MAILING LIST HISTRIA
RASSEGNA STAMPA SETTIMANALE

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 908 – 01 Marzo 2014
    
Sommario


110 -  Corriere della Sera Style 25/02/14 Fenomeni - Un cantante, il teatro, le foibe (P.Luigi Battista)
111 – Mailing List Notizie 24/02/14 Comunicato stampa dalla regione Veneto: Lo spettacolo di Criticchi: "Sia visto da tutti gli studenti del Veneto"
112 - Mediapolitika 24/02/14 Intervista a Jan Bernas, autore del Magazzino 18 di Cristicchi (Vincenzo Arena)
113 - Il Piccolo 24/02/14 Pola capitale istriana: il via libera del Sabor fa arrabbiare Pisino (p.r.)
114 - La Voce di New York 19/02/14 - Foibe: i buchi (carsici) della memoria (Ludovica Martella)
115 – Corriere di Novara 27/02/14 Cultura -  Novara: Raccontando il “confine difficile“ (Eleonora Groppetti)
116 – Il Resto del Carlino 25/02/14 Bologna: Foibe: non dimenticare, ma ricordare e tramandare
117 - Il Piccolo 22/02/14 Gorizia:  La II B della media "Ascoli" premiata da Napolitano per un libro sull'Istria
118 - Il Piccolo 28/02/14 Cianfarani debutta come “superconsole” con una prima missione a Zara (a.m.)
119 - La Voce del Popolo 24/02/14 Zara, una città nello spazio e nel tempo
120 - Il Piccolo 21/02/14 Sergio Cionci, lo 007 che spiava Tito (Roberto Covaz)
121 - Il Piccolo 21/02/14 Aldo Moro e la ferita del Trattato di Osimo (Massimo Bucarelli)
122 – La Voce di Romagna 25/02/14 Nello Rossi: “Il ricordo dei morti unisca i vivi” (Aldo Viroli)
123 - Avvenire 23/02/14 Lettere - La tragedia della miniera nell'Istria allora italiana (E.Pastrovicchio)
124 - Rinascita 26/02/14 Lettere - Il papa e le foibe (Maria Renata Sequenzia)




Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arcipelagoadriatico.it/


110 -  Corriere della Sera Style 25/02/14 Fenomeni - Un cantante, il teatro, le foibe
FENOMENI
SIMONE CRISTICCHI AFFRONTA QUESTI TEMI A TEATRO.

DI PIERLUIGI BATTISTA

UN CANTANTE, IL TEATRO, LE FOIBE

DOPO 70 ANNI LA TRAGEDIA

DELLE FOIBE È ANCORA TABÙ.

E insieme con essa anche l`esododegli istriani, accolti in Italia come reazionari e «nemici del socialismo».

Alcuni invasati hanno interrotto il suo spettacolo, Magazzino 18.
Il pregiudizio ideologico da noi non muore mai,

Fa molta impressione che in Italia si tenti di interrompere con metodi sbrigativi lo spettacolo di Simone Cristicchi, Magazzino 18, dedicato alla tragedia delle foibe e all`esodo della popolazione dell`Istria e della Dalmazia in fuga dai comunisti di Tito. Fa molta impressione che se ne debba scrivere ancora oggi, all`inizio del 2014. Fa molta impressione constatare come tanti giovani, che di quei fatti hanno una conoscenza sommaria e distorta, siano ancora prigionieri di un incantesimo ideologico che impedisce loro di vedere gli orrori e anche i motivi per cui quegli orrori siano stati per tanto tempo occultati.

Fa molta impressione che sia considerato normale, «progressista», «antifascista», fare irruzione nei teatri per impedire che sia realizzato uno spettacolo di cui si dice – si asserisce, si vocifera - sarebbe intollerabile il contenuto politico. Fa molta impressione che Simone Cristicchi, per placare la furia degli invasati che vorrebbero censurare con la forza il suo spettacolo, sia costretto a ribadire che non vuole minimizzare i crimini commessi dal fascismo in quelle terre.

Fa molta impressione che ancora le foibe, queste gole in cui furono gettati migliaia di italiani assassinati dalle truppe di Tito, facciano paura e debbano essere un tabù. Fa molta impressione che ancora gli italiani non abbiano fatto i conti con la loro storia. E che riaffiori di tanto in tanto il rigagnolo sommerso dei pregiudizi. Si capisce l`omertà quando i fatti sono vicini, le passioni ancora accese. Ma a settant`anni di distanza? Fa così fatica ammettere che a Trieste e dintorni, attorno all`aprile del 1945 (e anche prima) un numero imprecisato di italiani, non solo fascisti ma anche partigiani non comunisti,. Funzionari dello Stato, imprenditori, cittadini comuni vennero prelevati con la forza dagli uomini di Tito dalle loro case, fucilati senza processo sui bordi delle foibe, legati l`uno all`altro con il fil di ferro, scaraventati e ammassati senza vita nel fondo di quelle cavità?

Veramente un artista come Cristicchi, dopo tanti anni, deve ancora giustificarsi per
aver affrontato in uno spettacolo teatrale lo sfondo umano di quella immane tragedia?
E l`esodo degli istriani: perché tanta fatica a ricordare quelle centinaia di migliaia di italiani che scapparono dalle loro case, spogliati di tutti i loro beni dal nuovo regime, e accolti in Italia dalla sinistra comunista come traditori, presi a sassate, denigrati, bollati come «reazionari» e «nemici del socialismo»?

Sembra incredibile che non ci si renda conto della sofferenza di quei profughi, del debito che come comunità nazionale dovremmo ancora pagare nei loro confronti.
In Italia le ferite storiche non si cicatrizzano mai. La memoria storica è ancora selettiva, dettata dagli imperativi della politica. Pochi decenni fa lo storico Renzo De Felice fu addirittura accusato di voler «riabilitare» il fascismo: un`accusa assurda. Oggi non pare assurdo che non si possa allestire ín tranquillità uno spettacolo teatrale su fatti così lontani? Il passato non passa mai, in Italia.

Quando passerà?




111 – Mailing List Notizie 24/02/14 Comunicato stampa dalla regione Veneto: Lo spettacolo di Criticchi: "Sia visto da tutti gli studenti del Veneto"
FOIBE ED ESODO. ASSESSORI DONAZZAN E GIORGETTI ALLO SPETTACOLO DI CRISTICCHI:

“SIA VISTO DA TUTTI GLI STUDENTI DEL VENETO”

Comunicato stampa N° 472 del 21/02/2014

Gli assessori della Regione Veneto Elena Donazzan e Massimo Giorgetti hanno assistito ieri sera, al Teatro Nuovo di Verona, allo spettacolo di Simone Cristicchi tratto dal suo libro “Magazzino 18”.
Il cantautore, attraverso parole e musiche inedite eseguite dal vivo, ha raccontato le drammatiche vicende di Foibe ed Esodo che hanno segnato la storia del popolo italiano.
Uno spettacolo emozionante e coinvolgente - con il teatro veronese gremito - che può essere definito a tutti gli effetti come un reportage storico in chiave musicale.
“Seguo da anni le vicende della sofferenza degli Italiani di Istria, Fiume e Dalmazia – afferma l’assessore Donazzan – ho letto molto, ho incontrato tanti esuli, ne ho ascoltato le storie, gli aneddoti, ho seguito il viaggio della memoria e della nostalgia. Quello che è riuscito a fare Cristicchi è stato un capolavoro. È entrato nella storia drammatica con intelligenza e sensibilità – conclude – e il risultato è stato un applauso interminabile e tante lacrime. Dovrebbero vederlo tutti gli studenti del Veneto”.






112 - Mediapolitika 24/02/14 Intervista a Jan Bernas, autore del Magazzino 18 di Cristicchi
Intervista a Jan Bernas, autore del Magazzino 18 di Cristicchi:

“Raccontiamo foibe ed esodo con il democraticissimo punto interrogativo”

di Vincenzo Arena

Magazzino 18, piece teatrale interpretata da Simone Cristicchi e scritta con il giornalista Jan Bernas, ha avuto un merito indiscutibile: portare all’attenzione del grande pubblico – nei teatri, da qualche settimana nelle librerie, in tv (con la seconda serata di Rai Uno il 10 febbraio e oltre un milione di telespettatori) – il dramma delle foibe e dell’esodo dei giuliano-dalmati. Un risultato che nessun’altra iniziativa artistica o di onesta memoria storica, nel passato recente, era riuscita a raggiungere.
Sugli organi di informazione e sul web si è scatenato, sin dalla prima dello spettacolo a Trieste il 22 ottobre 2013 e forse ancor prima della prima, un vespaio di polemiche e attacchi. Non sono mancati, proprio in occasione delle celebrazioni per il Giorno del Ricordo, duri attacchi a Simone Cristicchi e al suo spettacolo.
Al Teatro Vittoria di Roma, Cristicchi – che doveva portare in scena lo spettacolo Mio Nonno è morto in guerra, è stato accolto dal mureales “Boia revisionista”; a Mestre altra simpatica scritta: “Cristicchi, solo i fasci sono nelle foibe”. Per non parlare degli episodi di apologia più generalizzati sui muri di altre città come “W Tito” o “I love Foiba”. Odio ideologico, ignoranza, disonesta analisi storica. Tutte motivazioni nobili per questi episodi. Probabilmente anche la più scontata ma sempre efficace “la mamma dei cretini è sempre incinta” andrebbe bene.
Il tutto condito dalla notizia, riportata da Il Tempo il 7 gennaio scorso, secondo cui la Onlus Cnj sostieneva di aver raccolto adesioni di singoli partigiani e dei loro eredi per espellere Cristicchi dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, “in quanto reo di alimentare a livello mediatico e diffusivo a mezzo web una propaganda politica anti-partigiana”.

