RASSEGNA STAMPA
MAILING LIST HISTRIA
 
a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 917 – 14 Giugno 2014
Sommario



225 - La Voce del Popolo 14/06/14 Vergarolla, strage da non dimenticare Esuli e rimasti guardino avanti insieme
226 - Il Piccolo 14/06/14 Montecitorio ricorda per la prima volta la strage di Vergarolla (Mauro Manzin)
227 - Avvenire 12/06/14 Rivelazioni - Istria 1946: a Vergarolla fu vera strage (Lucia Bellaspiga)
228 - Avvenire 12/06/14 Vergarolla -  Sopravvissuti. «Il mare era rosso di sangue e i gabbiani impazziti» (Lucia Bellaspiga)
229 – Intelligo news 13/06/14 Esclusivo. Strage di Vergarolla, il ricordo alla Camera, parla una testimone diretta (Marco Guerra)
230 - Il Piccolo ediz.Gorizia 12/06/14 L'Intervento - Una commissione di esperti per la strage di Vergarolla (Tullio Canevari)
231 - Mailing List Histria Notizie 09/06/14 Adriana Ivanov scrive a Io Donna, in merito all'articolo di Mariateresa Montaruli (Adriana Ivanov Gabrielli)
232 - La Voce del Popolo 09/06/14 Ettore Beggiato: «Non mi piace quando leggo Cres, Krk e Rijeka»
233 - La Stampa 06/06/14 Novara, l'Atc "riapre" ai senzatetto le case del Villaggio Dalmazia (Roberto Lodigiani)
234 - La Voce del Popolo 07/06/14  Centro di Ricerche di Rovigno eccellenza italiana (Ilaria Rocchi)
235 - Il Piccolo 08/06/14 L'Intervento - I maestri italiani in Istria missionari di cultura (Marco Coslovich)
236 - Il Piccolo 12/06/14 Ronchi dei Legionari - "Ronchi dei Partigiani" al via una raccolta di firme (Luca Perrino)
237 - Il Piccolo 08/06/14 Gli sloveni al voto sugli archivi di Tito (Stefano Giantin)


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225 - La Voce del Popolo 14/06/14 Vergarolla, strage da non dimenticare Esuli e rimasti guardino avanti insieme

Vergarolla, strage da non dimenticare Esuli e rimasti guardino avanti insieme

ROMA | Commozione, emozione e condivisione: questi i tre concetti emersi dall’intensa cerimonia di commemorazione della strage di Vergarolla, fatto avvenuto sulla spiaggia di Pola il 18 agosto 1946, quando un’esplosione provocò ottanta vittime. L’evento solenne in ricordo, che ha avuto luogo nella mattinata di ieri a Roma, presso la Sala “Aldo Moro” di Palazzo Montecitorio, fortemente sostenuto dai deputati PD Laura Garavini ed Ettore Rosato, è stato aperto dalla vicepresidente della Camera, On. Marina Sereni, che ha introdotto i lavori. In seguito, hanno preso la parola esponenti del mondo delle istituzioni adriatiche e della cultura istriana, fiumana e dalmata, a sottolineare l’impegno comune in un percorso volto alla ricerca della verità per una storia di cui molti aspetti devono ancora essere messi in chiaro. L’evento, come si rileva in una nota firmata da Massimiliano Rovati, Responsabile Comunicazione UPT, ha sancito ufficialmente l’interesse istituzionale a fare luce su quella che può essere definita la prima strage del dopoguerra. 

Importante il ruolo dell’UPT

Tra i relatori intervenuti, il presidente dell’Università Popolare di Trieste, Fabrizio Somma, il quale ha voluto sottolineare l’importanza del ruolo che l’Ente ricopre da 115 anni per la salvaguardia e lo sviluppo della cultura e identità italiane nella ex Jugoslavia, testimoniati da più di 50 Comunità di connazionali attualmente presenti sul territorio e il ruolo di ponte non solo ideale, ma anche strutturale, tra le due realtà degli esuli e dei rimasti, oggi più che mai avviate verso una condivisione di obiettivi, alla luce della caduta dei confini in ambito europeo. La modernità dell’Università Popolare – ha affermato Somma – sta proprio in questo ruolo
unico e peculiare di rispetto e tutela della memoria, nucleo fondamentale per costruire il futuro delle prossime generazioni. In tal senso, ha concluso il presidente di UPT, è importante l’istituzionalizzazione di questa e altre iniziative, all’interno degli ambiti
normativi delle Leggi 72 e 73 del 2001.
Un positivo momento di confronto

La deputata PD Laura Garavini ha apprezzato in particolare l’eterogeneità degli intervenuti, dai testimoni alle istituzioni,
definendo i lavori come un momento di confronto molto positivo che ha conferito onore e riconoscimento a una parte di storia ancora poco conosciuta, portandola nel cuore della democrazia - il Parlamento - alla presenza della vice presidente della Camera. Apprezzamento è stato espresso per la capacità di raccontare le diverse esperienze da parte degli intervenuti, con la finalità comune di compiere un passo decisivo verso la verità. In tal senso, ha dichiarato Garavini, l’impegno assieme al collega Ettore Rosato, è quello di sancire ufficialità e continuità su iniziative volte alla perpetuazione della memoria, anche con lo straordinario contributo dell’Università Popolare e con le molteplici forme di rappresentazione, tra cui spiccano la capacità di coinvolgimento e la poesia di Simone Cristicchi.

Unione tra esuli e rimasti

Per Antonio Ballarin, presidente nazionale di ANVGD, la giornata è stata di fondamentale importanza perché finalmente si è riusciti a portare dentro al Parlamento e proiettare a livello nazionale un fatto che ha colpito tragicamente le genti istriane fiumane e dalmate, così come la storia dell’esodo e delle altre vicende legate alle popolazioni di queste terre. Importante anche – secondo Ballarin – il momento di confronto tra diverse tesi sulla strage, di competenza degli storici alle prese con i documenti e le ricerche, ma che alla fine hanno condotto a una considerazione condivisa, ossia la presenza della volontà titina di spopolare quelle terre, di cui Vergarolla è stata uno degli esempi più cruenti e drammatici. Oggi, ciò che conta per guardare avanti è soprattutto l’unione tra esuli e rimasti.

Testimonianze coinvolgenti

Tra le testimonianze di chi all’epoca ha perso dei familiari o ha vissuto da vicino il dramma, molto sentite e coinvolgenti le parole di Lino Vivoda, esule polesano, e Livio Dorigo, presidente del Circolo Istria, i quali, pur rappresentando il dolore e la rabbia verso le mani ancore ignote autrici della strage, hanno saputo ragionare in termini prospettici, rimarcando ancora una volta l’importanza della memoria per la costruzione del futuro dell’identità italiana nella ex Jugoslavia.

Attenzione per gli eroi nascosti

Simone Cristicchi, protagonista dello spettacolo itinerante “Magazzino 18” assieme all’autore Jan Bernas, ha puntato l’attenzione verso gli “eroi nascosti” tra le pieghe della Grande Storia che si trovano nelle vicende tragiche come quella di Vergarolla: l’esempio del dott. Micheletti, che salvò le vite di molte persone durante la strage, del quale ancora poco si conosce in un paese come l’Italia di oggi, dove si intitolano strade a cantanti o comici. Secondo l’artista, un ringraziamento va ai deputati promotori di questa commemorazione, capaci di generare rispetto e attenzione verso argomenti finora riservati a pochi, muovendo a quella “condivisione” che può essere la soluzione naturale di molti rapporti ancora oggi complessi. Nel sottolineare inoltre il ruolo di UPT nella divulgazione della cultura, Simone Cristicchi si è dichiarato favorevolmente colpito ed emozionato dalla partecipazione dei presenti.

Togliere i segreti di Stato

In chiusura, tra i commenti raccolti al termine della commemorazione, Manuele Braico, vicepresidente di UPT, ha sostenuto l’importanza di procedere sempre più verso un’uniformità di comportamenti istituzionali anche nei rapporti tra gli Stati, in merito alle vicende del passato. Togliere segreti di Stato e veti nella consultazione di documenti storici custoditi negli archivi Sloveni e Croati per fare venire a galla tutti gli aspetti di quegli anni terribili, secondo Braico è ormai imprescindibile, per aprire al confronto tra studiosi di ogni nazione e smetterla di sposare solo le tesi meno scomode. 
Da rilevare che alla cerimonia hanno presenziato pure le vicepresidenti della Regione Istriana, Viviana Benussi e Giuseppina Rajko.

