RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA
 
a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 914 – 10 Maggio 2014
Sommario


189 - La Voce del Popolo 07/05/14 Italia-Slovenia, solida amicizia (Christiana Babić)
190 - La Voce del Popolo  08/05/14  La CNI valore aggiunto nei rapporti italo-sloveni (Krsto Babić) 
191 - Il Piccolo 29/04/14 La lettera del giorno - Cristicchi: «Senza Delbello non avrei scritto Magazzino 18» (Simone Cristicchi)
192 - Il Piccolo 29/04/14 Il Veneto rifà il tetto alla Chiesa di Sissano (p.r.)
193 - Il Piccolo 07/05/12 Buie - L'Unione Italiana teme ulteriori tagli (p.r.)
194 - Il Borghese - Maggio 2014 Esuli senza codice (Mario Coda)
195 – Libero  09/05/14 Milano : Show sul partigiano titino finanziato dal Comune (Dino Bondavalli)
196 - L'Eco di Bergamo 26/04/14 Bergamo:  E in vendita anche le ex case dei profughi (Diana Noris)
197 - Libero 05/05/14 Libro - Foibe ed Esodo, Carla Cace e "l'Italia negata" (Marco Petrelli)
198 - La Voce di Romagna 06/05/14 Storie e Personaggi - Arsia 1940: Una miniera affidata a incapaci (Aldo Viroli)
199 - Il Piccolo 09/05/14 Trieste - Madieri, parco intitolato con un refuso sulla targa (Giulia Basso)
200 – Mailing List Histria Notizie 08/05/14 Nico Lugnan campione di dama, a Grado e dintorni s’installarono nel dopoguerra tanti profughi giuliani... (Claudio Antonelli)
201 - Il Piccolo 30/04/14 Gorizia: Il decennale della Transalpina tra sfiducia, nostalgie e rischi (Gigi Riva)



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189 - La Voce del Popolo 07/05/14 Italia-Slovenia, solida amicizia

Italia-Slovenia, solida amicizia 

Christiana Babić 

ROMA | “Desidero innanzitutto sottolineare il significato della decisione del presidente Pahor di mantenere ferma la visita programmata in Italia come visita di Stato nonostante l’aprirsi di una crisi di governo nel suo Paese. Credo che in questo modo abbia voluto sottolineare l’intensità dei rapporti di amicizia e collaborazione tra Italia e Slovenia e anche tra i due Capi di Stato come qualcosa che rimane un punto di riferimento in qualsiasi frangente politico. E sappiamo che nei nostri Paesi, come in tutta Europa, la politica, i rapporti politici, le evoluzioni politiche stanno conoscendo momenti particolarmente complessi: ci sono fenomeni di instabilità, fenomeni di frammentazione della rappresentanza politica, anche in questo momento di particolare divisione e contrapposizione sul tema fondamentale dello sviluppo del processo di integrazione e unità europea. Ma proprio su questi temi abbiamo ancora una volta confermato il nostro accordo e impegno comune”. Così il presidente Giorgio Napolitano al termine dell’incontro con il Capo dello Stato sloveno, Borut Pahor, svoltosi al Quirinale alla presenza del ministro sloveno per l’Educazione, la Scienza e lo Sport, Jernej Pikalo, dei sottosegretari di Stato agli Affari esteri, Benedetto Della Vedova e Igor Senčar, degli ambasciatori sloveno in Italia e italiano in Slovenia, Iztok Mirošič e Rossella Franchini Scherifis, nonché delle rispettive delegazioni.
“Farò di tutto per uscire da questa situazione difficile – ha sottolineato dal canto suo Borut Pahor –, assicurando un futuro agli investimenti economici e mi impegnerò con le forze politiche per andare quanto prima ad elezioni anticipate per un nuovo governo, un nuovo mandato”. Pahor, in visita di Stato a Roma all’indomani dell’acuirsi della crisi politica in Slovenia, sfociata lunedì nelle dimissioni della premier Bratušek (dimissioni che hanno determinato l’accorciamento della sua permanenza a Roma a un solo giorno, nda), ha tenuto a rassicurare che la “situazione politica in Slovenia riuscirà a trovare una soluzione responsabile e democratica”.

La via della riconciliazione

“Il presidente Pahor, come il suo predecessore, è parte attiva del consolidamento di una vera e propria svolta che si è compiuta nel corso degli ultimi anni nelle relazioni tra Italia e Slovenia a conclusione di un periodo infelice e drammatico come quello costituito dalla Seconda guerra mondiale e dall’immediato dopoguerra. Abbiamo trovato la via della riconciliazione attraverso eventi che voi ricordate e che hanno poi coinvolto anche l’amica Croazia e il suo presidente Josipović. Siamo impegnati ad andare avanti verso un ulteriore allargamento dell’Unione europea ai Paesi dei Balcani occidentali. La Slovenia è stata il primo Paese dell’ex Jugoslavia che sia entrato a far parte dell’Unione europea e sono stati necessari parecchi anni perché le porte si aprissero alla Croazia. Abbiamo altri Paesi dei Balcani occidentali che sono o aspirano ad esser candidati e a vedere avviato un negoziato per diventare membri a pieno titolo dell’Unione. Dobbiamo, quindi, prestare molta attenzione anche alla politica di allargamento e alla politica estera dell’Unione europea, che si trova di fronte a crisi molto pericolose e acute come in questo momento la crisi ucraina e nei rapporti con la Russia”, ha detto ancora Giorgio Napolitano incontrando la stampa al termine dei colloqui bilaterali.

Identità di vedute

“Lo scambio di idee che abbiamo avuto questa mattina con il presidente Pahor ci ha permesso di constatare una sostanziale identità di vedute su questi aspetti di politica estera europea e su tutti gli aspetti dell’ulteriore sviluppo del processo di integrazione. Opereremo, e ciò potrà accadere in modo particolare durante il semestre di Presidenza italiana dell’UE, ci adopereremo perché si vada verso politiche favorevoli alla crescita e all’occupazione più di quanto non lo siano state nell’ultimo tempo politiche che hanno avuto, non solo giustamente grandissima attenzione per il risanamento dei conti pubblici, per il riequilibrio finanziario in ciascuno dei nostri Paesi, ma – ha detto il presidente italiano – che hanno anche avuto un’accelerazione e una pesantezza tali da provocare fenomeni recessivi con cui siamo alle prese sia in Italia sia in Slovenia”.

Valorizzazione delle minoranze

“Vorrei quindi valorizzare questa presenza del presidente Pahor come conferma di quello che abbiamo costruito in questi anni, un’amicizia solida, un’amicizia che non conosce più alcuna delle ferite del passato, un’amicizia che è basata anche sulla presenza delle comunità slovena in Italia e italiana in Slovenia. Abbiamo molto curato, entrambi i governi e i Capi di Stato, le politiche di valorizzazione delle rispettive minoranze, che sono diventate uno dei punti fermi della cooperazione complessiva tra Italia e Slovenia. Noi – ha assicurato Napolitano – ci incontreremo sicuramente anche nel corso del semestre italiano di Presidenza europea e voglio in particolare rivolgere all’amico presidente Pahor, al quale ho conferito questa mattina l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, un augurio vivissimo per la soluzione che è chiamato a dare alla crisi politica in Slovenia”. 

“So che questo è uno degli aspetti più impegnativi e delicati delle nostre funzioni di presidenti non esecutivi e sono sicuro che il presidente Pahor troverà la strada più giusta e necessaria per restituire piena normalità di funzionamento alla vita politica e – ha concluso Napolitano – alla vita istituzionale in Slovenia.” “Cercherò di svolgere un ruolo, come ha fatto il presidente Giorgio Napolitano, per garantire il dialogo e contribuire alla soluzione della crisi politica interna”, ha sottolineato Borut Pahor.










