MAILING LIST HISTRIA

RASSEGNA STAMPA

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 912 – 11 Aprile 2014
    
Sommario


163 - Il Gazzettino 07/04/14 La Cassazione: «Esuli giuliano dalmati, lo Stato non risarcisce più»
164 -  Il Giornale 09/04/14  La Cassazione beffa gli esuli giuliani: "Stop agli indennizzi" (Fausto Biloslavo)
165 – Anvgd.it 08/04/14  Le associazioni degli esuli: «Ricorso a Strasburgo»
166 - Il Piccolo 09/04/14 Indennizzi negati agli esuli Sinagra: «Italia disattenta» (Roberto Urizio)
167 - Il Piccolo 06/04/14 Il borgo di Babici in festa per l'asilo italiano (p.r.)
168 - Il Piccolo 28/03/14 Trieste: Giorno del Ricordo dieci anni dopo (Ugo Salvini)
169 - La Voce del Popolo  07/04/14 Cultura – Cittanova: Racconti dolorosi di un'epoca (Kristina Blecich)
170 – La Voce del Popolo 10/04/14 «Magazzino 18» a Rovigno un altro pienone annunciato (Sandro Petruz)
171 - Secolo d'Italia 30/03/14 Cristicchi ricorda l’eroe “scomodo” della strage di Pola provocata dai comunisti di Tito (Francesco Signoretta)
172 - Avvenire 01/04/14 Goli Otok, a teatro la ferocia dei gulag di Tito (Fulvio Fulvi)
173 – La Voce del Popolo 01/04/14 "Endrigo '47" - Partirà, la nave partirà, dove arriverà, questo non si sa... (Gianfranco Miksa)
174 - Il Piccolo 06/04/14 Gorizia: Storico abbraccio tra Mandic e Pamich (Alex Pessotto)
175 - La Voce del Popolo 04/04/14 Rovigno: quando la città era un'isola (sa)
176 - Il Piccolo 06/04/14 Lettere - Al Magazzino 18 ho compreso il dramma dei miei genitori (Loretta Lucci)
177 -  Il Piccolo 03/04/14 L'accento del ministro che recide i legami con la terra d'origine (Michele Cortellazzo)


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163 - Il Gazzettino 07/04/14 La Cassazione: «Esuli giuliano dalmati, lo Stato non risarcisce più»

La Cassazione: «Esuli giuliano dalmati, lo Stato non risarcisce più»

TRIESTE - Lo Stato italiano non deve risarcire ulteriormente gli esuli giuliani e dalmati che hanno perso i propri beni nei territori ceduti alla Jugoslavia con il Trattato di Pace del 1947, espropriati o nazionalizzati dal governo jugoslavo.

Lo sottolinea la Cassazione a Sezioni Unite. La Corte era chiamata a decidere sul ricorso presentato da alcuni esuli, e loro eredi, che avevano fatto causa alla presidenza del Consiglio e al ministero dell'Economia giudicando le somme versate loro come indennizzo tardive (furono stabilite solo con il trattato di Osimo del 1975, reso esecutivo negli anni '80) e «irrisorie».

Puntando su un precedente abbastanza recente, una sentenza del 2004 della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo sui risarcimenti da parte della Polonia dopo gli accordi presi con le Repubbliche Sovietiche, i ricorrenti avevano portato in tribunale, a Trieste, lo Stato chiedendo di giudicare sul loro diritto a essere risarciti delle conseguenze dell'accordo di pace dopo la seconda guerra mondiale, perdendo sia in primo grado che in appello.

Ora la Cassazione (sentenza 8055, udienza del 25 marzo) sottolinea come in effetti ci sia «un diritto soggettivo della parte nei confronti della pubblica amministrazione», ma questo «non limita le scelte del legislatore nel determinare la misura dell'indennizzo» che è un intervento «ispirato a criteri di solidarietà della comunità nazionale», e non ad «un obbligo di natura risarcitoria per un fatto illecito, non imputabile allo Stato italiano».

Fu l'allora Jugoslavia con la propria politica di nazionalizzazione, a procedere all'espropriazione anche dei beni appartenenti a cittadini di nazionalità italiana. Quindi lo Stato italiano «non è autore della violazione», «poiché la privazione dei beni dei cittadini italiani si è verificata ad opera di uno Stato straniero, al quale il territorio su cui essi si trovavano è stato ceduto dall'Italia, soccombente nel conflitto bellico». E in questo - hanno osservato le Sezioni Unite - il caso è diverso da quello giudicato dalla Corte Europea, che si riferisce ad un accordo tra due stati usciti vincitori dal conflitto, riguardante la frontiera orientale della Polonia e gli accordi con l'Ucraina, la Bielorussia e la Lituania, «con l'assunzione, da parte dello Stato polacco, di una specifica obbligazione di risarcimento nei confronti dei propri cittadini».



164 -  Il Giornale 09/04/14  La Cassazione beffa gli esuli giuliani: "Stop agli indennizzi"
La Cassazione beffa gli esuli giuliani: "Stop agli indennizzi"
Associazioni dei profughi indignate, ora pensano di rivolgersi alla Corte europea per i diritti umani
Fausto Biloslavo
Gli esuli reclamano gli indennizzi per i beni rapinati da Tito dopo la fine della seconda guerra mondiale dallo Stato italiano considerandoli tardivi ed irrisori? Non se ne parla.
 Una sentenza del 25 marzo della Corte di Cassazione è la pietra tombale sulla richiesta dei profughi istriani, fiumani e dalmati. Adesso, però, si apre lo spiraglio di un ricorso alla Corte europea per i diritti dell'uomo.
«Siamo pronti a presentarlo per contestare l'elemosina elargita dall'Italia agli esuli - dichiara l'avvocato triestino Sardos Albertini -. Così lo Stato sarà chiamato a rispondere della violazione del diritto ad un risarcimento congruo per i beni scippati a chi è stato costretto a lasciare l'Istria e la Dalmazia». Gli fa eco Massimiliano Lacota, presidente dell'Unione degli istriani: «Una sentenza vergognosa, non solo una beffa. L'Italia, in maniera indubbia, si era assunta l'onere di risarcire gli esuli».
Non la pensano allo stesso modo i supremi giudici. Alcuni esuli ed eredi avevano fatto causa al ministero dell'Economia e alla Presidenza del Consiglio. La sentenza 8055 della Cassazione sancisce che, pur esistendo «un diritto soggettivo nei confronti della pubblica amministrazione» tuttavia «non limita le scelte del legislatore nel determinare la misura dell'indennizzo».
Il ricorso degli esuli faceva presente che le somme versate per i beni abbandonati erano irrisorie e tardive essendo state stabilite con il famigerato accordo di Osimo del 1975. La causa faceva riferimento al precedente della Corte europea dei diritti dell'uomo relativa ai risarcimenti da parte della Polonia dopo gli accordi presi con le Repubbliche sovietiche. I giudici italiani sostengono che «la privazione dei beni dei cittadini italiani si è verificata ad opera di uno Stato straniero, al quale il territorio su cui essi si trovavano è stato ceduto dall'Italia, soccombente nel conflitto bellico».
Gli esuli chiedono da anni a Roma un equo indennizzo per una cifra complessiva di sei miliardi e mezzo di euro. «Con l'ultimo governo Berlusconi si era arrivati quasi ad un accordo su 3-4 milioni, ma poi è saltato tutto» spiega Lacota. Ad Osimo l'ex Jugoslavia si impegnò a versare 110 milioni di dollari per i risarcimenti su un conto in Lussemburgo. Dopo le prime tranche è scoppiata la guerra che ha dilaniato il Paese bloccando i versamenti.
In seguito la Slovenia ha sborsato la sua quota e la Croazia no. L'Italia non ha mai toccato questi soldi. In Slovenia e Croazia ci sono ancora 1440 proprietà e immobili, magari ridotti a rudere, ma che potrebbero venire, in alternativa, restituiti.
«Provo profonda tristezza per questa sentenza. La soluzione è politica, anche se fino ad oggi abbiamo ricevuto solo briciole» sostiene Renzo Codarin, presidente della Federazione degli esuli. Al Piccolo, il quotidiano di Trieste dove vive una forte comunità di istriani e dalmati, il deputato Pd, Ettore Rosato, ammette che «la questione degli indennizzi agli esuli spetta alla politica, non agli organi giudiziari».
La parlamentare giuliana di Forza Italia Sandra Savino accusa la Cassazione di far parte di «un'Italia che si rifiuta di guardare al passato con la lucidità del presente».
Pochi mesi fa tre fratelli eredi di un'autofficina nel centro di Capodistria, oggi principale porto sloveno, hanno rifiutato con sdegno un risarcimento di Roma di 80 euro per la licenza sommati a 240 per i macchinari perduti e la licenza. A dieci anni dal giorno del Ricordo che ricorda il dramma dei profughi istriani e dalmati, lo Stato italiano continua a beffare gli esuli.