Presentato il volume di Gaetano Dato

All’interno della commemorazione, lo storico Roberto Spazzali, autore della prefazione, ha presentato, unitamente all’autore Gaetano Dato, il volume “Vergarolla, 18.08.1946. Gli enigmi di una strage tra conflitto mondiale e Guerra Fredda”, la cui pubblicazione è stata promossa e sostenuta dal Circolo Istria.

Un processo concreto di ricerca storica

Secondo lo studioso Roberto Spazzali, è necessario “innescare un processo concreto di ricerca storica” senza dimenticare la memoria di chi in quei luoghi ha vissuto per poi doverli abbandonare. “Ma occorre partire da un principio”, ha precisato Spazzali: “è stato comodo stendere il silenzio su questo ed altri fatti, dimenticare e far dimenticare”, ma la verità è che “la guerra in quelle terre non era finita” e lo Stato italiano uscito sconfitto “era debolissimo”, poichè subiva la tensione internazionale e viveva una condizione sociale drammatica; “non era in grado di difendersi” ed in questo contesto il Friuli Venezia Giulia è stato “stritolato”. 

Trovare mandanti ed esecutori

Sempre secondo lo studioso Roberto Spazzali dopo 70 anni sarà difficile trovare mandanti ed esecutori della strage, ma “l’indagine storica deve continuare” e gli archivi italiani ed internazionali “ancora occultati” devono essere resi accessibili.




226 - Il Piccolo 14/06/14 Montecitorio ricorda per la prima volta la strage di Vergarolla

Nel 1946 una bomba sulla spiaggia uccise decine di italiani
Garavini: «Ridata dignità alle vittime». Presente Cristicchi 

Montecitorio ricorda per la prima volta la strage di Vergarolla

di Mauro Manzin 

TRIESTE «Commemorare oggi le vittime di Vergarolla in Parlamento, cioè nel cuore della democrazia, significa ridare dignità ad una strage troppo a lungo ingiustamente dimenticata». Lo ha detto Laura Garavini (Pd), moderando il convegno presieduto dalla vicepresidente della Camera dei deputati, Marina Sereni (Pd) e concluso dall’onorevole Ettore Rosato (Pd) sulla strage avvenuta il 18 agosto del 1946 sulla spiaggia di Vergarolla a Pola.
Attraverso le voci di due testimoni, Lino Vivoda e Livio Dorigo, attraverso gli studi di esperti della vicenda, come il giovane storico Gaetano Dato, il professor Roberto Spazzali, il presidente dell’Università popolare di Trieste, Fabrizio Somma e grazie alla poesia di Simone Cristicchi, che ha recitato alcuni brani tratti dal suo pezzo teatrale “Magazzino 18”, «vogliamo oggi - ha detto ancora la Garavini - cercare di rendere onore alla memoria delle vittime innocenti morte nel corso della terribile strage di Vergarolla, il 18 agosto 1946». L’iniziativa, definita «senza precedenti» dal quotidiano Avvenire ha visto la partecipazione delle diverse associazioni degli esuli giuliano dalmati, verso i quali la Garavini ha espresso vivi ringraziamenti per l’ostinato e generoso impegno, negli anni, affinché si pervenisse al meritato riconoscimento della strage, da parte delle istituzioni. Il 18 agosto 1946, sulla spiaggia di Vergarolla, si sarebbero dovute tenere le tradizionali gare natatorie per la Coppa Scarioni. In quel periodo l'Istria era rivendicata dalla Jugoslavia di Tito, che l'aveva occupata fin dal maggio 1945. Pola invece era amministrata a nome e per conto degli Alleati dalle truppe britanniche, ed era quindi l'unica parte dell'Istria al di fuori del controllo jugoslavo. La manifestazione aveva l'intento dichiarato di mantenere una parvenza di connessione col resto dell'Italia. La spiaggia era gremita di bagnanti, tra i quali molti bambini. Ai bordi dell'arenile erano state accatastate - secondo la versione più accreditata - ventotto mine antisbarco - per un totale di circa nove tonnellate di esplosivo - ritenute inerti in seguito all'asportazione dei detonatori. Alle 14.15 l'esplosione di queste mine uccise diverse decine di persone.




227 - Avvenire 12/06/14 Rivelazioni - Istria 1946: a Vergarolla fu vera strage 
Cultura
Rivelazioni 
 
Istria 1946: a Vergarolla fu vera strage

Lucia Bellaspiga

Il 18 agosto del 1946 è una domenica e a Vergarolla, la spiaggia di Pola, migliaia di polesi sono radunati per le gare di nuoto e l’anniversario della Pietas Julia, la società nautica cittadina, di chiaro orientamento patriottico. In quel momento gli eccidi e le foibe hanno già insanguinato Istria, Fiume e Dalmazia, ma da un anno a Pola un governo militare angloamericano protegge la città dai titini intanto che a Parigi le grandi potenze ancora discutono sul suo destino e ridisegnano i confini adriatici.
Quel giorno, dunque, la popolazione assiste a una gara sportiva di forte valore filoitaliano, tantissimi sono i bambini, il caldo ha attratto nel bel mare istriano almeno duemila persone. È lì tra loro che alle 14.10 un’esplosione gigantesca letteralmente polverizza decine e decine di corpi (i soccorritori dovranno recuperare i poveri resti sugli alberi fino a grande distanza). Sulla sabbia giacevano da mesi residuati bellici che però erano stati disinnescati e più volte controllati dagli artificieri inviati dalle autorità anglo-americane: «Ormai facevano parte del paesaggio, ci stendevamo sopra i vestiti o mettevamo la merenda al fresco sotto la loro ombra», testimoniano oggi i sopravvissuti.

Eppure qualcuno aveva riattivato quegli ordigni per farli esplodere esattamente quel giorno. Oggi possiamo scriverlo senza paura di essere smentiti dai negazionisti, che per decenni hanno parlato di 'incidente', perfino di autocombustione: a 70 anni dalla strage, due studi in contemporanea sono stati commissionati a storici super partes dal Libero Comune di Pola in Esilio (Lcpe, l’associazione che raccoglie tutti gli esuli da Pola) e dal Circolo Istria di Trieste, e le conclusioni cui i due storici sono addivenuti, pur divergendo su alcuni aspetti, concordano su un punto
inconfutabile: fu strage volontaria. «È già un risultato epocale – commenta Paolo Radivo, direttore dell’Arena di Pola e consigliere del Lcpe –: da molti anni ogni 18 agosto ci rechiamo a Vergarolla, oggi Croazia, per celebrare i nostri morti insieme alla comunità degli italiani rimasti a Pola». Lo scorso agosto l’onorevole Laura Garavini del Pd ha mandato un ampio messaggio e annunciato un’interrogazione parlamentare: «Era la prima volta ». Aria nuova anche in Regione Friuli Venezia Giulia, dove la presidente Debora Serracchiani (Pd) inviò un suo contributo sulla mattanza che «per le modalità subdole con cui fu perpetrata e per la cortina di silenzio e travisamenti che a lungo la avvolse è uno degli episodi più cupi del dopoguerra».

