La Gazeta Istriana  a cura di Stefano Bombardieri, M.Rita Cosliani e Eufemia G.Budicin
anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arcipelagoadriatico.it/

Aprile 2014 – Num. 44


22 - La Voce in più Dalmazia 12/04/14 Le fortezze della Serenissima sotto l'egida dell'Unesco tutelate pure Zara, Sebenico e Curzola. (Erika Blečić)
23 - Tempi 16/04/14 Cristicchi: «L'esodo dall'Istria è una pagina che è stata strappata dai libri di storia. Per questo ve la racconto» (Matteo Rigamonti)
24 - Alguer.it 24/04/14 L´esodo di Antonia Cervai a Fertilia
25 - Il Piccolo 20/04/14 “L’Istria e i conti di Gorizia”: presentato il libro a Lubiana (g.tom.)
26 - La Voce del Popolo 22/03/14 Del sì, del da, dello ja – IstrEuropa (Milan Rakovac)
27 - La Voce di Romagna 15/04/14 Con il "viaggio a Fiume" Gaby Adam va alla ricerca delle radici delle proprie origini (Aldo Viroli)
28 - L'Arena di Pola 16/01/14 - 9 gennaio 1944: il primo bombardamento di Pola (Lino Vivoda)
29 – East Journal 30/03/14 I quaranta giorni del Mussa Dagh. sul genocidio armeno



__________          __________


22 - La Voce in più Dalmazia 12/04/14 Le fortezze della Serenissima sotto l'egida dell'Unesco tutelate pure Zara, Sebenico e Curzola.

LE FORTEZZE DELLA SERENISSIMA SOTTO L’EGIDA DELL’UNESCO TUTELATE PURE ZARA, SEBENICO E CURZOLA

Le fortezze veneziane sotto l'egida dell'Unesco

ARCHITETTURA di Erika Blečić

Si delinea sempre più compiutamente il progetto transnazionale sulle “Opere di difesa della Serenissima tra Quattrocento e Seicento”. L’obiettivo è quello di candidare le fortezze veneziane per l’inserimento nella World heritage list dell’Unesco.
È stato il ministero italiano dei Beni culturali ad avviare l’iter per larealizzazione della proposta di inserimentonella Lista del patrimonio culturale mondiale di una serie di sistemi difensivi presenti nei territori che una volta erano sotto l’egida della Repubblica di Venezia. Si tratta di opere edificate, come rilevato, dal 15.esimo al 17.esimo secolo. La proposta sarà presentata come un progetto comune dell’Italia, della Croazia e del Montenegro.
Infatti nella lista si trovano località italiane (Bergamo, le fortificazioni di Peschiera del Garda, di Palmanova e della laguna veneziana), croate (i sistemi di difesa di Sebenico e Zara, nonché la città fortificata di Curzola) e montenegrine (le fortificazioni di Cattaro).
Il ministero della Cultura croato ha preso in esame la proposta dei colleghi italiani e, ottenuto il beneplacito del dicastero degli Affari Esteri ed Europei, l’ha accolta. In tal maniera è stata redatta la lista delle località da proporre per la tutela dell’Unesco, stilata in collaborazione tra i ministeri dei tre Stati.
Ci vorranno anni Gli esperti italiani, croati montenegrini dovranno svolgere un’imponente mole di lavoro, mentre a coordinare il progetto sarà il ministero italiano ai beni culturali. Bruno Diklić, della Direzione per la tutela dei beni culturali presso il ministero croato alla Cultura, ha spiegato che per arrivare all’inserimento nella lista dell’UNESCO ci vorranno anni. Il primo passo è redigere la Lista propositiva, poi segue la raccolta della documentazione, che dovrà essere molto precisa e di qualità, per poter candidare il progetto. Della candidatura decide l’ICOMOS, che ha il ruolo di comitato tecnico-scientifico dell’UNESCO, mentre l’inserimento ufficiale avviene durante la sessione dell’Assemblea generale dell’UNESCO. “Dall’inserimento nella Lista propositiva alla candidatura possono passare anche una decina di anni. Se la candidatura del progetto verrà accolta, ci vorrà un minimo di un anno e mezzo, prima della decisione finale”, ha rilevato Diklić. Sebenico, fior di monumenti Una delle città che dovrebbero trarre maggiore giovamento dal progetto è Sebenico. Oltre alla cattedrale di San Giacomo, inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco 14 anni fa, la Città dalmata potrebbe veder riservato lo stesso privilegio in futuro alle sue quattro fortezze e a ciò che rimane delle mura di cinta. Il sindaco di Sebenico, Željko Burić, è rimasto piacevolmente sorpreso dalla notizia.
“Stiamo completando la ricostruzione della Scena estiva nella fortezza di San Michele, intendiamo ristrutturare la fortezza di San Giovanni, attendiamo la visita degli esperti austriaci per costruire una funivia che collegherebbero le due fortezze. L’inserimento nella lista dell’Unesco sarebbe la ciliegina sulla torta”. Entusiasmo a Curzola Per il sindaco di Curzola, Vinko Kapelina, “è un grande onore trovarci al vertice del patrimonio culturale mondiale. Curzola si potrebbe trovare nel novero di autentiche metropoli culturali quali Bergamo, Sebenico, Cattaro. La Repubblica di Venezia ha segnato parte della nostra storia e sarebbe di grande importanza essere inseriti nella lista dei beni culturali mondiali in quanto parte parte integrante degli antichi sistemi di difesa della Serenissima.