165 – Anvgd.it 08/04/14  Le associazioni degli esuli: «Ricorso a Strasburgo»
Le associazioni degli esuli: «Ricorso a Strasburgo» -  

Le associazioni degli esuli istriani, fiumani e delmati non mollano e annunciano l'intenzione di voler ricorrere alla giustizia europea contro la sentenza della Cassazione che nega loro ogni possibilità di ulteriore indennizzo per gli espropri patiti alla fine della seconda guerra mondiale. «La realtà è più complessa, la sentenza mi sembra sia solo un avallo ulteriore per un ricorso a livello europeo - commenta il direttore dell'Irci (Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano- dalmata) di Trieste, Piero Delbello. L'Italia ha le sue responsabilità; tra Roma e Belgrado ci sono stati vari accordi nel tempo, quindi l'Italia non può dire "sono innocente"».

Peraltro, la «sentenza riconosce che c'è un diritto soggettivo della parte nei confronti della Pubbliche amministrazioni», dunque è «difficile pensare che questa questione debba ritenersi definitivamente chiusa». [...] «Le sentenze vanno rispettate - afferma il deputato triestino del Pd Ettore Rosato - ma sottolineo che la questione degli indennizzi degli esuli è di pertinenza della politica, non degli organi giudiziari».

Secondo Rosato, «la questione dell'equo e definitivo indennizzo degli esuli, sulla quale in più parlamentari, trasversalmente, ci siamo impegnati per lungo tempo, pertiene le scelte politiche e non quelle giudiziarie. Nonostante i grandi passi avanti compiuti dalla coscienza nazionale sul dramma dell'esodo - osserva Rosato - quando si tratta di mettere mano alla cassa, lo Stato diventa smemorato.

E le cancellerie dimenticano, con la stessa rapidità, di discutere questioni importanti di diritto soggettivo, come - conclude - la restituzione dei beni non denazionalizzati».




166 - Il Piccolo 09/04/14 Indennizzi negati agli esuli Sinagra: «Italia disattenta»
Indennizzi negati agli esuli Sinagra: «Italia disattenta»

Il parere dell’avvocato dopo la sentenza della Cassazione che chiuso a ogni ipotesi di risarcimento più consistente per i beni confiscati ai giuliano-dalmati

di Roberto Urizio

TRIESTE. La politica estera dello Stato italiano è più attenta alle esigenze degli altri Paesi che alle nostre. Il professor Augusto Sinagra, avvocato esperto di diritto internazionale che da sempre segue le vicende degli esuli istriani, fiumani e dalmati, non risparmia critiche all’Italia all’indomani della sentenza della Corte di Cassazione, che ha confermato quanto già stabilito dal Tribunale di Trieste in primo grado e in appello sui ricorsi presentati da alcuni esuli e loro eredi. Secondo la Suprema Corte, lo Stato non deve risarcire ulteriormente le persone che nei territori oggi sloveni e croati hanno lasciato terreni e proprietà e che lamentavano indennizzi irrisori da parte italiana.

Professor Sinagra, come valuta questa sentenza della Cassazione?
Per dare una valutazione bisognerebbe leggere le motivazioni della sentenza.
Si possono tuttavia fare alcune considerazioni generali relativamente al preannunciato ricorso alla Corte europea per i diritti dell’uomo.

Ci sono i presupposti per questo ulteriore ricorso?
Il presupposto è la violazione del protocollo di Roma del 1950, in particolare sul diritto di proprietà e dell’interesse patrimoniale. La giurisprudenza ha più volte riconosciuto le lesioni dei diritti patrimoniali e mi pare anche questo un caso di violazione.

Il fatto che le cause portate avanti in Slovenia e Croazia procedano più a rilento possono rappresentare un ostacolo per il ricorso a Strasburgo?
Questo sarebbe un ricorso in cui vengono messe in evidenza le responsabilità dello Stato italiano. A stretto rigore giuridico è vero che Slovenia e Croazia non hanno portato a termine tutti i gradi di giudizio, ma per giusta tutela il ricorso non potrà che coinvolgere anche Lubiana e Zagabria.

Da parte di alcune associazioni degli esuli sono state mosse critiche forti all’Italia in merito alla questione degli esuli. Le condivide?
Credo sia abbastanza chiaro che i danni di guerra siano stati sostanzialmente pagati dagli esuli se si considera il valore complessivo dei beni nazionalizzati nei territori ceduti all’allora Jugoslavia.
L’atteggiamento dell’Italia relativamente ai diritti di indennizzo da parte degli esuli è stato quantomeno passivo.

Ci sono critiche da muovere anche nei confronti di Slovenia e Croazia?
Onestamente non mi sento di criticare più di tanto l’atteggiamento di questi due Paesi che, come è normale che sia, fanno i propri interessi. Lascia invece qualche perplessità il comportamento dell’Italia in politica estera che pare più attenta alle istanze dei Paesi stranieri che alle proprie.




167 - Il Piccolo 06/04/14 Il borgo di Babici in festa per l'asilo italiano
l’inaugurazione

Il borgo di Babici in festa per l’asilo italiano

UMAGO Il piccolo borgo di Babici in festa per l'apertura della sezione d'asilo “Do re mi” che fa parte della scuola materna italiana Girotondo. La prima presidente della locale Comunità degli Italiani Ariella Altin che ha avuto l'onore di tagliare il nastro, ci ha dichiarato che un sogno sognato per 20 anni finalmente si è concretizzato. È sicuramente la rete prescolare quella che negli ultimi anni ha subito lo sviluppo maggiore nella verticale scolastica in lingua italiana in Croazia e Slovenia. Come ha ricordato il presidente della Giunta esecutiva dell'Unione Italiana Maurizio Tremul, da 4 anni a questa parte sono stati costruiti o ricostruiti 5 edifici adibiti all'educazione prescolare. Tra questi quello di Zara che ha segnato lo storico sconfinamento del sistema scolastico della Cni ben oltre i tradizionali confini del territorio istroquarnerino. Per la sezione Do re mi, cosi si chiama, il governo italiano ha erogato qualcosa come 270 mila euro. Come sottolineato dalla direttrice del Girotondo Roberta Lakoseljac, nel territorio umaghese la rete prescolare italiana ha compiuto passi da gigante rispetto al 1965 quando il regime jugoslavo permise la riapertura dell'asilo italiano. All'epoca i piccini iscritti erano solo 4 mentre oggi il numero è salito a 220 ripartiti in 7 sezioni che ricoprono praticamente tutto il territorio. Sono dislocate infatti a Moella, Comunella, Salvore, Petrovia, Punta, Babici e quella centrale a Umago. L'attuale presidente della Comunità degli Italiani Roberta Grassi Bartolic ha ringraziato coloro che si sono prodigati per la realizzazione del progetto, in primo luogo il governo italiano. Il sindaco di Umago Vili Bassanese si è compiaciuto del fatto che la città sia al primo posto in Croazia per lo standard pedagogico negli asili. Il nuovo presidente dell'Università popolare di Trieste Fabrizio Somma si è soffermato sull'importanza dell'educazione prescolare per il futuro della Comunità italiana e ha ringraziato il suo predecessore Silvio Delbello per i risultati raggiunti nel suo mandato. Il Console Generale d'Italia a Fiume Renato Cianfarani ha ribadito l'impegno della madrepatria a favore della sua unica minoranza autoctona oltre i confini nazionali. Dal canto suo il presidente dell'Unione Italiana Furio Radin ha sottolineato che nella nuova istituzione i bambini impareranno la lingua italiana che nella comunicazione giornaliera useranno assieme all'istroveneto, al croato e al ciacavo diventando cosi dei veri istriani.
(p.r.)



