magari il restaurato magazzino 26), una specie di Ellis Island che – a differenza del Civico Museo di via Torino 8, che raccoglie le tracce della cultura, della civiltà istriana, fiumana e dalmata – possa raccontare l’esodo, le fasi della permanenza nei campi profughi, questa pagina di storia italiana e al contempo di milioni di profughi di tutto il mondo senza nome, “costretti a lasciare la propria terra, per sfuggire alla povertà, all’odio, alla guerra”, come conclude Simone Cristicchi nel suo spettacolo sul Magazzino 18.

Intanto, è in preparazione un altro percorso guidato, stavolta a Padriciano: sarà un viaggio nella dura realtà dei campi di accoglienza. Prenotazioni all’IRCI.

Ilaria Rocchi



97 - L'Arena di Pola 17/02/14  Ricordare per risanare
Ricordare per risanare

Il decennale del Giorno del Ricordo ha suscitato in tutta Italia, ma anche all'estero, una marea di iniziative, riscontrando un'attenzione dei media e dell'opinione pubblica superiore al passato. Per la prima volta la cerimonia nazionale ha avuto luogo nell'aula del Senato, invece che al Quirinale. Tale soluzione ha consentito una maggiore affluenza di pubblico in una cornice altrettanto prestigiosa e suggestiva. Erano presenti le massime autorità istituzionali assieme alle delegazioni dei sodalizi degli Esuli e ai vincitori del concorso scolastico frutto del Gruppo di lavoro istituito al Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca. Non dunque un declassamento, un passo indietro, un disimpegno, bensì un rilancio. Del resto era logico che fosse uno dei due rami del Parlamento, la “Camera alta”, a celebrare solennemente i dieci anni di una legge, la 92/2004, che ha senza dubbio costituito una svolta.
Il Presidente Pietro Grasso, seconda carica dello Stato, ha svolto la sua funzione cerimoniale non solo con grande impegno, ma anche con sincero coinvolgimento emotivo, tanto da aggiungere poi una visita a Trieste, ovvero alla città rimasta italiana che conobbe direttamente le tragedie di 70 anni or sono, per un triplice omaggio alla Foiba di Basovizza, in Prefettura e in Municipio. Le allocuzioni di Grasso e delle altre autorità sia a Roma sia a Trieste si sono rivelate tutt'altro che di circostanza e hanno confermato che con il Giorno del Ricordo la Repubblica Italiana sta davvero reintegrando gli Italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia nel corpo sociale della Nazione e che ne sta facendo conoscere storia e caratteristiche a tutti gli altri connazionali, dopo decenni di autentico ripudio.
E' un'opera di lungo periodo che, come ha rilevato Grasso, non può certo compiersi il solo 10 febbraio, ma va estesa a tutto l'anno. Ed ha una valenza duplice: se da un lato fa sentire agli Esuli che la loro Patria non li rinnega più, dall'altro restituisce a tutti gli Italiani il senso di essere Nazione nel riconoscere questi loro confratelli troppo a lungo rinnegati. Insomma: la parte si riconosce nel tutto e il tutto si riscopre nel ritrovare una sua parte dimenticata.
La lettura dei discorsi istituzionali riportati alle pagine 2 e 4 crediamo risulterà confortante per chi ha sofferto l'oblio forse più ancora dell'esilio stesso. Le pagine 5 e 16 forniscono inoltre solo un piccolo assaggio dell'impressionante mole di manifestazioni che hanno connotato questo Giorno del Ricordo davvero particolare. Per mancanza di spazio non abbiamo potuto citarne che alcune, ripromettendoci di informare su altre nel prossimo numero, consapevoli che dar conto di tutte sarà impossibile. Amministrazioni di ogni latitudine e colore politico, insieme ai sodalizi degli Esuli e ad organismi della società civile, hanno celebrato questa solennità civile di tutta la Nazione con più solennità e minore imbarazzo del solito. E finalmente ciò è avvenuto anche in Istria.

La pagina 3 evidenzia poi l'inedito interesse dimostrato dalle tv (ma anche da radio e giornali, per tacere di Internet), nonché la maggiore accuratezza dei servizi giornalistici, senza più indulgenze verso giustificazionisti e minimalisti. A non pochi ascoltatori è giunto così il messaggio che gli Infoibati non erano criminali di guerra, ma vittime di un regime rivoluzionario teso a sbarazzarsi di tutti i suoi potenziali oppositori, e che gli esuli non erano fascisti in fuga dalla giustizia popolare o dal paradiso dei lavoratori, ma cittadini italiani di vario orientamento politico costretti ad abbandonare la propria Piccola Patria per rimanere tali.

Un Giorno del Ricordo così sentito e solenne non poteva che suscitare il disappunto di pochi residui fanatici, che hanno sfogato la loro intolleranza non solo contro alcuni simboli gremita durante la cerimonia  memoriali, ma anche contro Simone Cristicchi, che da mesi si sta esponendo come forse nessun altro mai a favore della causa giuliano-dalmata con spirito umanitario. Il guaio per questi bellicosi ultra-comunisti è che lo sta facendo con grande successo e persuasività presso un vasto pubblico, venendo a ragione identificato come il Redentore degli Esuli. Da ciò gli insulti e le minacce, che però squalificano solo i responsabili e confermano che il cantante-attore-scrittore ha davvero colpito nel segno. Le note stonate, in un'Italia che sta appena cominciando a metabolizzare la questione giuliano-dalmata, non potevano dunque mancare. Ma non sono state numerose, a fronte delle tante intonate, e hanno spesso ricevuto la condanna delle autorità come pure di alcuni media.

Altamente apprezzabile ci è parsa la nota dalla Presidente della Camera Laura Boldrini, eletta nelle liste di Sinistra Ecologia e Libertà: «Con questa giornata le istituzioni compiono un atto riparatore perché quell'orrore è stato per troppo tempo rimosso e perfino negato. Migliaia di italiani vennero privati dei loro diritti, dei loro beni e della loro stessa vita. Tanti furono costretti a fuggire. A loro va la nostra gratitudine. Ricordare è essenziale affinché non si ricada più nella spirale dell'odio e della violenza». Ammirevole anche la dichiarazione della deputata Tamara Blazina, appartenente alla minoranza slovena ed ex comunista: «Nulla di ciò che accadde al confine orientale può essere giustificato: né la repressione di sloveni e croati da parte del fascismo, né la violenza subita dalla comunità italiana con l'uccisione di tanti cittadini innocenti; né soprattutto può avere giustificazione il drammatico e forzato esodo di gran parte della comunità italiana».
Nell'esprimere soddisfazione per l'esito complessivamente fruttuoso di questo Giorno del Ricordo, non ci vogliamo tuttavia nascondere le questioni ancora aperte. Bene ha fatto il rappresentante delle associazioni degli Esuli Antonio Ballarin a ricordare a Palazzo Madama che lo Stato italiano ha ancora un conto in sospeso con molti Esuli: quello delle loro proprietà arbitrariamente sottratte da Tito e poi usate da Roma per completare in natura il pagamento dei danni di guerra alla Jugoslavia. Se il promesso indennizzo equo e definitivo suona ormai come una chimera, non dovrebbe essere difficile per il Governo italiano, in un clima di relazioni mai così buone con Croazia e Slovenia, ottenere la restituzione dei 679 beni in libera disponibilità previsti da un accordo del 1983 e aprire anche ai cittadini italiani esclusi dai trattati la possibilità di beneficiare delle leggi croate e slovene sulla restituzione dei beni espropriati in epoca jugoslava.