23 - Tempi 16/04/14 Cristicchi: «L'esodo dall'Istria è una pagina che è stata strappata dai libri di storia. Per questo ve la racconto»
Società

Cristicchi: «L’esodo dall’Istria è una pagina che è stata strappata dai libri di storia. Per questo ve la racconto»

Matteo Rigamonti

«No a ricostruzioni “santificate” della Resistenza. Perché è anche dalle zone d’ombra e dal dolore che si impara». Intervista al cantautore: «Le parole hanno bisogno di diventare carne»

Mio nonno è morto in guerra e Magazzino 18 sono i due libri che il cantautore romano Simone Cristicchi ha scritto per parlare della Seconda Guerra Mondiale e della Liberazione dell’Italia. Entrambi sono editi da Mondadori. Il primo raccoglie circa sessanta racconti di reduci, partigiani e civili sopravvissuti al conflitto, come suo nonno che, dopo essere scampato alla campagna di Russia, è tornato «e mi ha cresciuto come un padre – confida Cristicchi a tempi.it – io che sono rimasto orfano quando avevo dodici anni. Mi ha insegnato moltissime cose, soprattutto l’ironia, che è la capacità di saper ridere di se stessi». Il secondo volume narra di una drammatica e ancora controversa pagina della recente storia italiana:
l’esodo degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia che furono costretti a lasciare la loro terra in seguito al Trattato di pace del 10 febbraio 1947 che consegnò alla Jugoslavia comunista di Tito quel pezzo d’Italia da sempre conteso che abbraccia il mare da Capodistria a Pola.

Mio nonno è morto in guerra è diventato uno spettacolo teatrale, interpretato da Cristicchi, dove le storie sono state ridotte a 14 e il racconto è intervallato da canzoni popolari e d’autore italiane. Oggi al teatro Menotti, a Milano, l’ultima data. Ma a breve l’artista ritornerà sulla scena con l’altro spettacolo, Magazzino 18, dal quale da poco più di un mese è stato ricavato anche un libro. Per accompagnare il lettore in quel magazzino, che tuttora sorge alle spalle di Piazza Unità d’Italia a Trieste, dove sessant’anni fa i trecentocinquantamila italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, prima di trasformarsi in esuli, dopo essere stati costretti a evacuare le loro case e abbandonare la regione, lasciarono i loro beni e averi nella speranza, un giorno, di poterli ritrovare. Un’immensa tragedia di cui quasi nessuno sa nulla e di cui pochi hanno trovato il coraggio di parlare nei decenni che seguirono.
Cristicchi, cosa l’ha spinta a cercare le storie che racconta nei suoi libri e spettacoli?
Il silenzio di mio nonno che, dopo essere tornato dalla ritirata di Russia, non ha mai voluto parlare di quello che aveva visto al fronte. Forse perché ero ancora troppo piccolo. La mia curiosità, però, mi ha spinto a cercare parole e racconti per riempire quel silenzio. Oltretutto, i testimoni di quel periodo stanno cominciando a scomparire e già una decina di quelli che io ho sentito non ci sono più.

Perché ha scelto di ricorrere alla forma artistica del teatro?
Perché il materiale che ho raccolto nei miei libri è moltissimo e il teatro mi offre la possibilità di fare una scelta. Parole di questo tipo, infatti, hanno bisogno di diventare carne, di essere dette. È la stessa ragione per cui invito i lettori a leggere ad alta voce le storie che racconto.
Lei ha acceso un riflettore su di una pagina di storia, quella dell’esodo istriano, la cui memoria è tuttora controversa nell’opinione pubblica italiana. Come mai?

È importante parlare di questa drammatica pagina che è stata strappata dai libri di storia per non scadere in una ricostruzione “santificata” della Resistenza. Perché è anche dalle zone d’ombra e dal dolore che si può imparare. L’esodo dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia è il prezzo che abbiamo pagato per uscire da una guerra nella quale siamo spesso stati ritratti come vincitori, ma che invece abbiamo perso. Basti pensare al risarcimento dei danni di guerra che abbiamo dovuto corrispondere.
Non la preoccupano le contestazioni, che ha già ricevuto?
No, non mi preoccupano. Anche perché io non condanno la Resistenza né tantomeno la Liberazione, per le quali ho sempre avuto e ho parole positive.
Ciò non significa, però, che non si possa parlare anche delle magagne e delle contraddizioni che pure le hanno attraversate. A patto che prima di scrivere e di scegliere i contenuti ci si avvalga sempre del parere obiettivo di storici autorevoli. E io l’ho fatto.