190 - La Voce del Popolo  08/05/14  La CNI valore aggiunto nei rapporti italo-sloveni

La CNI valore aggiunto nei rapporti italo-sloveni 

Krsto Babić 
ROMA La Comunità Nazionale Italiana è un valore aggiunto nei rapporti tra l’Italia e la Slovenia. Lo si deduce dai discorsi pronunciati dai presidenti Giorgio Napolitano e Borut Pahor, che nel corso dei rispettivi interventi pronunciati in occasione della cena di Stato offerta martedì sera al Quirinale in onore del capo di Stato sloveno, hanno rilevato il ruolo di collante tra i due Paesi della minoranza italiana in Slovenia e di quella slovena in Italia.
Un segnale importante
All’importante evento hanno partecipato pure il presidente dell’UI e deputato della CNI al Sabor, Furio Radin, il deputato dell’etnia al Parlamento sloveno, Roberto Battelli, il presidente della Giunta UI, Maurizio Tremul, e il presidente della CAN costiera, Alberto Scheriani. Tremul, Radin e Battelli hanno espresso grande soddisfazione per l’invito porto ai rappresentanti della CNI a prendere parte alla visita di Stato in Italia del presidente sloveno.
Valorizzata l’unitarietà
Tremul e Radin hanno osservato che si tratta di un chiaro riconoscimento dello spirito unitario che caratterizza la CNI. Idem ha fatto pure Battelli. Difatti, lo ricordiamo, Radin è stato invitato alla cena nonostante sia cittadino croato, mentre Tremul, pur essendo cittadino sloveno, era a sua volta stato invitato alla cena di Stato offerta nel dicembre scorso dal presidente Napolitano in onore del proprio omologo croato, Ivo Josipović. “Essere stati invitati nell’arco di pochi mesi a due incontri di questa portata è un fatto importante per l’UI e per gli italiani in Istria, a Fiume e in Dalmazia”, ha commentato Radin, ribadendo il profondo valore che l’UI riconosce alla propria unitarietà e l’orgoglio di veder riconosciuto il suo ruolo ai massimi livelli istituzionali sia dalla Nazione Madre sia dai Paesi di residenza.
Il bel gesto di Pahor
Al Quirinale Borut Pahor si è rivolto a Tremul parlando in italiano. Un gesto molto apprezzato dal presidente della Giunta, che ha riconosciuto nell’atteggiamento del presidente sloveno la prova che eventi come quelli di ieri l’altro contribuiscono ad agevolare, approfondire, a rendere più amichevoli, spontanei e cordiali i rapporti con i rappresentanti delle istituzioni.

Tanti amici
Un parere condiviso anche da Furio Radin, il quale ha sottolineato che nel corso della serata i rappresentanti della CNI hanno avuto modo di incontrare numerosi amici della minoranza, ad esempio il presidente della Regione FVG, Debora Serracchiani, o il sindaco di Trieste, Roberto Cosolini, cogliendo l’occasione per tenere vivo e costante l’interesse per le tematiche a cuore degli italiani in Croazia e Slovenia.
Roberto Battelli ha espresso soddisfazione per l’importanza riconosciuta da Napolitano e Pahor alla minoranza italiana, in occasione della cena di Stato. “Il presidente Pahor – ha osservato Battelli – ha menzionato alcuni esempi di iniziative transfrontaliere che non includono direttamente la CNI. Tuttavia è importante affrontare questi argomenti e dare loro rilievo”. Battelli ha parlato dell’importanza di proseguire il dialogo avviato al fine di far acquisire alle minoranze e in particolar modo a quella italiana un ruolo di primo piano nell’evoluzione dei rapporti transfrontalieri promossi a livello regionale. “Un argomento del quale si discute da tempo e che auspichiamo possa iniziare a dare i propri frutti”, ha concluso Battelli.
Il presidente della CAN Costiera, Alberto Scheriani, ha espresso soddisfazione per l’esito dell’incontro tra i capi di Stato italiano e sloveno. Scheriani ha sottolineato che nonostante si sia trattato di un appuntamento protocollare, il medesimo ha messo in risalto la considerazione della quale gode la CNI agli occhi dei due presidenti. “Nel corso di un importante evento i due capi di stato hanno ribadito il ruolo di ponte esercitato dalle rispettive minoranze e il loro contributo al rafforzamento dei buoni rapporti instaurati tra i due Paesi”, ha notato Scheriani.

L’intervento di Napolitano
Nel discorso pronunciato durante la cena di Stato offerta in occasione della visita di Pahor, Napolitano ha sottolineato il rapporto di forte e sincera amicizia che unisce gli italiani e gli sloveni e che sta dando impulso a relazioni sempre più intense, in un clima di fiducia e reciproca stima. “La positiva evoluzione delle nostre relazioni bilaterali – ha osservato Napolitano – non avrebbe potuto raggiungere l’attuale ampiezza senza lo straordinario contributo delle rispettive minoranze nazionali. L’interazione fra la comunità italiana in Slovenia e quella slovena in Italia rappresenta un insostituibile valore aggiunto per l’ulteriore approfondimento della reciproca comprensione. Desidero dunque ribadire oggi l’impegno, che so essere pienamente condiviso, a far sì che queste comunità possano godere nel Paese in cui vivono una piena integrazione, nel rispetto della loro identità e delle loro tradizioni”




191 - Il Piccolo 29/04/14 La lettera del giorno - Cristicchi: «Senza Delbello non avrei scritto Magazzino 18» 
la lettera del giorno

Cristicchi: «Senza Delbello non avrei scritto Magazzino 18» 


Mi è capitato in questi ultimi giorni di leggere commenti molto belli sulle visite al Magazzino 18, in Porto Vecchio, e vorrei associarmi a quanti hanno vissuto forti emozioni e si sono sentiti profondamente coinvolti dal piccolo viaggio tra le masserizie, narrate dal direttore dell’Irci Piero Delbello (nella foto a destra, assieme a Cristicchi durante una visita proprio al Magazzino 18). Difficilmente avrei intrapreso l’avventura dello spettacolo se in una grigia mattina di ottobre non avessi avuto un “Virgilio” così avvincente come lui. Il rispetto, la cura e l’amore con cui mi spiegò quegli oggetti è un qualcosa che non ha prezzo, e per questo gliene sarò per sempre grato. Per aver custodito le sedie degli esuli, e la loro memoria silenziosa. Per avermi trasmesso con tanto pathos una parte di storia che ignoravo. Per avermi mostrato tra la polvere, il vero spirito che nel Magazzino abita! Perché le masserizie hanno uno spirito, e quello spirito alberga nelle parole di Piero Delbello. Spero che tanti altri in futuro potranno avere la fortuna di ascoltare i suoi racconti e la sua voce appassionata risuonare nel silenzio del Magazzino 18. 

Simone Cristicchi 




192 - Il Piccolo 29/04/14 Il Veneto rifà il tetto alla Chiesa di Sissano
L’INTERVENTO

Il Veneto rifà il tetto alla Chiesa di Sissano

SISSANO In Istria sta per completarsi un altro progetto sostenuto finanziariamente dalla Regione Veneto, nel rispetto della Legge Regionale 15/1994 finalizzata al recupero del patrimonio artistico, culturale e architettonico lasciato da queste parti dalla Serenissima, nota anche come Legge Beggiato. Stiamo parlando della ricostruzione del tetto della chiesa parrocchiale dei santi Felice e Fortunato, un intervento del valore pari a
35 mila euro di cui 15 mila erogati dal Veneto e il resto dalla parrocchia.
Il punto sull'andamento della ristrutturazione è stato fatto in conferenza stampa dal vice sindaco di Lisignano (il comune di riferimento) Paolo Demarin e da Antonio Dobran, presidente della locale Comunità degli italiani che ha promosso il progetto. La chiesa con il tetto rimesso a nuovo hanno detto, verrà riaperta a fine maggio, proprio come previsto nel contratto con la ditta appaltratrice, la Macuka di San Pietro in Selve. L'ultima riparazione del tetto hanno spiegato, risale a 35 anni fa e considerato che negli ultimi anni c'erano infiltrazioni di pioggia, abbiamo deciso di intervenire. La chiesa parrocchiale di Sissano è stata costruita nel 1528 sui resti di una precedente chiesetta. L'inventario sacrale, alcuni dipinti olio su tela e le statue in pietra e legno risalgono al periodo tra il 15esimo e 18esimo secolo. Stando ai dati dell'Ufficio per la conservazione dei beni culturali, la parrocchia di San Felice e San Fortunato è stato l'insediamento più ricco e importante nel circondario polese per tutto il Medioevo fino al 1631 quando la popolazione venne ridotta al lumicino causa l'epidemia di colera. Tornando alla Legge Regionale 15/1994 importante rilevare che in 20 anni essa a dato un notevole contributo all'attuazione di
101 progetti, per il totale di 2,5 milioni di euro. Di uno degli interventi più cospicui dal Veneto pari a 103 mila euro, ha beneficiato il restauro di Palazzo Bettica a Dignano ora adibito a museo, autentico gioiello architettonico lasciato dagli architetti e costruttori veneziani. (p.r.) 



