a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 913 – 26 Aprile 2014
    
Sommario

178 - La Voce del Popolo 12/04/14 Intervista - ML Histria: Nel racconto della Cosliani le finalità di un impegno (Emanuela Masseria)
179 - Messaggero Veneto 19/04/14 Udine: Minacciato di morte perché ha presentato il libro di Cristicchi
180 - La Voce del Popolo 19/04/14 E & R - Perdere la propria terra, le radici (Franco Papetti)
181 - Il Piccolo 09/04/14 Morto a 91 anni Primo Rovis, esule da Gimino
182 – Il Tempo 17/04/14 Lutto - Addio a Quarantotto, intellettuale controcorrente (Gianfranco de Turris)
183 - Il Piccolo 23/04/14  Il 25 Aprile in Venezia Giulia non c'è nulla da celebrare. (Rodolfo Ziberna)
184 - Il Piccolo 18/04/14 Il patto di Pola sul turismo senza confini (p.r.)
185 - La Voce del Popolo 17/04/14 Cultura - La rivoluzione «cristicchiana» (Nelida Milani Kruljac)
186 - Avvenire 18/04/14 La Storia - Nino Benvenuti nell'Isola che non c'è più (Massimiliano Castellani)
187 - Il Piccolo 22/04/14 I Caffè letterari portano a Trieste (Fabio Dorigo)
188 – Corriere della Sera 10/04/14 Lettere a Sergio Romano – Patto di Londra: Destino di Fiume (Maura Bressani)




Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arcipelagoadriatico.it/


178 - La Voce del Popolo 12/04/14 Intervista - ML Histria: Nel racconto della Cosliani le finalità di un impegno

ML Histria. Si chiude il 15 aprile il termine ultimo per inviare i temi del Concorso

Nel racconto della Cosliani le finalità di un impegno

Se c’è qualcosa che sprizza energia e voglia di stare al passo con i tempi, nella cosiddetta “galassia” esule, è la Mailing List Histria. Nata per preservare e tutelare l’identità culturale istriana, fiumana, quarnerina e dalmata di carattere italiano, guidata da uno spirito multietnico e svincolata da ogni appartenenza partitica, la MLH ha tra le sue principali attività il concorso letterario rivolto alle scuole elementari e superiori in Slovenia, Croazia e Montenegro. Al progetto principale si affiancano altri eventi collaterali, dei quali abbiamo parlato meglio con Maria Rita Cosliani, la quale, insieme a Lino Vivoda, è una colonna portante del progetto fin dai suoi esordi.
Nata nel 2000 per iniziativa di Axel Famiglini e Gianclaudio de Angelini, la MLH si è sviluppata come gruppo di discussione “virtuale” su Internet tra esuli, “rimasti”, rispettivi discendenti e simpatizzanti. Ma la vita di questo progetto è una questione di incontri, convegni, riflessioni e tanto lavoro, come ci spiega meglio chi lavora dietro le quinte.
Come sta andando,

Maria Rita, il concorso di quest’anno, dato che sta per chiudersi?
“Siamo arrivati a 149 temi, ma è presto per giudicare, visto che la scadenza è stata fissata al quindici aprile. l’anno scorso abbiamo contato in tutto 240 elaborati, tra “individuali” e “gruppi”, con il coinvolgimento di 362 studenti”.

Su quali argomenti si sono espressi i ragazzi?
“Ogni anno scegliamo 12 temi, ma a partire dal 2012, non sapendo francamente quasi più cosa proporre, abbiamo pensato a un argomento che ritorna e funziona sempre:
“I nonni raccontano”. Così vengono messe in contatto le generazioni, dato che è un tema che fa piacere ai nonni e che, nel contempo, fa scoprire ai nipoti una giovinezza in loro che magari non immaginavano”.

Qual è lo scopo del concorso?
“Incoraggiare e potenziare lo    studio e l’uso della lingua italiana e dei dialetti romanzi nelle giovani generazioni. l’elemento unificante rappresentato dalla lingua parlata e scritta è infatti fondamentale per la preservazione ed il rafforzamento di un’identità nazionale numericamente minoritaria. In particolar modo i dialetti tipici delle realtà cittadine istriane e dalmate, nonché della città di Fiume, sono il sale della nostra comunità italiana autoctona, sale che va conservato e custodito gelosamente”.

Come è organizzato, dal punto di vista territoriale?
“Per noi è fondamentale la collaborazione con i Dalmati nel mondo, per operare in modo capillare in Croazia e in Montenegro. Infatti, nel concorso ci sono le categorie A e B anche se la filosofia di fondo è ben espressa dal sito che raccoglie tutte queste esperienze: www.adriaticounisce.it.

Il concorso è diviso in due parti anche in un altro senso. La prima parte è il concorso propriamente della Mailing List Histria con i premi donati dalla MLH per i quali tutti gli iscritti fanno colletta durante l’anno, mentre la seconda parte è sponsorizzata dall’Associazione dei Dalmati italiani nel mondo con i premi donati dall’associazione per i temi che giungono dai territori della Dalmazia in Croazia e Dalmazia in Montenegro. Poi varie associazioni sponsorizzano con premi speciali i ragazzi meritevoli come l’Associazione per la Cultura Fiumana, istriana e dalmata nel Lazio; il periodico ISTRIA EUROPA con il suo direttore Lino Vivoda; il Libero Comune di Fiume in esilio; il Libero comune di Pola in esilio; L’Anvgd, comitato provinciale di Gorizia; Coordinamento Adriatico. Ci sono poi i Premi Giuria e i Premi Simpatia consistenti in libri per i ragazzini delle prime elementari”.

E’ importante raggiungere tutte le anime di una stessa comunità, ovunque esse siano, insomma...
“Sì. E poi scoprire la Dalmazia e il Montenegro è stata una bellissima sorpresa. A Cattaro c’è l’unica Comunità degli italiani, che però è attivissima, sono innamorati dell’Italia. Il 13 novembre del 2013 l’abbiamo raggiunta per le premiazioni. Hanno partecipato con 50 temi, è stato davvero sorprendente”.

E invece sul fronte degli eventi collaterali?
“Ad esempio abbiamo organizzato una mostra fotografica a Castelbembo, che ora è diventata un libro, Gente di Valle d’Istria, a cura di Gigliola Cnapich. l’autrice ha ricostruito la vita di molte persone attraverso foto dell’epoca andandole a trovare quasi casa per casa. In generale pensiamo sempre a vari eventi collaterali prima e dopo il concorso”.
Cambiando prospettiva, fai parte anche di altre realtà all’interno del mondo degli esuli, come ad esempio il Libero Comune di Pola in Esilio...
“Opero in effetti nel suo consiglio direttivo, come anche nel comitato provinciale dell’Anvgd di Gorizia e, ovviamente, nella Mailing List Histria.
Inoltre con Walter Cnapich curo le attività di segreteria del Concorso, che quest’anno è giunto alla dodicesima edizione”.
Di questo Maria Rita non vuole più di tanto parlare, quasi che la sua presenza nelle associazioni sia un lavoro da fare con grande impegno ma senza la necessità di costanti riflettori puntati. Una caratteristica, forse, del mondo delle donne. Ciò non toglie nulla alle tante ramificazioni del Concorso che Maria Rita Cosliani a partire dalle radici sembra aver sempre mirato decisamente alle fronde.