24 - Alguer.it 24/04/14 L´esodo di Antonia Cervai a Fertilia
L’esperienza dell´autrice recentemente scomparsa in un libro che ha vinto la 15° edizione del Premio Romà Planas i Miró di memorie popolari. Il suo è un resoconto autobiografico sull’esperienza di uno degli esodi “silenziosi”
dell’Europa contemporanea. Venerdì la presentazione nella Torre di San Giovanni alle 18.30

L´esodo di Antonia Cervai a Fertilia

ALGHERO - Venerdì 25 aprile, alle ore 18:30, nella torre di San Giovanni ad Alghero, verrà presentato il libro di Antonia Cervai "Nosaltres, els julians" (Viena edicions). Oltre ai familiari dell'autrice recentemente scomparsa, parteciperanno, Montserrat Ametller, assessore al Patrimonio Culturale di Roca del Vallès e Giovanni Marzocchi, dell’Archivio della Memoria Popolare di questa cittadina vicina a Barcellona.

Attraverso i ricordi vissuti da Antonia Cervai, abbiamo una testimonianza della vicenda dell’espulsione dei Giuliano-Dalmati di origine italiana, dalla penisola dell’Istria, alla fine degli anni quaranta, dopo l’annessione di questi territori alla Iugoslavia di Tito. Nel libro viene descritto il precario insediamento di una colonia di profughi giuliani a Fertilia e la sensazione di sradicamento nell’animo degli espatriati, che nonostante ciò trovarono la maniera di completare l’edificazione del piccolo borgo e di costruirsi una nuova vita.

Nosaltres, els julians recupera la memoria d’un episodio quasi totalmente sconosciuto della storia recente del nostro continente, che mette in evidenza, una volta in più, la fragilità della costruzione dell’Europa. Come ha scritto il critico letterario Abraham Mohino, «Antonia Cervai, alla ricerca di una identità che si basa sulla nozione di luogo, ci porta nel bel mezzo di un viaggio storico, evocativo e problematico, tra l’Istria, Fertilia e la Catalogna, paese che diventa il terzo asse discorsivo nella costruzione di una possibile patria, alla fine trovata». Antonia Cervai è nata nel 1947, ad Orsera, una cittadina della penisola dell’Istria ed l’anno seguente la sua famiglia è arrivata a Fertilia. Laureata in Filologia Romanica presso l’Università di Pisa, nel 1977 durante un viaggio a Barcellona, conosce il futuro marito e lì forma la sua nuova famiglia.
Perciò, come le piaceva ricordare, era figlia di tre luoghi, tre regioni, tre nazioni, e di uno stesso mare.





25 - Il Piccolo 20/04/14 “L’Istria e i conti di Gorizia”: presentato il libro a Lubiana

“L’Istria e i conti di Gorizia”: presentato il libro a Lubiana

TRIESTE L'Istria, il Litorale, il Goriziano sono territori che soltanto a uno sguardo distratto potrebbero apparire marginali. Sono invece un punto cardine dell'Europa e tante volte ne hanno riflesso gli sviluppi epocali. A queste terre rende giustizia l'ultimo libro dello storico medievalista dell'università di Lubiana Peter Štih: "I conti di Gorizia e l'Istria nel Medioevo" è il titolo del corposo saggio appena pubblicato dal Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, presentato nei giorni scorsi a Lubiana in una conferenza organizzata con il supporto dell'ambasciata italiana in Slovenia, dell'Istituto italiano di cultura lubianese, del Comune di Gorizia nonché dell'Unione italiana e dell'Università popolare di Trieste. Nelle 250 pagine del suo saggio Štih ha delineato un ritratto della casata nobiliare che per secoli è stata tra i protagonisti della storia delle nostre terre: una realtà importante che spaziava dalle Alpi all'Istria e che ha costituito a lungo un interlocutore importante tanto per l'Impero germanico quanto per la Serenissima repubblica di Venezia. Lo storico ha ricostruito accuratamente le loro vicende, ricorrendo anche a materiale inedito, tracciando un'immagine precisa della loro espansione territoriale e del funzionamento del loro sistema feudale. Secondo Fulvio Salimbeni, storico dell'università di Udine, l'opera di Štih è uno strumento utile a comprendere come le Alpi nel Medioevo fossero un canale di congiunzione e comunicazione fra diverse realtà e non una linea di divisione, come sostenuto spesso dalla storiografia nazionalista. A tal proposito il direttore del Crs Giovanni Radossi ha rivendicato la pubblicazione del saggio, così come tutto il lavoro del Centro, come un contributo «nell'ambito della storiografia regionale, nazionale e internazionale», un ponte fra storie nazionali di Slovenia, Italia e Croazia. (g.tom.)