193 - Il Piccolo 07/05/12 Buie - L'Unione Italiana teme ulteriori tagli
Si parla di una nuova “sforbiciata” da 160mila euro. Il sodalizio corre ai ripari e mette a punto un piano di accantonamento 

L’Unione Italiana teme ulteriori tagli

BUIE Da dieci anni a questa parte i finanziamenti di Roma a favore della Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia sono stati dimezzati, il dato è stato più volte rimarcato dal presidente della Giunta Esecutiva dell'Unione Italiana Maurizio Tremul che comunque esprime sempre gratitudine alla Nazione Madre per gli sforzi materiali onde mantenere in vita la sua unica minoranza autoctona all'estero e l'identità italiana del territorio d'insediamento storico. E purtroppo lo spauracchio di altre decurtazioni è sempre presente. Dopo il taglio del 10% dei finanziamenti provenienti dall'Italia operato all'inizio dell'anno che li ha ridotti a 4.05 milioni di euro, esiste il pericolo di un ulteriore colpo di forbice pari a 160.000. Ne ha parlato Tremul stesso alla riunione dell'Assemblea UI dicendo che in via cautelativa è stato definito un piano che tenga di questo che lui ha definito accantonamento. Speriamo, ha aggiunto, che le nostre preoccupazioni rimangano infondate. E purtroppo arrivano anche tagli del 9% erogati dal bilancio dello Stato croato. Una situazione dunque non rosea che comunque finora non intaccato o ridimensionato le attività principali dell'Unione Italiana. Sono però stati cancellati i viaggi d'istruzione in Italia, limate per le spese per determinate manifestazioni nel settore Teatro, arte e spettacolo, quelle amministrative e si pensa si eliminare il gettone di presenza ai consiglieri per la partecipazione alle sedute assembleari.
Nonostante tutto il Presidente dell'Unione Italiana Furio Radin si dice molto soddisfatto dell'operato dell'attuale legislatura che sta per scadere.
Abbiamo mantenuto in vita l'italianità e l'identità italiana di queste terre dice. Tutte le Comunità degli Italiani e le altre nostre istituzioni funzionano benissimo continua, per cui non possiamo lamentarci. Certo conclude, ci sta colpendo la crisi economica che però è un fenomeno mondiale di cui bisogna tener atto. Per quel che riguarda l'elezione della futura Assemblea, probabilmente si andrà alle urne alla fine di giugno. Sulla data non si è sicuri in quanto i consiglieri non hanno approvato il regolamento elettorale, un piccolo colpo di scena in quanto si trattava soltanto di trasferire nel documento le modifiche statutarie approvate in precedenza.
Solo per questo punto all'ordine del giorno, è stata convocata una riunione straordinaria dell'Assemblea che si terrà lunedì prossimo a Dignano.

(p.r.) 







194 - Il Borghese - Maggio 2014 Esuli senza codice
Esuli senza codice

di Mario Coda

Sulla Laurentina, a poca distanza dell’EUR, si trova la Società degli Studi Fiumani. È qui che abbiamo avuto modo di conoscere una realtà di cui ignoravamo l’esistenza. All’interno del villaggio istriano-dalmata, oggi diventato un quartiere di Roma, siamo stati accolti dal Signor Oliviero Zoia e dal Dottor Marino Micich, Segretario generale dell’Associazione, ed abbiamo potuto parlare con loro dell’aberrante condizione in cui molti esuli istriani-dalmati e loro figli e nipoti si trovano ancora, ovvero… senza codice fiscale, il che rende impossibile l’attivazione di qualunque forma di sostegno e di assistenza sanitaria a loro tutela.

La ringraziamo di questo incontro con «il Borghese », che ci permette di far conoscere una realtà così drammatica, come quella della doppia offesa all’italianità, subita dai nostri compatrioti giulianodalmati.

«Sono io che ringrazio. Nel 1989, quando sono stati normalizzati i codici fiscali di tutti gli Italiani, ci siamo accorti che per gli esuli giuliano-dalmati, questi codici non venivano riconosciuti. Inizialmente, si è pensato che ciò fosse “normale” e che facesse parte del cosiddetto momento di rodaggio, ma andando avanti con il tempo, ci siamo accorti di cosa era
accaduto: l’Ufficio delle Entrate non aveva inserito tra gli ottomila e cento comuni italiani i 136 comuni dell’Istria, Fiume e Dalmazia e le tre relative province di Fiume, Pola e Zara che tra il 1920 ed il 1947 erano Italia, fino al 10 febbraio 1947, giorno del Trattato di Parigi. Da quel momento, gli esuli erano diventati stranieri o peggio ancora apolidi in patria. Abbiamo interessato il Parlamento italiano che ha provveduto nello stesso anno ad emanare una legge ad integrazione. La legge non ha avuto poi i decreti attuativi necessari alla sua applicazione, quindi da qui è cominciata la “disgrazia per i nostri esuli”. «Cacciati con violenza dall’Istria, avevamo dunque bisogno di una terra che ci accogliesse, e così è nato il quartiere Dalmata, qui a Roma. In quella stessa zona nella quale vennero relegati gli esuli al loro rientro in Patria, una volta scappati dal cosiddetto paradiso comunista di Tito. Esso fu costruito nel ‘42 ed il ruolo dello Stato era quello di garantire degli spazi per le attività sociali dei giuliano-dalmati, ma se ne son “dimenticati”. Per quanto riguarda, invece, la struttura che ci ospita, essa è stata acquistata ad un prezzo di favore ed è la sede della Società degli Studi Fiumani, fondata già nel 1923 a Fiume e riaperta dagli esuli in Italia nel 1960, a Roma. Abbiamo operato anche nell’ambito del sociale e ci siamo avvalsi in particolare di una legge, la 560/93, che ha consentito di acquisire abitazioni agli esuli aventi diritto alle condizioni di miglior favore, dopo sei lunghi anni di lavoro per poter applicare al meglio questa legge. Quello che mi risulta ancora doloroso è aver registrato i contratti di acquisto dei beni con codici fiscali “incerti”. Speriamo bene.»

Il problema è riconducibili ad un sistema di dati tutto italiano errato, oppure c’è dell’altro?

«Cos’è il codice fiscale? Insieme di nome, cognome, comune, provincia e data di nascita. Le ultime cinque tra lettere e numeri, indicano provincia e comune di nascita – D 620 M risulta bianco, non assegnato. A chi viene assegnato D620M ? A mia cugina Maria Luisa, nata a Fiume nel 1941, oltre a tanti altri esuli con il risultato che quei codici fiscali sono incompleti, quindi inservibili al sistema elettronico dei data base. «Pertanto, recarsi presso un ospedale, mettersi in fila per pagare il tiket sanitario, presentare il codice fiscale e sentirsi dire: “Signora, lei non può fare niente perché non risulta essere italiana”, è una offesa per chi come gli esuli sono italiani due volte, per nascita e per scelta. Altro esempio che posso riportare: una signora che conosco, architetto, Maria Grazia, nata a Pola nel 1931, poche settimana fà si reca a Nettuno, dove ha casa, e qui viene rapinata. I ladri le rubano il portafogli con il blocchetto degli assegni ed essendosi recata subito alla caserma dei Carabinieri di Nettuno per sporgere denuncia, si è sentita rispondere che non era possibile ricevere la sua denuncia in quanto nel data base del ministero degli Interni, la provincia della signora non esisteva, quindi lei era considerata apolide. «Il giorno 3 aprile, siamo stati ospiti a Mi manda Raitre per informare del problema anche i giornalisti e di conseguenza i telespettatori, i quali, per mancanza di conoscenza storica, non si sono mai chiesti nulla. Speriamo di aver acceso una luce di conoscenza della materia.
Ma il vero nemico, con il quale ci tocca combattere ancora oggi, è il profondo e marcato negazionismo dell’intero dramma degli esuli istriani.

«Senza conoscere affatto la verità, infatti, alcuni ritengono che gli esuli siano rientrati in Italia per motivi di emigrazione, per vivere meglio, quando, in realtà, essi vennero relegati in campi profughi (109 aperti in Italia e funzionanti fino al 1963), al cui interno le condizioni di vita non erano certo delle migliori. «Quand’ero piccolo », aggiunge a questo punto il Direttore della Società degli Studi Fiumani, Marino Micich, «dopo una certa ora, dovevamo ritornare nel quartiere, poiché i comunisti negazionisti solevano scagliarci contro delle pietre dal cancello urlando: “Fascisti”, quando, in realtà l’unica nostra colpa era quella di essere italiani.»

Un’ultima domanda, che vuole essere anche un po’ provocatoria: Italia come Dalmazia?
«Mi trovo ad essere, e nonostante tutto, fiducioso nell’Europa, pertanto non credo che qualcuno permetta che si divida l’Italia, anche perché, chi sostiene a gran voce di non essere italiano dovrebbe pensare all’italianità negata agli esuli di Fiume, Istria e Dalmazia ed alle conseguenze di questo torto che non si riesce ancora a rimuovere.. Un’ultima, triste considerazione è, purtroppo, che il governo attualmente in carica si occupa di ben altro. «Ringrazio per l’attenzione e la disponibilità dimostrate e confido nella buona volontà (?) e nella buona fede(?!) dei nostri cari governanti eletti, ora come non mai, a furor di popolo.»