Tutti i lavori in un libro    

Da raduno telematico la MLH, già dopo il primo anno di vita, incominciò ad effettuare dei raduni veri e propri ed il primo, informale, si svolse in quel di Cesenatico, città di residenza del fondatore Axel Famiglini. Nel
2002 il Raduno divenne un avvenimento istituzionale. L’anno di svolta fu però il 2003 quando il III Raduno si tenne, per la prima volta, in terra d’Istria ospite della Comunità degli italiani di Pirano. In questo contesto venne inaugurato il 1° concorso letterario della MLH e poi stampato un libro che raccoglie tutti gli elaborati dei partecipanti grazie alla collaborazione con il Centro di documentazione multimediale (CDM) di Trieste. Altre notizie su www.adriaticounisce.it.

Emanuela Masseria




179 - Messaggero Veneto 19/04/14 Udine: Minacciato di morte perché ha presentato il libro di Cristicchi
Minacciato di morte perché ha presentato il libro di Cristicchi
 
Nel mirino lo studioso che con lo scrittore ha tenuto una conferenza sugli istriani. «Mi danno del fascista, ma sono di sinistra». Ziberna (FI) solleva il caso in Regione

UDINE. Il politologo Ivan Buttignon è stato minacciato di morte dopo aver preso parte alla presentazione del libro Magazzino 18 di Simone Cristicchi sulla tragedia dell’esodo istriano, fiumano e dalmata. Un evento che si è svolto il 7 aprile alla libreria Feltrinelli di Udine.

A darne notizia, ieri, è stato il consigliere regionale goriziano Rodolfo Ziberna (Forza Italia). Buttignon, da parte sua, ha confermato che all’interno del negozio, quel giorno, c’è stato chi gli ha fatto un segno inequivocabile (passandosi il dito indice davanti al collo) e ha aggiunto di aver trovato, un paio di giorni dopo, sul parabrezza dell’auto parcheggiata sotto casa, nell’Isontino, un foglio in cui c’era scritto - dopo vari insulti - anche “Hai i giorni contati”. Non solo, come ha riferito lo stesso interessato, c’è stato pure chi, in rete, ha pubblicato testi «decisamente lesivi della sua immagine e della sua professionalità».

«Il 7 aprile - racconta in una nota Ziberna - in libreria erano presenti l’autore, Cristicchi, e Buttignon. Quest’ultimo ha subìto aggressioni e minacce, anche di morte, da parte di gruppi politicizzati di sinistra, i quali hanno cercato di impedire con offese e insulti la presentazione del libro. E il giorno successivo ancora minacce esplicite scritte su un foglietto lasciato sul parabrezza del politologo».

L’accaduto è poi diventato oggetto di interrogazione alla presidente della Regione Debora Serracchiani. Il documento è stato firmato dallo stesso Ziberna che ha anche espresso vicinanza e solidarietà a Buttignon e Cristicchi da parte del Gruppo consiliare e del partito di Forza Italia.

«Già la sera della presentazione del libro - racconta Buttignon - ho cercato di dire ai manifestanti che mi davano del fascista, neanche troppo implicitamente, che nel mio passato c’è anche la dirigenza di partiti della sinistra. Insomma, ho tentato di far capire chi sono e quali sono realmente le mie idee. Ma loro non mi hanno ascoltato e così mi sono diretto verso la sala conferenze. Dopo la presentazione - continua il politologo - un altro episodio spiacevole: due ragazzi mi hanno fatto segno di avvicinarmi, io ho fatto due passi verso di loro e poi uno dei due si p passato l’indice davanti al collo, esprimendo così una minaccia ben chiara. Alla fine ho dovuto uscire dall’altra parte».

Successivamente i fatti sono stati rappresentanti alle forze dell’ordine, che hanno pure acquisito il biglietto scritto a mano lasciato sull’auto del politologo.

«È noto che Buttignon – ha sottolineato Ziberna – è persona di sinistra, dirigente dal 2001 della Cgil, coordinatore del Comitato Pro Renzi di Gorizia. Sono sconcertato del fatto che non vi sia stata da parte della sinistra una levata di scudi, fatto salvo per l’apprezzato intervento del collega Moretti – aggiunge – e sono molto preoccupato per come una certa sinistra, con atti violenti ed intimidatori, impedisca il regolare svolgimento di manifestazioni pubbliche non di loro gradimento».

«Purtroppo la situazione non si è ancora esaurita - conclude Buttignon, che è docente di storia contemporanea all’università -, sto valutando il da farsi, soprattutto per tutelare la mia persona, la mia famiglia e la mia professionalità, visto che i disordini di quel lunedì hanno già avuto concrete ripercussioni negative sul mio lavoro e questo di certo non è giusto».




180 - La Voce del Popolo 19/04/14 E & R - Perdere la propria terra, le radici
a cura di Roberto Palisca
 