26 - La Voce del Popolo 22/03/14 Del sì, del da, dello ja – IstrEuropa
Del sì, del da, dello ja

IstrEuropa

Milan Rakovac

IstrEuropa? Sì, penso che oggi l’Istria (quella mia “imperialistica” Istria che si estende fino al fiume Po, alle Alpi, a Corfù) sia più europea dell’Europa stessa. Accanto ai popoli “autoctoni” e alle “minoranze” ora si possono incontrare anche nuovi gruppi etno-culturali provenienti da ogni parte del mondo.
Sabato scorso ho annunciato che mi sarei soffermato sull’istrianizzazione dell’Europa, mi scuso dell’Unione europea – ma l’UE è convinta di essere l’Europa. Ed è convinta di potere parlare a nome di tutto il continente. Ma quando lo fa non dice nulla. Molto tempo fa (da allora sono passati quasi 20 anni) ho pubblicato un lungo saggio intitolato ISTRIANIZZARE L’EUROPA, che è stato tradotto anche in tedesco. Ovviamente, il mio era un testo retorico perché cosa mai potrebbe esserci di tanto europeo di Istria da dovere essere esportato nell’UE? Forse i contenuti non sono poi tanti, ma sta proprio qui il punto: perché l’UE è sempre meno europea e sempre più nazionale e nazionalista – praticamente il contrario di quanto avviene in Istria! Ed è questo l’atteggiamento mentale che l’UE dovrebbe venire a recuperare in Istria! Ma è oramai da tempo che l’UE ha paura dell’euroregionalismo, l’unica idea nuova sulle cui basi potrebbe nascere la Nuova Europa, intesa come una comunità di cittadini liberi, e non come un’unione di Nazioni o di Stati. Certo, proprio per questo motivo l’UE ha permesso, senza profferire parola, che lo Stato Nazionale distrugga l’idea stessa di euroregionalismo. In primis i nostri tre Stati – la Croazia, l’Italia e la Slovenia!
Ma eccoci finalmente al tema annunciato: quale contribuito può dare alla creazione dell’Europa intesa come Stato, o meglio come COMUNITÀ DI CITTADINI, la piccola Istria?
Per avviarci lungo la strada dell’europeizzazione dell’Europa dobbiamo potere contare su un nucleo socio-politico che guarda al mondo da un’ottica europea, continentale, sovranazionale. Inutile dirlo: l’Istria ha queste caratteristiche. Una comunità europea libera e integrata, e perché no uno Stato, può nascere però soltanto se indeboliamo lo STATO in quanto tale, ogni Stato, tutti gli Stati.
Purtroppo però l’indebolimento dello Stato è dettato dalla crisi che scuote l’Europa e alla quale lei non sa trovare una soluzione. La propongono invece i neonazisti e i neofascisti e la loro sempre più potente derivazione – i populisti.
Ma cosa si può fare? Poco o nulla. Perché ogni azione da nuovo vigore ai nazionalismi che si stanno diffondendo con la forza di uno tsunami. Penso che l’unica soluzione a lungo termine sia combattere senza se e senza ma ogni forma di nazionalismo, a partire da quello individuale… Per diamine, ma dove mi sta portando il ragionamento? Io sono soltanto un giornalista/scrittore e non un membro di un qualsiasi gruppo di stampo politico… Né i giornalisti, né gli scrittori sono chiamati a tenere lezioni, ma nemmeno a richiamarsi al permissivismo. Le “élite” e i circoli dei ben pagati “detentori” del diritto a parlare in pubblico sono tutelati dal sistema che permette (soltanto a loro) di dire tutto. Questi però di regola parlano tanto senza dire niente. Si limitano a fare da portavoce a precisi gruppi di interesse, che spesso sono anche i proprietari dei media….
Non è che in Istria la situazione sia molto migliore, per quanto attiene i media. Ma in Istria (che si estende anche nell’FVG, nel Veneto, nella Carinzia, nel Prekmurje, nel Međimurje e sulle isole dalmate – checché ne pensi qualcuno!) e nell’area che da Fiume porta a Čakovec c’è una solida collettività che non coincide con i partiti, il potere e non si limita a diffondere il prevalente “sentimento” nazionale. L’Istria (e il suo hinteland) sono oggi un nucleo sano nel quale vivono in armonia le maggioranze e le minoranze e dove appartenere alla maggioranza non significa essere in vantaggio. È questo il principale lascito della storia – lasciarci alle spalle le assimilazione e consentire ai piccoli mondi di esprimersi. QUESTA è l’IstrEuropa, QUI devono venire gli UE burocrati, QUI l’Europa del domani è già la realtà!