Se già qualche anno fa dagli archivi di Londra erano trapelati i primi indizi di un attentato volontario, tali elementi non erano ancora sufficienti. Così nei mesi scorsi William Klinger, massimo studioso italiano di Tito, si è recato negli archivi di Belgrado, mentre l’altro giovane storico, Gaetano Dato, ha consultato quelli di Zagabria, Londra, Washington e Roma. Sì, perché ciò che emerge chiaramente da entrambi gli studi è che per capire cosa avvenne su quella spiaggia bisogna guardare agli scenari
mondiali: Vergarolla è il crocevia della storia moderna post bellica, la palestra in cui nasce la guerra fredda. «Klinger ha il merito di inserire la strage nella più generale politica aggressiva jugoslava contro l’Italia sconfitta ma anche contro i suoi stessi alleati anglo-americani», spiega Radivo. Già all’indomani della strage partirono due inchieste, una della corte militare e l’altra della polizia civile alleate, non a caso intitolate 'Sabotage in Pola', cioè nettamente orientate a negare l’incidente fortuito.
Klinger non prova la responsabilità diretta della Ozna («negli archivi di Belgrado non ci sono i dispacci dell’epoca, l’ordine tassativo era di distruggere all’istante qualsiasi istruzione ricevuta »), ma racconta il contesto, la spietatezza della polizia di Tito, che controllava buona parte del Pci italiano e soprattutto in quel 1946 stava alzando il tasso di violenza in un crescendo di azioni, tant’è che sia gli americani che gli inglesi in documenti scritti lamentano col governo jugoslavo «le attività terroristiche e criminali». Inoltre sempre Klinger nota come all’epoca la stampa jugoslava desse conto di ogni minimo avvenimento, eppure non dedicò una sola riga a una strage terrificante: un silenzio quantomeno sospetto. 

Gaetano Dato spiega nei dettagli le dinamiche dell’esplosione: «Scoppiarono una quindicina di bombe antisommergibile tedesche e testate di siluro che erano state disinnescate, ma che con l’ausilio di detonatori a tempo furono riattivate». Dato avverte però che nella sua ricerca sceglie di «mettere da parte le memorie» dei testimoni, perché teme che «involontariamente selezionino una parte di verità, cancellando o modificandone altre», ma questo rischia a volte di essere il punto debole del suo lavoro di storico, che lascia aperte tutte le ipotesi: «Se devo dire la mia personale opinione – ci dice – fu una strage jugoslava, ma non posso tralasciare altre piste:
quella italiana, con gruppi monarchici o fascisti che stavano organizzando la resistenza contro Tito, e quella di anticomunisti jugoslavi». Ma di entrambe, ammette, non ci sono prove.

«È vero che all’epoca c’erano ancora italiani che intendevano combattere in difesa dell’italianità – commenta Radivo –, ma Vergarolla certo non aizzò i polesi a sollevarsi, anzi, ne fiaccò per sempre ogni istanza». Secondo Radivo, dunque, per comprendere i mandanti occorre vedere i risultati, «e questi furono la rinuncia a combattere per Pola italiana, con la fine di ogni manifestazione da quel giorno in poi, e mesi dopo la partenza in massa con l’esodo, ormai visto come unica salvezza. Ed entrambi i 'cui prodest?'
portano alla Jugoslavia». D’altra parte un’escalation di azioni precedenti hanno sbocco naturale proprio nei fatti di Vergarolla: nel maggio del ’45, già in tempo di pace, la nave 'Campanella' carica di 350 prigionieri italiani da internare nei campi di concentramento titini cola a picco contro una mina e le guardie jugoslave mitragliano in acqua i sopravvissuti; pochi mesi dopo a Pola esplodono altri depositi di munizioni in centro città; nel giugno del ’46 militanti filojugoslavi fermano il Giro d’Italia e sparano sulla polizia civile; 9 giorni prima di Vergarolla soldati jugoslavi assaltano con bombe a mano una manifestazione italiana a Gorizia; la domenica prima della strage una bomba fa cilecca sulla spiaggia di Trieste durante una gara di canottaggio: sarebbe stata un’altra carneficina... per la quale bisognerà attendere il 18 agosto. Negli archivi di Londra un documento attesta la «volontà espressa degli jugoslavi di boicottare qualsiasi manifestazione italiana, anche sportiva». 

Non scordiamo che il 17 agosto del ’46, il giorno prima, a Parigi si era chiusa la sessione plenaria della Conferenza di pace e stavano iniziando le commissioni per decidere sui confini orientali d’Italia: era una data topica e i giochi non erano ancora chiusi. «I polesi potevano ancora sperare che la città venisse attribuita al Territorio Libero di Trieste, sogno sfumato solo un mese dopo, il 19 settembre»: le istanze di italianità erano ancora vive e i titoisti dovevano annientarle.



228 - Avvenire 12/06/14 Vergarolla -  Sopravvissuti. «Il mare era rosso di sangue e i gabbiani impazziti»
Sopravvissuti. «Il mare era rosso di sangue e i gabbiani impazziti»

Lino Vivoda: «L'ipotesi che sia stato un attentato neofascista è pura fantapolitica». Claudio Bronzin: «Ho parlato con un testimone che conosce due persone che quel giorno festeggiarono con gli attentatori, ma ha paura e non fa i nomi»

Sergio Vivoda aveva 8 anni. È morto ucciso dallo spostamento d’aria, che a Pola fu scambiato per un terremoto. «L’unica consolazione per noi fu che il suo corpo era intatto», racconta Lino Vivoda, 83 anni, storico sindaco di Pola in Esilio e da molti anni studioso di storia istriana. «Iniziai la ricerca sugli autori della strage molti anni fa - racconta - e subito raccolsi indizi e testimonianze sulla matrice jugoslava. Un giorno negli anni ’90 lessi su "GlasIstre", il quotidiano croato di Pola, un articolo di David Fiscovich che parlava di un biglietto lasciato da uno degli attentatori prima di impiccarsi nel 1979. Confessava di essere il colpevole e di aver agito su ordine dell’Ozna, i servizi segreti di Tito». Il nome dell’uomo era Ninj Berljafa: «Feci ricerche in merito e scoprii che era davvero un membro dell’Ozna e fin dal 1941 aveva fatto parte di organizzazioni antiitaliane. Denunciai quindi questa organizzazione come autrice della strage». Una denuncia che teneva conto di quanto lo stesso braccio destro di Tito, Gilas, aveva scritto nelle sue memorie: "Fummo mandati in Istria nel ’46 da Tito perché bisognava cacciare gli italiani con qualsiasi mezzo. E così fu fatto". Parole raggelanti che riconducono alla spiaggia di Vergarolla.

Anche Vivoda, scampato alla strage, sarà alla Camera domani tra i testimoni, intenzionato a non lasciare che dopo 70 anni di oblio si devii dalla verità:
«L’illazione di un possibile attentato monarchico/neofascista, dunque italiano, mai incontrata in 60 anni di ricerche, è paragonabile a quella che si sia trattato di un attentato di marziani per punire i terrestri. Pura fantapolitica».

Precisi anche i ricordi di Claudio Bronzin, che il giorno della strage aveva
12 anni: «Ho visto tutto, sono vivo perché guardavo la gara a cento metri di distanza con mio papà, ma una mia zia e i miei cugini sono saltati in aria.
Solo la domenica prima giocavo a cavalcioni di quei siluri disinnescati...
Si parla solo dei morti di quel giorno, ma quanti morirono nei mesi successivi? E quante vite andarono perse in altro modo? Un mio cuginetto era in braccio a sua mamma, è ancora vivo, ma da allora lo spostamento d’aria lo ha reso totalmente disabile». Bronzin torna spesso a Pola «e ho personalmente parlato con un testimone che conosce i nomi di due persone che quel giorno festeggiarono l’esito della strage a Monte Castagner, uno dei colli di Pola, insieme ai due attentatori. Ma ha paura e non fa i nomi».
Ricorda bene anche l’eroica figura del dottor Geppino Micheletti, il chirurgo che perse i suoi due bimbi di 4 e 9 anni, ma continuò a operare le centinaia di feriti gravissimi insieme a un collega inglese: «Mentre operava mia zia gli dissero che di un suo figlio si era trovato il corpicino, ma del piccolo restava solo una scarpa, disintegrato. Cadde a terra. Poi però volle riprendere a operare». Dei 65 corpi ritrovati ben 22 erano in condizioni tali che non fu possibile riconoscerli, «ma a mio padre i due chirurghi dissero che i morti dovevano essere decine di più, perché erano stati raccolti pezzi umani che non si potevano attribuire a nessuno dei poveri corpi ricostruiti». Nessuno li reclamò, perché «Po-la era un’enclave protetta dagli inglesi, c’erano tanti scappati dalla zona B controllata dai titini, venuti da Rovigno, Pisino, Promontore... 