195 – Libero  09/05/14 Milano : Show sul partigiano titino finanziato dal Comune
Milano - Consiglio di Zona 3

Show sul partigiano titino finanziato dal Comune Fdi: «Delibera indecente»

Dino Bondavalli_

Più che un «parlamentino» al servizio dei cittadini, una fucina di iniziative per promuovere e rivalutare l’ideologia di sinistra. Questa l’accusa rivolta dai consiglieri di Fratelli d’Italia-An alla maggioranza aU’interno del Consiglio di Zona 3, dopo che la Commissione cultura ha presentato una richiesta di delibera per destinare oltre mille euro allo spettacolo teatrale «Drug Gojko». Lo show narra sotto forma di monologo la vicenda di Nelio Marignoli, gommista viterbese e radiotelegrafista della Marina militare italiana sul fronte greco-albanese, il quale dopo l'8 settembre 1943 divenne combattente partigiano nell’esercito popolare di liberazione jugoslavo del maresciallo Tito. «Incredibile» attacca Federico Santoro, consigliere di Fratelli d’Italia in Cdz 3. «Invece che occuparci dei problemi dei cittadini e dei quartieri della zona ci troviamo per l’ennesima volta a discutere uno spettacolo storico di dubbio gusto, dal sapore giustificazionista rispetto a quanto avvenuto nelle terre di Tito e quindi rispetto al dramma degli esuli e delle Foibe». Non solo. «Nel documento depositato agli atti», spiega infatti Santoro, «si dice che uno degli elementi di sfondo delle spettacolo sarà un manifesto di Casa Pound. Ora, mi chiedo, cosa c’entra questa cosa con la storia di un partigiano titino? È il caso che questa iniziativa venga ritirata prima di essere discussa». Una richiesta chiara. Fondata anche su una serie di precedenti registrati negli ultimi mesi. Tra questi l’episodio più grave è forse quello avvenuto lo scorso 10 febbraio, in occasione del Giorno del ricordo dedicato alla memoria delle vittime delle Foibe. In quell’occasione il capogruppo della Sinistra per Pisapia in Consiglio di zona 9, Leonardo Cribio, aveva scatenato una feroce polemica scrivendo sul proprio profilo Facebook «nelle foibe c’è ancora posto». Il sindaco Pisapia aveva definito quelle parole «vergognose, inaccettabili e assurde». Un commento che aveva chiuso la vicenda e le polemiche sulle foibe. Fino all’ultimo stanziamento.






196 - L'Eco di Bergamo 26/04/14 Bergamo:  E in vendita anche le ex case dei profughi
E' in vendita anche le ex case dei profughi

Sono i 27 appartamenti di via Monte Grigna - Barca: Per noi fu una tragedia, ora siamo radicati

DIANA NORIS

Nel giardinetto che si apre tra le case popolari di via Monte Grìgna i bambini giocano a palla. Alcuni di loro sono figli di profughi, da poco a Bergamo. Giocano esattamente come i bambini di sessantenni fa, figli degli esuli istriani e dalmati, accolti in Celadina e in corso Venezia nelle case costruite appositamente dal Comune di Bergamo, con un concorso del Governo, per dar loro un tetto.
Ventisette di questi appartamenti sono stati acquisiti dal Comune di Bergamo a titolo gratuito dall’Agenzia del demanio : tre sono attualmente occupati dai profughi di oggi, mentre gli altri 24, lìberi da qualsiasi vincolo, sono stati inseriti nel piano delle alienazioni del 2014, allegato al bilancio di previsione in discussione in Consiglio comunale. Il valore stimato è di un milione e duecentomila euro. Ma il valore simbolico pe i primi abitanti di questi alloggi non si può stimare in euro. Tra quelle mura, centinaia di persone hanno trovato un posto sicuro dove vivere, crescere i propri figli e dare loro una speranza, lontani dagli orrori delle foibe. Dopo più di cinquant'anni gli esuli e le loro famiglie si sono spostati da quegli alloggi, ma il ricordo dell’arrivo a Bergamo, resta indelebile. Vincenzo Barca è uno di loro, nato a Fiume e trasferitosi a Bergamo, per anni è stato presidente dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (oggi guidata da Maria Elena Depetroni). ?Tutti gli esuli sono stati portati dal vento della tragedia, sparsi in Europa e nel mondo - spiega Vincenzo Barca-. In alcuni casi si è quasi trattato di una deportazione, con famiglie disgregate, moglie e marito divisi. Chi è arrivato a Bergamo è stato fortunato, perché non si è trovato di fronte a tragedie di chi era in altre città, come Bologna.
Il nostro punto di riferimento era la Celadina, prima con l’istituto della casa di ricovero e poi con le abitazioni che il Comune ha costruito apposta per noi.

Barca dice con orgoglio di essere istro-orobico? : Bergamo ha il merito di averci accolto, non con la banda o gli onori, ma nemmeno con il pugno chiuso e le minacce. Ci ha offerto metà del pane che aveva, nel suo silenzio e nello spirito chiuso dei bergamaschi d ha accolto, è per questo che d siamo radicati qui. Lasciare per sempre la nostra terra, gli affetti e arrivare qui, senza neanche un fazzoletto per soffiarsi il naso, è stata una tragedia. Ma in punta di piedi di siamo inseriti rimboccandoci le maniche insieme ai bergamaschi, che dopo la guerra riprendevano la vita normale?.

Tra i primi esuli arrivati a Bergamo c’è Remigio Giacometti, oggi residente a Torre Boldone, accolto nel 1947, quando aveva solo sei anni, nel campo allestito alla Clementina, nell’ospizio per anziani. Lì è rimasto con la mamma e lo zio (il papà è disperso nella campagna di Russia) per tre anni, per spostarsi poi nella case comunali di viale Venezia Remigio parla della sua vita di stenti e di ostacoli per scappare dal paese natio, Dignano d’Istria.

Purtroppo noi esuli siamo sempre stati marchiati come fascisti, perché scappavamo dalla dittatura di Tito - racconta Remigio Giacometti -. In realtà eravamo persone normali, molti contadini che scappavano perché era diventato impossibile vivere nella nostra terra solo perché italiani, i “titini” ci facevano sparire nelle foibe, cavità naturali di centinaia di metri di profondità, fino al mare. Venire in Italia non è stato semplice, ricordo la partenza da Pola per Venezia, con una piccola valigetta. Prima di salire sul piroscafo “Toscana” ci hanno spruzzato con il ddt e sul treno verso Bergamo, non abbiamo potuto sostare a Bologna,perché i comunisti non volevano che la Croce Rossa desse il latte ai bambini.
Giacometti in Bergamo non ha visto un approdo, ma una tappa da cui ripartire, non senza difficoltà: ?La prima è stata il dialetto bergamasco, che non conoscevamo - spiega Giacometti -. E poi la gente non ci ha subito accettato. Ricordo un’estate e San Pellegrino, dove lavoravamo all’hotel Papa, con i partigiani che volevano incendiare i nostri alloggi. E’ dovuta intervenire la Polizia, sono brutti ricordi, eravamo terrorizzati. 








197 - Libero 05/05/14 Libro - Foibe ed Esodo, Carla Cace e "l'Italia negata"
Il libro

Foibe ed Esodo, Carla Cace e "l'Italia negata"

di Marco Petrelli

Strana sorte quella delle vittime del comunismo: milioni di persone dimenticate dalla storia e dagli uomini. Kolyma, Magadan, Yodok, Kathyn, Goli Othok sono nomi che ai più non dicono granché, malgrado il loro essere stati luoghi d'orrore e di tormenti da girone dantesco. E' alla memoria di vittime dimenticate che è dedicato Foibe ed Esodo, l'Italia Negata (edizioni de Il Borghese) della giornalista Carla Isabella Elena Cace, esule di terza generazione autrice di altri due titoli sullo stesso tema: Foibe, Martiri Dimenticati e Foibe dalla tragedia all'esodo. "In Dalmazia, la mia famiglia è originaria di lì, non si infoibava: corda al collo, due pietre e giù in fondo al mare. Mio nonno la scampò per miracolo", spiega Elena, la cui opera esce in libreria proprio nel decennale della Legge 92 del 30 marzo 2004 che istituisce il Giorno del Ricordo (10 febbraio).