27 - La Voce di Romagna 15/04/14 Con il "viaggio a Fiume" Gaby Adam va alla ricerca delle radici delle proprie origini
CON “IL VIAGGIO A FIUME” GABY ADAM VA ALLA RICERCA DELLE RADICI DELLE PROPRIE ORIGINI

Renata salva grazie alla musica

UNA TAPPA anche in Romagna dove avevano trovato rifugio nonni materni Isacco e Amalia Einhorn, che saranno poi arrestati e deportati senza ritorno

La città di Fiume, oggi Rijeka, è il fulcro attorno a cui ruota il viaggio complesso e affascinante sulle tracce di una famiglia ebraica del nord Italia, durante il periodo fascista, la Shoah e il dopoguerra. Fiume, grande città portuale croata, è stata un crocevia di religioni, popoli e culture.
Gaby Adam, è venuta in contatto con queste culture, queste religioni e queste genti e le ha raccolte in un libro, non solo con la ricostruzione del passato tragico della famiglia di sua madre, annientata. Il viaggio a Fiume è come una tela ricamata multicolore: al suo interno ci sono ricordi di famiglia e testimonianze, scene che partendo dal presente ripercorrono il passato, c’è uno sguardo all’eredità culturale creata nell’area di Venezia, il tutto intessuto in maniera complicata e turbolenta. Questo intreccio conferisce al libro un ascendente letterario e un valore aggiunto, discostandolo molto dalla semplice memoria familiare.  Ma in che modo aveva preso il via il canale di fuga per la salvezza dal capoluogo del Carnaro verso la Romagna? La testimonianza rilasciata nel 1988 da Elena Weiss in Galandauer e riportata da Gregorio Caravita nel suo libro “Ebrei in Romagna (1938-1945)”, da tempo esaurito, è precisa: “Avevamo raggiunto Bagnacavallo - racconta - perché a Trieste qualcuno aveva detto che Isacco Einhorn era partito lasciando il suo indirizzo per quelli che non sapevano dove andare. Noi ci siamo aggrappati a questo, e arrivati a Bagnacavallo abbiamo saputo che il signor Einhorn conosceva i signori Tambini già da tempo ed era sicuro di poter contare sul loro aiuto. E non si è sbagliato. Peccato che il signor Einhorn, che ha aiutato noi e molti ancora col lasciare il suo indirizzo, è finito così tragicamente”. E’ probabile che Isacco Einhorn e Vincenzo Tambini si siano conosciuti a Trieste, dove Isacco e la moglie Amalia Rosenstein si erano stabiliti dopo un periodo di internamento a Notaresco, in provincia di Teramo.
Gaby puntualizza parte delle dichiarazioni della zia Lilly, Laura Einhorn vedova Ricotti, sulla mancata fuga da Bagnacavallo, pubblicate in passato da Storie e personaggi. Isacco non voleva andarsene perché consapevole dei rischi che avrebbe corso; sapeva delle difficoltà che si incontravano alla frontiera con la Svizzera, dove una sua congiunta era stata arrestata. Dalle lettere in suo possesso, Isacco non appare come un uomo debole ma coraggioso; Gaby non condivide la versione della zia Lilly che sarebbe stato preso da un blocco psicologico. Religioso molto osservante, Isacco aveva la convinzione che il matrimonio di Lilly con un non ebreo avrebbe portato male alla famiglia. Gaby riferisce che Isacco, divenuto apolide dopo la proclamazione delle leggi razziali, voleva andare in Israele per aiutare la figlia Clara – sua madre – a sistemarsi. Per lui non c’era altra scelta che lavorare nel Kibbutz; nel frattempo doveva imparare l’ebraico e l’inglese. Le lettere di Isacco sono sempre scritte in tedesco e cominciano con “cari figli”. In quel periodo sperava di riottenere la cittadinanza romena che già aveva per ottenere il passaporto che gli avrebbe consentito di uscire dall’Italia. Nel capitolo dedicato a Bagnacavallo, Gaby ricorda Vincenzo Tambini, organizzatore assieme ad Antonio Dalla Valle della grande catena di solidarietà verso gli ebrei fiumani che avevano cercato rifugio in Romagna, e il maresciallo Ezechiele Maccaccaro, comandante della locale stazione dei carabinieri. Grazie alla testimonianza di Maria Dalla Valle, figlia di Antonio, si è potuto accertare che era lui il “capo della polizia locale” di cui parla Eugenio Galandauer. Quando Antonia Galandauer, sorella di Eugenio, in occasione della sua recente visita a Bagnacavallo e Lugo ha mostrato a Maria un album fotografico con tutti i personaggi coinvolti in quella eccezionale catena di solidarietà, dai salvatori ai salvati, lei ha riconosciuto immediatamente il maresciallo. “Era grande amico di mio padre e di Tambini. A Bagnacavallo la caserma e il palazzo Tambini sono vicinissimi e loro si salutavano dalle finestre. Quando Maccacaro andava a Lugo, si fermava sempre a casa nostra, erano legati da una fraterna amicizia”. La signora Maria racconta che “Aveva modi gentili ed era sempre pronto ad avvisare Tambini e mio padre del pericolo imminente”. La signora Maria conferma il racconto di Eugenio Galandauer, che all'epoca aveva 10 anni, della sera in cui il maresciallo si era precipitato ad allertare suo padre e Tambini della retata che avrebbero fatto i tedeschi l'indomani permettendo loro di organizzare la grande fuga. Quella sera in particolare, ricorda la signora Maria, il maresciallo era in macchina con altri carabinieri, un particolare che lascia pensare che anche i suoi militari fossero al corrente di quanto stava accadendo a Bagnacavallo. Purtroppo gli Einhorn si erano stabiliti nel centro di Bagnacavallo, tutti sapevano la loro identità, e non è stato possibile allertarli tempestivamente in modo che si allontanassero. Tra l'altro come ha ricordato Maria Dalla Valle in quel periodo in paese c'erano anche i fascisti di Ferrara, che potrebbero essere gli autori dell'arresto. Nel suo libro, Gaby ricorda anche la zia Renata, conosciuta in tempi successivi a Lilly. E rivela un particolare che potrebbe aver salvato Renata dai forni crematori. Era una eccezionale pianista, a 14 anni aveva iniziato a suonare in concerti radiofonici della futura Rai, allora Eiar. Nel dopoguerra aveva acquistato un bellissimo pianoforte a coda che però non ha mai utilizzato; suonare le causava sofferenza fisica e certamente interiore. Renata è sepolta a Palestrina nella tomba di famiglia del marito Michele Tomaselli, conosciuto a Caracas quando lavorava all’Ambasciata italiana.  E infine chi è Gaby Adam. E’ nata nel 1943 a Haifa. I suoi genitori emigrarono clandestinamente in Israele da Trieste nel 1939, quando il Mandato britannico in Palestina aveva imposto una limitazione alla libera immigrazione ebraica nella regione. Dopo il servizio militare, Gaby si è trasferita in Europa, dove ha ottenuto il diploma di interprete a Ginevra. Dal 1968 ha lavorato come documentarista per la televisione israeliana (IBA) e per quella tedesca (ZDF), producendo film fino al 2005. Gaby Adam ha pubblicato, tra il 1970 e il 2003, tre libri di poesie, un libro sull’adozione per adolescenti – portando come esempio la sua esperienza personale – e, dal 2000, si è avvicinata anche al mondo della pittura. Il viaggio a Fiume, cominciato a scrivere nel 2009, è stato pubblicato in Israele nell’aprile del 2012. Gaby oggi continua a portare avanti i propri progetti.
Aldo Viroli