Nel decennale del Giorno del Ricordo, riflessioni sull’importanza della testimonianza diretta
Perdere la propria terra, le radici
Abbiamo parlato, da protagonisti, da testimoni quali siamo, di tanti fatti storici in questi dieci anni da quando il Giorno del Ricordo è  diventato Legge. Abbiamo cercato soprattutto di capire che cosa avvenne nella Venezia Giulia dal 1940 in poi, perché gli istriani fiumani e dalmati decisero nella quasi totalità di abbandonare le proprie terre sulle quali avevano da sempre vissuto, e perché per  oltre 50 anni, della nostra tragedia non si è saputo niente. Ebbene, tutto molto giusto, se non fosse che spesso dimentichiamo che i soggetti della storia sono le  persone, con la loro anima, i loro drammi, i dolori, le sconfitte, spazzati via dal turbine degli eventi. Diceva Euripide: “Non c’è dolore  più grande della perdita della terra natìa”.
E noi giuliano dalmati siamo stati condannati alla peggiore delle pene; non solo abbiamo perso la nostra patria, le nostre  case, ma abbiamo perso quanto di più prezioso c’è in un uomo: le nostre radici. La diaspora ci  ha sparpagliati in tutta Italia in 109 campi profughi, dalle città della pianura Padana fino in Sicilia; tanti piccoli ghetti lontani dal nostro mare azzurro, con terribili condizioni di vita, dove ci sosteneva, è vero, il poter continuare a parlare il nostro dialetto, il fatto di essere ancora insieme anche se in stanzoni freddi e gelidi in cui le coperte marroni e grigie dividevano le pareti divisorie delle “abitazioni”.
In tanti, tantissimi abbiamo scelto di andarcene dall’Italia e siamo  andati in ogni parte del mondo.  Proprio quest’anno, il 15 marzo, ricorreva il sessantesimo anno della partenza della nave Castel Verde, da Trieste verso l’Austrialia con a bordo 650 giuliani in cerca  di fortuna. Da quell’anno fino al 1961 saranno decine di migliaia gli istriani, fiumani, dalmati che  imbarcheranno per ricostruirsi una nuova vita oltre Oceano:  in Australia, Sud America, Stati Uniti, Canada. Nomi di navi come, Castel Verde, Castel Bianco, Toscana, Toscanelli, Flaminia,  Aurelia, Oceania, Farsea, Vulcania, Saturnia, resteranno per sempre nella memoria di tante famiglie che hanno visto allontanarsi, tra  tanti rimpianti, le coste istriane mentre partivano da Trieste per un nuovo mondo, sconosciuto, pieno  di insidie: “là xe le mie radici, là xe la mia tera”, avranno pensato guardando il faro di Promontore che si allontanava all’orizzonte, con nel cuore il dolore di un lungo addio.
Ricchi della nostra dignità
Nessuno di noi ha mai protestato o è sceso in piazza per manifestare la propria insoddisfazione o ha fatto atti inconsulti per l’ingiustizia subìta; ci siamo rimboccati le  maniche, con la sola proprietà dei vestiti e poco più, senza chiedere niente a nessuno, ricchi della nostra dignità. Siamo andati avanti, cocciutamente, come la nostra educazione ci insegnava.
In ogni campo istriani, fiumani e dalmati, nonostante le difficoltà proprie di chi deve ricominciare da zero la propria vita, si sono fatti valere in Italia ed all’estero, restando sempre legati all’amore per le proprie terre: Ottavio  Missoni, Mila Shon, Giorgio  Gaber, Mario Andretti, Alida Valli,  Laura Antonelli, Fulvio Tomizza, Nino Benvenuti, Abdon Pamich, Leo Valiani, Sergio Endrigo, Uto Ughi, Lidia Bastianich, Sergio Marchionne, solo per citarne alcuni, e ce ne sono tanti altri.
L’amore che i giuliano dalmati hanno avuto per l’Italia è stato superiore a quello che l’Italia ha avuto per questi sfortunati fratelli che fin dalle guerre d’indipendenza sono accorsi per partecipare alla costituzione dell’unità nazionale della quale si sentivano parte.
Come non dimenticare tutti  gli irredentisti come Ernesto Giovannini, Vittorio Zuppelli, Rinaldo Carli, Pio Gambini di Capodistria, Marco Tamaro, Vico Predonzani di Pirano, Paolo de Peris di Rovigno, Luigi Bilucaglia, Ernesto Gramaticopopolo di Pola e tanti altri e gli eroi Nazario Sauro, Fabio Filzi, Francesco Rismondo.
Il dolore più grande, dopo che abbiamo abbandonato tutto per restare italiani, è stato quello di essere considerati ospiti non amati se non indesiderati, stranieri in patria o solo strumento da utilizzare a fini politici.
E per 60 anni siamo stati completamente dimenticati e condannati alla “damnatio memoriae”. Solo a partire dalla  fine degli anni 80 studiosi come Raoul Pupo e Roberto Spazzali e poi ancora Gianni Oliva hanno cominciato a portare in evidenza questa parte di storia nazionale che la maggioranza degli italiani non conosceva o considerava un piccolo fatto di ordine locale.
I nostri beni intanto erano serviti a pagare i debiti di guerra verso la Jugoslavia, anzi il maresciallo Tito volle restituire 20 milioni di dollari, in quanto il loro valore materiale era superiore alla richiesta di risarcimento; il governo degasperiano si impegnò al rimborso alle nostre genti evidenziando l’ingiustizia che i giuliano dalmati non dovessero pagare per tutti gli Italiani.
 Ancora oggi, dopo che gli esuli, che  realmente avevano bisogno di un risarcimento che li aiutasse nel ricominciare una nuova vita, stanno sparendo uno dopo l’altro, dopo  oltre sessanta anni la questione è  ancora aperta e stiamo aspettando il risarcimento giusto ed equo (sic!).
Sotto mille padroni
Finalmente con la Legge 30 marzo 2004 n. 92 è stato istituito il “Giorno del Ricordo”. La legge, votata da quasi tutta la totalità  del Parlamento ha voluto, anche  se tardivamente, rendere giustizia ed onore ai 350.00 esuli giuliani e dalmati e far sì che, finalmente, la storia del confine orientale potesse entrare a pieno titolo nella storia  nazionale.-
.Mi è stato chiesto, in questi anni, di portare una testimonianza, da Fiumano, proprio nel Giorno del Ricordo, sia nelle scuole che nelle cerimonie volute da varie  amministrazioni comunali, in Umbria ed altre regioni.
Così ho raccontato la mia esperienza personale; sono nato a Fiume quando la città era già passata ufficialmente, a seguito del Trattato di pace, alla Jugoslavia.  La mia famiglia è una vecchia famiglia fiumana che fin dal secolo  diciottesimo risiedeva nella città  quarnerina. Ha partecipato alla tumultuosa crescita della città nell’Ottocento e già nel 1857 esisteva la “Società Achille Papetti  e figli” specializzata nel commercio  tessile; ogni fiumano conosceva l’emporio Papetti in “Piazza Santa Barbara” vicino “Piazza delle Erbe” sotto la Torre civica.
Attiva fu sempre la partecipazione alla vita della città. Tullio e Umberto Papetti parteciparono, diciassettenni, come volontari all’avventura dannunziana e lo  stesso Tullio Papetti andò a Parigi nel 1947 per perorare la causa del ritorno allo “Stato libero fiumano” oltre ad essere uno dei fondatori dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia a Roma. Mio bisnonno, Achille, fu per molti anni  presidente o vicepresidente della Camera di Commercio fiumana.
La mia famiglia esodò nel 1950; fino all’ultimo volle restare a Fiume tanto che divenne celebre la frase di mio nonno “gavemo visudo soto mile paroni staremo anca soto i s’ciavi”. Ma fu tutto inutile: i beni furono nazionalizzati, il nonno  licenziato dalla gestione delle sue stesse proprietà prima che potesse effettuare l’opzione prevista dall’accordo di pace del 1947, era  chiaro che non ci sarebbe stato più posto per noi nella nuova Rijeka. Fummo costretti e ce ne andammo.
Il ricordo di due sacerdoti chersini
Dopo una sosta nel campo profughi di Udine, proseguimmo per l’Umbria dove mio padre iniziò a lavorare presso la “Società mineraria del  Trasimeno” di proprietà di Angelo Moratti nella quale c’era un socio  fiumano che conosceva: così  diventammo umbri col pensiero alla  nostra terra. Ma anche qui, la nostra esperienza seppe costruire. Ne sono un esempio i tanti esuli giuliani che si sono adoperati per la crescita  di questa realtà, ma mi piace ricordarne due in particolare che hanno lasciato un solco profondo, due uomini di chiesa come Padre  Alfonso Orlini e Raffaele Radossi.
Il primo, quarnerino, nato a  Cherso nel 1887. Fu Ministro  Generale dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, dal 1924 al 1930. Dopo San Bonaventura fu il più giovane Ministro Generale dell’Ordine. Durante il suo governo diede impulso all’ordine  risvegliandolo dalla sonnolenza in cui era caduto dopo le soppressioni  ed amare vicissitudini dell’ottocento.
Recuperò il Sacro Convento di Assisi, facendolo diventare il centro vitale dell’Ordine; fondò il Convitto Nazionale e portò lo sviluppo del francescanesimo nel mondo. Fu presidente dal 1948 al 1952 dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Morì a Roma il  26 luglio 1972.
Era chersino anche Raffaele Radossi, nato nel 1887. Nel 1907 diviene Fra’ Raffaele e dopo due anni a Friburgo (Svizzera) riceve l’ordinazione sacerdotale. Nel  1941viene nominato vescovo delle diocesi riunite di Pola e Parenzo e si prodiga nel portare conforto morale agli istriani nei giorni terribili  della guerra e dell’esodo: egli va, rincuora, accarezza i bambini, cerca d’infondere speranza, invita  alla preghiera. Nel 1947 divenne Vescovo di Spoleto e lo sarà per 19 anni ma resterà sempre legato alle sue terre non smettendo mai di aiutare ed interessarsi delle  vicende dei nostri profughi.
Ha fatto storia l’episodio relativo alla circolare 224/17437 del 15 maggio 1949 del Ministero dell’Interno  Scelba che stabiliva la schedatura  ed il rilevamento delle impronte digitali a tutti i profughi italiani  dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia.
.I carabinieri di Spoleto si prersentarano in vescovado  per sottoporlo alla schedatura e le impronte digitali, come  prevedeva la circolare ministeriale,  in considerazione del fatto che era nato a Cherso. Il vescovo  Radossi obiettò che come vescovo era pubblico ufficiale dello Stato  italiano e come tale non doveva essere sottoposto alla procedura prevista dalla circolare ministeriale.   Ma infuriato soprattutto per l’ulteriore umiliazione che stavano subendo i profughi giuliano dalmati,  telefonò immediatamente al  presidente de Consiglio De Gasperi e la circolare fu ritirata.
Morì a Padova il 26 settembre 1969 ed ancora oggi a Spoleto è ricordato con tanto affetto per la sua azione episcopale.
Franco Papetti