168 - Il Piccolo 28/03/14 Trieste: Giorno del Ricordo dieci anni dopo
CELEBRAZIONE

“Verdi”, Giorno del Ricordo dieci anni dopo

Il presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini: «C’è ancora tanto da capire»

Conoscere e approfondire “ma soprattutto capire, perché su questo fronte c’è ancora tanta strada da fare”. Questo, per il presidente della Lega nazionale, Paolo Sardos Albertini, l’obiettivo della manifestazione di domenica al Ridotto del Verdi, con inizio alle 10.30, in occasione del decennale dell’entrata in vigore della legge istitutiva del “Giorno del Ricordo”.

 «Dopo anni di vergognoso silenzio – ha spiegato Sardos Albertini - la legge ha prodotto un primo fondamentale risultato, far conoscere il dramma delle foibe e dell’esodo. Ora bisogna guardare avanti – ha aggiunto – e capire per esempio che i martiri delle foibe furono le vittime del tentativo di Tito di dare vita, dopo quella di Stalin, a una nuova rivoluzione comunista, da raggiungere annientando brutalmente chiunque si opponesse». Dopo aver ringraziato il Comune «per la disponibilità del Ridotto del Verdi», Sardos Albertini ha illustrato il programma che prevede interventi intercalati da canti istriani e da filmati.

Interverranno il presidente dell’Unione degli istriani, Massimiliano Lacota, Renzo Codarin a nome della Federazione delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, il sindaco, Roberto Cosolini e il parlamentare Roberto Menia, padre della legge. Codarin ha osservato che: «Non va dimenticato che, per anni, abbiamo dovuto subire i negazionisti e i giustificazionisti. Oggi non bisogna cadere nel riduzionismo». Manuele Braico, presidente delle Comunità istriane e vice presidente dell’Università popolare ha auspicato che «lo studio della Giornata del Ricordo sia portato nelle scuole». Gli intermezzi musicali saranno del Coro dell’Associazione delle comunità istriane, diretto da Paolo Di Paoli Paulovich e della Gorizia guitar orchestra. Le immagini e i filmati sono stati curati da Franco Viezzoli.

Ugo Salvini



169 - La Voce del Popolo  07/04/14 Cultura – Cittanova: Racconti dolorosi di un'epoca
Racconti dolorosi di un’epoca

Scritto da Kristina Blecich

Cosa significa al giorno d’oggi essere italiani? Il senso d’italianità è soggettivo e intimo, ma è anche sinonimo di un’identità radicata che rischia di affievolirsi nel contesto europeo contrassegnato dall’abbattimento dei confini, di soccombere di fronte alla globalizzazione e alla crisi dei valori che caratterizza la nostra realtà. Cosa prova di fronte a tutto ciò chi ancora crede nella propria identità nazionale? Sono stati questi i temi discussi nel corso del Convegno intitolato “Italiani oltre i confini. Testimonianze di Italiani d’Istria e non solo”, tenutosi sabato presso la sede della Comunità degli Italiani di Cittanova. L’iniziativa, organizzata dall’Associazione Culturale “Cristian Pertan” in collaborazione con l’Unione Italiana, l’Università Popolare di Trieste e la CI di Cittanova, è stata un’ottima occasione per inaugurare il XV fondo librario in lingua italiana intitolato a Cristian Pertan, oltre che per discutere sul senso di appartenenza alla Comunità Nazionale Italiana in Istria come in Italia. L’incontro ha visto la partecipazione di rappresentanti di diverse associazioni di “esuli” e “rimasti”.


Libri in dono

Dopo una visita alla città, è stato dato il via ai lavori con l’apertura del Fondo librario e con una donazione di libri alla CI di Cittanova. A nome del sodalizio ha parlato la presidente Paola Legovich. Gabriele Bosazzi e Manoel Bibalo del Fondo Pertan, hanno quindi illustrato la propria attività e presentato i circa 150 volumi in italiano regalati alla CI, che sono andati ad arricchire la biblioteca del sodalizio.
Il gesto è stato “sigillato” con l’atto della firma da parte di Paola Legovich e Manoel Bibalo. La prima si è detta felice e orgogliosa di poter dare il benvenuto a tantissime autorità, tra cui Fabrizio Somma, neoeletto presidente dell’Università Popolare di Trieste, Maurizio Tremul, presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana, Alessandro Altini, rappresentante dell’Associazione Culturale Cristian Pertan, Antonio Ballarin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, lo storico Giuseppe Parlato, Arianna Braico, presidente della Comunità degli Italiani di Momiano, Antonio Martelli, rappresentante dell’Associazione Trieste Pro Patria, Emanuele Merlino, rappresentante dell’Associazione Comitato 10 febbraio, il professor Massimilano Rovatti, Lino Vivoda, Denis Visintin e Franco Biloslavo. Legovich ha ringraziato inoltre i rappresentanti del Fondo Pertan e i genitori di Cristian, presenti al Convegno.

La parola è passata quindi agli esuli, ai rimasti, agli istriani e a tutti coloro che si sentono, anche per motivi sentimentali, legati profondamente all’Istria. Il dibattito socio-culturale con testimonianze libere e sentite ha avuto inizio con una relazione di Fabrizio Somma. Il presidente dell’UPT lavora e collabora da ormai 28 anni con le varie istituzioni della Comunità Nazionale Italiana. Secondo lui, le Comunità degli Italiani sono indispensabili per la tutela e la promozione della cultura italiana.

Maurizio Tremul si è soffermato sull’italianità odierna e quella dell’esodo. “Oggi è più facile parlare di italianità in Istria che dieci o vent’anni fa. Per rimanere italiani bisognava andare via e si diventava esuli. I rimasti invece hanno accettato una nuova nazionalità. Ma una cosa che univa gli esuli ai rimasti era il fatto che sia gli uni che gli altri divennero stranieri. I primi perché non vennero accolti dalla loro nazione madre come avrebbero dovuto essere, e i secondi perché la loro terra venne occupata da stranieri. Ma se tutti se ne fossero andati dal proprio Paese natale, oggi non ci sarebbero più italiani in queste terre. Essere italiani oggi significa dunque operare per mantenere”, ha puntualizzato Tremul, aggiungendo che ormai non esistono più confini tra la Croazia e la Slovenia. “Ora bisogna abbattere quelli mentali”, ha detto ancora.

 Al numeroso pubblico si è rivolto anche Lino Vivoda, esule in Liguria, che ha condiviso con i presenti le proprie testimonianze di profugo. Nativo di Pola, il direttore del periodico “Istria Europa” ha fatto parte del convoglio partito da Ancona nel ‘47. “Una volta raggiunta l’Italia, gli istriani si erano sentiti male, e quell’Italia che per loro rappresentava l’unica speranza, invece che madre era diventata matrigna. Nonostante ciò, sono rimasti sempre italiani e di ciò vanno fieri”, ha ricordato commosso Vivoda.

Storie struggenti

A raccontare la propria esperienza anche Arianna Braico, presidente della Comunità degli Italiani di Momiano. Essendo molto giovane all’epoca dell’esodo, non lo ha vissuto in prima persona ma dopo essersi iscritta all’Università degli Studi di Trieste è stata trattata male e la sua esperienza non è stata per niente gradevole. Spesso si è sentita una studentessa di categoria B e i professori la chiamavano “croata”, seppur avesse più volte fatto notare loro di essere italiana. “Un italiano d’Istria – ha detto – subiva un trattamento diverso”. Oggi Arianna Braico si dichiara pertanto istriana di nazionalità italiana.

“La patria è una cosa e chi la gestisce, ovvero il governo, è un’altra”, è intervenuto brevemente Antonio Martelli, portavoce dell’Associazione “Trieste Pro Patria”, illustrandone l’attività. È stata poi la volta di Emanuele Merlino del Comitato 10 febbraio di Roma. L’Associazione, nata dopo la scomparsa di Cristian Pertan, si occupa della storia del ricordo, delle vittime delle foibe, di valorizzazione dell’identità e della tutela dei valori umani, morali e territoriali che rappresentano la nazione italiana.