Chi è la protagonista
Vive in Israele è regista e documentarista

Nel suo libro “Il viaggio a Fiume”, da poco pubblicato da Salomone Belforte editore, Gaby Adam, regista e poeta di Gerusalemme, come discendente di una famiglia fiumana va alla ricerca delle radici delle proprie origini, dando vita a una storia unica e straordinaria su una parte di Ebraismo rimasta esclusa dalla coscienza storica dopo la Shoah. Il viaggio tocca anche la Romagna perché a Bagnacavallo avevano trovato rifugio i nonni Isacco e Amalia Einhorn con la figlia Renata, chiamata in famiglia Renée. Nel libro Gaby ricorda anche l’impegno di Storie e personaggi nel ricostruire la vicenda degli ebrei fiumani rifugiati in Romagna. Al centro del libro, scrive nella presentazione il professor Ariel Hirschfeld, troviamo la zia Lilly, una figura avvincente, affascinante e originale, che ha vissuto a lungo e ha avuto modo di fare pace col suo passato tormentato: Lilly ha fatto i conti con l’abbandono della propria religione e della propria famiglia alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale e ha visto da lontano il destino dei propri cari. Gaby è venuta in contatto con queste culture, queste religioni e queste genti e le ha raccolte in un libro, non solo con la ricostruzione del passato tragico della famiglia di sua madre, annientata ad Auschwitz, ma anche tramite un viaggio nuovo nelle città del nord sul mare Adriatico, in Italia, nell’odierna Croazia, e nell’Israele di oggi.





28 - L'Arena di Pola 16/01/14 - 9 gennaio 1944: il primo bombardamento di Pola
9 gennaio 1944: il primo bombardamento di Pola

Sono passati 70 anni esatti dal primo dei 23 bombardamenti aerei anglo-americani su Pola. Era il 9 gennaio 1944 e quel terribile evento lasciò lutti e rovine, rimanendo impresso indelebilmente nella memoria di tutti i polesani superstiti. Il consigliere ed ex sindaco dell’LCPE Lino Vivoda ne parla in un capitolo del suo recente libro In Istria prima dell’esodo. Autobiografia di un esule da Pola (Edizioni Istria Europa, Imperia 2013), che riproduciamo di seguito. Invitiamo i lettori che sperimentarono quella tragedia a mandarci la propria testimonianza diretta.