Un testo commemorativo?
"Molto di più! Un'inchiesta per comprendere cosa sia stato fatto e cosa ancora ci sia da fare dieci anni dopo l'approvazione della legge. Un viaggio a ritroso: dal 2014 scivoli indietro negli anni fino ad arrivare a raccontare, a descrivere cosa sia una foiba".

E perché?
"Gli ultimi testimoni dell'esodo stanno lentamente sparendo. E' necessario tenere alta l'attenzione sul tema e così raccolgo ancora racconti, storie, vicende umane. Con la fotografa Clio Crescente fotografa ci recheremo presto al Magazzino 18 del porto di Trieste per documentare ciò che è rimasto; poi per il 10 Febbraio 2015 proporrò un nuovo lavoro. C'è poco da fare, le persecuzioni titine sono materia tutt'oggi non molto nota. Alla scarsa conoscenza si aggiunge il fatto che i network fanno servizi sempre più sintetici sul tema e che la politica si ricordi di quell'orrore una volta l'anno. Impensabile".
Strumentalizzazioni?

"In 10 anni sono state fatte 10 commemorazioni istituzionali. Ha davvero senso? E' così che si pretende di far comprendere l'entità di quella tragedia?".
Ti è piaciuto Magazzino 18?
"Molto. La storia veicolata dall'arte, sensazionale. Eccetto un piccolo neo:
la sequenza della bambina ad Arbe".

E cos'ha di male la scena?
"Ha di male le parole che sanno di velato giustificazionismo. A mio avviso avrebbe dovuto evitarle".
Ci hai parlato di tuo nonno esule che scampa alla morte in modo fortuito.
Hai un padre che dirige un'importante rivista di genere, “Dalmatica”. Il tuo pare essere più di un lavoro di ricerca, quasi una missione...
"Gli ultimi testimoni dell'esodo stanno lentamente sparendo. E' necessario tenere alta l'attenzione sul tema e così raccolgo ancora racconti, storie, vicende umane. Con la fotografa Clio Crescente fotografa ci recheremo presto al Magazzino 18 del porto di Trieste per documentare ciò che è rimasto; poi per il 10 Febbraio 2015 proporrò un nuovo lavoro".





198 - La Voce di Romagna 06/05/14 Storie e Personaggi - Arsia 1940: Una miniera affidata a incapaci
STORIE E PERSONAGGI

EMERGONO NUOVI DOCUMENTI E TESTIMONIANZE SULLA TRAGEDIA DI ARSIA DEL 1940

Una miniera affidata a incapaci

Tra le vittime anche alcuni minatori provenienti dall’Alta Valmarecchia. L’accurato lavoro di ricerca di Tullio Vorano

Questi i nomi delle vittime della Valmarecchia nella tragedia di Arsia del 1940. Si tratta di Francesco Alessi, nato a Pennabilli il 25 gennaio 1912, Primo Antonini, nato a San Leo il 22 gennaio 1907, Giovanni Guerra, nato a San Leo il 5 aprile 1907, Salvatore Crudi, nato a Mercatino Marecchia il 21 marzo 1896, Primo Manuelli, nato a Mercatino Marecchia il 6 luglio 1910, Emilio Mosconi, nato a S. Agata Feltria il 17 gennaio 1909. Erano numerose le vittime provenienti dalle Marche, dalla Sicilia e dalla Sardegna ed anche dal Veneto e precisamente dal Cadore. Quella di Arsia è la sciagura che ha fatto il maggior numero di vittime in Italia, i minatori avevano lasciato le loro terre di origine attratti dalle migliori condizioni economiche offerte in Istria. Le miniere del bacino dell’Arsa, oramai da tempo chiuse, nel corso degli anni hanno conosciuto diverse tragedie; nel dopoguerra va ricordata anche quella del 14 marzo 1948 sotto l’amministrazione jugoslava, tra le vittime c’erano diversi prigionieri tedeschi adibiti ai lavori forzati. Negli anni ’30, racconta Vorano, le miniere dell’Arsa conoscono uno straordinario sviluppo che vede come principali artefici Guido Segre e Augusto Batini. Infatti, in quel periodo la direzione delle miniere istriane era affidata all’ingegner Augusto Batini, di S. Giovanni alla Vena, vicino Pisa, uomo di straordinarie capacità organizzative, profondo conoscitore dell’arte mineraria e nel contempo molto umano, per cui godeva anche la stima e l’affetto degli operai. Nel contempo il dirigente principale dell’Azienda era Guido Segre, che da Trieste manovrava abilmente le sorti della stessa. Si deve principalmente a lui la costituzione dell’Azienda Carboni Italiani (A.Ca.I.) nel 1935, che significò l’unificazione delle miniere a livello nazionale e la congiunzione delle miniere istriane a quelle sarde, e poi fu Segre a commissionare all’architetto Gustavo Pulitzer Finali la progettazione e la costruzione dell’abitato di Arsia. L’incidente più grosso nelle miniere dell’Arsa durante la dirigenza Batini – continua la relazione di Vorano - è successo la notte tra il 6 e 7 settembre 1937 quando persero la vita 9 minatori “per avvelenamento da ossido di carbonio sviluppatosi… a seguito di anormale brillamento delle mine” e di altri 4 minatori la notte successiva per essersi recati sul luogo dell’infortunio per alcuni accertamenti senza le indispensabili apparecchiature e senza le dovute precauzioni. L’ingegner Batini in quei giorni si trovava in Toscana, nel suo paese, dove viene raggiunto da un telegramma di Segre che lo invitava a raggiungere subito Arsia. Batini e i suoi stretti collaboratori vengono colpiti da un mandato di comparizione davanti al pretore di Albona, con l’imputazione di delitto, negligenza e inosservanza del regolamento. Così si evince dalla perizia giudiziaria: la causa della disgrazia va attribuita ad “… un assieme di dolorose e fortuite circostanze”. Gli imputati verranno scagionati da qualsiasi responsabilità. Arriva il 1938 con le leggi razziali, che provocano l’allontanamento dall’A.Ca.I. di Guido Segre, colpevole di essere ebreo. Vi subentrarono “persone incapaci”, a dire dell’ingegnere capo del Distretto di Firenze del Corpo reale delle Miniere, l’ingegner Luigi Gerbella, al tempo, assieme a Tullio Seguiti, la maggiore autorità in Italia nel campo minerario, e ciò perché Vaselli non si era occupato mai di questioni minerarie, mentre Cattania aveva lavorato nelle miniere di zolfo, ma più da politico che da tecnico. Gerbella, scrive Vorano, aveva visto bene. Poco tempo dopo infatti la nuova dirigenza dell’A.Ca.I. votò sfiducia all’ingegner Batini, perché si rifiutava ad incrementare la produzione oltre alle possibilità effettive della miniera. Batini in special modo era contrario all’aumento della produzione nella Camera 1, dove più tardi è avvenuta la più grande tragedia. Lo stesso Batini aveva organizzato la preparazione della camera, perché ricca di carbone; secondo lui era però necessario congiungerla al nuovo pozzo (Littorio) che era in costruzione, nonché al pozzo Paolo per migliorare l’aereazione della stessa camera. Inoltre   avrebbe avuto bisogno di un efficiente armamento e di un impianto idrico per l’inaffiamento della polvere di carbone. L’ingegner Batini viene ulteriormente informato della tragedia da una lettera – espresso inviatagli da Francesco Braut da Vines: “Carissimo sig. Direttore, faccio seguito alla lettera inviatavi stamane per darvi ancor più triste comunicazione. I morti sinora estratti (ore 21) sono circa una cinquantina e si crede che altrettanti, se non di più siano ancora da estrarre. … Il quadro è tremendo. Il popolo mormora molto ed ormai tra la gente, nei crocchi, si parla di voi con affetto e con gratitudine ed operai hanno detto forte che vogliono ancora il direttore Batini. … cotanta disgrazia che non credo abbia precedenti in Italia e forse anche al largo dall’Italia. Grisou niente. I grisoumetristi nulla hanno trovato e nulla segnalarono da molto tempo. … Il disastro era previsto da me e da molti altri tecnicamente inesperti ma consci di ciò che veniva trascurato mentre da voi era sempre stato scrupolosamente curato”. Nella stessa giornata Braut manda un altro espresso: “Carissimo sig. Direttore, il numero dei morti è salito e sale e salirà probabilmente sino alla vicinanza tremenda del 200”. Il 5 marzo l’ingegner Batini scrive al “carissimo Gerbella”: “La catastrofe dell’Arsa supera qualsiasi immaginazione. E’ stata certamente causata da una esplosione di polvere che deve essere accumulata sui cantieri e nelle gallerie in quantità enormi… Sono rimasti uccisi operai che si trovavano nella galleria di Fianona, al livello +10, ad un chilometro almeno dal centro  dell’esplosione che deve essere avvenuta fra il 15° e 16° livello della camera 1, cioè fra la quota -200 e -250 alle ore 4 del mattino.… Ricorderai come io avevo previsto un disastro del genere e so che questa mia previsione è stata già riferita, su domanda, ai magistrati che numerosi sono sul posto… L’esplosione ha inoltre prodotto enormi frane di cantieri e di gallerie che si dice erano armate poco e con legname scadente...Quello che ti dicevo di Vaccari e di Bechi sembravano esagerazioni o rancori personali; ma credi non avevano capito la miniera, credevano che potesse marciare da sola con atti amministrativi e soprattutto non avevano creduto ai miei ammonimenti.” Infine conclude: “Era possibile pensare a lasciare quella miniera in mano inesperte; un imbecille presuntuoso all’Arsa ed uno scapolo a Trieste arrivato a quel posto da un volgare intrigo?”.