Semplicemente non se ne seppe più nulla». Il suo ricordo di quel giorno, come per tanti altri bambini, «sono le grida dei gabbiani impazziti nella lotta per raccogliere i resti dall’acqua rossa. A Pola, per mesi nessuno mangiò pesce».

Lucia Bellaspiga




229 – Intelligo news 13/06/14 Esclusivo. Strage di Vergarolla, il ricordo alla Camera, parla una testimone diretta

Esclusivo. Strage di Vergarolla, il ricordo alla Camera, parla una testimone diretta

 Nell’estate del ‘46 un attentato sulla spiaggia di Pola (Istria) uccise oltre 80 italiani. Dopo 68 anni di oblio si chiede la verità 

di Marco Guerra

Stazione di Bologna, 2 agosto del 1980; Milano Banca Nazionale dell’Agricoltura, 12 dicembre 1969; Portella della Ginestra, 1 maggio del 1947. Basta evocare alcune date e luoghi per evocare tragici eventi impressi in modo indelebile nella memoria collettiva nazionale. Stragi che rappresentano dei punti nodali nella controversa trama della nostra storia patria. Ma la damnatio memoriae continua a tenere sotto una coltre di silenzio la prima, e forse la più sanguinosa, strage dell’epoca repubblicana (80/100 morti), quella di Vergarolla, la spiaggia alla periferia di Pola (allora ancora italiana), in Istria, dove, il 18 agosto del 1946, fu fatto esplodere del materiale bellico durante le gare di nuoto della polisportiva Pietas Julia.
Oggi, per la prima volta a 68 anni da quella carneficina, si tiene nella sala “Aldo Moro” della Camera dei Deputati il primo riconoscimento ufficiale a livello istituzionale dell’atto criminale che ha colpito la popolazione di Pola, promosso dalla vice presidente della Camera dei Deputati, on. Marina Sereni, su iniziativa dell’on. Laura Garavini.
Alla cerimonia, oltre a una nutrita rappresentanza degli esuli, è presente anche il cantautore Simone Cristicchi, il quale ha dedicato a Vergarolla uno dei monologhi di Magazzino 18, libro estratto dal suo omonimo spettacolo teatrale che racconta alcune storie e fatti dell’esodo giuliano-dalmata e del genocidio delle foibe.
Il 18 agosto del 1946 era bella una domenica estiva e a Pola si tenevano le tradizionali gare di nuoto. In quel periodo l’Istria era rivendicata dalla Jugoslavia di Tito, che l’aveva occupata fin dal maggio 1945 e nella quale aveva già avviato le operazioni di pulizia etnica per eliminare le comunità italiane che rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione di quelle terre.  Pola invece era amministrata per conto degli Alleati dalle truppe britanniche, ed era quindi l’unica parte dell’Istria al di fuori del controllo jugoslavo.
Secondo quanto sostenuto sempre dalle associazioni degli esuli, dai rapporti dei servizi italiani e da quanto evidenziato nelle conclusioni dell’inchiesta britannica; a causare le esplosioni di mine della seconda guerra mondiale rimaste inesplose sulla spiaggia di Pola non fu un incidente ma un’azione delle squadre di sabotatori dell’Ozna, la polizia segreta della Jugoslavia comunista di Tito. L’esplosione polverizzo intere famiglie accorse a vedere l’evento sportivo, il mare si tinse di rosso, decine di salme non furono mai riconosciute e, giorni dopo, una città in ginocchio saluto le vittime dell’attentato in delle bare coperte dal tricolore trasportate da una lunga fila di camion. Fra tanta barbarie non mancarono gli atti di eroismo, come quello del dott. Micheletti, in servizio all’ospedale della città, che, sebbene perse due figli nell’attentato (uno mai ritrovato), per 24 ore di seguito continuò a prestare soccorso a tutti i feriti causati dall’esplosione. Dopo la strage decise di andarsene via. Spiegando che non voleva trovarsi un giorno “curare gli assassini dei suoi figli”.
Il più grave attentato in tempo di pace della Repubblica italiana, nata appena due mesi prima con il referendum del 2 giugno, ebbe l’effetto desiderato dai carnefici: gli italiani iniziarono l’esodo dalla città di Pola, culminato nel febbraio del 1947 con la spola del piroscafo ‘Toscana’ tra la città istriana e l’altra sponda dell’Adriatico, portando migliaia di esuli giuliani nei porti di Ancona e Venezia.
L’Associazione “Libero Comune di Pola in Esilio”, che raccoglie e rappresenta gli esuli da Pola, prenderà parte a questa prima commemorazione ufficiale alla camera ma in  un comunicato diffuso alla vigilia ribadisce la necessità che le istituzioni italiane facciano piena luce sulla strage “occorsa a seguito di una esplosione ormai universalmente riconosciuta non accidentale”  e che le indagini accertino “moventi, mandanti, esecutori e complici della strage mediante un esame obiettivo di tutte le fonti storiche e d’archivio, nonché delle testimonianze dirette concernenti il tragico episodio e di quant’altro eventualmente ancora reperibile a tanti anni di distanza a livello nazionale ed internazionale”.
In attesa che si possano raccogliere tutte le carte per fare luce su questa pagina strappata dai libri di storia, IntelligoNews ha sentito una testimone diretta dell’attentato; Loredana Colella, 87enne esule di Pola (moglie del pittore Amedeo Collella morto nel ’75) che vive al quartiere giuliano-dalmata di Roma  (zona Eur) dal 1947.

Loredana, il 18 agosto del 1946, era  una della ragazze che partecipò alle gare di nuoto della mattina, per le categorie femminili.
“Sono arrivata seconda per un soffio”, racconta ancora con un certo orgoglio, “poi sono tornata a Vergorella dopo pranzo intorno alle 14:00 per assistere alle gare maschili che non sarebbero mai incominciate”.
Loredana, ritorna alla spiaggia della competizione sportiva a bordo di una barca e nota subito “dei giavellotti di cilindrici di 40 centimetri che sembravano delle boe per la delimitazione degli stabilimenti”. “Alcune famiglie stavano pranzando in prossimità di queste di questi barilotti”, racconta ancora Loredana come se fosse ieri, “io le ho superate e mi sono avviata verso gli spogliatoi”. Passati pochissimi minuti “ho sentito un primo botto, quello dell’innesco”, “allora mi sono girata – dice con la voce rotta dalla commozione – e ho visto decine di persone urlare e allontanarsi da queste boe, ma dopo pochi passi sono state letteralmente scaraventate in aria”.
Loredana ricorda anche le bare semi vuote riempite con i pochi resti ritrovati e il clima che si respirava a Pola dopo la strage: “L’attentato fu la ciliegina sulla torta che si aggiunse agli  omicidi mirati, alle foibe e tutte le persecuzioni contro la comunità di Pola nell’immediato dopoguerra, colpevole, agli occhi dei titini, di aver dimostrato palesemente che non intendeva ricadere sotto il gioco della Jugoslavia”. Quell’atto terroristico “convinse definitivamente tutti i cittadini di Pola a lasciare la loro amata città”.




230 - Il Piccolo ediz.Gorizia 12/06/14 L'Intervento - Una commissione di esperti per la strage di Vergarolla 
L’INTERVENTO di TULLIO CANEVARI*

Una commissione di esperti per la strage di Vergarolla 

Sollecitiamo il Parlamento a istituire un gruppo di lavoro affinché sia fatta piena luce sulla tragedia perché emerga tutta la verità su quei fatti