Sabato sera si è parlato tanto anche di Simone Cristicchi e del suo spettacolo “Magazzino 18” che ha riempito le sale e i teatri dell’Istria. Secondo Antonio Ballarin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia nonché figlio di profughi, l’italianità è l’appartenenza a un patrimonio storico, è l’amore viscerale per la propria terra. “La storia va raccontata e vanno rispettate le componenti culturali del territorio. Grazie al popolo dell’esodo la memoria viene raccontata”, ha detto. Si sono rivolti ai presenti anche Alessandro Altini, dell’Associazione Culturale Cristian Pertan, lo storico Denis Visintin e Franco Biloslavo, segretario della Comunità degli Italiani di Piemonte d’Istria. L’idea comune è stata rappresentata dal fatto che la cultura e l’identità italiana in Istria sono uniche e come tali vanno mantenute e salvaguardate. Il professore e sociologo Massimiliano Rovatti, anch’egli presente al Convegno e il quale si occupa di ricerche sociologiche dei confini, ha sottolineato l’importanza degli studi sull’identità nel territorio istriano. Il laboratorio sull’italianità si è concluso con l’esposizione dello storico Giuseppe Parlato che ha ribadito la differenza tra gli esseri umani e gli animali. “Le persone hanno la capacità di raccontare la propria storia e la storicizzazione nasce dalla coscienza della propria identità. Se esistono delle identità poco chiare, il dialogo non avviene” è stato precisato infine.

Angolo sportivo

A moderare la serata, Manoel Bibalo e Gabriele Bosazzi, figlio di esuli rovignesi. I due hanno spiegato che l’idea del Convegno, nato con l’intento di portare il discorso dell’italianità in Istria dopo l’abbattimento dei confini, è dovuta anche al campione olimpico e nostro connazionale Giovanni Cernogoraz.
Ieri, seconda giornata dell’evento, si è tenuto al poligono di Cittanova un torneo di tiro al piattello con dimostrazione di Cernogoraz.





170 – La Voce del Popolo 10/04/14 «Magazzino 18» a Rovigno un altro pienone annunciato

«Magazzino 18» a Rovigno un altro pienone annunciato

Scritto da Sandro Petruz
 
Riparte il tour istriano del celebre spettacolo “Magazzino 18” di Simone Cristicchi, che non poteva saltare una tappa importante come quella della Città di Rovigno, come confermano gli oltre 270 biglietti distribuiti per la serata allestita al Teatro “Antonio Gandusio”. Il cantautore romano si è esibito davanti a una sala gremita fino all’ultimo posto e alla presenza della vicepresidente della Regione Istriana Viviana Benussi, del sindaco e deputato Giovanni Sponza, dei vicesindaci Marino Budicin e William Uljanić, del presidente della CI “Pino Budicin”, Gianclaudio Pellizzer, del presidente dell’UPT, Fabrizio Somma, del presidente dell’associazione degli esuli rovignesi “Famìa ruvigni∫a” Francesco Zuliani e di numerosi altri rappresentani di spicco della CNI e della Città di Rovigno, nonché di numerosi esuli e membri delle Comunità di tutta l’Istria.

Sul palco del “Gandusio” Cristicchi ha di nuovo indossato i panni di Duilio Persichetti, al quale viene dato il compito di archiviare le masserizie degli esuli ancora conservate al Magazzino n. 18 del Porto Vecchio di Trieste. Sedie, armadi, pianoforti, utensili da cucina, giocattoli, ritratti e tant’altro custodito nel magazzino, che rappresentano le lacrime e le sofferenze del dramma che gli esuli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia hanno dovuto affrontare.
Durante la serata, Cristicchi attraverso i personaggi che interpreta nelle due ore del suo spettacolare monologo riesce a portare sul palco tutta la sofferenza che gli esuli hanno subito in quel buio periodo storico. “Magazzino 18”, che si avvale della collaborazione ai testi di Jan Bernas e dell’impeccabile regia di Antonio Calenda, è stato apprezzato dal pubblico rovignese con uno scrosciante e sentito applauso finale. Un’opera che sicuramente farà ancora parlare di sè e che è riuscita a riportare in auge e far conoscere al pubblico italiano ma anche a quello croato e sloveno una pagina di storia dei propri Paesi, che per troppi anni è rimasta in disparte. Alla fine dello spettacolo due alunne della Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” hanno omaggiato l’artista con un dono floreale a nome della Comunità degli Italiani di Rovigno “Pino Budicin”.
Un copione scritto osservando da vicino le sensazioni che regala
la Terra istriana

Prima dell’inizio dello spettacolo siamo riusciti a scambiare due battute con l’artista romano, che ha raccontato di avere visitato Rovigno per la prima volta l’estate scorsa come turista, scoprendo il centro storico, il Canale di Leme, l’isola di Santa Caterina e le deliziose specialità dei ristoranti locali, che portano ancora avanti la tradizionale cucina italiana di Rovigno.
Il cantautore ha ricordato di avere scritto “Magazzino 18” prendendo spunto e osservando attentamente le varie località dell’Istria per scoprire da vicino quali sono le sensazioni che questa terra regala.
“Ritornare a distanza di un anno a Rovigno nei panni di attore di teatro con uno spettacolo pensato e dedicato a questa terra è un’emozione veramente incredibile” ha dichiarato Cristicchi, aggiungendo che in quest’opera ci sono diversi legami con la città di Rovigno. Partendo dal grande Piero Soffici, con la canzone “Curiva zèi par el mondo”, che il cantautore ha confessato di aver adattato perché con tutta la buona volontà non è riuscito a imparare la “faviela” rovignese, e con la poesia “No dimentichemo”, di un altro grande della storia di Rovigno, il poeta Bepi Nider.




171 - Secolo d'Italia 30/03/14 Cristicchi ricorda l’eroe “scomodo” della strage di Pola provocata dai comunisti di Tito
Cristicchi ricorda l’eroe “scomodo” della strage di Pola provocata dai comunisti di Tito

Il commento di Francesco Signoretta

Un’immagine ingiallita dal tempo. E una scritta: «Il dott. Geppino Micheletti in una rara foto presta i primi soccorsi in strada, dopo lo scoppio sulla spiaggia di Vergarola (18 agosto 1946). Salverà tantissime vite. Un eroe sconosciuto». Simone Cristicchi rilegge un’altra terribile pagina di storia, di quelle che è difficile trovare sui libri di scuola perché scomoda. Siamo nell’agosto del 1946. Sulla spiaggia di Pola esplose un deposito di materiale bellico e morirono almeno ottanta persone. In quel momento, l’Istria era rivendicata dalla Jugoslavia di Tito, che l’aveva occupata da almeno un anno. Pola invece era in mano alle truppe britanniche e quindi non veniva controllata dagli slavi.  Gli italiani erano i nemici, i fascisti da cacciare, da perseguitare.

La spiaggia era gremita di bagnanti, tra i quali molti bambini. Ai bordi dell’arenile erano state accatastate ventotto mine antisbarco – per un totale di circa nove tonnellate di esplosivo – ritenute inerti perché erano stati tolti i detonatori. Alle 14,15 l’esplosione delle mine provocò una strage. Alcune persone rimasero schiacciate dal crollo dell’edificio della “Pietas Julia”.  I soccorsi furono complessi e caotici, anche per il fatto che alcune persone furono letteralmente “disintegrate”. Nell’opera di assistenza medica si distinse in particolar modo proprio il dottor Geppino Micheletti che – nonostante avesse perso nell’esplosione i figli Carlo e Renzo, di 9 e 6 anni – per più di ventiquattr’ore consecutive non lasciò il suo posto di lavoro. Ma di quest’uomo, di questo eroe, non parla mai nessuno, un silenzio che dura da decenni. Perché allora – come accaduto in seguito per tanti episodi in cui c’erano responsabilità politiche ben precise, “rosse” – si tentò di dare la colpa agli altri. Era fin troppo chiaro che la strage di Vergarolla fosse un attentato organizzato da chi aveva interesse a mandar via la popolazione di lingua italiana dalla maggiore città istriana, e cioè i comunisti di Tito. Ma non si doveva dire. L’Unità ne diede notizia dopo i funerali. Il titolo: «Gli angloamericani responsabili della strage di Pola». La tesi del quotidiano dell’allora Pci era che era stata una disgrazia, dovuta all’incuria degli angloamericani. La stessa Unità, in quelle settimane, conduceva una campagna di stampa in difesa degli interessi jugoslavi nella regione, contro «i servi del fascismo e dell’Italia fascista». Ora quella pagina di storia, una ferita dolorosissima per il popolo italiano, è stata ricordata di nuovo da lui, da Cristicchi, che – tra le aggressioni dell’estrema sinistra – ha avuto il grande merito di riparlare delle foibe e dell’esodo istriano grazie allo spettacolo Magazzino 18. E basta leggere uno dei tanti commenti, postati sotto l’immagine di Geppino Micheletti, il dottore, l’eroe: «È una delle storie più toccanti… non so quante persone al posto suo avrebbero avuto una simile forza. Grazie per aver pubblicato la sua foto, ora so che volto ha questo immenso eroe, il cui ricordo resterà indelebile nella mia memoria per il resto della mia vita».