Ma di questioni insolute ve ne sono anche altre: si pensi solo ai persistenti “errori” di carattere anagrafico o al mancato riconoscimento dei lavori forzati cui furono costretti non pochi istriano-fiumano-dalmati sotto il tallone jugoslavo. E c'è altresì l'esigenza strategica di far sopravvivere la cultura istriano-fiumano-dalmata di lingua italiana non solo fra le comunità degli Esuli e dei loro discendenti, ma anche nell'Adriatico orientale, dove è stata ridotta ai minimi termini.
L'auspicio è che il Giorno del Ricordo appena trascorso stimoli la risoluzione anche di queste problematiche, abbia cioè una valenza risarcitoria, terapeutica, volta a risanare le ferite. Resta insomma ancora molto da fare, ma i progressi compiuti ci incoraggiano a proseguire con serenità.

Paolo Radivo



98 - Alto Adige 17/02/14 Il  ”ricordo”  in un citta' di esuli
IL «RICORDO» IN UNA CITTÀ DI ESULI
Paolo Campostrini
In fondo, siamo una città di esuli. Non ci sono solo i Benussi, fuggiti da Fiume, o Salghetti, un dalmata. Tutti sono stati cacciati da qualcosa. Durnwalder ha detto di sentirsi austriaco, anche lui vive lo strappo di tanti sudtirolesi. Il fondatore della Svp, Friedl Volgger, era un optante, ma optare voleva dire comunque dividersi in due e lasciare altrove una parte di sé. Nove decimi degli italiani hanno le tombe di famiglia lontane, di nonni o padri. Mezza Bolzano è andata, tornata, fuggita, restata, avanti e indietro dai confini. Per questo la "giornata del ricordo" in memoria dei martiri delle foibe e dei profughi istriani, di qualche giorno fa, merita una riflessione.
Per due ragioni. La prima. Non viene più nascosta. Non è più una commemorazione di destra, di chi sventola il Tricolore come un bastone. Così come il muro del Lager non è più un altare della sinistra. Le tragedie vanno e vengono e i responsabili hanno sempre facce diverse. Bolzano ha capito che è inutile dividerle per colore, meglio tenerle insieme e trovare le comuni radici nel dolore chi è rimasto, nel ricordo degli scomparsi e nel rifiuto di guerre e dittature. Questo è stato importante in generale, ma lo è stato per Bolzano in particolare. Anche la giornata in memoria della Shoah ha avuto un significato simile. Ma questa, del ricordo, tocca molto da vicino la comunità italiana, che tra Trento, Trieste, Fiume, lingue da difendere ha spesso trovato nelle ingiustizie vissute sul confine orientale un modo per guardare a questo confine abbastanza di sbieco. E' stata una giornata vissuta in comune, con le stesse facce di chi aveva commemorato poco tempo prima l'immane disgrazia del Lager e del nazifascismo. La seconda ragione è più trasversale. E tocca tutti. Italiani e tedeschi. Non si dovrebbe mai smettere di riflettere su quanto è sottile il tratto di strada che divide la pace (pur malsopportata) dalla guerra. Quanto avrebbe potuto essere simile la sorte del Brennero e dell'Alto Adige a quella del confine italo-sloveno. Sarebbe bastato un niente. Uno spostamento di qualche chilometro nello scacchiere strategico negli ultimi anni di guerra, un cambiamento d'umore dei vincitori, un voto di troppo o di meno nel corso delle trattative di pace. E allora chi sarebbe rimasto di qua? O di là? I tedeschi o gli italiani? Oppure : una bomba di troppo negli anni bui, o una repressione brutale e l'Alto Adige poteva balcanizzarsi. Il giorno del ricordo ci aiuta, infine, anche a relativizzare. Le opzioni? Un dramma. E le foibe? E 400 mila italiani senza più una casa, via dai loro campi, dalle loro proprietà secolari? C'è sempre un modo peggiore di stare al mondo. In conclusione. Questo "giorno" può suggerirci una considerazione. Non sarebbe male accettare una volta per tutte di non essere una città come le altre. Bolzano non è mai stata etnicamente pura, è sempre stata sospesa tra il voler essere qualcosa di diverso e il timore di non farcela. E' una città esule. Come fosse alla ricerca di una patria senza se e senza ma e non la trovasse mai. Anche l'autonomia, vista coi tempi lunghi, potrebbe costituire un modo per definire una diversità, uno stato di perenne, ma strutturata, precarietà. A pensarci, non è un brutto stare: costringe a essere vigili, leggeri, a non fermarsi sugli allori  e a guardare le cose in un modo diverso. Esuli ma non più in fuga.       



99 - Avvenire 14/02/14 Lettera di Piero Tarticchio

Lettera di Piero Tarticchio

Caro direttore,
Sono un testimone dell’immane tragedia che si abbatté sulla Venezia Giulia e sulla Dalmazia all’arrivo delle bande slavo comuniste di Tito nel 1943 e nel 1945.
Nella mia famiglia sette familiari, a cominciare da mio padre sono stati infoibati con la sola accusa di essere italiani. La Giornata del Ricordo di quest’anno (anche per merito di Avvenire, che tra tutti i giornali italiani ha dato maggior risalto alle nostre storie) ha visto più attenzione da parte dei media. Peccato che il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia non si sia presentato alla cerimonia ufficiale tenuta il 10 febbraio presso il cippo di Largo Martiri delle foibe mandando a dire, da un suo rappresentante, che proprio non ce la faceva venire perché non aveva tempo.
In quella occasione io ho preso la parola a nome di tutti gli esuli giuliano dalmati soffermandomi sulle ingiurie deliranti a noi rivolte della frangia più estrema della sinistra Italiana, quest’anno affiancata anche dai Centri sociali, la quale continua a perseguire un programma di disinformazione ritornando su vecchie tesi negazioniste, ormai abbandonate da trent’anni.
Il 10 febbraio, un Consigliere di Rifondazione comunista della zona 9 di Milano, “sinistra per Pisapia”, tale Leonardo Cribio di anni 29, ha scritto su Facebook la frase farneticante “… nelle foibe c’è ancora posto”. Dopo essersi scusato Cribio ha rincarato la dose dicendo “… quattro fascistelli mi hanno fatto togliere il post solo perché ho detto la verità sulle foibe”. Duole sapere che Pisapia si sia limitato a un semplice biasimo nei confronti del suo rappresentante di zona 9. Se le stesse parole fossero state rivolte agli ebrei nei giorni della Shoa sostituendo le foibe con i forni crematori sarebbe scoppiato uno scandalo nazionale.

Piero Tarticchio
Nessun titolo accademico ma solo esule istriano, figlio di un infoibato
    





100 - Il Giornale 18/02/14 Veneziani: Dalle colpe dei padri alle vergogne dei figli
Dalle colpe dei padri alle vergogne dei figli

di Marcello Veneziani

I ragazzi stanno uscendo dal liceo classico «Colletta» di Avellino e Antonio Sicuranza, magistrato, è in auto in attesa che esca suo figlio Michele, terzo liceo. Vede assembrarsi un capannello
di ragazzi intorno a suo figlio.