La pubblicazione della ricerca archivistica Vergarolla 18 agosto 1946. Gli enigmi di una strage tra conflitto mondiale e guerra fredda di Gaetano Dato, la sua diffusione mediatica, i commenti immediati di alcuni organi stampa hanno reso indispensabile una presa di posizione da parte del Libero Comune di Pola in esilio, l’associazione che più direttamente raccoglie gli esuli da Pola, la città che ha subito, in quella tragica giornata, un martirio non ancora riconosciuto e ufficialmente ricordato. Nell’imminenza della prima concreta iniziativa parlamentare volta in prospettiva al perseguimento di questi obiettivi, chiedo la pubblicazione di questo comunicato sui mezzi di comunicazione e la sua lettura pregiudiziale nella giornata di commemorazione promossa dalla Vice presidente della Camera dei Deputati, on. Marina Sereni, su iniziativa dell’on. Laura Garavini, domani alla Camera dei Deputati del Parlamento italiano, a Roma. LaAssociazione “Libero Comune di Pola in Esilio”, che raccoglie e rappresenta gli esuli da Pola – tra cui i congiunti superstiti delle vittime dell’eccidio di Vergarolla – ed i loro discendenti, che da anni è impegnata nella ricerca della verità storica di quanto occorso e che da oltre un decennio è la co-promotrice e principale organizzatrice della Cerimonia che annualmente, nell’anniversario della strage, si svolge a Pola in suffragio ed omaggio a quelle povere vittime innocenti; Esprime il proprio apprezzamento per essere stata coinvolta, con la testimonianza del suo consigliere Lino Vivoda e l’intervento del suo vicesindaco Tito Lucilio Sidari, anche grazie all’interessamento dell’Università Popolare di Trieste, alla commemorazione che si terrà nella Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati domani e che costituisce il primo riconoscimento ufficiale a livello istituzionale dell’atto criminoso che ha colpito la nostra gente; chiede che da parte delle istituzioni italiane venga fatta piena luce sulla strage di Vergarolla (Pola) occorsa, a seguito di una esplosione ormai universalmente riconosciuta non accidentale come da noi sempre sostenuto, di materiale bellico in data 18 agosto 1946 e che con i suoi 64 morti identificati e l’imprecisato numero di morti non potuti riconoscere, mutilati e feriti ammontanti a diverse decine si configura come la più sanguinosa verificatasi in tempo di pace nell’Italia Repubblicana; che le indagini accertino moventi, mandanti, esecutori e complici della strage mediante un esame obiettivo di tutte le fonti storiche e d’archivio, nonché delle testimonianze dirette concernenti il tragico episodio e di quant’altro eventualmente ancora reperibile a tanti anni di distanza a livello nazionale ed internazionale; che tutte le ipotesi sin qui formulate al riguardo siano considerate senza preconcetti orientamenti di parte; che dette risultanze vengano rese di pubblico dominio con l’avallo parlamentare astenendosi però dal formulare illazioni che, se non sostenute da più che comprovati dati di fatto o peggio prospettate con una rilevanza non riconosciuta ad altre risultanze, avrebbero l’unico effetto di rinnovare dolori e prestarsi a facili strumentalizzazioni da parte di quanti da sempre cercano di negare, sminuire o giustificare la tragedia vissuta dalla nostra gente, come occorso a Gorizia in occasione della prima presentazione del volume Vergarolla 18 agosto 1946. Gli enigmi di una strage tra conflitto mondiale e guerra fredda e come si evince dall’articolo apparso su Il Piccolo il 26 maggio u.s. a firma di Elisa Lenarduzzi, volume che in questa circostanza verrà presentato agli onorevoli Deputati; sollecita il Parlamento a prendere le iniziative necessarie per la costituzione di una Commissione di esperti, con le migliori caratteristiche di imparzialità, per le indagini sopra richieste, dando la propria disponibilità a parteciparvi; la stessa sollecitazione è rivolta alle Istituzioni Europee; invita una rappresentanza parlamentare ad intervenire ufficialmente all’annuale celebrazione che anche nel 2014 la nostra associazione co-organizzerà a Pola in occasione del 68° Anniversario della strage di Vergarolla. 

*presidente dell’associazione Libero Comune di Pola in Esilio 




231 - Mailing List Histria Notizie 09/06/14 Adriana Ivanov scrive a Io Donna, in merito all'articolo di Mariateresa Montaruli
Articolo di Mariateresa Montaruli

Spett. Redazione, la lettura dell'articolo “ Bosco di mare” di Mariateresa Montaruli e le immagini proposte in "Io Donna" del 7 giugno u.s. aprono il cuore per il paesaggio, i colori, i profumi, l'atmosfera che evocano, soprattutto in chi come me, esule dalmata, porta quel bagaglio di emozioni dentro il suo DNA. Molto meno felice é il riscontro che offre la toponomastica usata, vero coltello rigirato nella piaga,  per chi come me quel paesaggio d' incanto ha dovuto lasciarlo bambina, perché non le era più possibile vivere nella sua terra, dato che non era più la sua terra, dopo la cessione alla Jugoslavia di Istria, Fiume e Dalmazia col Trattato di Pace del 10 febbraio 1947. Ma, al di là dei fattori biografici personali, dovrebbe essere doloroso per qualsiasi italiano, ora che l' istituzione del Giorno del Ricordo ha recuperato la memoria di un' intera regione d'Italia perduta a causa di una guerra perduta, ma pagata solo dai 350.000 esuli del confine orientale, constatare che esiste una sorta di tabù onomastico, per cui chi scrive non osa utilizzare il toponimo italiano, che pure esiste, per località che sono state romane, veneziane e italiane. E' vero che nel primo capoverso si indica tra parentesi che Lošinj corrisponde a Lussino e  Cres a Cherso, ma poi si procede con l’ uso martellante del toponimo croato, l’ unico utilizzato per tutte le altre località (mentre Učka è il Monte Maggiore, Čikat corrisponde a Cigale, Mali Lošinj a Lussinpiccolo, Veli Lošinj a Lussingrande e così via). Per eventuali, comprensibili dubbi, visto che le pubblicazioni turistiche d’ oltreconfine propongono solo i toponimi in lingua locale, si può ricorrere al Glossario consultabile sul sito arcipelagoadriatico.it. Ci si potrà risparmiare così l’ inutile fatica di tentare di scrivere o pronunciare correttamente i toponimi in lingua serbocroata, rischiando anche di sbagliare, dati i suoni aspri che la caratterizzano ( Lošinj infatti si pronuncia “Loscign” e Cres  “Zres”). Ma, soprattutto, basterà serenamente constatare che, ovunque andiamo, noi utilizziamo il toponimo italiano ove presente, né ci sogneremmo di dire “ Paris” o “London”, quando disponiamo dei corrispondenti “Parigi” e “Londra”; dirò di più, perfino nominando Zagabria, capitale della Croazia, o Belgrado, capitale della Serbia, non ci passa certo per la testa di chiamarle “Zagreb” o “Beograd”. Dunque, non andiamo alla ricerca di esotismi proprio per toponimi di località che il nome italiano lo hanno da sempre: non è questione di revanchismo, è solo per un fattore di buon senso, oltre che per il rispetto culturale di terre cariche di storia, che non ci dovremmo vergognare di chiamare in  italiano luoghi in cui così si parlava fino al 1947.

Grata per l’ attenzione, porgo distinti saluti,

Adriana Ivanov Danieli



232 - La Voce del Popolo 09/06/14 Ettore Beggiato: «Non mi piace quando leggo Cres, Krk e Rijeka»
«Non mi piace quando leggo Cres, Krk e Rijeka» 

BUIE | Quest’anno la tavola rotonda del Festival dell’Istroveneto a Buie è stata dedicata in gran linea all’incontro tra Veneto e Istria, alla presentazione delle attività e allo scambio di esperienze che hanno come oggetto la salvaguardia, la tutela e la promozione della lingua veneta e del dialetto istroveneto.

Ospite d’onore Ettore Beggiato, autore della Legge regionale n°15/94, grazie alla quale da vent’anni a questa parte la Regione Veneto effettua “interventi per il recupero, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta nell’Istria e nella Dalmazia”. 
“Quello che voi istriani siete riusciti a creare qua, non si trova in nessun altro luogo europeo”, ha detto. Poi una critica agli italiani che vivono in
Italia: “La situazione non è delle migliori. I veneti continuano a ignorare quello che è stato il percorso storico comune e gli italiani in generale sbagliano ancor sempre approccio. A ogni articolo sull’Istria che viene scritto in Italia sembra perso qualcosa. Ogni volta che sui giornali e sulle riviste, anche turistiche, vediamo scritto Cres, Krk, Rijeka e Novigrad invece che Cherso, Veglia, Fiume e Cittanova, è come una sberla a tutti voi che vi prodigate per mantenere viva questa ricchezza, e questo non mi piace.
Eppure scrivono Londra, Parigi e Zagabria, e non London, Paris e Zagreb...”.