181 - Il Piccolo 09/04/14 Morto a 91 anni Primo Rovis, esule da Gimino
Dal caffè ai minerali pregiati: la vita intensa di un imprenditore abbagliato dalla politica

Morto a 91 anni Primo Rovis

É morto ieri verso le 14, all’età di 91 anni, l’imprenditore Primo Rovis. Da un mese lottava contro la morte in un reparto dell’ospedale di Cattinara per un’infezione polmonare. Lascia la moglie Sunilce, le figlie Cristina e Gilda e i suoi adorati nipoti. di Maurizio Cattaruzza Una valigia di cartone con due camicie e un paio di calzini bucati dentro. È tutto quello che si era portato con sè quando nel 1947 aveva lasciato da esule Gimino d’Istria per andare incontro a una miniera d’oro racchiusa in un chicco di caffè. Questa storia, la sua storia, praticamente una favola, era solito raccontarla a tutti quelli che vedeva per la prima volta. Era così orgoglioso della vita che era riuscito a regalarsi che non riusciva a trattenersi. Partiva come un fiume in piena ed era difficile fermarlo. Ma piccoli e grandi spicchi (o chicchi se vogliamo) di questa sua vita fortunata, che lo aveva portato a diventare negli Anni Ottanta il più ricco contribuente di Trieste ma anche tra i più facoltosi d’Italia davanti all’epoca anche a Berlusconi e Pirelli, li aveva voluti dividere con gli altri. «Trovo sia giusto destinare una parte dei miei guadagni alla collettività perchè io so cosa significa essere poveri», diceva spesso. Bisognava ristrutturare la cardiochirurgia e non c’erano soldi pubbici? Bisognava acquistare costose apparecchiature sanitarie? Serviva una nuova sede per gli anziani della Pro Senectute? Ci pensava lui. In un attimo staccava un assegno e lo firmava. Non era capace di dire no neanche a tutte quelle persone in difficoltà che ogni giorno bussavano alla porta del suo ufficio. Piuttosto che negare un aiuto preferiva essere avaro con sè stesso. Più facilmente storceva il naso quando c’era da spendere per gli arredi della sua casa o per restaurare l’ufficio.
Primo Rovis, il Commendatore, era fatto così. Generoso come pochi, ma anche un carattere come una pietra dura di Gimino d’Istria. Non sempre una persona facile. Con un temperamento forte, a volte spigoloso, battagliero e senza peli sulla lingua. «Ha lottato con determinazione anche questa volta fino all’ultimo, come ha fatto sempre in tutta la sua vita», sussurra al telefono la figlia Gilda a poche ore dalla morte. La città lo ricorda come un imprenditore coraggioso e dal grande intuito. Cremcaffè a Trieste era qualcosa più di un marchio, con quella torrefazione di piazza Goldoni dove c’era sempre gente in terza o quarta fila per bere un espresso o un frappè, un prodotto che Rovis aveva lanciato sul mercato triestino. Nell’attesa tutti si lasciavano ipnotizzare da quel nastro scorrevole che trasportava tazzine e bicchieri in cucina per essere lavati. Una sua invenzione. Ma il suo caffè arrivò anche nelle case delle famiglie dell’ex Jugoslavia grazie al suo intuito di sponsorizzare la squadra di calcio del Rijeka che all’epoca giocava in Coppa Uefa, la Stella Rossa di pallacanestro e il campione di pugilato Mate Parlov. C’erano delle giornate in cui carabinieri e polizia erano costretti a intervenire in piazza Goldoni per mettere un po’
d’ordine tra la ressa di centinaia di clienti d’oltreconfine. Anni d’oro che finirono nel 1989. Rovis aveva capito che un mercato sempre più globalizzato avrebbe finito per fagocitare la sua florida ma piccola azienda di via Pigafetta che aveva mantenuto fino all’ultimo un’impronta familiare. Una impresa dove non c’erano esperti di marketing o ad o responsabili delle risorse umane. Ma una piccola comunità formata da fidati collaboratori dove tutti si chiamavano per nome. Come Fulvio, Gigi e Vinicio, Stelio il tostatore. Parallelamente alla sua attività di industriale (aveva trasformato il porto di Trieste in uno dei più grandi terminal di caffè del Mediterraneo), Rovis si era avventurato con alterne fortune, fino a farsi del male, sulla scena politica per promuovere un autonomismo che sarebbe servito per svincolarsi dal Friuli che, a suo dire, si prendeva la fetta più grande dei finanziamenti regionali e statali. Un’iniziativa politica che si era concretizzata nell’Associazione “Amare Trieste” e in una petizione firmata da 53mila triestini. Ma la politica l’ha spesso usato e lo ha anche munto facendogli sperperare una montagna di denaro in battaglie perse o in campagne elettorali con promesse quasi mai mantenute. Più vicino al centrodestra, Rovis in realtà non si era mai veramente schierato, era pronto a foraggiare qualsiasi partito disposto a portare avanti la guerra contro Udine. Per la politica aveva una grande passione mal ripagata. Quando arrivava a Trieste il segretario nazionale di un partito lui non perdeva occasione per rincorrerlo e per perorare la causa di Trieste. Fino a pochi anni fa è rimasto in prima linea anche con un’altra sua creatura, l’Associazione “Amici del cuore”, centinaia di soci e tante donazioni. La sua seconda vita, una volta chiusa la parentesi del caffè, Rovis l’ha dedicata quasi interamente alle pietre, ai minerali pregiati da lui valorizzati e importati in Italia dal Brasile col marchio “Ipanema”.
Un’esposizione di respiro internazionale visitata da migliaia di persone negli ultimi vent’anni. Un’attività che gli è valsa una laurea honoris causa dell’università di Mosca in mineralogia. Ne andava fiero e forse è stata l’ultima pietra preziosa di una vita vissuta sempre in prima fila. Come voleva il nome che portava.