172 - Avvenire 01/04/14 Goli Otok, a teatro la ferocia dei gulag di Tito
Goli Otok, a teatro la ferocia dei gulag di Tito


D​al 1949 al 1955 sono stati oltre 30.000 i deportati nei campi di concentramento di Goli Otok e del vicino arcipelago di Arbe, in Croazia. Di questi, 4.000 non sono più tornati a casa (i corpi sono stati ammassati in fosse comuni) e molti di quelli che l’hanno potuto fare si sono tolti la vita o sono impazziti. Comunisti perseguitati da comunisti, sottoposti ad atroci torture e a raffinati "lavaggi del cervello" finalizzati a un ravvedimento dimostrabile solo rendendosi carnefici o delatori dei propri compagni di prigionia. Si trattava soprattutto di partigiani, ex combattenti della guerra di Spagna, dirigenti e militanti del partito comunista jugoslavo rimasti fedeli a Stalin dopo lo "strappo" titino da Mosca del giugno 1948, "traditori" che avendo aderito al Cominform (l’Internazionale dei Paesi filosovietici) dovevano essere "rieducati" in un gulag per capire dove sorgesse davvero il "Sol dell’avvenir": non all’ombra del Cremlino, cioè, ma sotto la guida del maresciallo Tito.
Goli Otok, l’Isola Calva in cui la gelida bora e il sole cocente hanno pelato nei secoli le chiome di un colle svelandone tutta la sua aridità, è stato un lager tra i più terribili della storia, dove la ferocia degli aguzzini è stata uguale a quella nazista. Quattordici baracche, brande nella sporcizia, dodici ore di lavoro al giorno nella cava di pietra o in officina, quattro fagioli quattro dentro la gamella, acqua poca o niente, umilizioni tante, condite da sputi, calci, sevizie e la condanna finale al disprezzo collettivo. E ancora bastonate a chi si lamentasse, botte fino a morirne.

Tra i prigionieri che sopravvissero a quell’inferno senza piegarsi mai, un antifascista fiumano, Aldo Juretich, uno dei pochi a voler raccontare, anni dopo, l’agghiacciante esperienza nel gulag durata 22 mesi. «Perché, in casi come questi, il testimone vive un conflitto interiore lancinante, tra il dovere di far conoscere agli altri quella orribile realtà e la consapevolezza che ciò è destinato a trasformarsi in incubi spaventosi come quelli che hanno tormentato il sonno di Aldo per quarant’anni» spiega Renato Sarti, il drammaturgo triestino fondatore del Teatro della Cooperativa di Milano che ha raccolto la storia dell’ex deportato traducendola in un testo teatrale (vedi box).
«Sapevo che viveva a Monza e lo cercai dopo aver letto Goli Otok (il libro del giornalista istriano Giacomo Scotti che descrive la barbarie del gulag titino, ndr) nel quale si parlava di lui: raccontava cose che mi sconvolsero e che quasi nessuno sapeva» ricorda Sarti. E così i due, dopo essersi incontrati, divennero molto amici. «No, di più – precisa l’autore della piéce –, perché Aldo è stato per me come un padre adottivo, mi ha insegnato il rigore etico, il vero valore della libertà e della giustizia, la fede nelle capacità umane e persino l’ironia che pesca nel profondo dell’animo: era (è morto nel 2011, ndr) un uomo di grande cultura, amava Dante, conosceva a memoria passi della Divina Commedia e dell’Eneide, citava il Cyrano di Rostand, cantava brani della Traviata... Ma aveva come un’ossessione, temeva cioè che la sua sofferenza a Goli Otok fosse stata inutile e che altri, in futuro, avrebbero potuto vivere una simile condizione di disumanità». È proprio per questo che Sarti ha deciso di scrivere un’opera teatrale sull’"isola dei dannati" tramutandola però, nel sottotitolo, in un’"isola della libertà": «Perché Juretich è l’emblema di una speranza contro la ferocia di cui è capace l’uomo, anche se, beninteso, con questo testo non vogliamo santificarlo...». Nemmeno di fronte alle macerie del comunismo la dignità di Juretich è stata spezzata. Riassumeva così la sua grande delusione per un’ideologia travolta dalla Storia: «Abbiamo vinto una volta sola nella nostra vita, quando ci hanno messo in galera».  

Anche il regista e attore Elio De Capitani, direttore artistico dell’Elfo-Puccini di Milano, si è gettato a capofitto nel progetto del quale cura, insieme con Sarti, produzione, regia e interpretazione. Sarà lui, infatti, a dare voce e corpo sul palcoscenico alle sofferenze e al grido di libertà di Aldo: «Un’adesione totale, la mia – commenta – perché sin dall’inizio di questa avventura teatrale, magicamente, non ho mai guardato il copione, è accaduto tutto senza diaframmi come fosse un miracolo della parola: merito di Aldo che ha saputo raccontarsi facendo trasparire l’anima, ma c’è qualcosa di misterioso in questo, come un parallelismo con il "Verbo che si è fatto carne"...».

Non è, insomma, teatro e basta. «Stavolta non indosso l’anima del personaggio, mi sembra di averlo davanti mentre mi sollecita stravolgimenti interiori: mi emozionano, mi sollevano la sua grandiosa dignità – conclude De Capitani – e le cinque o sei note della musica di Carlo Boccadoro che distilla la storia, che mi entrano dentro dandomi l’energia necessaria a sostenere la "parte"». Ma la chiave di tutto sta, forse, nel finale struggente, quando Aldo, parlando con un ex compagno di prigionia gli dice, guadando fuori dalla finestra: «Ecco, vedi, ci hanno tolto tutto, ma quel meraviglioso tramonto nessuno ce lo potrà levare mai».  
 
Fulvio Fulvi




173 – La Voce del Popolo 01/04/14  "Endrigo '47" - Partirà, la nave partirà, dove arriverà, questo non si sa...  
Partirà, la nave partirà, dove arriverà, questo non si sa...

Scritto da Gianfranco Miksa

È un documentario che racconta la vicenda umana e artistica del cantautore Sergio Endrigo, dall’infanzia trascorsa a Pola all’esodo nel 1947. Parla di Pola, della sua musica, dell’amicizia che lo legava al collega croato Arsen Dedić. Un autore, Endrigo, che seppure lontano dalla sua città natia, non è stato mai dimenticato dai polesi né dagli istriani, tanto che gli hanno voluto rendere il giusto omaggio con la pubblicazione del doppio CD “Hommage a Sergio Endrigo 1947”, con il sostegno della locale Comunità degli Italiani.

È un documentario dedicato ad Endrigo, in cui si parla di lui e dell’esodo, qui visto come una ferita ancor sempre aperta, insanabile nella struttura della città dell’Arena. “Endrigo ’47”, di Ines Pletikos, è stato di recente proposto sulla prima rete della Radiotelevisione croata (HRT), ma avava “debuttato” qualche mese fa in occasione dell’entrata della Croazia nell’Unione Europea, proprio mentre sul primo canale dell’HRT andava in onda la cerimonia dell’adesione.

Come spiega l’autrice stessa – che abbiamo raggiunto mentre è alle prese, al Teatro Popolare Istriano, con lo spettacolo “Blak”, su testo di Milan Rakovac, storia d’amore tra due giovani a Pola nel 1947, con una ricostruzione degli eventi storici fatta attraverso il protagonista principale dell’opera, ricoverato al reparto psichiatrico dell’ospedale polese –, a causa della coincidenza con la festa europea, il lavoro è stato visto da pochissimi spettatori, ecco perché la recente replica è stata vissuta come una seconda prima, che ha avuto un successo maggiore.