Il presidente della Giunta Esecutiva dell’UI Maurizio Tremul ha consegnato a Ettore Beggiato una targa come ringraziamento per quest’importante legge che porta il suo nome.
Moderata da Lionela Pauzin Acquavita, sabato mattina la conversazione in piazza Libertà che ha visto la partecipazione di Alberto Montagner, presidente dell’Associazione “Veneto Nostro – Raixe Venete”, il quale ha parlato de “La Cultura e le radici, vera ricchezza dei Popoli, fondamenta dell’Europa di domani” e di Alessandro Mocellin (“Accademia della Bona Creansa”), il quale a sua volta ha fatto l’esempio di personaggi che vivono in tutto il mondo e che hanno in comune la lingua, le diverse sfaccettature del veneto. “Sette milioni di persone al mondo parlano veneto. Siamo più o meno sette miliardi di persone. Significa che una persona su mille parla veneto”, ha fatto notare.
Andrea Lunardon, traduttore e membro dell’Istituto Lingua Veneta, spera “si possa un giorno insegnare il veneto nelle scuole, ma non come lingua aggiuntiva, bensì come lingua d’insegnamento per tutte le materie”. Norma Zani, titolare del Settore Educazione e Istruzione della Giunta Esecutiva dell’UI ha raccontato quanto si è fatto nell’ultimo periodo grazie agli scambi di classe e alla formazione congiunta dei docenti tra le nostre regioni e il Veneto.




233 - La Stampa 06/06/14 Novara, l'Atc "riapre" ai senzatetto le case del Villaggio Dalmazia 
Le case costruite per i profughi del ’50 potranno essere assegnate a tutti

Via Monte S. Gabriele. Le case del Villaggio Dalmazia furono edificate negli Anni 50 per ospitare i profughi dall’Istria

 Roberto Lodigiani - Novara


Il Villaggio Dalmazia apre le porte ai senzatetto del terzo millennio. Le palazzine costruite in tempi record negli Anni 50 del secolo scorso per ospitare i profughi dell’Istria e della Dalmazia si candidano a diventare le abitazioni per la (nuova) generazione dei rovinati dalla crisi economica. L’Atc, agenzia territoriale per la casa, assediata dalle richieste per l’assegnazione di spazi abitativi a canoni concordati, ha lanciato in questi giorni un nuovo bando.  

Entro il 18 luglio possono presentare la domanda per ottenere un appartamento non solo gli eredi dei fuggitivi dalmati ma anche coloro che hanno un reddito compreso tra i 28468 e i 3910 euro. «Da quando venne posata la prima pietra per gli edifici del Villaggio Dalmazia, nell’ottobre del 1954 - dice Antonio Sardi, presidente della sezione di Novara dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia - si sono succeduti ormai una ventina di bandi per la cessione degli appartamenti. I parametri e le credenziali all’inizio parecchio restrittivi, con il passare del tempo si sono "addolciti". Rimangono in vigore le agevolazioni per i discendenti dei profughi ma la novità sostanziale è che possono concorrere anche coloro che hanno bisogno di un’abitazione a canone non esorbitante».  

Finanziati con una legge nazionale, al Villaggio Dalmazia vennero consegnati alle famiglie reduci dal soggiorno alla caserma Perrone 16 condomini, 303 appartamenti: «La ristrutturazione di alcune palazzine è tuttora in corso - dice Antonio Sardi - a cura della Comunità di Sant’Egidio e dell’Opera Don Guanella, nell’ambito dei "contratti di quartiere"».  

Sarebbero invece una dozzina le «case chiuse», murate per impedire le occupazioni abusive, in attesa di interventi edilizi. Il bando dell’Atc permetterà di formare una graduatoria valida per 4 anni stilata da una commissione. Un punteggio di favore verrà ad esempio riconosciuto a richiedenti che «abitino da almeno due anni in dormitori pubblici o comunque in ogni altro locale procurato a titolo temporaneo dagli organi preposti all’assistenza pubblica». 




234 - La Voce del Popolo 07/06/14  Centro di Ricerche di Rovigno eccellenza italiana
CRS eccellenza italiana 

Ilaria Rocchi 
 
L’impegno di rigore scientifico, ma anche culturale, e un’invidiabile costanza che, praticamente da mezzo secolo, fanno del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno una “barriera” affinché la cultura e la civiltà italiana continuino a svolgere un ruolo guida nel territorio. Il CRS e la sua attività di ricerca e pubblicistica sono al contempo espressione e artefice dell’identità della comunità italiana autoctona, come pure di quella realtà specifica che nei secoli si è consolidata nell’Adriatico orientale, risultato di intrecci e scambi tra le diverse componenti italiana, croata, slovena e altre che si sono affacciate sulle sponde di questo mare comune.

Un ruolo importante per un’istituzione che è la memoria storica della CNI in Croazia e Slovenia, un fiore all’occhiello come si ripete da anni, per la sua impostazione, per la sua operosità, per quel gioco di squadra che, con tattica, il suo capitano Giovanni Radossi porta in campo fin dalla fondazione del CRS, coinvolgendo ricercatori connazionali, studiosi italiani, croati, sloveni e di tutto il mondo, promuovendo il dialogo e il confronto dialettico. Orgoglio: una parola che si è sentita dire in più momenti nel corso della presentazione del 43.esimo volume degli “Atti” del CRS, ieri a Castel Bembo, a Valle. Una ricca e calorosa serata tra amici e colleghi, a simboleggiare nel migliore dei modi anche il 45.esimo anniversario della nascita del Centro e il 50.esimo della collaborazione tra l’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume, oggi Unione Italiana – fondatore dell’istituto – e l’Università Popolare di Trieste, co-editori delle pubblicazioni del CRS.
Alla cerimonia, oltre a un numerosissimo pubblico di soci della CI di Valle e di altre CI dell’Istria, nonché di istriani esuli (una rappresentanza della Mailing List Histria) è intervenuto pure il sindaco del borgo, Edi Pastrovicchio, la vicepresidente della Regione Istriana per la minoranza italiana, Giuseppina Rajko, il presidente dell’UI, Furio Radin, il presidente dell’UPT, Fabrizio Somma, e il direttore generale dell’ente, Alessandro Rossit, i collaboratori del CRS. A fare gli onori di casa la presidente della CI vallese, Rosanna Bernè, mentre a dare il “la” alla serata è stato il coro misto della CI di Dignano, diretto dalla maestra Orietta Šverko, che ha eseguito tre brani della tradizione musicale.
Riconferma del sostegno al CRS da parte di UI e UPT, riconoscimento della validità del suo operato, appunto motivo di orgoglio per tutta la CNI, ma anche per il territorio nel suo complesso. “Ciò che ci rende grandi, nel nostro piccolo”, ha fatto notare Furio Radin, è l’aver saputo ricostruire, dopo i tanti marasmi del passato ‘una cultura creativa’. 
“Le oltre 770 pagine di questo volume sono una cosa che tanti centri culturali in Italia e in Europa vi possono invidiare – ha detto Fabrizio Somma –. È l’unione che fa la forza del CRS”, ha concluso.

Rottura con certo retaggio

“Per quanto ci riguarda, si sono fatti progressi maggiori nel campo della descrizione che in quello della spiegazione del passato. Tale interpretazione ha mosso i primi passi su questa nostra area in circostanze a dir poco sfavorevoli – premette il direttore del CRS, Radossi, e spiega: “Essa si basava su un retaggio teso innanzitutto a difendere interessi nazionali, per cui la presentazione della storia aveva una precisa connotazione pragmatico-politica che si prefiggeva di adeguare quanto più possibile gli argomenti storici alle sollecitazioni nazionali. La storia del nostro territorio si è trasformata gradualmente, e in parte appena di recente, in oggetto di interesse scientifico, lasciando ai margini gli scritti in odore di manipolazione nazionale e politica”. 
Dopo i radicali mutamenti nazionali e demografici provocati dall’esodo, a partire dagli Anni 60 l’attenzione maggiore degli studiosi croati e sloveni era rivolta alla storia della sfera culturale della nuova dominanza, in uno sforzo “di affermazione della sua priorità ed entrando così in nuovo polemico rapporto scientifico e nazionale con l’altra componente, quella italiana”.