182 – Il Tempo 17/04/14 Lutto - Addio a Quarantotto, intellettuale controcorrente

LUTTO

Addio a Quarantotto, intellettuale controcorrente

È stato uno dei più brillanti ed eclettici giornalisti della Destra italian. Si è spento ieri a 78 anni non ancora compiuti
Claudio Quarantotto, scomparso ieri per un brutto male a 78 anni non ancora compiuti, è stato uno dei più brillanti ed eclettici giornalisti della Destra italiana, quando essa era una vera Destra. Di famiglia istriana, era nato a Rovigno, subì l’esodo come gli altri 350 mila nostri connazionali. La sua vera vocazione era il giornalismo. E infatti, ventenne, grazie a Nino Tripodi entrò nella redazione de Il popolo italiano, lavorando nelle pagine culturali curate da Piero Buscaroli.
Claudio era un uomo effervescente, pronto alla battuta, di una dialettica difficile da contrastare perché sorretta da una vasta cultura, fermissimo nelle sue posizioni, portato alla polemica. Soprattutto si interessava di un settore, quello del cinema, da sempre, nell’Italia del secondo dopoguerra, egemonizzato dal PCI. Un terreno dunque difficilissimo da affrontare, in cui si poteva andare soltanto controcorrente. Oltre che critico fu anche autore e sceneggiatore per Gualtiero Jacopetti, un altro outsider del cinema italiano e per questo spesso ostracizzato e calunniato.
Lo conobbi alla fine degli anni ’60 quando anche io volevo fare il giornalista e giravo - da incosciente - solo nelle redazioni dei quotidiani moderati o di destra, dal Giornale d’Italia al Roma, ma anche mi affacciavo grazie a qualche amico comune anche a quella del Borghese. Claudio aveva un po’ le mani in pasta in queste testate e del settimanale di Mario Tedeschi era redattore. Il mio interesse per la letteratura fantastica lo colpì perché anche a lui piaceva e così cominciai a scrivere di questo, e altro, sulla pagina culturale del Roma, il quotidiano di Achille Lauro, che lui curava e che era diretto da Alberto Giovannini. Poi Giovannini divenne direttore del Giornale d’Italia e lui lo seguì. Divenne direttore del Roma Piero Buscaroli e io andai a Napoli per chiedergli se potevo essere io il successore di Claudio Quarantotto. Buscaroli invece mi disse: «Ti assumo». Era il 1974 e ovviamente la mia vita cambiò e di questo gliene sarò sempre grato, anche se lui forse se lo sarà dimenticato. Ma questa è un’altra storia.
Ma le vite in un certo ambiente sì intrecciano. Claudio curava la collana de I Libri del Borghese. All’inizio degli anni ’70 riuscii a collaborare in redazione con lui, nella stessa stanza. Mi passavano davanti traduzioni da rivedere, bozze da correggere. Claudio era sempre lì entusiasta, sarcastico, polemico, ma anche pronto a segnalare errori e sciocchezze che poteva fare un semi-principiante, proteggendomi dalle sfuriate di Mario Tedeschi. Erano i tempi della contestazione e poi degli «anni di piombo». Eppure questa atmosfera non si viveva dentro, fra gli amici e i colleghi, dove si doveva pensare soltanto a scrivere e pubblicare articoli e libri che dimostrassero come una cultura diversa era possibile, esisteva, soltanto che nessuno voleva pubblicarla.
Un uomo piacevole, un uomo colto, un uomo sempre controcorrente, un uomo coerente, un altro amico che ci ha lasciati e il cui lavoro, pubblico e dietro le quinte, non si dovrebbe dimenticare.

Gianfranco de Turris





183 - Il Piccolo 23/04/14  Il 25 Aprile in Venezia Giulia non c'è nulla da celebrare.
IL 25 APRILE IN VENEZIA GIULIA NON C’è NULLA DA CELEBRARE

Il 25 aprile in tutto il Paese si festeggia la Liberazione dal giogo nazifascista. Nella Venezia Giulia, diversamente che nel resto del Paese, in questi giorni del ’45 non vi è stata alcuna liberazione, bensì una terribile e brutale occupazione delle truppe comuniste del maresciallo Tito, ancor più condannabile perché avvenuta a guerra finita e per giunta su cittadini inermi. Se non fossero entrate le truppe titine, Gorizia sarebbe stata realmente liberata da quelle neozelandesi (ed allora sì che avremmo festeggiato la liberazione!), che invece furono rallentate dai titini proprio per poter vantare diritti di occupazione al tavolo dei vincitori, che come noto avrebbero voluto occupare la Venezia Giulia sino al Tagliamento. Per snazionalizzare rapidamente Gorizia e per soffocare sul nascere ogni tentativo di ribellione dal 2 maggio iniziò il rastrellamento di tutti coloro (furono ben 665!) che potevano rappresentare un pericolo per le aspirazioni annessionistiche di Tito.

Tra questi la burocrazia goriziana e chi aveva manifestato con eccessivo entusiasmo la propria italianità. Tra i tanti citiamo anche due noti esponenti della Resistenza non comunista, il socialista Licurgo Olivi e l’azionista Augusto Sverzutti. Alla città di Trieste i famigerati 40 giorni di occupazione jugoslava valsero la Medaglia d’Oro al Valor militare. Questo rappresenta per i goriziani e per tutti i giuliani il 25 aprile, e non certo la liberazione, che invece avverrà dopo i cosiddetti “quaranta giorni di terrore”. Tanto rispettiamo ed onoriamo quei partigiani che combatterono per la libertà, quanto condanniamo quei partigiani che invece combatterono per asservire la Venezia Giulia allo straniero e sanguinario regime comunista titino.

Noi crediamo che anche da parte dell’Anpi locale ci debba essere una presa di coraggio, come in altre Anpi italiane, nell’interesse dei tanti partigiani che nulla hanno a che spartire con quei partigiani italiani che, invece, tradirono e vendettero l’Italia ed il popolo italiano, per obbedire agli ordini degli allora vertici comunisti di collaborare con i “fratelli” titini contro gli interessi dell’Italia. Rispettiamo tutti coloro che individuano nel 25 aprile la festa della liberazione, ma parimenti va rispettato anche chi associa il 25 aprile non già ad una liberazione, bensì alla brutale occupazione comunista. Cogliamo l’occasione per precisare che oggi la guerra non la si combatte solo con le armi da fuoco, ma anche con lo strumento dell’informazione, che diventa arma se brandita per meri fini politici e personali. Mi riferisco a quelle forme di negazionismo con cui si legittima e si incita alla violenza, configurando, a mio avviso anche una apologia di reato.

Chi oggi vorrebbe giustificare le foibe con le violenze fasciste consumate venti anni prima, conseguentemente inciterebbe le decine di migliaia di discendenti delle vittime delle foibe a farsi giustizia da sé. Ma così non deve essere, né oggi né mai! La violenza deve essere sempre condannata! La guerra voluta dai regimi nazista e fascista, che hanno trovato nel regime comunista di Tito una sanguinaria e brutale strumento di oppressione, hanno due grandi vittime: il popolo istriano, fiumano e dalmata, che è stato costretto ad abbandonare la propria terra, lasciando tutti i propri beni, con cui l’Italia ha pagato i debiti di guerra, non avendo ancora risarcito gli esuli e la comunità di lingua slovena, per questa ragione oggetto di inaccettabile violenza.