Crème de la crème dell’Istria musicale

“Tutto ebbe inizio circa un anno fa – esordisce l’autrice alla domanda di com’è nato il progetto “Endrigo ’47” –. Sono stata avvicinata dal redattore in pensione dell’HRT, Silvije Hum, che possedeva immagini di repertorio dell’ultima visita di Sergio Endrigo all’amico Arsen Dedić nella primavera del 2005. Mi raccontò del suo desiderio di fare un film su Endrigo. Gli avevano parlato di me come di un’apppassionata di Endrigo e dopo diverse settimane di preparazione decise di affidarmi il progetto. Hum aveva in mente di realizzare una piccola trasmissione nostalgica, costruita sui ricordi di Dedić e corredata da immagini d’archivio. Io non mi trovai d’accordo con tale impostazione e riuscii a convincerlo dell’importanza del contesto politico dell’intera storia. Poi anche gli autori e produttori del progetto musicale ‘Hommage a Sergio Endrigo 1947’, Edi Cukerić e Mauricio Ferlin, accolsero l’invito a partecipare al film e in breve tempo misero in piedi un concerto nell’ambito del Forum Tomizza a Capodistria, invitando i musicisti del progetto, che sono poi stati ripresi per il documentario. L’iniziativa ha visto l’adesione di Massimo Savić, Danijel Načinović, Bojan Šumonja, Franko Krajcar, Livio Morosin, Dario Marušić, Tamara Obrovac e di tanti altri musicisti istriani”.

Un ipotetico incontro

Oltre a loro il documentario vede pure la partecipazione dello scrittore e giornalista Milan Rakovac.

“Infatti, tra i tanti artisti figura pure Milan Rakovac, che ha scritto appositamente per il corto la poesia ‘Endrigo Blues’, poi messa in musica da Tamara Obrovac e Uroš Rakovec. È una canzone che parla di un ipotetico incontro tra due autobus nel ’47: uno parte da Pola e l’altro arriva in città. In uno vi è il piccolo Sergio con la madre e il fratello, nell’altro si trova Milan, anche lui con la madre e il fratello, entrambi però senza i padri e nonni. Uno lascia la sua città natale, per approdare chissà in quali lidi. L’altro lascia il proprio villaggio e arriva in una città fantasma desolata e demolita dalla guerra, una nuova civiltà. Ci si chiede chi siano i vincitori e chi i vinti”.

Universo incontaminato

Parte del documentario è incentrata sull’amicizia intercorsa tra il cantante croato Arsen Dedić e Sergio Endrigo.

“Arsen Dedić ha insistito tanto al fine di preservare il loro universo incontaminato. Un mondo che ha generato e mantenuto la loro profonda amicizia, nonostante l’abisso dovuto alla tormentata storia del territorio. Arsen gli ha scritto nel 1970 la canzone ‘Kud plovi ovaj brod’ (Dove va questa nave), musicata da Esad Arnautalić. La nave della canzone è il piroscafo ‘Toscana’ con il quale gli esuli partivano da Pola verso l’ignoto. Proprio a causa dell’amicizia con Arsen, Sergio frequentava la Croazia. Ed è stato proprio Arsen e riportarlo per la prima volta a Pola, città che ovviamente non era la Pola della sua infanzia. Pola con l’esodo si è svuotata e nella nostra memoria collettiva si è verificato un vuoto che si va estendendo tanto più quanto ci immergiamo nel nostro inconscio collettivo. La vita dei nostri concittadini è inseparabile dalla nostra. Ciò è stato bene espresso da Cukerić e Ferlin che lavorando sul progetto ‘47 hanno affermato di percepire Endrigo come un loro parente”.

Ha avuto delle difficoltà nel realizzare il documentario in quanto parla apertamente dell’esodo, un argomento che in certi ambienti della Croazia è ancor sempre vissuto con una certa riluttanza?

“Ci sono state delle difficoltà dovute soprattutto all’ottenimento dei diritti per i filmati dell’esodo da Pola risalenti al 1947, e che sono conservati all’Archivio della Cineteca italiana ‘Istituto Luce’. Quale autrice del lavoro, ho insistito perché questi siano parte del corpo del film, altrimenti non ha senso nemmeno aprire l’argomento. Presentare gli originali filmati dell’epoca era l’unico possibile approccio documentaristico all’intera storia”.

Precedentemente ha realizzato un altro cortometraggio su un altro grande compositore di Pola, Antonio Smareglia?

“Quando si ascoltano le sue opere, in particolare ‘Oceàna’, ‘Abisso’ e ‘La Falena’, realizzate in collaborazione con il librettista, poeta e giornalista Silvio Benco, e caratterizzate da un suono sensuale, sinfonico e denso, è difficile non chiedersi chi sia l’autore di queste musiche, quando sono state composte e in quale contesto. Ogni nuova informazione su Smareglia ha rappresentato per me una scoperta affascinante. Nonostante sia nata a Pola, dove ho frequentato la scuola di musica, e possiedo una buona infarinatura relativa a questioni culturali, sia a livello globale e locale, fino a poco tempo fa non possedevo alcuna nozione del compositore Antonio Smareglia. La mia ignoranza mi ha particolarmente sorpreso costringendomi a prendere la giuste misure. In questo modo è nato il documentario su Smareglia”.




174 - Il Piccolo 06/04/14 Gorizia: Storico abbraccio tra Mandic e Pamich
L’ex deportato e l’amico d’infanzia protagonisti al Rotary, che ha consegnato 41mila dollari al Centro disabili di Fiume

Storico abbraccio tra Mandic e Pamich

di Alex Pessotto

Quando lasciò, alle sue spalle, quel monito che della più bieca storia fa parte (“Arbeit meicht frei”, “il lavoro rende liberi”) Oleg Mandic, con tutta probabilità non poteva sapere che, un giorno, di quella storia sarebbe stato testimone prezioso. La sua, infatti, è la storia dell’ultimo a uscire vivo da Auschwitz, la storia di un 11enne che si trovò nel reparto del dottor Mengele. Storia raccontata ieri, al pubblico della sede goriziana dell’università di Trieste. Che ha fatto il paio con un’altra, preziosa testimonianza. Quella di Giovanni Pamich, a lungo primario chirurgo a Gorizia e Monfalcone. Che, assieme al fratello Abdon, olimpionico nella marcia - ieri impossibilitato a essere presente - nel ’47 compie una rocambolesca fuga da una Fiume ormai titina per seguire il padre prima a Trieste, per lavoro, e dopo a Milano: ma da Fiume a Trieste per i fratelli Pamich è un viaggio da romanzo per non parlare dei successivi trasferimenti:
sì Milano ma anche Udine e Novara, rifugiandosi in campi profughi. Al di là delle loro storie va detto che i fratelli Pamich, assieme a Oleg, da bambini giocavano assieme. La storia li ha divisi, poi voluti assieme. Ma è grazie al Rotary, in particolare, se si son ritrovati. Per un abbraccio, ma, soprattutto, per portare la loro testimonianza. Che ha il sapore di un invito, specie per i più giovani, a non arrendersi mai, come ha sottolineato il giornalista Roberto Covaz nel presentarli, ieri, con molti studenti fra il pubblico. E sempre il Rotary club Gorizia, con a capo Bruno Augusto Pinat (gli subentrerà Roberto Collini), ha raccolto, rivolgendosi anche ad altri Rotary club del Nord-Est, e consegnato un service di oltre 41mila dollari a favore del Centro di assistenza a persone colpite da disabilità gravi situato a Fortica, Kraljevica, nei pressi di Fiume. Davvero un’iniziativa lodevole. Al punto che vi hanno preso parte, fra gli altri, l’arcivescovo Redaelli, il sindaco Romoli, il rettore dell’ateneo triestino Fermeglia, il presidente dell’Unione Italiani Istria e Dalmazia, Maurizio Tremul, il generale di corpo d’armata Luigi Federici, il parlamentare europeo e presidente della Commissione agricoltura, Paolo De Castro, nonché la governatrice Debora Serracchiani. Quest’ultima, collegando l’incontro
all’attualità: «Così com’è l’Europa non va bene, certo - ha detto -. Ma una forza d’animo va ritrovata. E dobbiamo eleggere al Parlamento europeo chi l’Europa la vuole cambiare ma la rispetta. Io non potrei pensare a tornare in un’Europa con muri e barriere».