Per approfondire questi episodi, ma soprattutto per approfondire, ancora una volta, la storia degli infoibati, degli esuli e dei rimasti – come avevamo annunciato nelle scorse settimane – abbiamo raggiunto telefonicamente per un’intervista il giornalista Jan Bernas, autore di Magazzino 18 e del libro da cui è tratto lo spettacolo “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”.


Dottor Bernas, nel 2010 pubblica con Mursia “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”. Il titolo del suo libro-inchiesta sull`esodo dei Giuliano-Dalmati denuncia subito l`equivoco in cui tanta storiografia sembra cadere nell`approcciare queste vicende. Foibe ed esodo, dal 1943 al 1947, furono risultato di una vendetta contro l`italianizzazione forzata fascista o una pulizia etnica a tutti gli effetti dei comunisti Titini contro gli italiani?


Non è possibile fornire una risposta univoca a questa domanda. Furono entrambe le cose. Non è possibile dare una interpretazione storica con gli schemi del bianco e del nero. Foibe ed esodo dei giuliano-dalmati sono state un momento tragico in una tragedia più grande, la Seconda Guerra Mondiale. E’ innegabile storicamente il tentativo nazionalista di Tito di annettere quelle terre di confine, ritenute di appartenenza jugoslava. La scusa della vendetta contro gli abusi pre-guerra dei fascisti è stato un modo per coprire gli evidenti tentativi di espansione nazionalista di Tito. L’obiettivo di Tito era arrivare più ad ovest possibile. Non a caso i Titini prima di occupare Zagabria decidono di marciare su Trieste e di occuparla. In questo quadro, gli italiani tutti, non i fascisti, rappresentavano un ostacolo verso la slavizzazione di Istria e Dalmazia. Per raggiungere questo obiettivo, bisognava annientare in tutti i modi possibili le popolazioni italiane, che vivevano da secoli in quelle terre.


Nel suo libro raccoglie storie di testimoni e sopravvissuti, dà o presta voce agli infoibati, agli esuli in viaggio verso l`Italia, ai contro-esuli, ai rimasti. Racconta le violenze e le torture, i campi di prigionia, i campi profughi. Ci dice qual è stata la storia che intimamente l`ha colpita di più e che potrebbe dire emblematica?

Le storie dei rimasti sono le storie a cui sono più legato. I rimasti spesso, nel racconto di queste vicende, non vengono ricordati. I rimasti vengono rimossi, dimenticati. Loro hanno subito una doppia violenza: hanno scelto di rimanere minoranza nelle proprie città occupate e invase, vedendo calpestare inermi la propria identità e le proprie tradizioni e sono stati accusati dagli stessi esuli di complicità con i Titini e di tradimento.
I rimasti hanno rappresentato – rappresentano in un certo senso tuttora – la resistenza di una stoica minoranza italiana fuori dai confini nazionali e dentro confini assolutamente inospitali dopo la guerra. Una signora di Fiume mi faceva riflettere su come anche solo la battaglia per la preservazione della lingua italiana fosse per i rimasti una battaglia quotidiana: “noi la battaglia per la preservazione della lingua italiana l’abbiamo combattuta ogni giorno”. In un contesto in cui, culturalmente e linguisticamente, gli italiani erano diventati ormai minoranza al cospetto di una maggioranza slava schiacciante.

In collaborazione con Simone Cristicchi, ha trasformato il suo libro in una pièce teatrale di grande impatto emotivo, Magazzino 18. Ci racconta la genesi di questo musical civile che ha fatto irrompere nei teatri italiani le foibe e l`esodo?


Simone Cristicchi era rimasto colpito dal mio libro “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”. Mi ha contattato ed è iniziata la nostra collaborazione che ha portato all’adattamento del testo per il teatro fino a Magazzino 18. Del Magazzino 18, deposito delle masserizie degli esuli nel porto vecchio di Trieste, parlavo già nel mio libro. E partendo da questo che oggi è un luogo della memoria, è cominciata la collaborazione con Simone.
Una collaborazione non semplice, dura e stimolante per entrambi. Abbiamo tentato di approdare ad un testo teatrale equilibrato e conciso, ma comunque ricco di dettagli e articolato nella narrazione. Se racconti la storia partigiana alcune cose, alcune vicende storiche le puoi dare per scontate, perchè la storia della lotta partigiana la studi a scuola. L’obiettivo, in questo caso, l’obiettivo non semplice, era di conciliare la concisione, utile ad un prodotto culturale spendibile, ma non prescindendo da una necessità di completezza e dettaglio che un storia poco conosciuta come quella delle foibe e dell’esodo richiedeva. Abbiamo perseguito l’obiettivo di un racconto equilibrato e non di parte. Speriamo di averlo centrato questo obiettivo, scegliendo la formula dello spettacolo teatrale che ha una potenza narrativa particolare, più dei libri e di altre forme artistiche.

Magazzino 18 è diventato da poche settimane un libro, edito da Mondadori…


Sì, è diventato un libro già alla sua seconda edizione in pochi giorni. Abbiamo dovuto effettuare dei tagli rispetto allo spettacolo per ragioni di spazio. Questo libro contiene anche una folta documentazione fotografica che ho curato direttamente. Ci sono le foto dei compiti a scuola dei ragazzi, degli utensili da lavoro, si possono ricostruire intere storie, intere vite attraverso questi oggetti dimenticati per anni in questo magazzino impolverato.


Perché la storia degli italiani infoibati e dell`esodo dei 350.000 fa ancora paura? A chi fa paura? E perché lo spettacolo di Cristicchi è accompagnato da così tante resistenze e così tante polemiche, da accuse di revisionismo e di nazionalismo?


Ci aspettavamo le polemiche su questioni così delicate. Ma le prime critiche sono arrivate già prima che lo spettacolo fosse pronto. Su facebook abbiamo ricevuto i primi attacchi prima che lo spettacolo arrivasse nei teatri. Le polemiche sono cominciate prima del debutto dello spettacolo e si sono protratte fino a episodi come quello dell’occupazione del palco da parte dei centri sociali a Scandicci. Ci sono ancora minoranze rissose che interpretano la storia con la prospettiva del bianco e del nero, della distinzione ideologica fascisti/comunisti. Osare raccontare macchie nere della resistenza, non è mettere in discussione la resistenza. Chi polemizza non lo capisce. Se, dunque, revisionismo è raccontare una storia che non è mai stata raccontata, mi definisco provocatoriamente un revisionista. Ma sinceramente penso che la storia non possa essere utilizzata come una clava da opporre gli uni contro gli altri. Siamo contrari a tutte le strumentalizzazioni: per certa sinistra di foibe ed esodo non si può parlare perchè raccontare queste storie significa mettere in discussione la resistenza; per certa destra foibe ed esodo, invece, rappresentano la prova della cattiveria comunista. Nè l’una nè l’altra interpretazione, che vengono da presupposti ideologici e dogmatici, sono condivisibili.

Riuscirà Magazzino 18 a sottrarre all`oblio la storia dell`esodo giuliano-dalmata? E soprattutto riuscirà a strappare queste vicende alle strumentalizzazioni di parte e al pregiudizio ideologico?