Aldo Viroli

Dove si svolge la vicenda
Nell’Istria che allora apparteneva all’Italia

Continuano ad emergere ulteriori novità sulla tragedia mineraria di Arsia, (Rabac in croato) avvenuta il 28 febbraio 1940 nell’Istria allora italiana. Storie e personaggi si è occupata a più riprese della vicenda perché tra le vittime ci sono minatori provenienti dall’Emilia – Romagna, comprese località della Valmarecchia passate alla provincia di Rimini. Il professor Tullio Vorano, presidente del Comitato esecutivo della Comunità degli Italiani di Albona (in croato Labin) e autorevole studioso del passato minerario albonese, in occasione dell’ottava edizione della cerimonia commemorativa delle vittime della sciagura, ha letto una documentata relazione. Vorano ha consultato materiale proveniente dall’archivio dell’ingegner Augusto Batini, dirigente della miniera fino al febbraio 1939, messo a disposizione dalla figlia Cesira. “Non si doveva dare la più grande miniera di carbone d’Italia, attrezzata come le migliori di Europa, in mano a tecnici che in questo genere di miniere erano dei veri principianti”. E’ quanto aveva dichiarato l’ingegner Batini, al pretore di Pinerolo il 26 marzo 1940, parlando delle principali cause della tragedia; dalle testimonianze raccolte dagli ex collaboratori, risulta che a perdere la vita sono stati 187 minatori, due in più rispetto a quanto si credeva fino a poco tempo prima.



199 - Il Piccolo 09/05/14 Trieste - Madieri, parco intitolato con un refuso sulla targa
Sbagliata di dieci anni la data della morte. Dedicata alla scrittrice fiumana l’area verde di via Benussi. Presente il marito Claudio Magris, il ricordo di Guagnini 

Madieri, parco intitolato con un refuso sulla targa

di Giulia Basso 

La scrittrice fiumana Marisa Madieri, autrice di storie e racconti di grande forza poetica e rara intensità, ora ha il suo giardino.
E’ stato intitolato a lei, compianta moglie di Claudio Magris, il grazioso parco pubblico di via Bernardo Benussi, aggiungendo così un tassello in più in direzione di quella toponomastica al femminile che, con l’azione del vicesindaco Fabiana Martini, si cerca ora di incoraggiare per mettere una pezza a secoli di assoluto dominio maschile in quest’ambito. La proposta per questa intitolazione, alla cui cerimonia ieri hanno partecipato davvero in tanti, è venuta direttamente dalla cittadinanza: è stata la settima circoscrizione a richiederla, con una mozione approvata all’unanimità dal consiglio. E ieri tra i presenti, tra i quali anche alcuni volontari del Centro di Aiuto alla Vita “Marisa” da lei fondato, l’emozione e la soddisfazione per questa dedica erano palpabili. Peccato per uno sgradevole fuoriprogramma. Si è letta un po’ di perplessità tra gli astanti quando è stata scoperta la targa per l’intitolazione, che riportava erroneamente la data di morte della scrittrice, fissandola al 1986 anziché al 1996. Ma dal Comune fanno sapere che si è già provveduto a far correggere l’errore.
Marisa Madieri è stata ricordata ieri dalle autorità e dal marito, oltre che dalle volontarie del Centro di Aiuto alla Vita e dal critico e saggista Elvio Guagnini, che ha arricchito la cerimonia con una sua rievocazione in chiave letteraria della scrittrice. Nata a Fiume nel 1938, Madieri si rifugiò con la famiglia a Trieste nel 1949 e per molti anni dovette vivere in un campo profughi. Frequentò il liceo Dante, dove conobbe Claudio Magris, che sarebbe diventato suo marito e padre dei suoi figli. Oltre alla laurea conseguì anche il brevetto di pilota aereo, una rarità per una donna di quei tempi, e fondò il Centro di aiuto alla vita che ora porta il suo nome, all’interno del quale svolse un’intensa opera di volontariato. Scrisse poco più di 300 pagine nell’arco della sua breve esperienza letteraria, durata una quindicina d’anni, ma con le sue opere si guadagnò l’attenzione della critica. «Fu una scrittrice parca ed equilibrata – rammenta Guagnini - parsimoniosa nella scrittura così come nella conversazione. Il suo primo libro, “Verde Acqua” (Einaudi 1987), fu un esordio di grande maturità, fondato sulla memoria e sull’interazione tra passato e presente. E’
difficile incasellarlo in un genere, perché è insieme autobiografia, diario, racconto e raccolta di osservazioni sul senso e l’etica della vita. Nel narrare la sua storia, le vicende legate alla guerra e all’esodo, la scrittrice si dimostrò estranea a ogni retorica e per questo incisiva».
Dedicarle un giardino, sottolineano con i loro interventi le autorità presenti, dal prefetto al vicesindaco alla presidente della provincia, è una scelta che ben si sposa con lo spirito di Marisa Madieri. 




200 – Mailing List Histria Notizie 08/05/14 Nico Lugnan campione di dama, a Grado e dintorni s’installarono nel dopoguerra tanti profughi giuliani...
 
A Grado e dintorni s’installarono nel dopoguerra tanti profughi giuliani...

Nico Lugnan, campione di dama

Iniziò a giocare a dama da ragazzino. Nacque così la sua grande passione per questo "sport del cervello" secondo la definizione che ci dà il "regolamento ufficiale di gioco della dama italiana". Passione che gli ha riempito la vita e lo ha fatto viaggiare attraverso l’Italia, incontrare tante persone. Lo ha fatto divenire insomma il Nicolò Lugnan di adesso, di sempre, che io ho potuto apprezzare profondamente fin dal nostro primo incontro, avvenuto anni fa a Grado, dove è nato e risiede. 

Fu una sera d’inverno, buia e ventosa. Ero in viaggio in Italia dal Canada. Mi trovavo a Grado. Aspettavo un autobus che mi riconducesse a Trieste. Mi rivolsi a questo signore intabarrato che per caso passava nei pressi di quella solitaria fermata d'autobus dove ormai io aspettavo con poche speranze. Mi confermò  ch'era proprio il posto giusto, e s’intrattenne con me, disponibile, cortese, pieno di utili consigli. Ebbi poi il piacere, negli anni che seguirono, di approfondire la conoscenza di questo gradese dalle radici antiche. Il cognome Lugnan, infatti, è uno dei più antichi di Grado.

Questa incantevole località lagunare, dal centro storico ricco di antiche memorie, e con la sua parte nuova in continua elegante crescita, si trova a due passi da Aquileia, località un po' surrealista alla De Chirico, e non si trova distante da Monfalcone, dai vibranti cantieri navali. Grado stessa nella labirintica varietà della sua geografia e nel carattere imprevedibile dei suoi scenari – vedi gli antichi casoni dei pescatori o anche la sua straordinaria pista ciclabile lagunare che è la più lunga d'Europa  –  reca in sé qualcosa d'inafferrabile che in certi momenti sembra sfiorare il mistero. 

Dalla sua strada litoranea si scorge la costa dell’Istria, nostra terra amatissima, cantata – non è un caso – da un grandissimo poeta di Grado: Biagio Marin. Nelle struggenti “Elegie istriane” Marin ricorda queste terre già italiane sulle cui coste "da Punta Salvore fino a Rovigno" – ci racconta –  si recava da bambino e poi da ragazzo, insieme col padre, a bordo del "trabaccolo" che la famiglia possedeva. 
A Grado e dintorni s’installarono nel dopoguerra tanti profughi giuliani.  Nelle fertili terre propinque a Grado vi sono ancora oggi diverse famiglie di agricoltori istriani, venuti via nel dopoguerra dal paradiso titoista dei lavoratori.