Ritorni di storiografie nazionali?

È stato il CRS a indicare la via al cambiamento della specifica mentalità politicizzata nei confronti della storia regionale, della civiltà e dell’etnos italiani in particolare. 
“È un fatto che molte determinanti del microcosmo istriano non sono state neppure lontanamente oggetto di studi seri circa la conoscenza dei conflitti e della convivenza delle genti istriane etnicamente eterogenee. È proprio qui che si dovrebbero abbandonare completamente i vecchi postulati e le velleità rivaleggianti di dominazione, di appropriazione, di egemonia della storia e della cultura di un’etnia su quelle, ovviamente, di un’altra. È indubbio che l’attuale complessa situazione in cui vivono l’Istria, il Quarnero e la Dalmazia e in particolare il ripresentarsi dell’istigazione delle passioni e dei miti nazionali, potrebbero produrre un ritorno della storiografia al modello ‘nazionale’ del XX secolo, esponendole al pericolo di strumentalizzazioni ideologiche, quando anche non rasentino la minaccia per la cultura e la civiltà nostre – sottolinea Radossi –. Per noi è chiaro che non bastano le indicazioni metodologiche, se la visione storica del singolo non è sgombra da remore più o meno ideologiche. E queste, purtroppo, esistono e agiscono, checché se ne dica, ogniqualvolta si accede allo studio del cammino percorso dalla nostra civiltà regionale, non rimarcando le reali conquiste dell’emancipazione dell’essere umano, ma assegnando considerazione privilegiata, a prescindere dal contributo effettivo, al proprio popolo”.

Sempre più sradicati?

Per poter rispondere alle sfide del domani e creare condizione di vita più diginitose per tutti occorre allargare gli orizzonti, abbandonando ogni impostazione etnocentrica e di autocompiacimento delle conquiste, talvolta discutibili, attribuite alla propria comunità nazionale. “Si tratta di trovare il giusto equilibrio tra il riconoscimento e la valorizzazione di ogni alterità e le spinte integrazionistiche del mondo contemporaneo, adottando strumenti di acculturazione reciproca, che esaltino il contributo di ognuno e respingano ogni velleità egemonica. Purtroppo, la decimazione umana e l’emarginazione politica della componente romanza nel secondo dopoguerra, hanno intaccato pesantemente la sfera culturale veneta/italiana, riflettendosi anche sul graduale affievolimento della sua identità. Il travisamento irrazionale del nostro passato che ancor oggi ingombra i testi di storia e altra carta stampata, costituendo forma specifica e mirata di violenza sul nostro mondo reale, ha fatto dire a uno studioso che essere presenti come etnos su questo territorio per millenni, essere prodotto di una cultura plurisecolare, per non dire millenaria, e nel contempo trovarsi (come ci troviamo) sempre più sradicati, non è solamente un paradosso storico, ma anche una paurosa visione del futuro”, conclude Radossi.

«Memorie», tredici tasselli

Storia, arte, dialetto, economia e società, tematiche proposte con un approccio pluridisciplinare, una notevole larghezza di orizzonti e con il concorso di studiosi – accademici e “dilettanti” – con un’altezza scientifica che è testimonianza di eccellenza, come ha fatto notare Fulvio Salimbeni, lo storico che ha riassunto i contenuti della pubblicazione appena licenziata, che si dividono tradizionalmente in due sezioni, vale a dire “Memorie” e “Fonti e documenti”. La prima comprende i seguenti lavori: “Scoperta di tumuli dell’età del bronzo nei dintorni di Geroldia (Gradina presso Orsera)”, di T. Sadrić; “Le pitture murali di San Gerolamo a Colmo, alcune nuove proposte d’interpretazione”, di Nikolina Maraković; “La Madonna della Misericordia in Istria”, di Juraj p. Batelja; “Il compositore e le sue scelte poetiche: il caso di Fra Gabriello Puliti e i suoi poeti istriani”, di Ennio Stipčević; “Il complesso rapporto tra la città e i suoi rifiuti: l’igiene pubblica a Capodistria nei secoli XVIII e XIX”, di Rino Cigui; “Sulla frontiera. La percezione del Turco nella Dalmazia Veneta”, di Egidio Ivetic; “Il canonicato Angelini, nella storia di Rovigno”, di Gianclaudio de Angelini; “I tentativi di vendita e di restauro di fine secolo XVIII del Palazzo pretorio grisignanese. Contributo alla conoscenza degli ultimi anni di vita della ‘terra’ di Grisignana”, di Marino Budicin; “L’economia agricola istriana nei secoli XVIII e XIX. Il lungo cammino verso la modernizzazione”, di Denis Visintin; “Le strutture ospedaliere comunali e provinciali a Pola durante il governo austriaco”, di Raoul Marsetič; “La ‘questione’ del cimitero di Rovigno. Vicissitudini del trasferimento da Monte Alle Laste”, di Giovanni Radossi; “Contributo per una storia dei calighèri di Dignano in Istria”, di Paola Delton; e “Aspetti cultuali della festa di Sant’Eufemia a Rovigno d’Istria: la devozione alla Santa tra rito, musica e folclore”, di David Di Paoli Paulovich.

Toponimi, cognomi, tradizioni, carteggi...

Per quanto riguarda il capitolo “Fonti e documenti”, ci sono i seguenti contributi: “Appunti etimologici sul toponimo Zadar”, di Giovanni Rapelli; “I registri parrocchiali di Gallesano: analisi del più antico manoscritto (parte prima)”, di Matija Drandić; “Alcuni catastici dei boschi istriani del XVIII secolo”, di Slaven Bertoša; “Il carteggio Luciani-Millevoi” di Tullio Vorano; “La capra in Istria tra miti, tradizioni e ordinanze”, di Claudio Pericin; “Alcuni documenti sulla pesca dell’isola di Lesina sotto il governo austro-ungarico e durante l’amministrazione italiana”, di Ferruccio Delise; “Dodici cognomi istriani, quarnerini e dalmati”, di Marino Bonifacio; e “La tradizione paremiologica di Valle d’Istria”, di Sandro Cergna, quest’ultimo ritenuto forse uno dei più interssanti per la totalità degli aspetti trattati.





235 - Il Piccolo 08/06/14 L'Intervento - I maestri italiani in Istria missionari di cultura