Magazzino 18 e il nostro lavoro non penso possano scalfire l’odio ideologico. Chi polemizza non ha nessuna volontà di confrontarsi su questi argomenti, si ritiene custode di una verità storica inattaccabile. Niente può scalfire queste posizioni dogmatiche. Noi ci siamo approcciati a questa storia con la prospettiva del dubbio, della domanda, con la volontà di approfondire. Insomma con “in mano” uno strumento democraticissimo: il punto interrogativo. I nostri detrattori sono sostenitori di un’interpretazione delle storia da punto esclamativo, dogmatica e inattaccabile. Volevamo semplicemente rendere omaggio con Magazzino 18 a chi ha vissuto e subito questa tragedia. Speriamo di aver fatto piccoli passi avanti verso una più solida consapevolezza. Ci basta aver aperto gli occhi a chi questa storia non la conosceva. Ci basta aver fatto scoprire a tanti che Rovinj è anche Rovigno, Pulj è anche Pola, Kopar è anche Capodistria.
E la trasmissione di Magazzino 18 su Rai Uno, nella seconda serata del 10 febbraio, come la giudica?
Un buon contributo. Sarebbe stato meglio averlo in prima, ma meglio che niente. I dati di ascolto sono stati comunque incoraggianti e non è detto che il prossimo anno non si arrivi in prima serata.


113 - Il Piccolo 24/02/14 Pola capitale istriana: il via libera del Sabor fa arrabbiare Pisino
Il Lunedì 24 Febbraio 2014 14:18, mariarita <Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.> ha scritto:

Pola capitale istriana: il via libera del Sabor fa arrabbiare Pisino

Approvata in prima lettura la proposta del deputato Boljun›i„ Dieta democratica in difficoltà. Il sindaco Krul›i„: «Uno scippo»
·         -
POLA. Forse questa sarà la volta buona, dopo alcuni tentativi andati a vuoto nel recente passato. Stiamo parlando dell’iniziativa intesa a riconoscere il maggior centro istriano, ossia Pola, capoluogo regionale, invece di Pisino ritenuta una forzatura, anzi un capriccio del defunto presidente croato Franjo Tudjman che agli inizi degli anni Novanta l’aveva proclamata capitale dell’Istria come premio per la sua “croaticità”. Ebbene il Sabor in prima lettura ha appoggiato la proposta del deputato dietino Valter Boljun›i„ che ora ha sei mesi di tempo per presentare in aula la bozza definitiva delle modifiche alla Legge sulla geografia amministrativa della Croazia.
«Pola deve diventare capoluogo - spiega - in quanto è il centro economico, culturale e scientifico dell’Istria. Si tratta più che altro di una questione di prestigio, per gli istriani in sostanza cambierà ben poco». L’Assemblea regionale continuerà a riunirsi a Pisino e i vari dipartimenti dell’amministrazione regionale rimarranno dislocati un po’ in tutta la penisola, il presidente della Regione continuerà ad avere sede a Pola.
Ovviamente l’iniziativa non è stata gradita dal sindaco di Pisino Renato Krul›i„ che definisce la cittadina centro-istriana «capitale storica dell’Istria», ricordando che qui hanno sede varie istituzioni e uffici tra cui la Revisione di stato e l’Agenzia per lo sviluppo rurale dell’Istria. Il primo cittadino sostiene che «cambiando le cose Pola non guadagnerebbe niente ma che Pisino perderebbe tanto». Krul›i„, che parla di «scippo bello e buono», non intende arrendersi senza sparare alcun colpo e annuncia la possibilità di indire un referendum sulla scottante questione.
C’è il pericolo a questo punto di spaccature all’interno della Dieta democratica istriana che governa sia Pola sia Pisino. L’iter prevede che sulla questione si pronunci l’Assemblea generale e, visto il rapporto delle forze in campo, l’esito della votazione appare scontato. Per bocca di Pedja Grbin presidente del Comitato parlamentare per la Costituzione e l’assetto politico, il Partito Socialdemocratico fa sapere che in Parlamento appoggerà quanto deliberato a livello regionale. Voto libero, insomma, secondo coscienza. (p.r.)





114 - La Voce di New York 19/02/14 - Foibe: i buchi (carsici) della memoria
Foibe: i buchi (carsici) della memoria

di Ludovica Martella

Come delle Atlantidi perdute nel mare della storia italiana, le storie delle popolazioni giuliane sotto il regime di Tito sono state per troppo tempo dimenticate. Al consolato di New York, ci celebra il ricordo delle vittime delle foibe e degli esuli istriani, dalmati e fiumani

 
Un momento dello spettacolo dedicato alla storia degli esuli giuliani,

Non tutti conoscono la storia dei giuliani nel mondo. È stato solo dieci anni fa, infatti, che il Parlamento italiano ha riconosciuto loro un “giorno del ricordo”, consacrando il 10 febbraio giornata dedicata a un dramma troppo spesso dimenticato. Quel giorno, nel 1947, un’Italia appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale firmò la pace con gli alleati e lasciò alla Jugoslavia, allora sotto la dittatura del comunista Tito, la parte dell’Adriatico Orientale, come prezzo da pagare dopo il conflitto. Ciò che è successo in quelle terre è ancora oggi poco documentato. Anni ed anni di violenze inflitte agli italiani che vivevano in quelle zone sono stati nascosti per troppo tempo. L’associazione Giuliani nel Mondo è nata proprio con lo scopo di ricordare e rendere note queste violenze..-

È così che il 18 febbraio al Consolato generale di New York, l’associazione Giuliani Nel Mondo  del New Jersey ha commemorato, con un leggero ritardo dovuto alle bufere di neve che hanno colpito New York negli ultimi giorni, la memoria delle catastrofi inflitte agli italiani delle zone di Fiume, Zara, delle isole del Quarnaro e della Dalmazia, di gran parte dell'Istria, del Carso triestino e goriziano, e dell'alta valle dell'Isonzo sotto il controllo jugoslavo.

“Il giorno del ricordo è diventato un’occasione per condividere e per capire, dopo anni di silenzio, la tragedia delle foibe e dell’esodo, uno dei momenti più tristi della storia del nostro Paese – spiega il Console Generale di New York, Natalia Quintavalle – Non sono tanto i numeri, che sono ancora incerti, a misurare la portata di questa tragedia, ma la drammaticità di quell’orribile vicenda è nella strage di popolazioni indifese, nell’inserirsi della violenza politica programmata su un terreno di contrapposizioni etniche e ideologiche fra le popolazioni dell’area dell’Adriatico orientale”.

 
Il Console Generale Natalia Quintavalle

Ciò che caratterizza questa giornata del ricordo, infatti, spiega il console, “è la memoria storica che ogni popolo ha il dovere di coltivare e raccontare per rafforzare la propria identità anche sulle tracce della sofferenza del passato, la ricerca della verità e della consapevolezza di ciò che è accaduto”.

È il console generale aggiunto, Roberto Frangione, spiega Quintavalle, che durante gli anni, insieme a Eligio Clapcich, presidente dell’associazione Giuliani nel mondo del New Jersey, continua a portare avanti la tradizione della commemorazione della giornata del ricordo a New York, iniziata da una collaborazione con il predecessore di Frangione, il console aggiunto, Laura Aghilarre. “Per rispetto delle generazioni future abbiamo il compito di trasmettere la conoscenza della storia, una realtà che, se pure dolorosa, ci consente di ripartire e di costruire un futuro dove l’odio dei popoli sia solo un ricordo – commenta Frangione sulla missione di questo evento.

Eligio Clapcich, presidente dell’associazione Giuliani nel mondo

L’esodo di istriani, dalmati e fiumani è un evento che non molti conoscono come delle Atlantidi scomparse nel mare. Negli ultimi tempi a fare un po' di luce sulle catastrofi di quegli anni è stato lo spettacolo Magazzino 18, ideato dal cantante romano Simone Cristicchi. Magazzino 18 è il nome di un magazzino del porto di Trieste, “dove venivano raccolte le masserizie degli esuli in partenza dall’Italia” spiega Frangione. Il musical è andato in scena in Italia e in Croazia, nella città di Pola, e in entrambi i casi ha provocato reazioni forti: alcune positive, altre meno. Lascia perplessa la reazione dell’Italia: dopo essere stato mandato in onda dalla Rai, lo spettacolo è stato censurato “a causa di critiche da parte di centri sociali come l’Associazione Nazionale Partigiani Italiani”, spiega Clapcich. Sono state necessarie petizioni mondiali e nazionali per mandare nuovamente in onda il musical il  10 febbraio scorso.

Magazzino 18 ricorda le storie di chi con speranza di tornare, lasciò oggetti di ogni tipo, da pianoforti, quaderni, piatti, divani, nei magazzini del porto di Trieste. Lo spettacolo mette in luce anche la tragedia delle foibe, le quali anni fa erano riconosciute sui dizionari come “cavità carsiche”. Nel video mostrato durante la commemorazione al Consolato, la voce narrante di Cristicchi, racconta invece come in queste cavità “a forma di imbuto rovesciato”, venissero gettati in massa italiani, alcuni connessi ai fascisti, altri no, dopo essere stati torturati e violentati dai militari titini. All’evento erano presenti i coniugi Fides Monti e Ferruccio Gerin, originari di quei luoghi. Entrambi persero il padre nella tragedia delle foibe. “Mio padre lasciò cinque figli – racconta Fides Gerin – ci dissero di andare a Pola ma presto ce ne dovemmo andare anche da lì”.

All'evento a sorpresa è arrivato Piero Fassino, sindaco di Torino, che, in visita a New York, è intervenuto per portare la sua solidarietà alle comunità Giuliano-Dalmate: “C’è stato un periodo della mia vita politica, tra il ‘96 e il ‘98, dove sono stato incaricato di restituire identità storica alle vicende della Dalmazia. Credo che questa scelta di costituire la giornata del ricordo sia stata particolarmente giusta perché questa tragedia per un lungo periodo è stata ignorata e negata per ragioni di realpolitik. Non è vero che le tragedie quando si consumano creano di per se gli anticorpi per cui non si ripetono. I Balcani sono stati nella metà degli anni ‘90 territorio devastato da pulizie etniche tremende”.

“La celebrazione di oggi vuole cercare di chiarire nei limiti del possibile e dare un volto a quello che successo — conclude Quintavalle — Non possiamo pensare di costruire la nostra società e il futuro per i giovani, senza capire quello che è successo, non assumendoci la nostra responsabilità, perchè quello che è successo alla fine della Seconda Guerra Mondiale non si ripeta più”.






115 – Corriere di Novara 27/02/14 Cultura -  Novara: Raccontando il “confine difficile“

CULTURA

ALL’ARCHIVIO DISTATO LA MOSTRA “SALUTI DALLA VENEZIA GIULIA”. TRA FRANCOBOLLI E CARTOLINE

“ Raccontando il “confine difficile “

Francobolli e cartoline raccontano la storia del confine orientale d’Italia e la presenza di una numerosa comunità di esuli istriani, fiumani e dalmati sul territorio novarese. Fino al 28 febbraio all’Archivio di Stato di Novara, nella ex chiesa della Maddalena, è allestita la mostra “Saluti dalla Venezia Giulia” promossa dall'Istituto Storico della Resistenza “Piero Fornara” in occasione del Giorno del Ricordo. Organizzata grazie al contributo di Roberto Piantanida, collezionista dell'Associazione filatelica e numismatica novarese, e di Roberto Perovich, l’esposizione gode dell'appoggio dalla Provincia di Novara e del Comitato novarese dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. «Fare rete - ha sottolineato all’inaugurazione Maria Marcella Vallascas, direttore dell’Archivio di Stato -significa anche avvicinare i cittadini a temi di grande rilievo come questo. Temi che sottolineano l’importanza della, custodia della memoria con l’obiettivo di trasmetterla alle nuove generazioni affinché conoscano la storia e non la dimentichino. Con questa iniziativa si consolida la collaborazione tra l’Archivio di Stato e l’Istituto Storico». Una «mostra rara e particolare - ha aggiunto Giovanni Cerutti, direttore scientifico dell’Istituto Storico - e che nasce grazie al contributo di due collezionisti che hanno messo a disposizione il loro materiale. Un modo diverso di celebrare il Giorno del Ricordo attraverso lo studio di fonti che hanno un valore assoluto dal punto di vista del collezionismo ma che offrono anche la possibilità di una cavalcata nella storia per approfondire le sovranità che si sono avvicendate in quell’area: dalla fine dell’Ottocento, passando per la prima guerra, il Regno d’Italia, l’offensiva dell’esercito italiano per allargare i confini, poi l’armistizio, l’arrivo dei Tedeschi e i nuovi confini arrivando fino agli anni Ottanta del Novecento. Attraverso un documento concreto come la cartolina e il francobollo che sono “strumenti” di storia a tutti gli effetti. È un altro modo di guardare la mostra quello che ci porta' a leggere la storia per mezzo della corrispondenza: qui vengono alla luce gli argomenti della vita quotidiana e anche la volontà di mantenere i contatti con chi è rimasto in patria. Un modo per sottolineare quanto quella storia sia complicata, evitando semplificazioni e riduzioni a schemi astratti». Roberto Piantanida, collezionista novarese che ha reso possibile la mostra, sottolinea che «la storia postale permette di leggere la storia dei nostri tempi» e, richiamando l’importanza di alcuni pezzi esposti, porta alla luce anche una curiosità, come «l’imposizione di so-vraprezzi ai francobolli al fine di recuperare soldi con tariffe più alte. Sono rari sulla corrispondenza perché limitati a pochi mesi». O ancora «la data di occupazione della città impressa sui documenti dagli alleati per rimarcare la propria presenza». Per Roberto Perovich si tratta di documentazione preziosa che consente di ricostruire i rapporti tra chi si era dovuto separare allontanandosi di chilometri». Paolo Cattaneo, vice presidente dell’Istituto Storico, sottolineando la sinergia tra i soggetti in campo culturale, porta alla luce ricordi personali: «Mio padre era assessore ai Lavori pubblici, durante il mandato del sindaco Allegra, quando è nato il Villaggio Dalmazia. Non era stato qualcosa di dovuto, ma un intervento sentito dalla città ancora oggi. È sempre stato un gioiellino. Mai isolato o considerato periferia, ma inglobato nella città».

Eleonora Groppetti

" Un percorso “visivo " tra i documenti

■ Un filo conduttore e tante facce. «Abbiamo voluto ampliare lo spettro di indagine del confine orientale - ha spiegato Antonio Leone, membro del Comitato Scientifico dell'Istituto Storico e curatore dell'esposizione -, anche affrontando tematiche a volte apparentemente distanti rispetto ai temi centrali che ruotano attorno alle commemorazioni ufficiali del Giorno del Ricordo, come le foibe e l'esodo. Ci siamo occupati degli aspetti puramente storici, attraverso la raccolta e lo studio delle fonti orali e materiali, della produzione letteraria dei cosiddetti "rimasti", ma anche della salvaguardia della memoria e della situazione attuale della comunità italiana residente in Slovenia e in Croazia. Oggi per parlare di quello che viene considerato dalla storiografia come il “confine diffìcile” abbiamo pensato di chiedere una mano al mondo del collezionismo postale e della filatelia. Con una serie di cartoline illustrate, alcune di assoluto valore sia artistico che filatelico (annulli e francobolli), esposte assieme ad altro materiale postale, e stato costruito un percorso "visivo" attraverso i luoghi più suggestivi dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia e dei territori del Regno di Jugoslavia occupato dalle nostre truppe. La storia postale ha un vantaggio, si muove con la grande storia. Cambiano i francobolli che hanno anche un valore propagandistico. Prima l’imperatore, poi il Regno d’Italia, quindi Mussolini e Hitler, anche con emissioni speciali a sancire l’alleanza. La filatelia e la storia postale sono considerate una fonte minore. Spesso gli storici non sono interessati tanto al mezzo quanto al
contenuto, ma anche questi documenti ci consentono di ricostruire un percorso».

La prima parte, che racchiude il periodo tra le due guerre mondiali, è preceduta da una sorta di prefazione dedicata alla corrispondenza relativa al periodo austro-ungarico (di grande interesse illustrativo, filatelico e di storia postale), nonché a quella proveniente dai territori occupati dai nostri militari a partire dal novembre 1918.

Nella parte successiva è esposto materiale che ha viaggiato durante le varie occupazioni militari:    da quella italiana della Dalmazia e di parte della Slovenia dall'aprile del 1941 a quella titina di Fiume, per finire a quella relativa ai territori sottoposti al Governo Militare Alleato (in particolare la citta di Pola). «La sezione conclusiva, dedicata alla Zara tra gli anni Sessanta e Ottanta, -ancora Leone - sebbene non abbia un assoluto valore dal punto di vista artistico e filatelico, è importante perché testimonia il legame mantenuto negli anni all'interno della famiglia Perovich tra chi scelse di partire verso l'Italia e coloro che decisero di rimanere, nonché il vincolo affettivo mantenuto con i luoghi della propria storia da parte degli "andati"».

E nelle bacheche, oltre alla rivista “Novara è..che alla comunità di esuli ha dedicato un articolo lo scorso anno, anche una serie di pubblicazioni consigliate e sempre in tema con la mostra aperta fino al 28 febbraio (orario 9/15): per richiedere una visita guidata scrivere all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..






116 – Il Resto del Carlino 25/02/14 Bologna: Foibe: non dimenticare, ma ricordare e tramandare


Foibe: non dimenticare, ma ricordare e tramandare

Paura, diffidenza e campi profughi: grazie al diario di Maria Lucidi rivive la tragedia istriana

IN REDAZIONE

Le classi coinvolte nel progetto sono IA IB IC ID IIA IIB IIC
Coordinate dalle professoresse Tiziana Agus, Amabile Bellucci, Stefania Ruggeri e Maurizia Sabbioni.

«...UN MOTO di odio e di furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una ‘pulizia etnica’». (Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica italiana, Roma, 10 febbraio 2007).

Queste le parole del Presidente della Repubblica in occasione della commemorazione delle vittime dei massacri delle foibe. Dopo la ‘Giornata della Memoria’ per le vittime della Shoah, il 10 febbraio si celebra il ‘Giorno del Ricordo’ istituito con la legge 30 marzo 2004. Tale giornata ha l’intento di conservare e rinnovare la memoria dei cinquemila italiani uccisi in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia tra il 1943 e il 1945 dai partigiani di Tito. Questa commemorazione non è solo dedicata alle vittime delle foibe, ma anche alla tragedia dei profughi giuliani costretti a lasciare le loro case e i loro beni per fuggire in Italia dove, però, furono ma- E’ QUESTA, un’altra pagina dolorosa della nostra recente storia scritta dallo spirito di vendetta che ha seminato morte e costretto migliaia di persone all’esilio, «...nessuno di noi parlava, per non attirare l’attenzione... Il nostro sguardo era fisso sul lato bello della vita...». Chi scrive è Maria Lucich, una ragazzina come noi e come tanti altri giovani della nostra età. Così si apre quel suo diario che lei definisce ‘Diario di un ricordo’ in cui dolori e speranze si alternano e si susseguono con ritmo incessante. Maria è una nostra coetanea, ma è nata nel 1933 a Fiume, la sua adorata Fiume, come la definiva lei. Per tutti la guerra è male, ma per i bambini di più. Per una bambina di dieci anni sentire gli adulti che urlavano: «È la fine del mondo, non si salva più nessuno» era qualcosa di orrendo. E la guerra finì, ma non con essa i dolori. «Frequentavo la scuola media e ogni giorno dai banchi veniva a mancare qualche alunno... Eravamo nel 1948 e Fiume era appena stata occupata dai comunisti con in testa il loro maresciallo Tito... Erano anni di paura, di diffidenza, di controlli continui da parte delle autorità. Diventammo profughi, insieme a 350.000 italiani... Le speranze di molti giovani si sparpagliarono per il mondo intero».

CAMPO profughi di Gaeta. Mancava l’acqua e la luce era «razionata» e l’unico calore che poteva confortare era quello del triste inno «Profughi siamo figli del dolor, senza casa e focolar...», ma Maria affronterà con forza e coraggio il suo difficile percorso di vita. Maria ci ha insegnato come, nonostante le sofferenze, sia possibile mantenere saldi e forti i grandi valori di un vivere civile, quali l’amore, il rispetto, la fraternità; valori di cui ancora oggi abbiamo bisogno e, proprio noi giovani, dobbiamo imparare, coltivare e radicare in noi per poi trasmetterli alle generazioni future.






117 - Il Piccolo 22/02/14 Gorizia -  La II B della media "Ascoli" premiata da Napolitano per un libro sull'Istria
CERIMONIA A PALAZZO MADAMA
 
La II B della media “Ascoli” premiata da Napolitano per un libro sull’Istria
 
La classe della II B della scuola media “G. I. Ascoli” dell’Istituto comprensivo di Gorizia 1 è risultata tra i vincitori del concorso indetto dal Ministero dell’Istruzione e legato all’iniziativa, “Mito, fiaba e leggenda dell’Adriatico orientale”, con la stesura di un libro che hanno deciso di intitolare “L’Istria sotto l’albero”. La premiazione, nell’ambito del Giorno del ricordo, si è tenuta a Roma nella sede del Senato, a Palazzo Madama. Gli studenti in questo loro lavoro sono stati coordinati dall’insegnante di lettere, professoressa Barbara Sturmar . Alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - e dei presidente delle due Camere, Pietro Grasso, Laura Boldrini - nel corso dell’evento, trasmesso in diretta televisiva, hanno preso inizialmente la parola Antonio Ballarin, presidente Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Luciano Monzali, professore dell’Università di Bari, e Marta Dassù, vice ministro degli Esteri, ricordando l’importanza della legge 92 del 30 marzo 2004, che ha istituito il Giorno del ricordo, e sottolineando il trauma vissuto dagli esuli espulsi dalla loro terra. Si tratta di sofferenze soprattutto psicologiche, che hanno segnato i profughi per tutta la loro vita. Successivamente gli alunni goriziani sono stati premiati dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Senato e dal sottosegretario del Miur: il loro progetto è stato molto apprezzato perché, trattando il tema dell’esodo giuliano dalmata, i ragazzi hanno saputo presentare «una pregevole rielaborazione di antiche leggende apprese recuperando la memoria orale degli anziani». Con grande emozione Francesco Marzini, Caterina Michelin e la professoressa Barbara Sturmar hanno ritirato la targa consegnata dal presidente della Repubblica. Si è trattato di una giornata eccezionale per gli studenti goriziani, conclusasi al Ministero dell’Istruzione, dove la II B della “Ascoli” è stata nuovamente premiata dal Sottosegretario del Miur Marco Rossi Doria e dalla direttrice dell’Ufficio scolastico del Friuli Venezia Giulia, Daniela Beltrame.




118 - Il Piccolo 28/02/14 Cianfarani debutta come “superconsole” con una prima missione a Zara
Cianfarani debutta come “superconsole” con una prima missione a Zara
  Con la recente soppressione del consolato italiano a Spalato, quello generale di Fiume copre anche la Dalmazia. Così si è inquadrata la visita a Zara, la prima, del console generale d'Italia a Fiume, Renato Cianfarani. Ha incontrato le massime autorità locali, tra cui il sindaco Božidar Kalmeta, riferendo di colloqui avvenuti in un clima piacevole di collaborazione. Quindi ha fatto tappa alla locale Comunità degli Italiani (circa 250 soci), ricevuto dalla presidente Rina Villani. Cianfarani ha parlato di Comunità storica, molto importante, anche perché isolata e che nella travagliata storia della città dalmata ha saputo comunque mantenere viva l'identità e la cultura italiana. Ha fatto visita anche all'asilo italiano Pinocchio, costruito grazie ai mezzi di Roma e con il contributo dell'Unione italiana e del sodalizio dei connazionali. Cianfarani ha sottolineato che sono state gettate le basi per iniziative commerciali e culturali tra Italia e Zaratino.
(a.m.)




119 - La Voce del Popolo 24/02/14 Zara, una città nello spazio e nel tempo
Zara, una città nello spazio e nel tempo
 
Le prime testimonianze storiche su Zara risalgono al IV secolo a. C., quando la città era una colonia dell’antica tribù illirica dei Liburni. All’epoca era conosciuta con il nome di Jader e nel corso dei secoli questo cambiò più volte da Idassa (di origine greca) a Jadera (di origine romana), da Diadora a Zara (durante il governo veneziano e italiano), fino a arrivare all’odierna Zadar. Nel 59 a. C. viene eretta a municipio romano, circa dieci anni dopo diventa colonia, i cui abitanti ottengono il grado di cittadini romani.
 
È durante il periodo romano che Zara acquisisce la tipica conformazione urbana: viene infatti dotata di una rete stradale, una piazza centrale, il foro, accanto al quale si trovava il campidoglio elevato con un tempio. Nel VII secolo diventa la capitale della provincia bizantina della Dalmazia, nel X secolo inizia la colonizzazioneda parte dei croati, nel 1202 venne dapprima bruciata e poi conquistata sia dai crociati e sia dai veneziani.
 
Dopo il periodo della Serenissima, Zara verrà governata dagli Austriaci (1797), per un breve perioso dai fancesi (dal 1806 al 1813), quindi nuovamente sottomessa al governo austriaco, che durerà fino al 1918. Con il Trattato di Rapallo Zara passerà sotto il Regno d\'Italia, mentre solo dopo il Trattato di Pace di Parigi del 1947 entrerà a far parte della Federazione iugoslava nell’ambito della Repubblica di Croazia, nazione autonoma dal 1991.).
 
Oggi la città di Zara è una città monumento, la cui forma odierna è il risultato dei diversi periodi storici e culturali attraversati dalla città. Da non dimenticare che nel corso della Seconda guerra mondiale Zara subì numerosi, durissimi bombardamenti e che dal settembre del 1943 la popolazione italiana cominciò ad abbandonare la città, rifugiandosi a Trieste, in altre parti d’Italia e del mondo.
 
È "figlio" dell\'esodo anche lo zaratino Franco Marussich. Sua madre, Lina Marussich Ziliotto, fuggì dalla città proprio ne \'43 con lui e il fratello Paolo e Franco, mentre il marito e il figlio maggiore, Luigi, erano prigionieri in Africa, sia per sottrarsi ai bombardamenti anglo-americani che alla “caccia” degli italiani in Dalmazia. Franco Marussich, che oggi vive in Francia, è autore del volume “Zara: una città nello spazio e nel tempo” (Luglio Editore, San Dorligo della Valle – Trieste), che verrà presentato oggi (ore 19) al Civico Museo della Civiltà istriana fiumana e dalmata di Trieste. Ne parlerà la professoressa Chiara Motka, della Fondazione scientifico culturale Eugenio Dario e Maria Rustia Traine di Trieste. Sarà presente l\'autore. L\'evento è organizzato in collaborazione dall\'Istituto regionale per la Cultura istriano-fiumano-dalmata e dalla Fondazione Rustia Traine.





120 - Il Piccolo 21/02/14 Sergio Cionci, lo 007 che spiava Tito
Sergio Cionci, lo 007 che spiava Tito

Andrea Romoli ricostruisce la storia dell’agente segreto goriziano attivo durante la Guerra fredda
 
 di Roberto Covaz

La strage di Vergarolla pianificata dall’Ozna, la polizia segreta jugoslava, che il 18 agosto del 1946 provoca la morte di un’ottantina di persone segna il punto di non ritorno: Pola e gran parte dell’Istria sono destinate a diventare Jugoslavia. Nel Cln di Pola si comincia l’organizzazione dell’esodo, ma c’è chi guarda oltre. Si ritiene indispensabile che in città rimanga qualcuno di fidato, capace, una volta che il maresciallo Tito avrà il pieno potere, di trasmettere all’Italia notizie di prima mano su quanto succede in Istria. La scelta cade su un 24enne, già allievo ufficiale della Regia aeronautica e partigiano nelle formazioni antifasciste in Istria. Un ragazzo sveglio, capace di dialogare e farsi rispettare da tutte le parti coinvolte in quei drammatici giorni. Si chiama Sergio Cionci. Qualche giorno dopo la strage di Vergarolla giunge a Pola, sotto le mentite spoglie di dottore, tale Alberto Aini. Ha un primo contatto con Cionci. Lo convoca per un successivo colloquio a Padova. Aini denuncia un’aria dimessa, sembra quasi uno straccione e gira tenendo stretta una lisa borsa da impiegato. Aini non è un dottore qualsiasi. È un tenente colonnello del Servizio segreto militare. Nella borsa, oltre ad alcuni documenti, c’è una busta gialla contenente 30 mila lire. Cionci la prende e da quel momento e fino al 1952 diventa l’agente segreto Mario Casale, direttore dell’Ufficio corrispondenti delle Venezia, unico domicilio conosciuto la Casella postale Gorizia 72. Palpitante, intrigante, capace di lasciare il lettore con il fiato sospeso è il libro “L’ultimo testimone. Storia dell’agente segreto Sergio Cionci e degli istriani nella Guerra fredda” (editore Gaspari, pagg. 175, 15 euro). L’ha scritto il giornalista goriziano della Rai, Andrea Romoli, che proprio a Gorizia ha scovato questo eccezionale testimone muto degli anni più bui del Novecento giuliano.

Non un libro-intervista, forse una confessione, certamente non completa per Cionci, oggi ancora in forma, che ammetterà a Romoli, a stesura completata, di non aver vuotato tutto il sacco dei segreti. Stimolato a dovere, lo potrebbe fare oggi alle 17.30 nella sala Della Torre della Fondazione Carigo in via Carducci 2 a Gorizia dove, a cura dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, verrà presentato il libro. Con l’autore e il testimone dialogherà lo storico Gianni Oliva che ha curato un efficace prefazione. Introduzione di Maria Grazia Ziberna dell’Anvgd di Gorizia. Le testimonianze di Cionci raccolte e inquadrate storicamente con chiarezza da Romoli svelano retroscena della Guerra fredda capaci di far riflettere e porsi una semplice domanda: quante volta siamo stati ignari della piega ancora più drammatica che avrebbe potuto prendere l’esistenza della popolazione della Venezia Giulia? L’attività di spionaggio di Cionci-Casale spazia dall’Istria, a Trieste e a Gorizia. Lo 007 è presente nel capoluogo isontino domenica 13 agosto 1950 quando prende corpo uno degli avvenimenti di popolo più straordinari: la Domenica delle scope. A migliaia i goriziani - e non solo - rimasti “di là” varcano il confine per ritornare nella vecchia cara Gorizia. Al termine della giornata, quasi tutti rientreranno a Nova Gorica, in Jugoslavia; le donne acquisteranno in massa scope di saggina. Quel giorno Cionci scatta delle fotografie che il libro di Romoli ripropone. Si tratta di un documento rarissimo. Cionci è abilissimo a muoversi sul terreno minato delle delazioni. Non sarà facile per lui reinventarsi una vita normale. Lo sfondo delle vicende è rappresentato dal drammatico periodo dell’esodo. In mezzo a tanta gente disperata per essere stata costretta a lasciare Istria, Quarnero e Dalmazia, si mescolano spioni della peggior risma. Conclude amaramente ma opportunamente la sua prefazione Oliva: «La lettura di questo bellissimo volume, che apre uno squarcio ulteriore sulla vicenda del confine nordorientale, lascia un senso di amarezza morale, ben sintetizzata da una delle tante vicende raccontate, quella di Dino Benussi, capo sicurezza nei cantieri di Monfalcone, “italiano” convinto, che s’impicca quando nel 1975 la firma del Trattato di Osimo rende irreversibile il confine del dopoguerra».







121 - Il Piccolo 21/02/14 Aldo Moro e la ferita del Trattato di Osimo
Aldo Moro e la ferita del Trattato di Osimo
Un convegno mette a fuoco a Trieste i motivi che spinsero lo statista a mettere chiarezza nei rapporti tra Italia e Jugoslavia
 di MASSIMO BUCARELLI
Nel secondo dopoguerra, le relazioni politiche e diplomatiche tra l’Italia e la Jugoslavia furono caratterizzate da incomprensioni, ostilità e polemiche, dovute soprattutto - anche se non esclusivamente - alla questione di Trieste, il lungo e sofferto contenzioso territoriale che per molti anni divise i due paesi adriatici. Dopo la sconfitta subita dall’Italia e il tentativo jugoslavo di impossessarsi di Trieste e di gran parte dalla Venezia Giulia, il trattato di pace del 1947 stabilì che tutto il territorio italiano ad Est della linea Tarvisio - Monfalcone fosse assegnato alla Jugoslavia ad eccezione di una ristretta fascia costiera comprendente Trieste (zona A), occupata dagli anglo-americani, e Capodistria (zona B), sotto occupazione jugoslava. In base al trattato, questa fascia costiera avrebbe costituito il Territorio Libero di Trieste, Tuttavia, lo scoppio della guerra fredda e la divisione dell’Europa in blocchi politici contrapposti resero impossibile la costituzione del Tlt.
 
La successiva rottura tra Tito e Stalin e il conseguente avvicinamento di Belgrado al blocco occidentale spinsero gli anglo-americani a favorire una soluzione di compromesso provvisoria sancita dal Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954, che di fatto stabiliva la spartizione del Tlt. Fu solo negli Sessanta, dopo l'avvio in Italia della stagione dei governi di centro-sinistra, che Roma e Belgrado, rimaste per anni arroccate sulle proprie posizioni, iniziarono a dialogare dando vita al lungo negoziato che dal 1968 in poi, attraverso varie fasi e battute d'arresto, portò alla firma degli accordi di Osimo del novembre 1975. All’interno della nuova maggioranza di governo, confluirono forze e personalità politiche della sinistra non comunista, attente ai progressi del socialismo jugoslavo, e sensibili alle esigenze di sicurezza e di crescita economica della vicina Federazione, paese non allineato, diventato una sorta di Stato «cuscinetto» tra l'Italia e il blocco sovietico. Alla luce dell'importanza politica e strategica del regime di Belgrado, divenuta ancor più evidente dopo le vicende cecoslovacche del 1968, con l'ingresso a Praga delle truppe del Patto di Varsavia, i socialisti e i socialdemocratici italiani (soprattutto, i rispettivi leader Pietro Nenni e Giuseppe Saragat) ritenevano che ormai fosse giunto il momento di chiudere la vertenza territoriale e stabilizzare il confine, per consolidare il regime di Belgrado, minacciato dal riemergere dei contrasti nazionali interni. Tuttavia, la vera novità della politica italiana, in grado di cambiare definitivamente l’andamento negativo dei rapporti bilaterali, fu la presenza nei governi di centro-sinistra di Aldo Moro, leader del principale partito della coalizione, la Democrazia Cristiana, nonché presidente del Consiglio dei Ministri e ministro degli Esteri a più riprese tra il 1963 e il 1976.
 
Contrariamente a quanto affermato dai suoi predecessori sia alla guida del governo, che del suo stesso partito, secondo i quali l’intero Tlt o, in alternativa, la maggior parte di esso sarebbe dovuto tornare all’Italia data la provvisorietà dell’intesa raggiunta nel 1954, Moro era convinto che la sistemazione territoriale stabilita dal Memorandum di Londra fosse ormai «non modificabile con la forza» e «non modificabile con il consenso». Per il leader Dc e per i diplomatici italiani che ne sostennero l'azione, lo status giuridico e territoriale fissato dal Memorandum andava rispettato senza apportare cambiamenti e le «sfere territoriali» risultanti da esso (che configuravano la spartizione di fatto del Tlt) erano «fuori questione» e «fuori discussione». Moro, però, si rendeva anche conto che una soluzione della questione di Trieste basata sulla divisione del Tlt lungo la linea di demarcazione del 1954 avrebbe suscitato numerose reazioni contrarie, sia a livello locale (anche all’interno della stessa DC triestina), che a livello nazionale, negli ambienti dell’estrema destra. Per questo, riteneva necessaria l'adozione graduale e meditata di una «soluzione globale», che non solo tenesse conto degli aspetti territoriali e confinari, ma che prevedesse anche misure in grado di garantire concreti vantaggi economici per le popolazioni italiane di confine e di rilanciare lo sviluppo locale, unico corrispettivo possibile per la perdita definitiva della Zona B. In conclusione, l’accordo con la Jugoslavia – secondo Moro - non doveva essere visto come una rinuncia italiana alla zona B, perché non si poteva rinunciare a qualcosa che ormai non apparteneva più al paese dai tempi della guerra e del trattato di pace, ma come l’acquisizione di un vantaggio non solo territoriale (la città di Trieste, che il trattato del ’47 aveva lasciato al di fuori dei confini nazionali), ma anche strategico, politico ed economico, attraverso la stabilizzazione dei confini orientali e dell'area adriatica, e il rilancio della partnership italo-jugoslava.
 
Dentro gli archivi tutti i passaggi dell’odiato accordo
 TRIESTE A quasi 40 anni dal Trattato di Osimo gli archivi si aprono e quella vicenda che tante reazioni suscitò a Trieste, dando il via al movimento del Melone, può finalmente diventare oggetto di una ricostruzione critica. È questo l’intento che si propone il convegno “Osimo: lo stato degli studi” che si tiene oggi dalle 15.30 alle 18.30 alla Biblioteca Statale di Trieste, in largo Papa Giovanni XXIII 6. Il convegno è organizzato dal Dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università con l’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia. Massimo Bucarelli, dell’Università del Salento, e Saša Mišic, dell’Università di Belgrado, metteranno a confronto la strategia negoziale italiana e quella jugoslava. Luciano Monzali, dell’Università di Bari, si soffermerà sull’ultima fase delle relazioni italo-jugoslave. I lavori saranno introdotti e coordinati da Raoul Pupo, dell’Università di Trieste.












122 – La Voce di Romagna 25/02/14 Nello Rossi: “Il ricordo dei morti unisca i vivi”

NELLO ROSSI E IL SUO IMPEGNO PER DARE CRISTIANA SEPOLTURA AI COMMILITONI TRUCIDATI

“Il ricordo dei morti unisca i vivi”

MAGGIO 1945 A Tolmino i bersaglieri del Battaglione Mussolini si arrendono ai partigiani slavi che non mantengono l’impegno di consegna agli alleati

La promessa al cappellano padre Cesario,nato a Villa Verucchio, che ha vissuto gli orrori del lager di Borovnica, “l’inferno dei morti viventi”

Avevamo 17 / 20 anni- racconta Nello Rossi-, abbiamo abbandonato le nostre case e le nostre famiglie cantando “Mamma non piangere se mi vedrai partire, vado alla guerra per vincere o morire”. E’ difficile capire questa nostra decisione di partire volontari con i bersaglieri; per noi ragazzi non fu un revival fascista, ma solo una storia di sentimenti e di Ideali di un tempo che fu; uno slancio oggi incomprensibile, perché oggi non ha più alcun significato, è solo un’espressione che deve restare solo come “Memoria” per insegnarci a vivere meglio nel futuro”. Il Battaglione Mussolini nell’aprile 1945 resta al suo posto. Il 30 aprile inizia per il frate di Villa Verucchio e migliaia di militari della Repubblica sociale che si trovavano sul confine orientale una lunga odissea che per molti andrà avanti fino al 1947 se non oltre. Con l’avanzata dei partigiani slavi le truppe italiane cercano di raggiungere Caporetto nella speranza poi di arrivare a Cividale e Udine. Giunti a Caporetto i militari si rendono conto di essere stati accerchiati dai partigiani. Nella speranza di evitare spargimenti di sangue, gli ufficiali prendono una decisione: se necessario saranno loro a pagare per tutti. Così il Mussolini si arrende, ma i partigiani non manterranno la promessa: i prigionieri non verranno consegnati agli alleati. Da Caporetto i militari vengono condotti nella piccola località di Luico, dove vengono fucilati alcuni ufficiali, e a Tolmino, dove subiranno sulla piazza ogni forma di dileggio. A Tolmino si verifica l’eccidio di una sessantina tra ufficiali e semplici soldati; tra le vittime c’erano anche dei romagnoli. Gli sventurati verranno uccisi in una grotta i cui imbocchi saranno poi fatti saltare. Da Tolmino riusciranno a fuggire alcune decine di prigionieri ma solo pochissimi riusciranno a mettersi in salvo. I prigionieri verranno poi trasferiti con durissime marce forzate verso i campi di concentramento. A Vipacco arriva una colonna di prigionieri, si tratta di ex internati in Germania che stanno tornando a casa. Poco importa ai partigiani di Tito se venivano dai lager nazisti, erano colpevoli di essere italiani. Padre Cesario durante le lunghe marce sarà testimone di efferati episodi di crudeltà ai danni dei prigionieri, a volte commessi da donne. Da Prestrane il viaggio prosegue in treno a bordo di carri bestiame, la destinazione è Borovnica, dove è stato allestito un campo di concentramento per i prigionieri adibiti in particolare alla ricostruzione del viadotto ferroviario sulla linea che da Trieste porta a Lubiana. Il campo di Borovnica verrà definito da monsignor Antonio Santin, indimenticabile Vescovo di Trieste, “l’inferno dei morti viventi”, con al seguito una denuncia all’Autorità Italiana. Un rapporto se pur dettagliato e documentato ma inutile, lo fanno la Croce Rossa, i Servizi segreti inglesi e pure il Patriarca di Venezia Adeodato Giovanni Piazza. Non è mai stato possibile quantificare esattamente i morti di stenti o i fucilati per i più futili motivi. Non veniva permesso al cappellano di avvicinarsi ai condannati a morte, padre Cesario poteva dare loro l’assoluzione solo da lontano. I carcerieri si mostravano particolarmente sadici verso chi trasgrediva le regole del campo. La punizione era il palo al centro di uno spiazzo: il prigioniero veniva legato con il filo di ferro, con le estremità sollevate diversi centimetri da terra, in modo tale che il corpo era sostenuto dal filo di ferro che stringeva le braccia unite dietro al corpo. Il dolore era tale che nessuno riusciva a resistere più di due e tre ore. La crudeltà dei carcerieri si accanirà anche su un cane adottato da alcuni bersaglieri nella valle del Baccia. L’animale, di nome Gip, aveva voluto seguire i suoi amici fino a Borovnica, dove un giorno puntò verso i reticolati, così una delle sentinelle cominciò a divertirsi con il tiro a segno. A proposito di Borovnica , Nello Rossi cita Joze Pirjevec docente di storia all’Università del Litorale Koper/ Capodistria, membro dell’Accademia slovena delle Scienze e delle  Arti: “Nel suo libro “Foibe una storia d’Italia” edito nel 2009 da G. Einaudi, lascia ampio spazio (quarantanove pagine) alla ricercatrice storica slovena Nevenka Troha, dove dalla pagina 282 alla 291 descrive anche la situazione del campo di Borovnica, parla dei vivi e dei morti con molta obiettività, e su Borovnica si può leggere: “ E’ stato uno dei più bestiali campi di concentramento di tutta la Jugoslavia, … fu il più disorganizzato, il più crudele, quello che inflisse le più alte perdite agli italiani prigionieri in Jugoslavia e particolarmente a quelli ivi concentrati e sfuggiti prima ai massacri durante la marcia. Nessuna legge, nessun regolamento governò soprattutto nel primo periodo la vita  del campo dove l’arbitrio, le barbarie, il furore anti-italiani ebbero libero sfogo”. Nel mese di luglio gli ufficiali verranno separati dalla truppa e trasferiti a San Vito di Lubiana, dove padre Cesario incontrerà altri bersaglieri del Mussolini. Padre Cesario, che ha concluso la sua esistenza terrena nel 1996, è stato liberato nel giugno 1947. Nello Rossi, finché le forze lo sosterranno, non smetterà di impegnarsi nella ricerca dei resti dei suoi sventurati commilitoni trucidati a Tolmìno. “Nel  2005 – dice - volevo risolvere questo problema da solo, con la collaborazione di un ex nemico grande invalido del IX° Corpus; ne ha parlato ampiamente la stampa sia italiana che slovena, ma gli interessi di “bottega” hanno prevalso, imponendoci di seguire e sottostare solo alle linee Costituzionali”. Lo scorso anno sono stati eseguiti degli scavi per la ricerca dell’apertura della caverna dove è avvenuta la strage, che però non hanno dati i risultati sperati. “Gli scavi del 19 marzo 2013 - spiega Nello Rossi – come del resto quelli successivi del 27 marzo sono stati un fallimento in parte programmato. Hanno sì finalmente usato per la prima volta un’attrezzatura adeguata, purtroppo con insuccesso forse dovuto al terreno che dopo tanti anni può aver subito delle modifiche, compreso forse quello dello stesso sentiero. Hanno sì operato nel pieno rispetto del capitolato con il Governo sloveno, ma volendo o no, si sono dimenticati di inserire nel capitolato due delle tre parti da noi richieste. Si tratta del trincerone, e, a fianco, le mura dell’Ossario tedesco, sollecitate dal geologo professor Aldino Bondesan poco prima di iniziare i lavori. I due siti dimenticati o ignorati erano stati programmati da me e Franco Librini con il generale Arturo Zandonà e il colonnello Marco Bisiak già il 1° ottobre 2008 in un incontro voluto da Onorcaduti”. Il lavoro di Nello Rossi continua con la contessa Francesca Paola Montagni Marchiori, rappresentante dei familiari dei caduti e nipote del tenente Gino Marchiori, ucciso a Tolmino.


Aldo Viroli

Chi è il protagonista
Da anni si batte anche contro la burocrazia
Lo ha promesso al suo cappellano, Padre Cesario, al secolo Guerrino Fabbri da Villa Verucchio, che prima di morire aveva espresso un desiderio: “Chiedere che siano aiutati coloro che cercano le salme degli uccisi e che sulle foibe e sulle caverne sia almeno messa una croce che ricordi i morti accatastati in quei luoghi”. Non è la prima volta che Storie e personaggi parla della vicenda di Nello Rossi, padre dell’attore Paolo, bersagliere del Battaglione Mussolini e sopravvissuto al campo di concentramento di Borovnica, definito dal Vescovo di Trieste monsignor Antonio Santin “l’Inferno dei morti viventi”. Rossi da anni cerca di recuperare i poveri resti dei commilitoni trucidati a Tolmino (oggi Tolmin in Slovenia) malgrado si fossero arresi con l’assicurazione di venire consegnati agli alleati. Così padre Cesario incitava i suoi uomini: “Bersaglieri, ricordatevi che sempre e in ogni momento la nostra coscienza deve essere a posto con Dio e con gli uomini”. Nella fase terminale del conflitto, i bersaglieri del Mussolini erano dislocati lungo la ferrovia transalpina nei pressi di Santa Lucia d’Isonzo, (oggi Most na Soci) per difenderla dagli attacchi dei partigiani jugoslavi del IX Corpus. Arriva il 1945, verso la metà di aprile la situazione precipita, i reparti italiani cominciano a ritirarsi verso Udine.




123 - Avvenire 23/02/14 Lettere - La tragedia della miniera nell'Istria allora italiana
LA TRAGEDIA DELLA MINIERA NELL’ISTRIA ALLORA ITALIANA

 Gentile direttore, il 28 febbraio 1940 nel bacino minerario di Arsia-Istria ,allora Italia, si consumò la più grande tragedia mineraria. I morti ac­certati furono 185 e oltre 100 i feriti. I mi­natori deceduti erano prevalentemente i­taliani istriani, croati, sloveni e immigra­ti provenienti da molte regioni, come To­scana e Sardegna.

Credo che siano pochi coloro che conoscono questa tragedia, come quella che abbiamo celebrato nel Giorno del ricordo il 10 febbraio. L'Italia, allora, si preparava alla guerra; il carbo­ne era necessario e per estrarlo si veniva meno alle misure di sicurezza . Molti e­suli istriani poi ospitati a Novara e in tut­to il Piemonte erano minatori in Arsia.

Per ricordare bisogna conoscere, altri­menti le cerimonie diventano retoriche. Bene ha fatto a tutti noi lo spettacolo "Ma gazzino 18" di Simone Cristicchi, andato in onda su Rai 1 (purtroppo in tarda serata): l'artista è stato bravissimo nel raccontare con equilibrio la tragedia degli i-istriani, fiumani e dalmati. Opportuno sarebbe riproporlo in prima serata TV e ne-le scuole.

E. Pastrovicchio
esule istriano­






124 - Rinascita 26/02/14 Lettere - Il papa e le foibe
l papa e le foibe
      
di Maria Renata Sequenzia

Caro Direttore, ho avuto l’insperato piacere di ascoltare la registrazione del suo incontro a Teramo con Fiorini e un terzo partecipante, di cui mi è sfuggito il nome.
Mi sono fatta così un’idea delle sue  gradevoli fattezze,e soprattutto ho trovato conferma alla ampiezza della   visione storica con cui ha citatato riferimenti a vicende di svariate epoche del passato delle nostre perdute terre di  confine come di quelle più recenti-da cui sono abitualmente assenti, secondo  schematiche ricostruzioni ideologiche, degli amici di Tito,che non si riescono a eliminare.
Il Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia oggi più che mai continua a rimpiangere l’unica tribuna da cui poteva far di quando in quando risuonare qualche richiamo a eco di pagine cancellate come  queste, che invio e che certamente Rinascita apprezzerà, qualunque uso ritenga farne.
Forse si è ancora in tempo di riprendere quella autentica revisione, almeno dal 1915 in poi, del corso dei principali eventi che hanno deformato e stravolto lo sviluppo della Nazione Italiana massacrandone  l’esito fino ai risultati sfrenati sotto i nostri occhi.
Le mando la lettera inviata a Papa Francesco. Ho pensato di farlo dopo aver inteso la sua osservazione, contenuta in un passo della sua esposizione di Teramo,in cui Lei citava, tra i momenti salienti dello sviluppo  economico europeo la sopraffazione dell’indirizzo protestantante  da imporre a quello cattolico con  il nuovo sistema  usuraio finanzario capitalistico, primo anello della degenerazione. Come non pensare allo IOR? Come non pensare a CHIESA VIVA, a Padre Villa, alla missione affidatagli da Padre Pio? Mi fermo a questo punto,in attesa di comprendere quale attenzione riscuotano in Lei queste annotazioni.Con i migliori saluti e il più vivo apprezzamento per il testo dell’intervento di Teramo, che ho segnalato a Trieste. Andrebbe diffuso .  
 
Ecco alcuni stralci della lettera a papa Francesco inviata da Guido Macutz, esule da Zara, pubblicata da Trieste Informa.
“Santità, è con profondo dolore e con devota e rispettosa cristianità, ma con i nostri cuori gonfi di dolore che desideriamo esprimere la delusione per quanto notato domenica 9 c. m. in Piazza San Pietro. Un gruppo di esuli istriani, fiumani e dalmati, accompagnati dai loro figli e discendenti, coordinati dall’esule istriano Romano Cramer, assieme ad una delegazione dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, guidata dal Presidente Antonio Ballarin e dalla signora Eufemia Giuliana Budicin, del Comitato Provinciale di Roma dell’A.N.V.G.D. e addetta stampa della Mailing List Histria, ha atteso all’Angelus, con cristiana serenità e con tanta trepidante speranza, una Sua tanto desiderata benedizione assieme all’auspicato ricordo dei nostri corregionali eliminati nelle cavità carsiche (foibe) – tra il 1943 e il 1946 – in Istria, Trieste e Gorizia, a Fiume ed in Dalmazia (istituito nel 2004, il 10 febbraio 2014 è stato celebrato il “Giorno del Ricordo”)… Purtroppo abbiamo rivissuto la delusione già avuta nel 2000 quando, riuniti in Piazza San Pietro, in occasione del Giubileo, il Santo Padre Giovanni Paolo II, dopo aver salutato due gruppi di pellegrini, l’uno di sloveni e l’altro di croati, ha ignorato il nostro… Assieme a tutti i Cattolici anche noi esuli abbiamo accolto con entusiasmo e speranza l’ ascesa al soglio di San Pietro di Papa Francesco Bergoglio.
Certi di poter affidare le anime dei nostri morti alla preghiera di Sua Santità, e noi di poter contare sulla Sua parola di conforto, non demordiamo e chiediamo umilmente un gesto della Sua mano benedicente”.


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it