Aria minacciosa e sguardi truci, suo figlio impassibile, quando un ragazzo spalleggiato da altri due gli molla un ceffone in pieno viso. Il magistrato scende dall`auto, chiede spiegazioni ma l`autore della bravata gli dice che non si deve intromettere perché «quello» non deve parlare. «Ah sì... e
perché non deve?». Risposta secca: «Perché è un fascista e già altre vo lte si è permesso di commentare con le sue idee da fascista, cosa che non deve fare».

L`insolenza di Michele è di aver letto in bacheca l`orrenda frase «nelle foibe c`è ancora posto» e di aver commentato con un post: «Ho i brividi».

Il magistrato obietta all`aggressore che un conto sono le idee, un altro alzare le mani, aggiungendo che «quel fascista» era suo figlio. La risposta è secca: «E non vi vergognate di avere un figlio così?».

L`altra settimana bisognava vergognarsi dei propri padri, ora la vergogna si sposta sui propri figli. Bella semina.

Il magistrato mi ha scritto precisando il nome dell`autore della sciagurata frase sulle foibe, l`aggressore è suo fratello. Ometto i nomi, di famiglia-bene, per non alimentare spirali
di intolleranza. Ma se fossero i due fratelli a doversi vergognare a vicenda?
Piccola cronaca, come tanti casi analoghi, da un Paese che perde tutto - lavoro, fiducia, ideali, amore – meno l`odio.








101 - Il Piccolo 11/02/14 Gorizia: Romoli: «Ci dicano dove sono i resti dei goriziani», la drammatica testimonianza dell'esule Vivoda
Romoli: «Ci dicano dove sono i resti dei goriziani»
L’appello del sindaco alla cerimonia dell’Anvgd in occasione del Giorno del ricordo. Consegnati dal prefetto Zappalorto i riconoscimenti ai parenti delle vittime.
 La drammatica testimonianza dell’esule Vivoda
di Marco Bisiach
 «Dobbiamo fare il possibile per sapere ancora dove sono stati infoibati i nostri concittadini e i nostri cari, per poter avere un luogo dove portare un fiori». Così, con un auspicio per il futuro, il sindaco di Gorizia Ettore Romoli ha chiuso ieri sera il suo intervento alla cerimonia per il Giorno del Ricordo che si è svolta alla Fondazione Carigo di via Carducci, a Gorizia. Un intervento nel quale il sindaco si è detto onorato di aver fatto parte del Parlamento che votò per l'istituzione di questa giornata tanto significativa.
All'incontro organizzato come ogni anno dall'Anvgd hanno preso parte tutte le autorità civili e militari della città e al microfono si sono alternati per un saluto e un intervento la presidente goriziana dell'Anvgd Maria Grazia Ziberna, il presidente nazionale Rodolfo Ziberna – che ha ricordato come ancora oggi sui libri di scuola la storia delle foibe e dell'esodo non trovi adeguato spazio – e il presidente della Lega Nazionale di Gorizia, Luca Urizio.
Poi il prefetto Vittorio Zappalorto ha consegnato i riconoscimenti ai discendenti delle vittime delle foibe: gli insigniti di quest'anno sono stati Valentino Andaloro, in memoria del nonno Giuseppe, carabiniere catturato dai partigiani e presumibilmente infoibato a Tarnova, Chiara Bregant in memoria del nonno Ciro Di Pietro, guardia carceraria deportata in Jugoslavia e mai più tornata, e Giannetto Solinas, in memoria del padre Giovanni, militare prelevato dai titini a Gorizia e infoibato a Comeno.
Ma uno dei momenti più toccanti della cerimonia è stato senz'altro l'intervento dello storico e giornalista Lino Vivoda, esule di Pola che ha ricordato il dramma di quegli anni vissuto sulla sua pelle. Da quel giorno del 1943 in cui sono iniziati i rastrellamenti dei tedeschi (ai quali scampò per un pelo), alla strage di Vergarolla che costo la vita, tra i tanti, al suo fratellino di soli otto anni. «E poi l'odissea dell'esodo, con l'interminabile viaggio che mi ha portato a La Spezia, dove ho vissuto per otto anni nel campo profughi che, infine, sono riuscito a far chiudere dopo sedici anni. Dal ’92 mi impegno per riallacciare i rapporti tra gli esuli e coloro che sono rimasti a Pola e parlo spesso nelle scuole, dicendo ai giovani quanto è assurda la guerra e quanto sono fortunati a vivere in quest'Europa che avrà anche tante contraddizioni, ma non ha più confini».
La serata si è chiusa con la proiezione di alcuni filmati sull'esodo e le foibe dell'Istituto Luce, mentre il pomeriggio si era aperto con due cerimonie ufficiali: prima, alle 16.30, il questore Piovesana ha deposto una corona d'alloro ai piedi della lapide collocata in Questura e dedicata agli agenti deportati e trucidati nel maggio 1945, poi alle 16.45 tutte le autorità cittadine hanno reso omaggio al monumento di Largo Martiri delle Foibe.


102 - Il Gazzettino 11/02/14 Orietta Politeo sovrintendente alla conservazione del cimitero di Zara: "Così mi prendo cura dei nostri morti"
LA STORIA Orietta Politeo sovrintende alla conservazione del cimitero di Zara
«Così mi prendo cura dei nostri morti»

Orietta Politeo è nata a Zara, ma risiede a Padova da oltre 60 anni. «Da bambina, insieme con i miei familiari, ho affrontato molte difficoltà e ho conosciuto la tristezza di abbandonare la mia terra, il mio mare, la mia città. Da Zara, insieme ad altre famiglie di italiani, siamo scappati con poche valigie, per arrivare in un piccolo paese della provincia di Feltre. Da profughi, abbiamo risieduto in diverse località del Veneto, fino a stabilirci a Padova». Il legame tra le famiglie degli esuli è rimasto molto forte e, per tener viva la memoria delle loro tristi vicende, si sono riunite in sodalizi. Orietta Politeo è segretaria dell'Associazione Dalmati Italiani nel mondo, presieduta da Franco Luxardo, e presidente del "Madrinato Dalmatico per la conservazione del cimitero degli italiani di Zara", cimitero che per bellezze artistiche e monumentali è il secondo dell'attuale Croazia. Con le sue tombe salvate, restaurate e conservate è una piccola parte del più vasto cimitero di Zara, ma storicamente la più antica e importante perché documenta la storia della città. «Ogni anno, il 2 novembre, per la commemorazione dei defunti, il Madrinato Dalmatico organizza un pellegrinaggio a Zara dove, oltre alla visita al cimitero, viene officiata una messa in lingua italiana, in ricordo di tutti gli innocenti che morirono nei tragici momenti della guerra e di tutti i nostri concittadini che dormono il sonno eterno a Zara e nei cimiteri sparsi in tutto il mondo».














103 – La Voce del Popolo  15/02/14  Cultura .  Fiume: «Magazzino 18» andrà in scena in Teatro
Fiume: «Magazzino 18» andrà in scena in Teatro

Ileana Rocchi

Sarà proposto sul grande palcoscenico del Teatro nazionale croato “Ivan de Zajc” di Fiume (ex Teatro comunale “Giuseppe Verdi”) lo spettacolo “Magazzino 18”, scritto dal cantautore romano Simone Cristicchi insieme con il giornalista Jan Bernas, interpretato dal cantautore, diretto da Antonio Calenda e prodotto dal Teatro Stabile del Friuli e Venezia Giulia e da Promo Music.

Il cambio di sede – inizialmente era previsto che andasse in scena alla Casa croata di cultura (HKD) di Sušak – ci è stato confermato ieri da Laura Marchig, direttrice del Dramma Italiano del TNC “Zajc”, che organizza la trasferta fiumana in collaborazione con l’Unione Italiana, l’Università Popolare di Trieste e la Comunità degli Italiani di Fiume.
Si modifica anche la data dell’evento, ossia da 15 viene spostata a domenica 16 marzo, alle ore 19.30.
Previsti anche i sottotioli in lingua croata.
Intanto il 19 febbraio nel capoluogo giuliano la prof.ssa Cristina Benussi, dell’Università di Trieste, presenterà il libro “Magazzino 18. Storie di italiani esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia” (Arnoldo Mondadori Editore). L’evento è organizzato in collaborazione con L’Università degli Studi di Trieste, l’Università Popolare di Trieste e Starhotels Savoia Excelsior Palace, e si terrà presso quest’ultimo alle ore 19.
L’opera, 158 pagine, propone un percorso storico-emotivo sulle drammatiche vicende giuliano-dalmate del ’900, partendo da montagne di sedie aggrovigliate come ragni di legno, legioni di armadi, testiere di letti, utensili, lettere, fotografie, pagelle, diari, reti da pesca, pianoforti muti, martelli ammucchiati su scaffalature imbarcate dall’umidità e innumerevoli altri oggetti d’uso quotidiano che riposano nel Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste. Oltre sessant’anni fa tutte queste masserizie furono consegnate al Servizio Esodo dai legittimi proprietari, gli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, un attimo prima di trasformarsi in esuli.
Cristicchi le ha fatte uscire da questo luogo dimenticato, spalancando le sue porte per portare sotto i riflettori questa immensa tragedia a molti sconosciuta, eppure a portata di mano e soprattutto abbondantemente documentata. Anche delle testimonianze mute delle masserizie, che parlano eccome, provocando lacrime di commozione in chi le vede, come attestato nelle reazioni di chi esce dal Magazzino 18, aperto a visite ancora la prossima settimana. L’interesse è enorme: in lista d’attesa oltre 1.500 prenotazioni e l’elenco si allunga di giorno in giorno.
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104 – La Voce del Popolo  18/02/14 Cultura - Dramma umano che simboleggia le condizioni di tutti gli esuli
Dramma umano che simboleggia le condizioni di tutti gli esuli

Ilaria Rocchi

In principio fu una sedia, anzi una catasta di sedie, quelle ammassate in un luogo abbandonato e (quasi)dimenticato da tutti: il magazzino 18, quello delle masserizie degli esuli giuliano-dalmati. Parte da questi oggetti così comuni, quotidiani, eppure ricchi di simbolismo, il viaggio conoscitivo di Simone Cristicchi nella complessa vicenda del confine orientale d’Italia, in particolare della drammatica pagina delle foibe e dell’esodo.

Il cantautore, lontano dalla pretesa di raccontare la storia, tutta la storia nelle sue molteplici sfaccettature, ha trasformato in uno spettacolo le sue impressioni, le emozioni provate di fronte alle masserizie, le sue riflessioni sulle miserie umane. E soprattutto prendere coscienza e ricordare, con serenità e con un messaggio di pace una delle tragedie del ’900.

E mentre a grande richiesta (nonostante certe contestazioni) calca le scene dei teatri italiani con il suo monodramma, esce il libro “Magazzino 18. Storie di italiani esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia” (Arnoldo Mondadori Editore, Collana Strade blu, pagine 158, disponibile anche in e-book), scritto con Jan Bernas, curato da Simona Orlando, con prefazione di Gian Antonio Sella.

Il volume verrà presentato domani all’Hotel Savoia di Trieste (ore 19), dal critico e storico letterario Cristina Benussi, professore ordinario di Letteratura italiana dell’Università degli Studi di Trieste. Ci sarà pure Simone Cristicchi, come annuncia dalla sua pagina Facebook, e insieme con lui l’attrice Maria Grazia Plos e il direttore dell’Istituto regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, Piero Delbello.

L’evento è organizzato in collaborazione con L’Università degli Studi di Trieste, l’Università Popolare di Trieste e Starhotels Savoia Excelsior Palace. Apprendiamo ufficiosamente che Cristicchi verrà ricevuto il 20 febbraio dal sindaco di Fiume (lo spettacolo verrà proposto al Teatro “Ivan de Zajc” il 16 marzo).

Passiamo al libro. “Archiviata”, ma solo dopo aver deglutito (a fatica) il groppo-groviglio di sentimenti suscitato dalla sua pièce, vediamo che effetto fanno le pagine scritte. Sono tanti capitoletti che, sostanzialmente, ripercorrono il “musical-sociale”, l’odissea di un archivista un po’ burino, Duilio Persichetti, impersonato dallo stesso Cristicchi, alle prese con masserizie e sorci e con una storia che lui, come milioni di italiani, fino ad allora ignorava.

Una storia che pare ’na matrioska

Una storia che “pare ’na matrioska”, conclude Persichetti:

“C’erano ’na volta un inglese, un americano, e uno jugoslavo. No, nun è ’na barzelletta Dottò, anche se inizia e finisce uguale. Senta qui, lo racconta un tale Arrigo Petacco. Questi tre, l’inglese, l’americano, e lo jugoslavo, erano ingegneri che facevano le misurazioni. Stavano lì, carcolavano e contestavano. Er sergente americano diceva ’na cosa e l’ufficiale slavo je piantava la grana. Contava pure i fili d’erba, i centimetri de corteccia. Dieci metri alla Jugoslavia, quattro all’Italia. E i contadini de quella terra, poveracci, stavano cor core in gola. Era successo che pe’ risolve la questione triestina, er 5 ottobre 1954, a Londra i governi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia e Jugoslavia avevano firmato il memorandum d’intesa: dal 26 ottobre il Territorio Libero di Trieste sarebbe stato diviso in due zone: la A, italiana, la B jugoslava. La A e la B, come la metro a Roma, no? Ma la stazione Termini ‘ndo stava? Ossia, la linea precisa di demarcazione qual era? Ai governi nun je cambiava granché, invece un metro in più o meno ai contadini je scombinava la vita. Quelli che avevano capito l’antifona se sbrigarono a tajà er grano anzitempo, fecero la vendemmia co’ l’uva acerba. Ma poi capitò peggio: ar Sor Umberto, che un anno prima s’era indebitato pe’ comprà lo chalet La Caravella, je la portarono via. La casa de Luca fu tagliata a metà: cucina e camera da letto in Italia, salotto e magazzino in Jugoslavia. Ar vicino je spettò la casa in Italia, ma er pollaio oltreconfine. Ce fu pure qualche miracolato: ’na famiglia che stava a finì er trasloco perché la casa era finita alla Jugoslavia, all’ultimo seppe che l’esperti s’erano sbajati de venti metri e ritornarono a casa, in Italia. Er sor Giovanni, che faceva l’agricoltore, a un certo punto non ce la fece più e tirò arrabbiato er cappello contro l’ufficiale jugoslavo: ‘E adesso come faccio? C’ho la casa in zona A e il podere in zona B!’.

Er villaggio di Chiampore fu diviso esattamente a metà. All’Italia rimasero la chiesa, la scuola e poche case. Dall’altra parte, le case, senza scuola e chiesa. In totale all’Italia furono strappate 27 borgate, 2.941 persone. L’hanno chiamata ‘Operazione Giardinaggio’.”

Tragedia in cinquanta sequenze

L’autore ovviamente sintetizza e semplifica – ma senza sconti per nessuno –, alle volte senza ripettare nella narrazione la cronologia dei fatti, per inquadrare le varie sequenze. E questo è il libro, fotogrammi di tragedie, in tutto quasi cinquanta.

Si parte da lontano, dal ’42-’43, con i crimini commessi dai fascisti e dai nazisti, le vittime del campo d’internamento di Campora, sull’isola di Arbe, e quelle della Risiera di San Sabba, unico lager in Italia provvisto di forno crematorio. Un’ondata di violenza, con i primi infoibamenti, all’indomani dell’Armistizio, la fine cruenta di Norma Cossetto e di tanti altri uomini finiti “nella buca”. Due momenti delle esecuzioni sommarie attuate dai partigiani jugoslavi, quello dell’Istria del settembre ’43 e quello degli arresti del maggio ’45: vendette verso i fascisti e vecchi rancori? Si parla del fascismo, che si rese colpevole di violenze antislave (citati l’incendio del Narodni Dom del 1920, il cambiamento forzato dei cognomi e dei toponimi, l’impedimento di parlare nella propria lingua, l’invasione della Jugoslavia nel 1941, i campi di internamento per civili), da cui l’equazione “italiano = fascista”.

Ma quando cominciano a sparire anche carabinieri, podestà, guardie forestali, farmacisti, maestri, postini, impiegati statali, sacerdoti, donne e gente che con la politica non c’entrava niente, persino antifascisti e comunisti, è chiaro, conclude Cristicchi, che c’è anche qualcos’altro di mezzo. L’epurazione di quanti potevano ostacolare il sogno di Tito di realizzare una sola grande regione, una grande Jugoslavia.

Ecco allora la fuga per mettersi in salvo, la partenza dall’Istria e la miseria dei campi profughi, l’ultimo chiuso a metà anni Settanta. Gente sradicata. Alcuni però fecero fortuna: Sergio Endrigo, Nino Benvenuti, Abdon Pamich, Mario Andretti, Ottavio Missoni, Uto Ughi, Laura Antonelli, Fulvio Tomizza, Enzo Bettiza e Alida Valli, che però viveva a Roma già prima della guerra.

Non si dimenticano i “rimasti”, il contro-esodo, il gulag dell’isola di Goli Otok... Alla fine Persichetti archivia tutto, tranne una pratica, una pratica “che vale pe’ trecentomila”; una pratica che vorebbe riassumere le tragedie degli esodi, di tutti gli esodi.

“Io non ho un nome, ma potrei averne trentamila. Come gli italiani che ancora oggi vivono in Istria, a Pola e a Fiume. Io non ho un nome, ma potrei averne milioni. Come i profughi di tutto il mondo, costretti a lasciare la propria terra, per sfuggire alla poverà, all’odio, alla guerra”, finisce il libro. L’importante è non negare, non relativizzare, non pesare gli orrori, il sangue versato. E non dimenticare. Soprattutto insegnare agli italiani che Pula è Pola, Novigrad è Cittanova, Rijeka è Fiume e via di seguito, e ciò fin dai tempi più remoti.

Ilaria Rocchi





105 - Il Piccolo 18/02/14 Portoré: Fondi Ue per il restauro del castello di Frangipane
PORTORÉ

Fondi Ue per il restauro del castello di Frangipane

  di Andrea Marsanich

VEGLIA Denaro europeo per la salvaguardia di due monumenti storici nella Regione del Quarnero, il castello dei Francopani o Frangipane di Portorè (Kraljevica) e la Torre austriaca posizionata nel maniero dei Francopani di Veglia città. I mezzi stanziati grazie al progetto Hera, nell’ambito della collaborazione transfrontaliera adriatica (IPA Adriatic CBC), ammontano a 8 milioni e 800 mila euro, di cui 473 mila euro a fondo perduto saranno destinati alla Contea litoraneo–montana, che ha Fiume per capoluogo. Questa somma costituirà, così da Palazzo regionale a Fiume, l’85 per cento dei mezzi complessivi da investire nel restauro dei due castelli che anche i turisti stranieri, soprattutto gli italiani, conoscono bene. A Portorè i visitatori potranno beneficiare di una mappa virtuale, che li porterà a conoscere tutti i castelli dei Francopani presenti nella regione quarnerina, come pure la storia di questa nobile e potente famiglia romana, stanziatasi probabilmente nel XII secolo nelle regioni orientale dell’Adriatico. Per quanto concerne la rocca vegliota, questa fu costruita a partire dal 12esimo secolo quale difesa dell’antica città, con i lavori che andarono avanti – ristrutturazioni comprese – per tre secoli ancora. La torre austriaca si trova nella parte sudorientale del complesso ed ha probabilmente preso questo nome in base all’ultimo restauro, portato a compimento ai tempi dell’Impero austroungarico. Data la sua posizione, viene ritenuta una specie di garitta di vedetta. La sua parte superiore comprende una finestrella romanica da cui si osserva il mare, mentre sul lato ovest c’è una porta murata che anticamente consentiva alla guardie e ai soldati l’accesso ai bastioni. Il maniero appartiene alla Diocesi di Veglia e solo in tempi recenti è stato finalmente aperto ai visitatori. Secondo gli addetti ai lavori, questo complesso offre notevoli opportunità turistiche, finora scarsamente sfruttate.



106 – La Voce del Popolo 17/02/14 Isola Calva, il progetto stenta a decollare
Isola Calva, il progetto stenta a decollare

ZAGABRIA | Ancora un nulla di fatto per il progetto “Luogo del ricordo Goli Otok/Isola Calva”. Neanche quest’anno riuscirà a prendere il via anche se sono ne sono passati ormai otto da quando la Commissione parlamentare per i diritti dell’uomo e delle minoranze ha avviato questa importante iniziativa. Mentre dal ministero della Cultura fanno sapere che mancano i fondi, dall’associazione degli ex internati dell’Isola Calva, “Ante Zemljar”, dicono che se il dicastero non è disposto a finanziare il progetto, allora sono pronti loro ad avviare una propria raccolta fondi. Il ministero ha fatto sapere che nel loro piano economico di quest’anno non vi è la voce relativa alla Legge che darebbe vita al “Luogo del ricordo Isola Calva”, anche perché di simili progetti devono prendersi cura le amministrazioni locali. La Commissione parlamentare per i diritti dell’uomo e delle etnie ha invitato così il governo a inviare con urgenza al Sabor la proposta di legge, ricordando che finora sono state avviate tutte le procedure necessarie per avviare l’iniziativa. La storia nasce nel 2005 quando l’associazione “Ante Zemljar” si è rivolta alla Commissione per proporre l’iniziativa concordata poi dal Consiglio direttivo della Commissione, dai rappresentanti della Città di Arbe, da quelli della Regione Litoraneo-Montana, dall’Associazione degli architetti della Croazia, dallo studio UP di Zagabria e dal Centro multimediale di Fiume, con l’appoggio della Società croata dei detenuti politici.

Il presidente della Commissione Furio Radin ha dichiarato che questo organismo ormai da tre mandati esorta invano il governo a risolvere la questione dell’Isola Calva:

 “Le vittime meritano un degno ricordo”, ha detto Radin, sottolineando che non manca la volontà politica per risolvere la questione. “Nell’ambito della Commissione in tutti e tre i mandati non è mai stato messo in dubbio il progetto del Luogo del ricordo sull’Isola Calva”, ha evidenziato il parlamentare della CNI. I membri della Commissione sottolineano di essere perfettamente coscienti della dura crisi economica che attanaglia la società, ma ricordano che in questo caso, fin dall’inizio si è cercato di trovare una soluzione all’interno delle istituzioni museali e delle altre istituzioni competenti, statali e comunali. A detta dei deputati, l’investimento economico potrebbe essere coperto attraverso la valorizzazione turistica del progetto.










107 - Il Piccolo 18/02/14 Serracchiani a Napolitano: «Onoriamo anche gli italiani caduti con la divisa austroungarica»

Serracchiani a Napolitano: «Onoriamo anche gli italiani caduti con la divisa austroungarica»

Lettera della governatrice del Fvg al presidente della Repubblica Napolitano: «Importante trovare in occasione del centenario della Grande Guerra quella lista perduta a Roma: solo così la riappacificazione sarà completa»

In una lettera indirizzata al presidente della Repubblica, la governatrice del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, ha chiesto l’interessamento di Giorgio Napolitano per rendere accessibile «lo schedario degli italiani delle nuove Province», ovvero l’elenco di quei militari di etnìa italiana che nella Prima Guerra Mondiale hanno combattuto nelle file dell’esercito austroungarico, perdendo la vita.

La presidente nella sua lettera ha sottolineato la «ferma volontà di onorare la memoria di tutti i caduti della Grande Guerra, a prescindere da quale fosse all’epoca la loro divisa o la loro nazionalità». L’elenco dei soldati di etnìa italiana che morirono indossando la divisa dell’esercito austroungarico è ancora largamente incompleto. Pertanto, secondo Serracchiani, «per ricordare in modo degno il sacrificio anche di quei caduti», per favorire «un’opera di riconciliazione e di consolidamento di una memoria comune sul confine orientale, per fare in modo che le cerimonie di commemorazione della Prima Guerra Mondiale che la Regione si appresta a promuovere ed organizzare siano più aderenti possibile alla verità storica», occorre «poter recuperare quell’elenco».

Nella lettera Serracchiani ricorda che lo schedario degli italiani delle nuove Province fu istituito negli anni Venti e Trenta dello scorso secolo e inizialmente collocato presso l’Ambasciata italiana a Vienna. Nel ventennio fascista venne utilizzato per la gestione delle pratiche di pensione che l’Italia riconosceva alle vedove dei soldati austroungarici nativi delle terre divenute italiane. Successivamente, «a quanto risulta il documento venne però secretato dalla politica di propaganda di allora e tale sembra essere rimasto fino a oggi».

«Sono certa che condividerà il significato altamente simbolico racchiuso in quell’elenco», conclude Serracchiani, raccomandandosi al Capo dello Stato per «il positivo esito di questa ricerca».








108 – La Voce di Romagna 04/02/14 Pepi e l'affondamento del CB 21
Storie e Personaggi

GIUSEPPE MAKUC, NATO A GORIZIA MA RIMINESE D'ADOZIONE, È UNA DELLE DUE VITTIME
Pepi e l'affondamento del CB 21
Silvio Tasselli ha ricostruito i fatti del 29 aprile 1945. La piccola unità colpita dai tedeschi mentre tentava di dirigersi a Ancona per consegnarsi agli Alleati

I contatti tra il giovane marò e la famiglia si interrompono nel maggio 1944. E' noto il luogo dove si trova il relitto, a 37 metri di profondità

La vicenda si svolge in territorio allora italiano. Nella ricostru­zione dei fatti, Silvio Tasselli propende per la versione che il CB 21, dopo aver messo in sicurezza il personale della base di Brioni, stava per intraprendere la rotta verso Anco­na per consegnarsi agli alleati. Con l'avvicinarsi delle truppe jugoslave a Pola, e nella consapevolezza di quanto sarebbe poi accaduto, si voleva evitare che i natanti e i rispettivi equipaggi fi­nissero nelle loro mani. Gli uomini della Decima, rimasti a Pola per assi­curare l'ordine pubblico, andarono in­contro alla deportazione o al massa­cro. Tasselli cita in particolare la lettera scritta dal guardamarina Paolo De Ni­cola, comandante dell'unità, e datata 18 febbraio 1946 in cui certifica: "Il giorno 29 aprile 1945, alle 4 antimeri­diane, a dieci miglia dal largo del porto di Pola veniva affondato in seguito a combattimento il sommergibile CB 21". Riccardo Nassigh scrive: "Fu ar­mato da un equipaggio che meditava di restituirlo alla Regia Marina, tanto che il 29 aprile 1945 tentò l'evasione: fu però scoperto da una motozattera tedesca che aprì il fuoco colando a picco il minuscolo battello". Altre ver­sioni propendono invece per l'inci­dente. Nesi in "Decima flottiglia no­stra", riporta la testimonianza resagli maggio 1987 dal sottotenente del Genio navale Antonio Kenich: "Mentre si avvicinava al varco delle ostruzioni, il CB 21 entrò in collisione con una Mz (motozattera) tedesca che sovrastan­dolo, lo spinse sott'acqua affondando­lo. Vi furono intrappolati il capo Bar-delli e il sottocapo elettricista Makug, che nessuno vide più. Si salvarono, ri­pescati dai tedeschi, il guardiamarina De Nicola e il sottocapo motorista Ca­puto. Quest'ultimo, con un braccio rotto, fu ricoverato all'Ospedale M. M.; non ne ho saputo più niente". I cogno­mi dei caduti del CB 21 che Kenich ri­ferisce a Nesi sono con grafia errata. La fine del sottocapo Caputo rimane tuttora avvolta nel mistero: Tasselli racconta che malgrado le ricerche in­traprese a tutto campo, soprattutto per l'inerzia incontrata nella richiesta di informazioni presso le istituzioni pre­poste, non è riuscito a ottenere noti­zie. Forse il sottufficiale è stato ricove­rato presso l'ospedale militare di Pola, poi con l'occupazione jugoslava della città è caduto prigioniero per finire in qualche campo di concentramento o in una delle tante foibe della zona. Al­tre ipotesi davano Caputo ricoverato a Venezia, ma dopo accurate ricerche presso l'ospedale della Marina, Tasselli ha accertato che il suo nome non ri­sulta negli elenchi dei degenti. La fa­miglia Makuc si era stabilita a Rimini proveniente da Gorizia; era composta dal padre Giovanni, ferroviere, dalla madre Luigia Biteznik e dai figli Ivo, al­l'anagrafe Giovanni, Giuseppe, in fa­miglia Pepi, e Anna. Quest'ultima è l'unica vivente e risiede in provincia di Milano. Di Giuseppe Makuc la fa­miglia non ha più notizie dal 12 maggio 1944. Tra i documenti in possesso dei congiunti, una dichiarazione del padre Giovanni, datata 16 giugno 1950: Giuseppe l'8 settembre 1943 si trovava a Bordeaux, imbarcato sul sommergibile Finzi. "Da seguito - con­tinua Giovanni Makuc - fu trasferito al Gruppo sommergibili Trieste Caser­ma "Legnani" ove si trovava il 12 mag­gio 1944 data in cui diede le sue ultime notizie". La mancanza di notizie aveva dato adito a varie supposizioni sulla fine di Giuseppe: si pensava che nelle fasi conclusive del conflitto fosse finito nelle mani dei partigiani jugoslavi op­pure prelevato dai tedeschi. Tasselli ha ricostruito lo stato di servizio del gio­vane Pepi, arruolato in Marina il 3 giu­gno 1940 come allievo elettricista e posto in congedo illimitato provviso­rio. E' al Deposito Crem di Venezia 16 giugno 1941 e classificato comune di 1a classe il 1° marzo 1942. Viene poi considerato richiamato (circolare del 19 giugno 1942) il 17 maggio 1943.

Queste le varie assegnazioni: è sull'In­crociatore 'Gorizia' dal 24 gennaio 1941 al 28 agosto 1942. A Mariscuola sommergibili - sommergibile Jalea dal 29 agosto 1942 al 1° settembre 1942. A Mariscuola sommergibili - sommer­gibile Bandiera dal 1 settembre 1942 al 30 settembre 1942. A Mariscuola sommergibili - sommergibile Zoea dal 1 ottobre 1942 al 15 dicembre 1942. Al 1° Gruppo sommergibili (Maristomm) dal 16 dicembre 1942 al 15 gennaio 1943. Alla base Betasom di Bordeaux - sommergibile Tazzoli dal 16 gennaio 1943 al 31 gennaio 1943. A Mariscuola sommergibili - sommergibile Finzi dal 1° febbraio 1943 al 30 settembre 1943. Passa poi alla Nave scorta n° 7 dal 1° febbraio 1944 al 23 agosto 1944. Intan­to era stato trasferito al Gruppo som­mergibili di Trieste, Caserma Ammira­glio A. Legnani, dove si trovava il 12 maggio 1944, data indicata dal padre Giovanni come l'ultima in cui aveva dato notizie alla famiglia. Pepi Makuc,
come risulta dalla ricostruzione di Sil­vio Tasselli, ha partecipato allo scontro navale della Sirte il 17 dicembre 1941, alla battaglia navale della Sirte il 22 marzo 1942 e allo scontro aereo navale di Pantelleria il 15 giugno 1942. Tasselli riferisce di un'intervista del tenente di vascello Mario Rossetto, già coman­dante del sommergibile Finzi, che ha ricordato Makuc come un buon mari­naio. E' noto il punto esatto in cui si trova il relitto del CB 21. Il guardiama­rina De Nicola, nel dopoguerra torna­to alla vita civile, si era recato più volte sul luogo dell'affondamento e ha rac­contato di aver lanciato due corone in memoria dei due commilitoni scom­parsi. Era suo desiderio, scrive Tasselli, di procedere al recupero del sommer­gibile; la morte, sopravvenuta nel 1998 all'età di 76 anni, metterà la parola fi­ne ai suoi progetti. Il subacqueo trie­stino Claudio Pristavec, che ha effet­tuato immersioni in quei luoghi, ha ri­ferito che il sommergibile giace diviso in due parti a 37 metri di profondità. Nel dopoguerra, a causa di bombe su­bacquee, sarebbe andato irreparabil­mente danneggiato. I sommergibili della classe CB furono progettati per la difesa costiera in sostituzione ai vecchi smg classe F e Z risalenti alla prima guerra mondiale. Dei 72 esem­plari ordinati, vennero realizzati sol­tanto 22 battelli, di cui 10 nel periodo 1944-45 per la marina della Repubbli­ca sociale. I primi sei esemplari furono consegnati fra il gennaio e il maggio del 1941 e successivamente impiegati nel Mar Nero; poi il programma subì un lungo periodo di stasi e altre 6 u­nità furono consegnate solo nel tardo 1943. Infatti, si legge nel sito Regia Marina, quando ci si rese conto che gli alleati prima o poi avrebbero attaccato il "suolo patrio", il piccolo sommergi­bile classe CB sarebbe stato molto u­tile dato che per le sue dimensioni si sarebbe facilmente portato nelle zone di sbarco. In realtà nessun sommergi­bile di questa classe fu usato per tale compito.

Aldo Viroli

Dove si svolge la vicenda
Nelle acque di Pola allora italiana

E’ la notte del 29 aprile 1945 quando il som­mergibile CB 21 la­scia il porto di Pola, e poco dopo affonda nelle acque tra il capoluogo istriano e l'isola di Brioni. Il comandante De Nicola si salva e così il sottocapo motori­sta Caputo, gravemente ferito a un braccio. Nel minuscolo battello re­stano intrappolati il capo motori­sta Costante Bardella e il sottoca­po elettricista Giuseppe Makuc, nato a Salcano di Gorizia il 10 feb­braio 1921, ma residente con la fa­miglia a Rimini dove vivono anco­ra alcuni congiunti. Sulla vicenda del CB 21 hanno scritto in passato autorevoli storici del settore come Sergio Nesi, che ha fatto parte del­la X, nel suo libro "Decima nostra". Più recentemente Silvio Tasselli, autore di diverse e documentate ricerche, aveva ricostruito nel 2010 in "Storie e battaglie" l'affonda­mento del CB 21 e ricordato la fi­gura del capo Bardella. Sul nume­ro di novembre 2013 della stessa rivista, ha raccontato la storia di Giuseppe Makuc, caduto senza tomba come tanti goriziani depor­tati senza ritorno nel maggio 1945. dopo l'occupazione della città da parte jugoslava. Consultando la banca dati di Onorcaduti, risulta anche un omonimo Giuseppe Makuc, nato a Gorizia il 2 marzo 1921 e deceduto nel 1944 a Mor-ska, località oggi in Slovenia nei pressi di Canale d'Isonzo (Kanal), ugualmente senza tomba.






109 – La Voce di Romagna 11/02/14 Giovanni Ruzzier: Prigioniero dell’Udba a 15 anni il ritorno di Trieste all’Italia il 26 ottobre 1954

GIOVANNI RUZZIER RACCONTA L’ARRESTO DA PARTE DELLA POLIZIA POLITICA JUGOSLAVA

Prigioniero dell’Udba a 15 anni il ritorno di Trieste all’Italia il 26 ottobre 1954

“Ero costretto a continue vessazioni psicologiche; volevano da me nomi di sacerdoti e di persone contrarie al regime di Tito”

NEL 1949 faceva parte di un gruppo di amici che si aggiravano di notteper le calli di Pirano
lanciando piccole bandiere italiane e affiggendo manifesti ai muri