Tra i tanti accadimenti vissuti durante la guerra ricordo bene il giorno del primo bombardamento di Pola. Era domenica e giocavo al pallone nel campetto del cortile della Catolica quando le sirene verso le dieci iniziarono a suonare per l’allarme aereo. Mi recai a casa abbastanza svelto, non avevamo ancora cognizione infatti di che cosa potesse seguire a un allarme aereo. Giunto a casa mi misi in spalla lo zaino grigio che Papà mi aveva dato quando erano iniziati gli allarmi aerei: conteneva un cambio di biancheria, una maglia un po’ pesante per stare in rifugio e quattro pacchetti di gallette che chiamavamo scherzando “razioni di guerra”. Presi anche il piccolo seggiolino pieghevole di legno e tela sotto il braccio e scendendo le scale incontrai Papà che era venuto in bicicletta da Scoio Olivi per sincerarsi che tutti fossimo andati in rifugio. Arrivai comodamente al riparo e incominciai con le solite chiacchiere coi vicini per passare il tempo quando iniziammo a sentire le vibrazioni degli scoppi e nelle orecchie lo spostamento d’aria. Erano le undici e quindici del 9 gennaio 1944 quando iniziò il primo bombardamento della mia vita.

Quando finì il rumore delle bombe qualcuno disse: «C’era da aspettarselo, l’altro ieri hanno bombardato Fiume».
Cessato l’allarme uscimmo lentamente all’aperto, e poi di corsa verso casa. La città era stata pesantemente bombardata da più di cento B-17 della 15a AF americana: centrate chiese, ospedali, scuole e numerose case, provocando la morte di oltre cento persone solo fra i civili.

L’impressione tra la gente fu profonda vedendo le macerie dappertutto, le strade coperte da una sottile coltre grigiastra. Ovunque nell’aria l’odore dell’esplosivo. Cambiò subito l’atteggiamento in tutti: dal primo allarme successivo i tempi di percorrenza per arrivare al rifugio si ridussero notevolmente cercando tutti di mettersi al sicuro il più presto possibile.
Il nostro palazzo per fortuna era intatto ma vicino a noi parecchie case erano state sventrate in via Tradonico, e mi dispiacque vedere sparito il negozio di alimentari di sior Rocco all’inizio della strada, nella piazzetta del Torchio, dove talvolta andavo a comperare qualcosa e ricevevo sempre alcune sidele (mentine simili a caramelle).

Anche il cantiere di Papà era stato colpito in più parti (era anche la base dei sommergibili) e, quando mi recai il giorno dopo a portargli il pranzo, mi fece vedere da lontano la sagoma di un sommergibile tedesco semiaffondato a fianco della vasca grande verso la città, che con le due piccole gemelle costituivano i bacini di carenaggio del cantiere. Il sommergibile tedesco era il famoso U-81, che il 13 novembre 1941 aveva silurato ed affondato la portaerei britannica Ark Royal. Anche un altro sommergibile tedesco, l’U-407, venne colpito.
Ma quello che fece più impressione fu la tragica morte del giocatore di calcio polesano Aldo Fabbro, assieme alla mamma ed alla nonna. Fabbro era centromediano del Napoli ed essendo fermo il campionato di calcio era venuto a casa in licenza. La sua abitazione fu centrata in pieno e rasa al suolo. I soccorritori intenti a sgomberare le macerie raccolsero ciò che rimaneva delle tre vittime in un secchio pieno di resti umani.

Lino Vivoda (Imperia)




29 – East Journal 30/03/14 I quaranta giorni del Mussa Dagh. sul genocidio armeno
 
I quaranta giorni del Mussa Dagh. Sul genocidio armeno

Aprile 1915. Cinquemila armeni, perseguitati dai turchi cercano rifugio sul massiccio del Mussa Dagh, a nord della baia d'Antiochia. Il brano che segue è tratto dal secondo capitolo del romanzo storico “I quaranta giorni del Mussa Dagh” (1933) di Franz Werfel, dove vengono narrate le vicende dell'unica forma di resistenza armena durante il “Grande crimine”, Medz Yeghern in armeno. È il bazar, da sempre luogo dell'incontro e del dialogo, luogo delle relazioni, la metafora scelta dall'autore per mostrarci la città di Antiochia nei giorni che precedono il genocidio. Attraverso gli occhi dell'armeno Gabriele si iniziano a percepire i primi segni della tragedia. Quell'Impero ottomano che di lì a poco si sarebbe disgregato era, fino a quel momento, la terra di tutti. Una terra dove “sangue e popolo”, erano fino ad allora  “concetti vani”.