Dobbiamo ricordare e rispettare il dolore patito da chi ci ha preceduto, ma promuovere ogni azione possibile per superarlo, nell’interesse dei nostri figli e di un confine orientale che ambisce alla….normalità. Infine un pensiero grato a tutte le donne e tutti gli uomini italiani che in armi difendono la pace nelle missioni militari all’estero, orgoglio della nostra nazione in teatri del mondo dove solo la loro presenza impedisce tragici spargimenti di sangue. In questo contesto rivolgiamo un appello ai governanti italiani e stranieri affinché possa essere condotta ogni azione possibile volta a riportare a casa i nostri eroi, i marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, da quasi 26 mesi in India in attesa di un capo di accusa!  

RODOLFO ZIBERNA *vicepresidente Lega Nazionale



184 - Il Piccolo 18/04/14 Il patto di Pola sul turismo senza confini
Istria e Friuli Venezia Giulia concordano sull’opportunità di una proposta comune «che coinvolga anche Venezia»

Il patto di Pola sul turismo senza confini

Uniamo le forze perché le nostre Regioni non sono concorrenti ma complementari Possiamo organizzare presentazioni congiunte POLA Una collaborazione “senza confini” sul versante turistico. L’Istria e il Friuli Venezia Giulia rinsaldano i rapporti e cercano sinergie in uno dei settori chiave dello sviluppo economico. Lo fanno in occasione della visita di una delegazione friul-giuliana guidata dal presidente del Consiglio regionale Franco Iacop. A ricevere gli ospiti il presidente dell’Istria Valter Flego che, dal suo insediamento avvenuto poco meno di un anno fa, sta incrementando i rapporti con le Regioni italiane. Poco tempo fa, nel corso di una sua missione a Venezia, lo stesso Flego ha infatti “invitato” gli investitori italiani oltreconfine. Stavolta, con il Friuli Venezia Giulia, si parla soprattutto di unione delle forze in campo turistico: «Le due Regioni - dichiara Flego ai giornalisti dopo l’incontro - non sono concorrenti ma compatibili e complementari. Il punto forte dell’offerta del Friuli Venezia Giulia è il turismo invernale in montagna mentre noi puntiamo sulle vacanze al mare. E quindi possiamo promuoverci a vicenda sui rispettivi territori». Non solo: «Possiamo anche organizzare delle presentazioni turistiche congiunte sui mercati turistici sia europei che americano, russo, cinese e indiano, proponendoci magari come Alto Adriatico». Flego si sofferma quindi su una «bella forma di ospitalità» vista in Italia che vorrebbe far attecchire anche in Istria: gli alberghi diffusi che potrebbero nascere nelle pittoresche Montona, Grisignana, Portole... Iacop, dal canto suo, ricorda il sostegno che l’Unione europea offre ai progetti di integrazione e innovazione in tutti i settori, inclusi quello turistico: «Utilizzando queste opportunità di realizzare prodotti turistici che si integrano, il mare d’estate e la montagna d’inverno, possiamo costruire quel modello turismo che oggi viene richiesto un po’ in tutto il mondo. Ovviamente possiamo includere nel prodotto anche Venezia».
Alla fine Flego annuncia che entro l’anno verranno definiti alcuni progetti congiunti nel settore dello sviluppo rurale e dell’agricoltura. Per la Giornata dell’Europa, in programma il 9 maggio, si annuncia la formalizzazione di una collaborazione più vasta con il Veneto e la Carinzia.
All’incontro tra le rispettive delegazioni è stata affrontata anche la posizione degli italiani in Istria. L’interlocutore di Iacop, in questo caso, è stata la vicepresidente Tamara Brussich. La conclusione comune: le identità linguistiche e culturali minoritarie sono una ricchezza del territorio che, in linea con le direttrici Ue, va assolutamente salvaguardata.

(p.r.)


185 - La Voce del Popolo 17/04/14 Cultura - La rivoluzione «cristicchiana»
La rivoluzione «cristicchiana»

Nelida Milani Kruljac

Si diventa irrimediabilmente vecchi. Ma prima di diventarlo, tutti noi facciamo invecchiare quelli che vengono prima di noi. Ma farli diventare addirittura preistoria succede a pochi di farlo. Quando ciò avviene, tutto quello a cui siamo abituati, che crediamo di conoscere come stabile e definitivo, cambia in un attimo e improvvisamente, per un movimento brusco, ci si trova di fronte al nuovo, di fronte a nuovi parametri.

I mulini della Storia, lo sappiamo, macinano lenti, impiegano ere geologiche per lasciar trapelare un avanzamento, ma – a volte – combinano di questi scherzi. Infatti noi, nella nostra era geologica, vivevamo tranquilli nel nostro piccolo mondo chiuso sistemato sui propri dogmi, sulle proprie (in)certezze, sui gusti e le volontà degli altri, sulla Storia raccontataci dagli altri, senza – apparentemente – alcuna ragione per cambiare. E poi, improvvisamente, paf! La svolta improvvisa. Lo strappo.

E chi se l’aspettava?

Non è capitato solo a noi e non è capitato solo una volta. Succede che a un certo punto qualcuno, contro ogni logica, faccia sparire il mondo che lo aveva preceduto e cambi la Storia. Così è successo con la rivoluzione francese. E chi se l’aspettava? È successo con la rivoluzione d’ottobre. E chi se l’aspettava? È successo con il Muro che crolla in un attimo. E chi se l’aspettava? Sono gli strappi. Sono le svolte. Sono le improvvisate della Storia.

Poteva non capitare improvvisamente una rivoluzione, un’altra rivoluzione, poteva non crollare un Muro, invece ciò avviene perché tutta un’umanità, tutta una collettività, tutta una comunità, in tempi rapidissimi, decide di accettare quel movimento brusco, quello strappo. Sono momenti enigmatici e di un’intensità unica. Avvengono con una forza dirompente alla faccia di tutta un’era geologica.

Simone Cristicchi passa per di qua come un meteorite e fa sparire il mondo che lo ha preceduto. Appare all’orizzonte con la sua  cavelada  indomabile, s’insedia nel suo Magazzino pieno di  careghe svode, si mette a raccontare con il suo talento affabulatorio la nostra vicenda, e tutto il nostro mondo di colpo invecchia di decine di anni.

Uno shock meravigliso

Uno shock meraviglioso. Fa balenare un’idea diversa di mondo. Spalanca un mondo nuovo, tridimensionale, che dà spazio e respiro alle memorie divise dell’Istria, le accosta e le riunisce. Lo strappo fa di colpo diventare dinosauri quelli che lo hanno preceduto, li fa retrocedere nella preistoria. Quando cala il sipario e Simone se ne va, noi già fiutiamo il futuro. L’effetto storico è questo: dopo di lui, nulla come prima.

Uno choc meraviglioso. Ma anche pericoloso. Pericoloso per chi non vuol gettare ponti e intende restare arroccato sulla sua torre e porsi in una condizione di vantaggio tenedosi stretta solo la sua memoria. È un atteggiamento di separazione che nasconde solo una grande paura.

Ma a Pola c’è ancora paura

Questa paura c’è ancora a Pola. Per singoli detrattori – non riesco a contarli sulle dita di una mano – Cristicchi rappresenta uno shock pericoloso. Sono quelli che si accontenterebbero di ammannirci le solite aspirinette per tenersi stretta solo la loro memoria. Tutto legittimo, in democrazia ognuno ha il sacrosanto diritto di farsi a pezzi da solo.
La gente, però, sente in un’altra maniera, lo ha mostrato con le standing ovation che sono scoppiate e hanno riecheggiato da una località all’altra, da un teatro all’altro.
Le figure come quella di Simone Cristicchi, in grado di trasformare in dinosauri quelli che li hanno preceduti, condividono uno spazio. È lo spazio della vicinanza all’umanità della gente e la distanza da ciò che fino a quel momento era stato percepito come definitivo e inamovibile.

Per troppo tempo la memoria degli italiani d’Istria è stata negata a vantaggio della memoria unica, quella dei vincitori. Tutto l’attivismo politico era vissuto come una battaglia della memoria, fortemente politicizzata e funzionale a creare separazioni, tanto più che in queste terre si ha a che fare con l’etnicità e l’identità nazionale, e perciò essa ha una dimensione aggiunta, dove nazionalità e lingue-culture sono state mortificate e soppresse dal fascismo e dal comunismo.

La battaglia della memoria

La battaglia della memoria ha avuto un ruolo chiave fondamentale nella vita politica in tutto il periodo del dopoguerra fino alla disgregazione della Jugoslavia, e anche oltre. Poi finalmente! ci sono stati i due concertoni, uno a Trieste, l’altro all’Arena di Pola. Grande musica, grandi maestri, grandi interpreti, grandi cori, alte celebrazioni e altrettanti buoni propositi.

Ora dai buoni propositi bisogna passare ai fatti.
Discutere del proprio passato è una pratica sana e segno di democrazia. Quando c’è solo una versione del passato si ha una tendenza all’eliminazione del dibattito politico e storico. Sarebbe perciò onesto affrontare questa paura creata in certuni dallo choc suscitato da Cristicchi che ha rievocato il mito di Antigone ricordandoci che Sofocle ci pone di fronte a due verità e tutte due legittime. Aprire l’orizzonte è molto più necessario che mettersi al sicuro nella propria “verità” unica.

 






186 - Avvenire 18/04/14 La Storia - Nino Benvenuti nell'Isola che non c'è più
La storia
Nino Benvenuti nell'Isola che non c'è più
Nino Benvenuti è la seconda stel­la, ma ancora la più luminosa della sua Isola “che non c’è”. La prima, è stata la squadra dei ca­nottieri, medaglia d’oro alle O­limpiadi di Amsterdam del 1928. Erano gli eroici vogatori di Isola d’Istria, il paesino carezzato dall’Adriatico do­ve Nino Benvenuti, la leggenda vivente del no­stro pugilato, è nato nel 1938 e in cui ha vissu­to la sua “meglio gioventù”.

«Quelli in Istria sono stati gli anni più dolci del­la mia vita, con la grande fortuna di crescere in una famiglia stupenda, isolana da quattro ge­nerazioni, in cui regnavano l’amore e l’armo­nia che mio padre e mia madre avevano tra­smesso a noi figli». I cinque fratelli di casa Ben­venuti, quattro maschi (Eliano, Nino Alfio e Da­rio) e una femmina (la più piccola, Mariella). Di quel tempo pacifico e spensieratamente lu­dico, gli è rimasto il sapore familiare delle «pa­tate in tecia e dello strucolo de pomi», ma so­prattutto l’odore del mare che partiva dal ban­co della pescheria paterna. «Tutto intorno o­dorava di pesce salato. Anzi senza quell’odore, Isola non sarebbe stata più la stessa. Sì, perché Isola era un paese di pescatori e tutta la sua cul­tura, la sua storia, la sua gente veniva dal ma­re. E viveva grazie al mare», ha scritto Benve­nuti – a quattro mani con Mauro Grimaldi –, nel libro L’Isola che non c’è (finalista al Premio Ban­carella Sport). Titolo romantico che rimanda al celebre brano di Edoardo Bennato, se non fos­se per quel sottotitolo, “Il mio esodo dall’Istria”, che invece, parla di fuga, di dolore e di morte. «I fascisti parlavano di bonifica etnica, gli slavi di normalizzazione. Alla fine si è trattato solo di violenza che ha generato altra violenza», di­ce amaro Nino. Il germe velenoso si insinuò in quella piccola comunità «composta a maggio­ranza da italiani puri» che, dalla nazionalizza­zione di Mussolini e dal controllo delle truppe tedesche, due anni dopo l’8 settembre 1943 si ritrovarono braccati dai partigiani di Tito.

 «Il Maresciallo ordinò le epurazioni di noi ita­liani d’Istria con processi sommari, espropri, torture. La gente spariva dal mattino alla sera... Tito cominciò da Zara nel ’44 dove fecero 2mi­la morti su una popolazione di 20mila abitan­ti. Poi toccò a Fiume che cambiò nome in Rijeka e infine nel ’46 a Pola con 28mila esuli su 34mi­la abitanti». È il bilancio drammatico dell’uo­mo di oggi che è scampato al peggio e che pri­ma di quei giorni assurdi si preparava al suo destino di campione. Nella cantina di casa il giovane Nino si era costruito il suo sacco da boxeur e due-tre volte alla settimana in sella a una bici copriva i 60 km tra andata e ritorno che separano Isola da Trieste, per andare ad alle­narsi in una vera palestra pugilistica. «Mi ac­compagnava Luciano Zorzenon, il primo a credere che sarei potuto diventare un asso del pu­gilato. Era un personaggio degno di Salgari: la­vorava come palombaro a Isola per recupera­re i resti del transatlantico Rex affondato dagli inglesi nella baia di Capodistria».

Quelle tappe estenuanti erano ancora scanzo­nate, fino al giorno in cui la guerra fratricida non entrò in casa Benvenuti. «L’Ozna, la poli­zia politica di Tito, si presentò alla nostra por­ta e arrestò mio fratello Eliano che aveva 16 an­ni. Rivedo ancora le lacrime di mia madre, la sua disperazione. Soffriva di cuore, da quel giorno iniziò a morire, si spense a 46 anni», ricorda con profonda amarezza. Intanto Tito aveva annesso Trieste dove sui mu­ri si leggeva: “Trst je nas”  (Trieste è no­stra). Seguirono quaranta giorni di san­gue (dal 1° maggio al 9 giugno del ’45), prima dell’arrivo degli americani. Un tempo sufficiente per il massacro del­la comunità italiana in Istria da par­te dei titini che se la presero anche con i preti. Benvenuti ricorda don Francesco Bonifacio, ucciso a guerra ormai finita nell’estate del ’46, e mon­signor Antonio Santin, vescovo di Trie­ste e Capodistria che, accusato di essere un nemico del popolo jugoslavo, subì le per­cosse di una banda di balordi. Il parroco di I­sola, don Giuseppe Dagri, scampò alla morte fuggendo. Maestri e professori delle scuole i­taliane lo seguirono, ma alcuni non riuscirono ad arrivare a Trieste (tornata sotto l’Italia nel 1954), dove il loro “calvario” non era ancora ter­minato.

«Ricordo il pianto dei miei nonni il giorno che lasciarono Isola, erano consapevoli che non l’avrebbero più rivista. Vennero con noi a Trie­ste dove avevamo già un’attività commerciale e una casa e così non siamo finiti, come la mag­gior parte dei profughi, nei 109 centri di acco­glienza che erano stati allestiti. Baraccopoli do­ve istriani e dalmati venivano trattati da “inde­siderati”, così tanti preferirono emigrare in Au­stralia o in America, insomma il più lontano possibile da quella terra amata e perduta». U­na terra da cui Nino portò via con sé solo «i ri­cordi delle piccole cose» che aveva appena im­parato a conoscere ed amare. «Io e i miei fra­telli andavamo pazzi per i giochi che faceva­mo per la strada o giù al porto, a Castel Ver­de. Pomeriggi d’estate passati a pescare “mussoli” e “peoci” (le cozze) e d’inverno tutti assieme ci riscaldavamo davanti al “fogoler” (focolare). Mi è rimasto dentro quel dialetto di Isola e crescendo nono­stante le gioie e i tanti momenti di gloria che mi ha regalato lo sport e la vita, non sono riuscito a cancellare quel senso di sradicamento. Come a degli alberi, a noi italiani d’Istria hanno strappato le radici, per sempre». Dopo l’oro olimpico di Roma 1960 il record dei 170 incontri vinti prima del­la sconfitta «ingiusta» con il sudcoreano Kim Soo Kim e, mentre si avviava a salire sul trono del re dei superwelter (nel 1965-’66) e poi dei medi (dal 1967 al ’70), Benvenuti tornò nella sua Isola per essere festeggiato. «Un ritorno toc­cante, un’accoglienza calorosa, ma rivedere quel piccolo cimitero, che avevo lasciato di­strutto dai titini, mi ha fatto più male dei pu­gni presi nel match con Carlos Monzon o del­la spugna che il mio allenatore Amaduzzi gettò sul ring di Montecarlo. Ci può essere dignità anche nella sconfitta, ma oggi so che l’unica vera sconfitta subita è stato vedere calpestata la dignità e la memoria di un popolo... Mi con­sola che finalmente tutto ciò sono riuscito a scriverlo, per raccontarlo ai miei figli, ai miei ni­poti e a tutti coloro che non conoscono questa triste pagina della nostra storia. È il mio ricor­do, senza odio, perché ai giovani e alle genera­zioni che verranno ho solo una verità da co­municare: tutte le guerre sono terribili, ma l’o­dio che generano è il male peggiore».

Massimiliano Castellani

Nino Benvenuti-Mauro Grimaldi
L’ISOLA CHE NON C’È
Il mio esodo dall’Istria
Libreria Sportiva Eraclea Pagine 112. Euro 12,00




187 - Il Piccolo 22/04/14 I Caffè letterari portano a Trieste
San Marco, Tommaseo e Pirona nell’inedito itinerario della guida “I Locali storici d’Italia 2014”

I Caffè letterari portano a Trieste

di Fabio Dorigo

Il primato letterario dei Caffè triestini è noto. Ora c’è anche la guida dei “Locali storici d’Italia” a certificarlo. L’edizione di quest’anno, uscita nel mese di febbraio, presenta un itinerario inedito attraverso i 70 alberghi, ristoranti e caffè letterari che hanno ispirato la creatività di grandi scrittori, poeti e musicisti. Il Caffè San Marco raccoglie tre citazioni (Voghera, Vinci, Magris) come il Caffè Tommaseo (Tomizza, Qurantotti Gambini, Stuparich) al pari del Caffè Giubbe Rosse di Firenze (Soffici, Papini e Prezzolini). Davanti solo l’Antico Caffè Greco di Roma (Guttuso, Gogol, Passini, Casanova) e il Pedrocchi di Padova (Simoni, Fraccaroli, Barzini, Berti-Crescini-Stefani). «Dal 2011, la guida presenta degli itinerari tematici che consentono di apprezzarli in modo sempre nuovo
- spiega il curatore Enrico Guagnini -: quest’anno viene suggerito un percorso inedito tra i locali che hanno ispirato scrittori, poeti, pittori, compositori, cantanti, fotografi che, frequentandoli, hanno vissuto momenti di creatività e hanno dato vita a un’opera del loro ingegno, oppure hanno reso immortale il locale rendendogli l’onore di una citazione illustre». La guida, 300 pagine in edizione bilinque italiano-inglese, è illustrata al tratto dal pittore Gianni Renna, come le guide dell’Ottocento. In questo itinerario letterario-artistico tre tappe riguardano Trieste. Si parte dal Caffè San Marco di via Battiti. «Riaperto nel 1919, restaurato dopo la seconda guerra e ancora nel 1997, i suoi arredi e decorazioni - si legge nella guida - sono superbo esempio di stile Secessione viennese, con bancone intarsiato, tavolini marmo e ghisa, specchiere e decine di opere dei pittori Cozzi, Barison, Flumiani, Cambon e Marussig. Lo frequentarono Stuparich, Slataper, Svevo, Saba, Joyce, Voghera. Gli scrittori Magris e Vinci gli hanno dedicato opere e spesso lavorano qui. Oggi anche libreria». C’è poi la tappa del Caffè Tommaseo di Riva Tre Novembre. «La coscienza nazionale batteva qui tra il 1836 e il ’46 con Orlandini, Madonizza, Valussi, Dall’Ongaro, menti del settimanale letterario “La Favilla”, e qui si levò nel 1848 il primo grido “Viva l’Italia” - riporta la gudia -. Lo amarono il poeta Besenghi degli Ughi, Svevo e Joyce, Stuparich, Quarantotti Gambini e Saba. È alla moda dei Caffè viennesi, ricca di stucchi e orpelli, con specchiere fatte venire dal Belgio nel 1830, tavolini in marmo e ghisa e una pendola del 1839». Non manca neppure un caffè pasticceria: Pirona di Largo Barriera Vecchia che si può fregiare dell’autografo di James Joyce.
«Corroborato dai vini scelti di Pirona, James Joyce cominciò a elaborare qui il suo "Ulisse"» si leggeva nella scheda della precedente edizone. «Nacque dall’estro di Alberto Pirona, dispensando confetture, dolci fini, frutta in conserva, galanterie di zucchero, paste e biscottini, nonché liquori e vini scelti - si legge nella scheda aggiornata dell’edizione 2014 - Quest’ultimi aprezzatissimi da James Joyce durante la sofferta creazione di “A Portrait of the Artist as a Young Man”. Frequentata da letterati e artisti, come il compositore Antonio Smareglia che abitava accanto». Joyce, in ogni caso, non si perdeva dietro a caffè e pastine.




188 – Corriere della Sera 10/04/14 Lettere a Sergio Romano – Patto di Londra: Destino di Fiume
PATTO DI LONDRA

Destino di Fiume

Caro Romano, lei ha trattato le conseguenze del Patto di Londra del 26 aprile 1915 fra Italia, Francia, Regno Unito e Russia, che prevedeva l`entrata in guerra dell`Italia a fianco dell`Intesa, entro un mese. In cambio avrebbe ottenuto, in caso di vittoria, il Trentino, il Tirolo Meridionàle, la Venezia Giulia, la Dalmazia e l`intera penisola istriana, con l`esclusione di Fiume. Non è chiaro perché fosse stata esclusa la città di Fiume, fra l`altro, popolata in gran parte da cittadini di lingua italiana.

Maura Bressani
Trieste

Quando fu firmato il Patto di Londra tutti davano per scontato che l`Impero austro-ungarico sarebbe sopravvissuto al conflitto e pensavano che fosse assurdo privarlo del suo maggiore porto meridionale. L`Italia chiese Fiume quando fu evidente che le province slave meridionali dell`Impero intendevano creare uno Stato indipendente.


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it