Ricorderò anche che qui riaprì le porte il convitto Fabio Filzi, dopo la distruzione nel corso della guerra dell’originario Filzi di Pisino; convitto che da Grado poi si rilocalizzò a Gorizia. Ancora oggi i "filzini", come si autonominano gli ex convittori del glorioso istituto, si tengono in contatto tra loro, attraverso incontri, pubblicazioni ed avvenimenti vari, miranti a rinverdire il ricordo dei loro anni lontani, ma straordinariamente formativi, trascorsi al Filzi di Grado e di Gorizia.

Grado per tantissimi è Biagio Marin, questo gigante della poesia. Una poesia espressa nel dialetto gradese: lingua ricca, delicata, mirabile, che però ha l'effetto di limitare il pubblico dei conoscitori di questo grande poeta poiché impedisce una fruizione disinvolta della sua opera da parte di coloro che non intendano questa lingua appieno e che quindi devono ricorrere un po' alle "traduzioni". Dicevo che Grado per tanti è Biagio Marin. Ed è giustissimo che sia così. Ma per me è anche, e oso dire, è "soprattutto" il mio amico Nicolò anzi "Nico" Lugnan. Gentiluomo d’altri tempi, uomo semplice, onesto, generoso, leale, fedele alla parola data, e dal profondo senso famigliare e dell'amicizia. Nico è la migliore espressione delle qualità non sempre troppo apparenti degli abitanti di questa terra lagunare, alquanto ermetica ma che dal fascino signorile e che, come  "Isola del Sole", attira una miriade di turisti e villeggianti sia dalle regioni vicinanti che dall’estero. E in particolar modo dall’Austria con cui Grado ha condiviso oltretutto momenti significativi di storia e dalla cui vicinanza sia storica sia geografica sia turistica ha ricevuto un'impronta innegabile fatta anche – direi – di regole e di cortesie.

I suoi abitanti parlano, poetizzano – vedi Biagio Marin – e cantano nella lingua speciale propria di questa terra rimasta un po' ripiegata e come distante, e dove del resto fino a non troppo tempo fa da Aquileia si giungeva solo in barca, come le vecchie foto ci mostrano. "Era sola, l’isola. Non si poteva andar lontano perché era subito acqua…" mi racconta Lugnan con questa sua spontanea frase poetica. Una terra da cui partivano un tempo vascelli, barche, trabaccoli verso Trieste, l’Istria ed altrove… 
Ma vedo che i sentimenti prendono il sopravvento nel mio raccontare di Nico Lugnan. Se ciò avviene è anche perché Nico, ormai anche lui avanti negli anni, nel corso di questo nostro recente incontro ha espresso con immediatezza parole, idee, sentimenti andati diritti al mio cuore. Mi ha detto: "Vieni che ti faccio vedere proprio quello che sono io". E quindi entrati nella sua cameretta dei ricordi, ha enunciato con naturalezza: "Questo è il mio vivere". Io ho voluto subito prendere nota su carta di questo suo parlare alla Biagio Marin… Frasi spontanee queste sue ma quanto forti, anche perché nascono, come i migliori versi poetici, non da una ricerca di effetti ma dall'anima.

Entriamo in una stanza ingombra fino al soffitto di un numero straordinario di trofei, attestati, targhe, manifesti. Sfoglio un album di fotografie… Esse lo ritraggono -  elegante e diciamolo anche "fascinoso come un divo hollywoodiano", in tanti luoghi, in tante cerimonie, in tanti tornei. Tornei di dame beninteso. E “dama” nella sua bocca risuona come una parola di un’altra epoca quando la signorilità si traduceva in cortesie ed inchini. Perché la dama – il gioco della dama – ha l’educato rigore di regole e rituali semplici, da cui nondimeno si esce vincitori o sconfitti. E da questi ricorrenti tornei d'ambito locale, regionale, nazionale, Nico per anni ed anni è uscito tante volte vincitore o comunque tra i primi. Questi incontri-scontri, attraverso l'Italia, intorno alla damiera lo  hanno arricchito dentro, aumentandogli nell’animo l’amore per il nostro Paese. 
"Non c’è una provincia dove io non sia passato a gareggiare…" mi dice. E nutre amore e rispetto per gli italiani. Inutile dire che Nico non è certo fatto della pasta di chi, in Italia, è ripieno  dell'unico razzismo permesso oggi in Italia: il razzismo antitaliano contro il Sud. Anche per questo, io che sono nato in Istria e che vivo in Canada, tra espatriati italiani che si considerano "italiani" senza distinzioni, e che inoltre ho vissuto per tanti anni a Napoli dove ho conosciuto incantevoli persone, non posso non apprezzare le parole di stima e riconoscenza che Nico ha sempre avuto per la generosa ospitalità e lo spirito d’amicizia della gente del Sud. "Ci accoglievano in occasione di questi tornei di dama con generosità, rispetto, amicizia…" mi racconta. E gli viene spontaneo, rimemorando quei giorni, pronunciare con un sorriso i nomi di damisti, del Nord e del Sud, suoi avversari ed insieme indimenticabili amici di torneo di quei giorni felici. 
 Il "maestro nazionale di Dama Nico Lugnan organizzò a Grado anche i campionati italiani, fregiandosi della presenza dei massimi esponenti mondiali" leggo in un articolo consacrato a lui e alla moglie Lucia in occasione dei festeggiamenti del loro mezzo secolo di matrimonio, avvenuto un paio di anni fa. 

Lucia Rota è istriana, di San Bortolo di Pirano. “Sono venuta via da piccola. Avevo 12 o 13 anni – mi dice – Sono stata a Varese, a Trieste… Ho trovato quindi lavoro a Grado…" Tra l'altro per un certo periodo hanno anche vissuto a Torino. Mi racconta le tappe salienti di una vita che l'ha vista sempre impegnata con spirito di sacrificio e fermezza d'animo. Lucia è una persona di grande vivacità, concretezza e intraprendenza, che ha dedicato un'intera vita al lavoro. E che ha sempre validamente sostenuto il marito in questo suo hobby totale della dama, implicandosi direttamente, ad esempio, nell'organizzazione dei vari eventi damistici che si sono svolti nel corso degli anni a Grado. 
E adesso Nico ha bisogno ancora più di prima dell’apporto della sua dinamica signora, perché – e le parole mi dolgono – "gli anni pesano per tutti" come siamo soliti dire quasi con pudore per descrivere una dura realtà nota ormai anche a me. E il Nico Lugnan che nelle numerose foto riempenti tre o quattro album vediamo accanto a personaggi potenti e famosi al tavolo di gioco della dama adesso ha difficoltà a concentrarsi – come mi spiega Lucia. E ha cessato quindi di giocare. Inutile dire: con gran rammarico. Ed è forse l'abbandono del tavolo della sua cara dama il rintocco più pesante della campana che scandisce il tempo con la sua crudele logica dell’irreversibilità di ogni cosa. Ma non dei ricordi, che ritornano ma ormai ammantati sia di rimpianto sia quasi d'incredulità raffrontando i giorni presenti con l'intensità e la varietà della vita di allora…

Osservo il nostro Nico, che ho davanti a me, poi guardo la foto che lo ritrae, magnifico come un cavaliere d'altri tempi, mentre Biagio Marin – è l'anno 1984 – gli appunta la medaglia d’oro per merito sportivo e in riconoscimento del suo apporto al turismo dell’Isola del Sole grazie ai numerosi campionati di dama qui svoltisi, per sua iniziativa. In un’altra foto Lugnan gioca a dama con il suo collega ed amico Renzo Tondo nel corso del campionato italiano che si svolse all'hotel Astoria di Grado. Sì, è il Renzo Tondo uomo politico, presidente della giunta regionale del Friuli-Venezia Giulia. E campione anch'egli di dama. 
Grado fortunatamente è memore: “Ancora adesso ci inviano ogni anno l’invito per gli eventi di Grado: manifestazioni, coppe, trofei… Ma ormai non vi andiamo più" mi dice la signora Lucia, che poi aggiunge con il suo usuale senso di concretezza:  "Dovremo farlo sapere a chi ce li invia…"
Sì, tante cose sono cambiate. E mi è impossibile non vedere e non sentire che oltre che in Lugnan tante cose sono cambiate anche in me. L’amicizia, il rispetto, l’ammirazione per un essere semplice e nobile come Lugnan si traducono infatti in una forte empatia che ci fa scoprire di riflesso che anche noi siamo ultimamente cambiati…

Risponde ad una domanda che gli ho rivolto circa la durata del gioco. “Una partita poteva durare anche due o tre ore…” mi spiega. "Ma una volta scaduto il tempo prescritto bisognava procedere “a lampo”, ossia si doveva fare una mossa ogni 40 secondi…" 
I ritmi, a causa dell'età, sono oggi cambiati… tante cose sono cambiate. "Non c'è più il circolo a Monfalcone… Non c’è più il circolo a Grado…" aggiunge mestamente.