Giovanni Ruzzier, maresciallo in congedo della Guardia di Finanza, è nato a Pirano nel 1934. Per effetto del Trattato di Pace del 1947, la città, già occupata dal maggio 1945 dalle truppe del maresciallo Tito, era stata inserita nell’allora zona B del Territorio libero di Trieste. “Pochi giorni dopo l’8 settembre – racconta Ruzzier – a Pirano venne ammainato il tricolore e al suo posto issata la bandiera con la svastica nazista, rimasta fino alla primavera 1945. L’Istria era di fatto diventata parte integrante del Reich. Con gli occhi esterrefatti di un bambino assistevo ai rastrellamenti delle SS; diversi piranesi verranno poi deportati senza ritorno nei lager nazisti. Nel maggio 1945 arrivano i ‘liberatori’, che vestivano tute da metalmeccanici e portavano al collo il fazzoletto rosso. Dissero di essere partigiani, ma dopo pochi giorni sparirono per lasciare il posto al IX Corpus jugoslavo e alla polizia segreta, la famigerata Ozna (Dipartimento per la protezione del popolo). In quei giorni sparivano stranamente nel nulla numerose persone. Pirano, in maggioranza abitata da italiani, si trovò di fronte a degli oppressori che volevano imporre la propria ideologia, sollecitando la popolazione ad aderire alla nuova Jugoslavia di Tito”. La popolazione italiana subiva passivamente l’occupazione jugoslava sperando che fosse temporanea. “Nel 1948-49 - continua il racconto di Ruzzier - frequentavo le scuole medie italiane di Pirano. Vista l’apatia dei grandi, io ed altri tre coetanei, decidemmo di prendere qualche iniziativa che desse visibilità all’italianità della nostra terra”. Dopo aver giurato su un brano tratto dalla Giovane Italia di Giuseppe Mazzini, i quattro giovanissimi “cospiratori”, armati di carta, colori, colla e forbici si misero a realizzare bandierine tricolore che all’inbrunire, distribuendosi per zone, lanciavano nelle calli della cittadina. “Facevamo – continua Ruzzier – anche manifesti scritti in stampatello, con sul lato sinistro il tricolore, che incollavamo sui muri con la colla di farina sottratta alla mamma. Era per noi motivo di grande soddisfazione vedere i grandi che il giorno dopo il blitz leggevano i manifesti commentando favorevolmente l’iniziativa”. Le azioni dei quattro giovanissimi patrioti andranno avanti per diversi mesi. Finché una sera uno di loro finì nelle mani dell’Udba (Amministrazione sicurezza statale), la polizia segreta politica che dall’inizio del 1946 aveva preso il posto dell’Ozna. Il ragazzino, sotto le pressioni degli inquisitori, non tardò molto a fare i nomi dei compagni, che verranno tutti arrestati. “Mi hanno prelevato – continua Ruzzier – una sera del gennaio 1949 e trasferito, circondato da quattro agenti, prima al comando di polizia, poi alla prigione circondariale di Pirano. Siamo stati liberati dopo cinque giorni di carcere. In attesa del giudizio dovevo presentarmi periodicamente al comando di polizia dove continuavano le vessazioni psicologiche. Pretendevano nomi di sacerdoti e persone contrarie all’annessione della zona B del Territorio libero di Trieste alla nuova Jugoslavia di Tito. Nel 1951, grazie all’aiuto di mia madre che si era finta malata e bisognosa del ricovero all'ospedale di Trieste, sono riuscito a passare il valico Rabuiese su un taxi. Ho poi saputo della condanna in contumacia a un anno di lavori socialmente utili, un eufemismo utilizzato allora per definire i lavori forzati, in quanto fascista e nemico del popolo. Avevo appena 17 anni”. Trieste per effetto del Trattato di pace, era stata inserita nella zona A del territorio libero di Trieste, sotto amministrazione alleata, dove rimarrà fino al 1954, anno della restituzione all’Italia. Il giovane Ruzzier troverà un tetto al silos, a pochi passi dalla stazione centrale, allora campo profughi e oggi sede del terminal delle autolinee internazionali e di un parcheggio, Al silos verrà successivamente raggiunto dai genitori, che vi sono rimasti vivendo in un box senza finestre fino al 1961, quando finalmente ottennero un'abitazione dall'Ina Casa nell'ambito del Piano Fanfani. Nel silos vivevano circa 2.000 profughi, di questi circa 500 erano bambini. Chi non aveva lavoro regolare era costretto a rivolgersi alle varie mense cittadine, dove il vitto era sempre costituito dal classico piatto di minestra e da un pezzo di pane. “Accompagnavo questi bambini - ricorda commosso - nelle varie mense della città, la più importante era quella di via Gambini. A incolonnarli ci pensava la signora Maria Quarantotto, legionaria fiumana. Noi ragazzi riuscivamo a organizzare feste e trattenimenti danzanti anche per gli anziani utilizzando i locali adibiti a asilo. La vita del silos era bene organizzata; i box erano divisi da tavole alte due metri, gli occupanti per ripararsi dal freddo usavano carta da imballo, che una volta prese fuoco.
Mentre stavano intervenendo i vigili del fuoco, un gruppo di esagitati dalla vicina piazza Libertà gridava: Lasciateli bruciare”. Ruzzier ricorda anche la ‘cacciata’ dal silos di Maurizio Ferrara, giornalista de l'Unità, padre di Giuliano. Ecco come descrive il silos la scrittrice Marisa Madieri, che ne è stata, si fa per dire, inquilina. “Entrare nel Silos - scrive - era come entrare in un paesaggio vagamente dantesco, in un notturno fumoso purgatorio. Dai box si levavano vapori di cottura e odori disparati. Nel nostro box in cucina era stato ricavato uno sgabuzzino che fungeva da deposito, c'erano anche parecchi secchi e catini che nelle giornate di pioggia venivano disposti in vari punti del silos per raccogliere l'acqua che filtrava in piccoli rivoli dal tetto". Da allora Ruzzier sarà impegnato in prima linea nell’affermare l’italianità di Trieste e dell’Istria. Fino al 1955, anno di arruolamento nella Guardia di Finanza, il “nemico del popolo” ha continuato a vivere al silos: “Ero redattore di un giornale murale, il Grido; ho donato personalmente le copie al professor De Enriquez per il suo museo di pace e di guerra. In quel periodo trascorso a Trieste, pur essendo giovanissimo, godevo della stima dell’allora sindaco Gianni Bartoli e del Vescovo monsignor Antonio Santin, entrambi di Rovigno d’Istria, e dei responsabili della Lega Nazionale, un’associazione irredentista fondata all’epoca dell’impero Austro Ungarico”. Ruzzier sarà anche protagonista dei tragici eventi del novembre 1953, quando le dimostrazioni della popolazione che sollecitava il ritorno di Trieste all’Italia verranno soffocate dalla polizia civile: “Sono stato il primo a venire arrestato dalla polizia civile che mi strappò il tricolore. Probabilmente l’arresto mi salvò la vita perché tra il 4 e il 5 novembre sei miei amici furono falciati dal piombo inglese”.             

Aldo Viroli

Dove si svolge la vicenda
Nella zona B del Territorio libero di Trieste

Anche la Jugoslavia del maresciallo Tito aveva una polizia politica particolarmente repressiva, l’Ozna. Era stata creata nel 1944, con il compito di eliminare qualsiasi fonte di opposizione che avrebbe potuto minacciare a guerra conclusa Tito e il suo gruppo dirigente. Gli istruttori erano sovietici. Il terrore permetterà in pochi mesi la totale distruzione di qualsiasi forma organizzata di opposizione al regime; nel marzo 1946 l'Ozna verrà ufficialmente dissolta, ma di fatto continuerà l’attività con la denominazione di Udba. Grazie al libro “Il terrore del popolo: storia dell’Ozna, la polizia politica di Tito” (Edizioni Italo Svevo, 2012) dello storico William Klinger, che ha consultato gli archivi del partito comunista jugoslavo – quelli dell’Ozna a Belgrado non sono ancora accessibili agli studiosi - è possibile colmare una rilevante lacuna sugli apparati repressivi jugoslavi. L’Udba aveva occhi e orecchie anche in Italia, compresi i centri di accoglienza per profughi istriani. L’Udba arrestava anche i giovanissimi; ne sa qualcosa Giovanni Ruzzier da Pirano, che oggi vive a Rimini, preso assieme ad altri ragazzi perché di notte girava per la sua città, all’epoca nella zona B del Territorio libero di Trieste sotto l’Amministrazione militare jugoslava, tappezzando con bandierine italiane i muri delle case.  


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
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