175 - La Voce del Popolo 04/04/14 Rovigno: quando la città era un'isola
Rovigno: quando la città era un’isola

Lo storico Marino Budicin, che detiene la carica di vicesindaco e di vicepresidente del sodalizio rovignese, ha dato vita nella CI a un fantastico e interessante viaggio nella storia del centro storico rovignese.
La conferenza, dal titolo “Lo sviluppo urbano di Rovigno con particolare riguardo alla topografia della piazza della Riva”, ha attirato un numeroso pubblico di tutte le età, tra alunni, studenti e pensionati, ma anche guide turistiche che hanno colto l’occasione per approfondire le proprie conoscenze in merito all’affascinante storia della città di Santa Eufemia, che fino al 1763 è stata un’isola. Marino Budicin, ricercatore e vicepresidente del CRS, durante la presentazione si è avvalso di numerosi disegni, schizzi e cartoline d’epoca, per presentare al meglio l’evoluzione urbana di una della città più particolari al mondo, evidenziando che il centro storico rovignese è uno degli esempi più rappresentativi dello spazio antropico istriano, che rivela una chiara matrice storico-sociale popolana in funzione abitativa. Lo storico ha sottolineato che il centro rovignese, nonostante presenti inconfondibili tratti e modelli edilizi e artistico-architettonici veneziani, a causa della particolare conformazione geologica, non ha potuto sviluppare appieno la tipica tipologia dell’ordito urbano veneto-veneziano, che vede la platea magna (communis) coronata dalle sedi pubblico-istituzionali più importanti.


Piazza della Riva

La piazza della Riva, che portò anche il nome di Vittorio Emanuele, oggi piazza Tito, è stata presentata edificio per edificio e nella sua evoluzione del tempo grazie ad alcuni disegni di Rocco Venerandi, che si custodiscono presso l’Archivio di Stato di Venezia, agli schizzi rovignesi dell’architetto triestino Pietro Nobile del 1815, custoditi dall’Archivio di Stato di Fiume e alla documentazione del segretario comunale Giuseppe Gaetano Natorre, che a metà Ottocento disegnò le antichità urbane rovignese, comprese quelle della piazza della Riva.
Il relatore ne ha illustrato le evoluzioni partendo dall’Arco di Balbi, che in realtà fu eretto dal podestà Bernardo Barbaro nel 1678-79, poi modificato dalla famiglia Balbi. Sulla sinistra dell’Arco che porta al centro storico si ergeva Palazzo Pretorio, il cui pianoterra venne riadattato nel 1891 per l’apertura del “Caffè del Muncipio” e dove l’8 dicembre del 1913 venne inaugurato l’albergo “Adriatico”, tutt’oggi in funzione. Nel 1756 a fianco dell’Arco dei Balbi è disegnato l’edificio del “Granaio”, eretto nel 1680 dal podestà Daniele Balbi nell’area a ridosso delle mura riservata fino allora alla cosiddetta “berlina”. Nel 1772 questo edificio divenne sede del Monte di pietà e la lapide che ricordava l’erezione del granaio venne sistemata sulla nuova trabeazione dell’Arco dei balbi.
Dall’altra parte della piazza prevale l’edilizia abitativa; nell’edificio centrale agli inizi del secolo XX la famiglia Ghira aprì l’omonimo caffè (oggi “Viecia batana”). Nell’angolo sud-est della piazza si trovavano l’edificio che ospitava un forno privato e la sede dei piloti rovignesi, nonché quello delle cosiddette “beccarie pubbliche” (carceri), che con la sua loggia si apriva verso la piazza. Nel 1857 il vecchio Corpo di guardia fu rifabbricato ad uso di caffè commerciale e in quell’epoca venne eretta la Torre dell’orologio, ricostruita nel 1907, quando vi venne murato il leone che fino al 1843 si trovava sopra l’architrave del Porton del ponte.

Gli stendardi marciani

Grazie agli schizzi è possibile vedere una delle strutture più interessanti che si ergevano al centro della piazza, dove oggi è presente una fontana:
sono gli stendardi pubblici, con il pilo centrale e le 2 colonne marciane con S. Eufemia e il Leone di S. Marco. In base allo stemma posizionato sul pilo centrale la loro costruzione è attribuibile al podestà Francesco Baffo, tra il 1592 e il 1593. Rovigno e Canea (Creta) sono gli unici centri della Serenissima a poter vantare 2 colonne marciane, al pari di Venezia. Con la caduta della Repubblica marinara, il leone marciano fu scambiato con una statua raffigurante San Giorgio, il compatrono di Rovigno.

La Torre del Porton del ponte

Durante la conferenza il relatore ha spiegato che a partire dalla metà del XVII secolo e soprattutto con lo sviluppo dell’abitato sulla terraferma, l’ampia area tra la cinta muraria cittadina e l’antemurale sul canale che divide l’isola della terraferma assunse sempre maggiore rilevanza. In base agli scritti dello storico Bernardo Benussi, l’antemurale sul canale venne eretto nel XII secolo e presentava al centro la Torre del Porton del ponte, alla quale si aveva accesso attraverso un ponte oltre il canale. Il disegno del 1756 riporta l’unica raffigurazione conosciuta del ponte, che in origine era levatoio e che poi venne costruito in pietra, sostenuto da due archi.
Dagli scavi realizzati in piazza del Ponte nel 1998 è emerso che la sua lunghezza era di circa 8 metri o 4 “passi” veneziani. Inoltre, durante gli scavi sono venuti alla luce i resti della tomba di Nicolò Calucci, cavaliere di S. Marco, morto nel 1622, che erano custoditi nella chiesa del SS.mo Salvatore, che si ergeva a fianco della Torre.

Un patrimonio da salvaguardare

Il vicesindaco ha concluso l’affascinante relazione ricordando che piazza della Riva è il risultato di corsi storici e di una sedimentazione urbana tanto particolari quanto ricchi, complessi e interessanti, che l’hanno plasmata gradualmente quale punto nevralgico e di confluenza più importante dell’abitato rovignese. “Un patrimonio che abbiamo ricevuto in eredità, che presenta testimonianze storico-architettoniche ancora in situ e che ha dietro di sé una splendida storia da salvaguardare”, ha concluso lo storico.
Il pubblico ha ringraziato il relatore per l’affascinante esposizione con un lunghissimo applauso, mentre il presidente della CI, Gianclaudio Pellizzer, ha annunciato che presto verrà organizzato un giro turistico della città; a far da cicerone sarà il professor Marino Budicin.

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176 - Il Piccolo 06/04/14 Lettere - Al Magazzino 18 ho compreso il dramma dei miei genitori
Al Magazzino 18 ho compreso il dramma dei miei genitori

LA LETTERA DEL GIORNO

Invio copia della lettera con cui ho ringraziato Piero Delbello per la generosa dedizione con cui si prodiga e per come ci ha illustrato e fatto rivivere le persone (e la “roba”) che lì, nel Porto Vecchio di Trieste, hanno lasciato tutto. Per la prima volta, nei miei settant’anni di vita, ho avuto la consapevolezza di cosa abbiano patito i miei genitori in quei terribili giorni. È stato davvero commovente! Dal giorno della visita al Magazzino 18, penso ai miei genitori con un altro sentimento ed interpreto in un modo del tutto nuovo i loro repentini cambi di umore, la loro improvvisa irritabilità e la loro frustrazione. Insomma, ho finalmente capito le loro difficoltà ad accettare la loro nuova vita. Per tutto ciò e per la persona nuova in cui mi riconosco dopo quell’evento, voglio esprimere un profondo ringraziamento a Delbello, all’Irci e a quanti contribuiscono a sostenerli e a farli conoscere, compreso il Piccolo. «Caro dottor Delbello, mercoledì 19 marzo, tre settimane fa, sono venuta a visitare il Magazzino 18. Verso la conclusione della visita, ci ha invitati a porre la firma sul registro dei visitatori e, qualora lo avessimo desiderato, una frase, una riflessione... Non sono riuscita a scrivere nulla: le emozioni, quella folla di foto ingiallite così vive e presenti, i ricordi personali e le sue parole cariche di dolorosa memoria, mi hanno ammutolita. Mai ho vissuto così intensamente l’evento che ha sconvolto la vita dei miei genitori, nonni e zii. Partiti di notte in pieno inverno con un treno che, dopo pochi chilometri da Pola, si fermò perché erano saltati i binari; con una bambina di due anni in braccio e uno di sei per mano (i miei cugini) dovettero percorrere molta strada a piedi nella speranza di trovare un altro treno che li portasse lontano dalla propria terra, verso un futuro ignoto. Avevo finalmente chiare quelle tragiche difficoltà che i miei genitori mai vollero ricordare e raccontare: dallo strazio dovuto al coatto abbandono della terra natia, alla lunga solitudine e alla disperazione che ne derivò, perché qui, nel Veneto, all’inizio erano ed eravamo fardelli ingombranti da nascondere, fantasmi senza diritti e senza futuro, infine profughi dalle “numerose colpe”. Le scrivo tutto questo, perché nei giorni che sono seguiti a quel 19 marzo, mi sono chiesta, durante qualche notte insonne, come faccia lei a rivivere e rinnovare il ricordo di tanto dolore. Perché dalle sue parole e dagli accenni alla sua infanzia, così dura e difficile, questo dolore mi è sembrato troppo pesante da sopportare e perpetuare. Il compito, la missione, che si è assunto è ammirevole e degno di grande stima, ma mi permetta di aggiungere che i suoi cinquantatre anni (l’età di mio genero) dovrebbero essere rischiarati anche da un nuovo raggio di sole, dal profumo di questa primavera precoce colma di colori e di interessanti promesse... La saluto con sincero affetto.»