Oggi rimangono, oltre alle foto,  attestati e trofei: coppe, statuette, targhe… Ancora numerosi, anche se da un certo tempo Lugnan e signora ne regalano ogni tanto un esemplare a questo o a quel giovane che si è distinto in uno sport. A che pro, infatti,  continuare a tenerli chiusi in una stanza? Nico e la moglie mi dicono che è quindi preferibile ch'essi vadano a chi merita; e questi rivolgerà ogni tanto un pensiero, più tardi, a colui per il quale erano stati forgiati…
Ma adesso rimangono ancora in buon numero sugli scaffali di questa stanza adibita alle memorie, e dove direi pulsa ancora la vita di allora con al centro il nostro Nico Lugnan. Sono i frammenti di un’avventurosa, elegante, gentile vicenda umana, che forse qualcuno giudicherà tutto sommato modesta se paragonata a ben altri destini, ma che invece reca in sé un elemento di nobiltà che non può non colpire chi conosca Nico. Siamo  dopotutto in tanti a ringraziare il gradese Nico Lugnan per la sua signorilità, il suo stile di cavaliere d’altri tempi, senza furbizie, senza calcoli e opportunismi, il quale non ha mai saputo o piuttosto mai voluto sfruttare le sue altolocate amicizie. E di tutto ciò rimane una traccia chiara e sincera anche  nelle parole del giornalista gradese Antonio Boemo, il quale nel libro “Ritorno a Grado” edito da “Grado impianti turistici” celebra così questo “oscuro-famoso" figlio dell’Isola del Sole: “Grazie a uno dei maestri internazionali di questo sport, Nico Lugnan, Grado divenne una piccola capitale della dama. Qui, al Palazzo regionale dei congressi, si svolsero diverse edizioni di gare a livello nazionale, con la partecipazione di centinaia di damisti provenienti veramente da tutt’Italia. Lo stesso Lugnan fu pure ispiratore per l’allestimento per una partita di dama vivente al Parco delle Rose…” E il testo continua, elevando un omaggio sentito, dovuto, sincero a Nico Lugnan, autentico gentiluomo, e silenzioso esponente di un’Italia di cui si è persa, purtroppo, in gran parte la traccia.

Claudio Antonelli




201 - Il Piccolo 30/04/14 Gorizia: Il decennale della Transalpina tra sfiducia, nostalgie e rischi
L’anniversario dell’ingresso sloveno cade in un periodo buio dell’Unione europea
Ma l’operazione di allargamento iniziata a Gorizia non può rimanere a metà 

Il decennale della Transalpina tra sfiducia, nostalgie e rischi

di GIGI RIVA

 Destino vuole che la Slovenia arrivi all’anniversario tondo (dieci anni) dell’ingresso in Europa all’alba di una crisi politica che può sfociare in caduta del governo: incerti della democrazia. E nel mezzo di una crisi economica devastante per i cittadini: incerti del libero mercato. Benché non se la passino bene, la democrazia e il libero mercato, e nonostante la fiducia nella Ue non superi il 40 per cento, stando ai sondaggi, i vicini più prossimi del confine orientale possono misurare le loro fortune per paragone con altri popoli, un tempo affratellati sotto la stessa bandiera jugoslava, per i quali la democrazia è un’ipotesi, il libero mercato una giunga senza paracadute e l’Europa un sogno. Così come lo è, ad altre latitudini, per gli ucraini. Siamo portati, noi umani, a considerare ovvio l’acquisito e un dramma ogni mancanza. Nel guado di un fiume misuriamo i passi che mancano all’approdo e non quelli percorsi dalla riva di partenza. Sulle pendici del monte Sabotino è ricomparsa la scritta “Tito”. Più che ideologia, pare nostalgia fuori tempo massimo per protezioni sociali insostenibili, oggi come allora, quando venivano camuffate con operazioni cosmetiche ai bilanci che sfociavano in inflazioni incontrollate e devastanti. Loro afflitti dalla penuria e noi italiani che ci facevamo furbi, andavamo alle Terme di Catez o al castello di Mokrice, pagavamo con carta di credito e l’addebito, un mese dopo, era la metà del conto originale. Il prezzo, almeno simbolico, era quel muretto che tagliava la piazza della Transalpina a Gorizia smantellato completamente oggi, dieci anni fa, più longevo di un Muro assai più imponente e potente, Berlino, ma più obsoleto e anacronistico se già Francesco Cossiga, in una delle sue estemporanee iniziative, lo aveva ridicolizzato, il 3 novembre 1991, passando a piedi il valico di via San Gabriele, sostenendo di farlo da privato cittadino: ma era il presidente della Repubblica, e non uno qualsiasi, l’uomo di Gladio, sezione italiana della rete “Stay behind”, organizzazione segreta dell’Alleanza Atlantica sorta per difenderci da ogni comunismo. Si può anche voltare il cannocchiale e vederla dalla nostra prospettiva. O, meglio, da quella dei commercianti di Gorizia o Trieste, arricchiti da quei tour di shopping compulsivo, carovane di pullman che varcavano il confine e ripartivano cariche di scarpe, jeans, calze. Un prologo di consumismo che annunciava, assai più delle pretese diversità etniche, lo sgretolamento non già di un Paese ma di un esperimento antropologico uscito ammaccato dall’autoscontro con i neon delle vetrine. Il buffo muretto di Gorizia, rimasto là quasi fosse un oggetto d’antiquariato, cadeva alfine come una parentesi che racchiudeva il secolo breve delle ideologie. Le eterne ragioni geopolitiche della storia si riprendevano la loro rivincita a segnalare la comune e più lunga appartenenza austroungarica. Naturalmente ci vuole tempo per riannodare un filo interrotto, seppellire rancori, dimenticare incomprensioni. E ricordare che una frontiera, fisica o culturale che sia, è ricchezza, confronto, osmosi. Dieci anni sono un piccolo spazio davanti a un futuro ineluttabile. Cosa è la piccola Slovenia davanti al mondo globalizzato? E cosa è la pur assai più grande Italia se il metro di misura è il pianeta con le sue nuove superpotenze da un miliardo di abitanti? Certo il gigantismo spaventa, provoca, di riflesso, la tentazione di rifugiarsi nelle “Heimat”, nelle piccole patrie, illusioni di sicuro approdo contro i pericoli dell’altrove. Ma noi italiani avremmo maledetto la lira, e gli sloveni il tallero, se sotto la bufera finanziaria non avessimo avuto l’euro a calmierare tassi di interesse e persino debiti pubblici o privati impagabili con divise troppo deboli. Nella faticosa ma indispensabile costruzione di una identità europea (più lunga per noi, più breve per loro) abbiamo ancorato valori condivisi da un Continente senza dubbio Vecchio ma che costituisce una stella polare per chi reclama diritti civili, morali, libertà. Tutto questo dovrebbero ricordarsi i molti sloveni che, sempre stando ai sondaggi, non andranno alle urne il prossimo 25 maggio, tutti quegli italiani attratti dalle sirene di un populismo demolitore. E se gli anniversari hanno la loro ragione principale nei consuntivi a cui obbligano, allora un sacrosanto esercizio di memoria dovrebbe riportare a che cosa era, la frontiera, quando significava cesura e non scambio, quando una linea di separazione, arbitraria come tutte, segnava l’odio verso l’altro, l’impossibilità di un dialogo. C’è una generazione, che ormai ha l’età per le urne, cresciuta dopo la fine dei rimbombi di cannone di là dalla frontiera, abituata ai weekend musicali a Lubiana, alle gite senza passaporto entro Schengen. Dovrebbe imparare che quanto sembra scontato non lo era per i padri e per i nonni, che la convivenza è si un destino ma arriva dopo un faticoso lavoro sulla tolleranza. Non si può tacere, in questi giorni di cerimonie commemorative, anche il senso di un’amputazione. Se Zagabria, pur tra molti ripensamenti, si è inserita nel cammino verso Bruxelles, mancano all’appello capitali incongruamente separate che non solo la carta geografica, anche la storia e una più profonda adesione dell’anima definiscono come Europa. Belgrado, Sarajevo, e le altre città dei nuovi Stati balcanici stanno là, dietro un muretto che prima o poi dovremo scavalcare. Per non lasciare a metà l’opera iniziata quando a Gorizia la piazza Transalpina è tornata integra.


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
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