----

"Quando Gabriele Bagradiàn svoltò nella via del bazar di Antiochia, aveva deciso due cose: primo, in caso di una sua chiamata sotto le armi, di non indietreggiare davanti a nessun sacrificio per riscattarsi dal servizio militare; secondo di aspettare la fine della guerra nella placida tranquillità della casa di Yoghonolùk, inosservato e indisturbato. Siccome però si era già nella primavera del 1915, non poteva ormai più trattarsi che di qualche mese, prima dell'armistizio generale. Egli calcolava per il settembre o l'ottobre. Una nuova campagna invernale nessuna delle parti l'avrebbe più osata. Fino a quel momento bisognava adattarsi come si poteva, per poi ritornare il più presto a Parigi. Il bazar lo affascinò: quella densa fiumana che non conosce fretta, che non cresce e decresce come il traffico nelle città europee, ma si svolge con un ritmo irresistibilmente uguale, come il tempo nell'eternità.

Ci si sarebbe potuti creder trasportati non già nella derelitta provincia di Antakje, ma ad Aleppo o a Damasco, tanto erano inesauribili le due correnti opposte del bazar, che fluivano parallele su e giù. Turchi in abito europeo, con bastone da passeggio e colletto rigido, il fez in testa, commercianti e impiegati. Armeni, greci, siriaci, anch'essi riconoscibili dall'abbigliamento occidentale, ma con un copricapo differente. E in mezzo, continuamente, curdi e circassi nei loro costumi. La maggior parte di essi portava armi in mostra, poiché il governo, che fra i popoli cristiani considerava con diffidenza ogni coltellino tascabile, fra quelle irrequiete stirpi montanare tollerava moderni fucili di fanteria e perfino li regalava.

Contadini arabi dei dintorni. Anche alcuni beduini del sud, nel lungo mantello drappeggiato color del deserto, con intorno al capo il magnifico tarbùsch, dal quale pendevano sulle spalle i fiocchi di seta. Donne svelate, emancipate, con le gonne alla caviglia e le calze di seta. Di tanto in tanto nella corrente degli uomini avanzava tentoni un asino stracarico, in disperato proletario del mondo animale, con la testa bassa. Gabriele aveva l'impressione che fosse sempre lo stesso asino, che compariva ad intervalli con la sua testa ciondolante, e sempre lo stesso conducente cencioso, che lo teneva alla cavezza.

Ma tutti, tutto questo mondo, uomini, donne, turchi, arabi, armeni, curdi, e nella ressa i soldati abbronzati dal campo, ed asini e capre, tutti erano fusi in una indescrivibile unità dall'andatura uguale: un passo lungo, lento e ondeggiante, che tendeva senza posa ad una meta invisibile.

Gabriele comprò un berazìk, un panno spalmato di sciroppo d'uva. Anche questo “cibo di rondine” era per lui un ricordo d'infanzia. Ma al primo boccone lo prese la nausea ed egli regalò il dolce ad un ragazzo, che lo guardava in bocca estatico.

Chiuse gli occhi per qualche secondo, tanto aveva l'animo oppresso. Che cosa era dunque avvenuto, che cosa aveva trasformato completamente il mondo? Qui, in questo paese egli era nato. Qui avrebbe dovuto sentirsi a casa sua. Ma come? La fiumana continua e regolare della gente del bazar gli disputava la sua terra natale. Egli lo intuiva, quantunque i volti concentrati in se stessi non lo guardassero affatto.

E il giovane Mudir? Si era comportato con estrema gentilezza e cortesia. “La illustre famiglia Bagradiàn!” Tuttavia Gabriele credette ad un tratto di capire che tutta quella cortesia, compresa la sua “illustre famiglia”, non era che impertinenza. Anzi di più, era odio, odio travestito in forme civili. E il medesimo odio lo circondava in quel momento. Gli bruciava la pelle, gli feriva la schiena. Ed egli sentiva davvero nella schiena un'improvvisa paura, come un perseguitato, mentre neppure un'anima viva si curava di lui.

A Yoghonolùk, nella grande casa, sotto il suo tetto, non sapeva nulla di tutto questo. E prima a Parigi? Là, malgrado tutto il benessere, egli aveva vissuto nella fredda condizione di uno straniero immigrato, che ha le sue radici altrove. Erano qui le sue radici? Solo allora, in quel miserabile bazar della sua terra, egli poté misurare appieno quanto fosse straniero nel mondo. Armeno! Antichissimo sangue, antichissimo popolo era in lui. Ma perché i suoi pensieri parlavano più spesso francese che armeno, come proprio in quel momento, ad esempio? Sangue e popolo! Siamo franchi! Non erano anche questi dei concetti vani? In ogni età gli uomini si cospargono l'amaro cibo della vita con la droga di idee diverse, che lo rendono ancora più disgustoso".



La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi la “Gazeta Istriana” sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le  C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it