Loretta Lucci
Venezia




177 -  Il Piccolo 03/04/14 L'accento del ministro che recide i legami con la terra d'origine
L’accento del ministro che recide i legami con la terra d’origine

 Il responsabile del dicastero dell’Economia accetta di essere chiamato Pàdoan: non viola la legge, ma rinnega etimologia e storia

di MICHELE CORTELLAZZO

Rainews24, sabato 29 marzo, ore 9. La conduttrice annuncia un servizio sul Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoàn. Parte il servizio, nel quale si parla del Ministro Pier Carlo Pàdoan. Una doppia possibilità di pronuncia del cognome del Ministro dell’Economia che è frequente in questi mesi. Il problemino l’aveva già notato immediatamente l’elefantino del Foglio, cioè l’attento direttore Giuliano Ferrara, al momento della formazione del governo.

Elencando i ministri, ha osservato: «Matteo ha sbagliato l’accento del cognome: Padoàn, non Pàdoan». Con Ferrara stanno Gian Antonio Stella, che ha dedicato al tema un articolo sul «Corriere della Sera» del 12 marzo (con i competenti commenti del Presidente onorario dell’Accademia della Crusca Francesco Sabatini e della dialettologa Maria Teresa Vigolo), Antonio Di Lorenzo, nel «Giornale di Vicenza», io stesso nel blog «Parole» (http://cortmic.myblog.it/) e una miriade di siti e blog che si occupano di questioni linguistiche.

Il punto è, secondo me, di una chiarezza cristallina: i cognomi come Padoan sono cognomi di origine veneta e, in quanto tali, portano l’accento sull’ultima sillaba. Quindi Padoàn. Allo stesso modo, portano l’accento sull’ultima sillaba Padovàn, Trevisàn, Visentìn, Furlàn, Milàn, e poi Padoìn, Bordìn, Lorenzìn, Benettón, Sansón, Stefanèl, e via dicendo.

Che Padoàn sia un cognome di origine veneta, anche se il ministro è nato a Roma da padre torinese, è altrettanto indubbio. Lo dimostra la distribuzione geografica (ricavabile dal sito www.gens.info): all’evidentissimo nucleo veneto si accompagnano due addensamenti a Milano e Torino, secondo una configurazione tipica dei cognomi veneti, legata all’emigrazione interna del secondo dopoguerra, e qualche altra sporadica presenza in giro per la Penisola (ad es. a Roma).

Ma i politici, usi a parlare di cose che non sanno, non sono d’accordo. Il saputello Pippo Civati, ad esempio, ha sostenuto che «Pàdoan è nato in Piemonte quindi si pronuncia ‘Pàdoan’», sbagliando persino la biografia del ministro. A sua volta, il vice-ministro allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, economista romano, a «Tg3 Linea notte» del 12 marzo, ci ha rassicurati, informandoci, come se fosse un’ovvietà, che il cognome è Pàdoan, aggiungendo, con un sorrisino di supponente superiorità, che quello che aveva scritto Stella quel giorno si riferiva al dialetto.

Spero che il vice-ministro, sia un bravo economista. Ma in linguistica è davvero impreparato e dovrebbe evitare di parlare di lingue, dialetti e pronunce, anche se provocato dai conduttori dei telegiornali. E mi dispiace che a sua volta Maurizio Mannoni, che conduceva la trasmissione, non abbia avuto la curiosità di chiedergli come pronuncia il cognome della ministra della Salute, Beatrice Lorenzin (di padre istriano).
L’affermazione di De Vincenti relativa al dialetto è del tutto inconsistente. Non penso alla convinzione di alcuni che il veneto sia una lingua e non un dialetto: questione nominalistica e oziosa, che non appassiona i linguisti e divide le istituzioni (la Regione Veneto ha una legge per la tutela del patrimonio linguistico, il cui articolo 2 è intitolato «lingua veneta», mentre il Friuli Venezia Giulia ne ha una per la «valorizzazione dei dialetti di origine veneta»).

Penso ad altro, e cioè al fatto che si potrebbe tirar fuori il dialetto a proposito della realizzazione della “n” finale di questi cognomi, che in Veneto è velare (cioè come la “n” di ancora o dell’inglese spelling), ma non a proposito dell’accento. Quello sulla vocale finale è in modo incontrovertibile l’accento etimologico, e ne possiamo essere certi quando pronunciamo le varianti derivate dalla forma plurale (Padovàni, Trevisàni, Furlàni, Milàni), accentate da tutti sulla “a”.

 

E poi, i cognomi possono anche essere di origine regionale, ma non sono più dialettali quando diventano patrimonio dell’anagrafe.

Questa minima vicenda ci apre lo sguardo su alcuni problemi di ordine più generale, legati al policentrismo, linguistico oltre che culturale, del nostro Paese e alla definizione di chi possa essere il “padrone della lingua”.

Nel caso specifico: è lecito cambiare la forma dei cognomi? Se sì, chi è legittimato a farlo? Un tema credo particolarmente sentito in una terra in cui sono stati ortopedizzati con la forza i cognomi che sapevano di esotico (i Vidossich e i Cencig, per capirci) e nella quale è norma socialmente condivisa quella della ritrazione dell’accento nei cognomi di stampo veneto (Crèvatin, Trèvisan).

Detto in altri termini: se, motivazioni sballate a parte, Civati e De Vincenti hanno ragione, e Padoan vuole farsi chiamare con l’accento sulla prima sillaba, ne ha il diritto? Se a un cittadino non piace il suo cognome, o lo ritiene frutto di un errore anagrafico, non può cambiarlo a piacimento, ma deve intraprendere una procedura formale, che riveste carattere eccezionale ed è ammissibile «esclusivamente in presenza di situazioni oggettivamente rilevanti, supportate da adeguata documentazione e da significative motivazioni».

Ma ognuno ritiene di poter spostare come vuole l’accento, per ignoranza o per volontà di nobilitazione, e non c’è bisogno di nessuna procedura, perché non cambiano i documenti anagrafici, che, secondo le norme dell’ortografia italiana, segnano l’accento solo se la parola finisce con una vocale e questa è accentata. Non so cosa spinga il Ministro a farsi chiamare Pàdoan. Forse un’identità onomastica acquisita per rispecchiamento della forma usata dai suoi conterranei romani: un processo necessario, per garantirsi un’accettabilità sociale ed evitare sdoppiamenti di personalità anagrafica (ossitona in famiglia, parossitona nella vita sociale).

Ma il prezzo di questa scelta è quello di recidere i legami con il proprio passato familiare, cancellando le tracce che gli avi lasciano su di noi non solo con i caratteri fisici, ma anche con l’onomastica. Il saldo è positivo? Comunque sia, io preferisco stare dalla parte dell’etimologia e della storia, e continuerò a chiamare il ministro secondo la forma tradizionale Padoàn, come immagino facessero suo nonno e suo bisnonno. Spero che non gli dispiaccia troppo. In caso contrario, renzianamente, me ne farei comunque una ragione.

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
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