L’INTERVENTO DI MARCO COSLOVICH

I maestri italiani in Istria missionari di cultura 

Il 21 giugno sulla facciata della scuola di Giurizzani verrà collocata una targa in ricordo dell’opera compiuta dai maestri italiani in Istria dal 1918 al 1952 e in particolare della maestra Giorgina Pellegrini che la istituì.
L’iniziativa è promossa dalla Famiglia umaghese e conta sulla disponibilità e appoggio del sindaco di Umago, del presidente del consiglio direttivo della scuola italiana, della scuola croata e di varie altre personalità, tra le quali le maestre Marya Purisic e Marisa Kodijlia. Libero Coslovich terrà, in quella occasione, un breve intervento. Come esule istriano e come insegnante, devo dire che non ho mai nutrito un particolare sentimento verso queste manifestazioni. Le ho spesso trovate retoriche e ancor peggio a volte contigue ad un sentimento di amor di Patria vagamente nostalgico non solo del tempo che fu, ma anche del “regime” che fu. E come non ricordare che spesso i maestri italiani sui confini orientali non furono ritenuti semplici maestri, ma strumenti di una cultura nazionalistica che si riteneva superiore a quella slava. Savina Rupel, ex deportata slovena di Ravensbruck, ricorda nel libro “storia di Savina” come il maestro italiano a Prosecco fosse durissimo con i ragazzi sloveni. In generale le vessazioni fasciste contro le componenti croate e slovene, non mi hanno mai permesso di guardare con occhi limpidi e benevoli l’operato dei maestri lungo i nostri ex-confini. Eppure come non ricordare il maestro Michele Pinnati di Petrovia dove mia madre (classe 1917) imparò a sillabare. Durante l’intervallo, ma che all’epoca si chiamava ricreazione, mia madre andava in soffitta a prendere una tazza di latte e una fette di pane raffermo per il maestro.
Infatti, i maestri e le maestre spesso vivevano a scuola, nel senso che vi alloggiavano. In non pochi casi venivano da altre zone del paese, anche con l’intento di amalgamare la componente nazionale dei confini. Ora non è una dimensione crepuscolare e deamicisiana da libro “Cuore” quella che qui amo ricordare. Non si tratta di questo, ma piuttosto del senso alto di sentire un mestiere che all’epoca era una vera e propria missione. Si tratta quindi nettamente di distinguere l’uso stravolto della cultura italiana che il regime e alcuni zelanti maestri fascisti fecero, con l’amore vero e profondo per la cultura e la lingua italiana. Sì perché era la lingua italiana quella che veniva difesa e diffusa e lo si può fare, lecitamente, liberalmente, civilmente, solo con l’amore per l’insegnamento e l’assoluto rispetto dell’altro, di chi è culturalmente diverso ed ha una altra identità. Ora, al di la di questi maestri di frontiera, la cultura italiana è una cultura essenzialmente umanistica, volta all’uomo, alla sua centralità. Questo è il suo carattere saliente se non unico e prevalente. È una cultura della pluralità, del senso laico del sentire accanto alla fede, della curiosità eclettica e nel contempo filologica, legata alla storia e alla filosofia e alla scienza sperimentale. In una parola alla cultura dell’apertura verso il mondo e non certo alla cultura del rigetto, del contrasto e dell’esercizio della propria superiorità. Se il fascismo ne fece un uso assolutamente distorto non è responsabilità storica dei nostri maestri. Se alcuni di essi ne interpretarono male i presupposti, tradendone le premesse, comunque non poterono, nemmeno volendo, vanificarne il senso del messaggio: pluralità e bellezza. Per questo finalmente mi sento di essere vicino al manipolo di quegli uomini e donne che ricorderanno i maestri italiani davanti alla scuola elementare di Giurizzani, la nostra piccola Eboli istriana. 


236 - Il Piccolo 12/06/14 Ronchi dei Legionari - "Ronchi dei Partigiani" al via una raccolta di firme
L’omonima associazione avvierà una petizione popolare per annullare
la denominazione “dei Legionari”. Su Facebook le adesioni sono già oltre 400

“Ronchi dei Partigiani” al via una raccolta di firme

di Luca Perrino

RONCHI DEI LEGIONARI L’idea è nell’aria ormai da mesi. Ma ora prende più corpo e in potrebbe prevedere anche un referendum popolare per arrivare al risultato finale. Come per la delibera del consiglio comunale che, nei mesi scorsi, ha cancellato la cittadinanza onoraria concessa nel 1924 a Benito Mussolini, ora si punta a rendere nullo anche il Regio Decreto che, il 2
novembre del 1925, avallò la richiesta del consiglio comunale, avanzata il 9 ottobre del 1923, di aggiungere a Ronchi la denominazione dei Legionari in omaggio all’impresa fiumana del 1919. L’associazione “Ronchi dei Partigiani”, ecco come si vorrebbe chiamare in futuro la cittadina, passa
all’azione. Dopo aver smosso le coscienze e avanzato le prime proposte attraverso gli ormai rituali social network e aver sostenuto la storica decisione del “parlamento” cittadino nel voler revocare la cittadinanza al Duce, ora guarda avanti. Come primo atto, ha messo in cantiere per sabato,
nel parco delle di Selz, un convegno storico, sociale e culturale sull’impatto che hanno avuto il regime fascista e la Repubblica Italiana sulla toponomastica locale e, in particolare, contro la denominazione dei Legionari di Ronchi. «Dopo aver ottenuto la revoca della cittadinanza
onoraria a Mussolini – sottolinea Luca Meneghesso -, adesso è il momento di mettere seriamente in discussione la denominazione dei Legionari e di tutto ciò che vi è connesso. Si tratta di una battaglia per la dignità e per l’antifascismo che sulla nostra pagina Facebook ha visto oltre 400 adesioni di diverse personalità del mondo della cultura e dello spettacolo, a sostegno della nostra iniziativa». Per analizzare e approfondire l’opera sistematica di rimozione e distorsione della storia locale a partire dai nomi dei luoghi in cui si vive, “Ronchi dei Partigiani” ha organizzato
sabato alle 16.30, con l’adesione di Anpi, Aned, dell’Istituto di studi storici Gasparini, dell’associazione Jadro, del circolo Arci Curiel di San Canzian, del circolo culturale e sportivo dell’Olmo e in collaborazione con la libreria la Linea d’Ombra e la casa editrice Kappa Vu, una “Giornata della cultura resistente”. Al centro il convegno che è stato intitolato “Cos’è il nome di un nome? La toponomastica a Ronchi e nella Venezia Giulia tra imposizione e mistificazione”. Il convegno vede tra i partecipanti Maurizio Puntin (esperto di toponomastica), Alessandra Kersevan (storica e editrice), Wu Ming1 e Boris Pahor (scrittori), Marco Barone (blogger,attivista) e Piero Purini (storico).


237 - Il Piccolo 08/06/14 Gli sloveni al voto sugli archivi di Tito
Gli sloveni al voto sugli archivi di Tito 

Referendum indetto per scongiurare possibili censure sui documenti. Sotto accusa le regole volute dal governo Bratusek 

di Stefano Giantin

Solo due settimane sono passate dalle elezioni per l’Europarlamento e la Slovenia torna già alle urne. Lo fa oggi per rispondere sì o no a un quesito referendario sulle nuove regole d’accesso ai documenti degli archivi di Stato, introdotte dal governo a gennaio. Regole che prescrivono tra le altre cose l’«anonimizzazione» dei dati personali sensibili nei documenti lì custoditi che contengano informazioni delicate sulle vittime ma anche su chi, al tempo del regime socialista, occupava posizioni di rilievo nelle organizzazioni responsabili della repressione del dissenso. Referendum abrogativo che è stato reso possibile dalla mobilitazione dell’Sds di Jansa, il partito d’opposizione più critico verso i potenziali effetti dei cambiamenti, sostenuto da sabato anche dai popolari dell’Sls. Cambiamenti che, per l’Sds, nasconderebbero solo il proposito di «bloccare» di fatto «l’accesso agli archivi» e ai documenti relativi ad agenti, collaboratori e attività della polizia segreta jugoslava, ha riassunto l’agenzia stampa Sta.
In pratica, si vorrebbe «proteggere chi ha spiato» alle spalle dei «propri concittadini», mettendo sullo stesso piano «vittime del regime e persecutori».

Una visione a grandi linee condivisa anche da Göran Lindblad, presidente delle “Piattaforma europea della memoria e della coscienza”. Già a febbraio, Lingblad aveva scritto al governo sloveno chiedendo che a «tutti sia garantito l’accesso agli archivi», unica via per «trarre l’appropriata lezione dagli orrori del passato». Se un ricercatore «deve attendere per due mesi» che i documenti richiesti vengano ripuliti dai dati sensibili «20 anni non basteranno per un singolo studio», ha denunciato invece il ricercatore Igor Omerza. Critiche che il governo uscente ha sempre rigettato con forza.
Non si tratta certo di serrare le porte degli archivi – dischiuse nel 2006 dal primo governo Jansa -, al contrario. La motivazione della norma che punta anche alla digitalizzazione del patrimonio documentario sarebbe solo quella di fare una selezione nell’accesso a dati e nomi sensibili, per proteggere la privacy. La Slovenia «avrà una legge rispettosa degli standard europei» e al contempo «consentirà l’accesso» ai documenti, «invito i cittadini a votare sì», ha chiesto Bratusek, mentre il numero uno dello “Zgodovinski arhiv” ha ricordato che solo lo 0,5% del totale dei materiali conservati riguarda la polizia segreta. Di questi, solo il 5% è oggi facilmente accessibile e con l’emendamento la quota salirà al 75%, ha poi specificato invece il ministro della Cultura, Grilc, aggiungendo che «il restante 25% diverrà consultabile dopo l’anonimizzazione». In pratica, si apre invece di chiudere, malgrado le denunce del centrodestra.

Rimane da vedere se gli sloveni si appassioneranno al complicato e divisivo tema. Perché sia valido il referendum, almeno il 20% degli elettori registrati dovrà presentarsi alle urne.

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia