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Rassegna stampa

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 918 – 09 Luglio 2014
    
Sommario

238 -  La Voce del Popolo 07/07/14 Monfalcone: Memoria collettiva: un patrimonio (Christiana Babić)
239 – Corriere della Sera 06/07/14  La memoria della Grande Guerra nelle terre di confine (Giorgio Pressburger)
240 - La Stampa 07/07/14 Redipuglia, il sacrario di ogni caduto (Enzo Bettiza)
241 - Il Piccolo 06/07/14 Transalpina, simbolo della guerra fredda (Dario Stasi)
242 - Il Piccolo 06/07/14 Zagabria mette a rischio le scuole italiane (p.r.)
243 - Il Piccolo 08/07/14 Zagabria ci ripensa e salva le scuole italiane (p.r.)
244 - La Voce del Popolo  30/06/14 Alla fine la spuntano Radin e Tremul ((af-sp-gk-jb)
245 - Il Piccolo 05/07/14 Francesca Neri al Magazzino 18: «Con papà Pisino era casa nostra» (Elisa Grando)
246 - La Voce di Romagna 02/07/14 Monsignor Margotti e i deportati (Aldo Viroli)
247 - Il Piccolo 09/07/14 Viaggio in Dalmazia - Pagaiando controvento fino a trovare i fantasmi del lager di Goli Otok (1) (Emilio Rigatti)



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238 -  La Voce del Popolo 07/07/14 Monfalcone: Memoria collettiva: un patrimonio

Memoria collettiva: un patrimonio

È iniziata da Monfalcone la visita di due giorni del Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, in Friuli Venezia Giulia e in Slovenia per celebrare il centenario della Prima guerra mondiale. Al suo arrivo, il Capo dello Stato, dopo aver visitato la mostra “Alisto – Dalle trincee della Grande guerra ai nuovi sentieri della pace e della convivenza” è intervenuto nella Sala della Galleria di arte contemporanea dopo i discorsi del sindaco Silvia Altran e del prof. Claudio Magris.

Una terra di pace

A ricevere il Presidente Napolitano c’era anche la presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, che ha dichiarato: “Questa è una terra che è stata di sofferenza e tragedia. Oggi è diventata una terra che rappresenta la pace. Il presidente ha una visione europea ed è anche per questo che viene volentieri qui”. “L’avvio delle celebrazioni della Grande guerra è un momento importante, di rivalutazione di tutta l’umanità coinvolta in guerra. Un’umanità che fece il suo dovere nelle varie parti e che oggi segna il patrimonio della memoria collettiva. È un grande monito e un patrimonio da conservare anche in uno spirito europeo”. Ha detto il presidente del Consiglio regionale FVG, Franco Iacop, al termine della visita del Capo dello Stato.

Sradicare i nazionalismi

“Dall’esempio della Prima guerra mondiale deve derivare la convinzione dell’assoluta necessità di sradicare i nazionalismi aggressivi e bellicisti, dando vita a un progetto e a un concreto processo d’integrazione e unità dell’Europa”, ha detto il Capo dello Stato inaugurando la mostra dedicata agli aviatori italiani del conflitto.. “Sappiamo – ha aggiunto Giorgio Napolitano –, che allora grandi masse di figli dell’Italia umile e provinciale scoprirono di essere cittadini. L’Italia uscì perciò da quella Guerra trasformata socialmente e moralmente”.
In conclusione del suo intervento nella sede del Comune il Capo dello Stato italiano ha espresso il suo ringraziamento per la partecipazione alla cerimonia alle autorità rappresentative di Croazia, Slovenia e Austria. Nel pomeriggio, infatti, Giorgio Napolitano, si è intrattenuto a pranzo con i presidenti di Croazia, Ivo Josipović e Slovenia, Borut Pahor, nonché con il il presidente del Consiglio Federale austriaco, Georg Keuschnigg, per rinsaldare i rapporti tra alcuni degli Stati che furono protagonisti del conflitto. È stata questa anche un’occasione per approfondire, in sede di colloqui informali, i rapporti quadrilaterali nonché quelli in sede europea.

«Messa da Requiem» al Sacrario

In serata, come noto, i presidenti con le rispettive delegazioni hanno assistito al concerto “Messa da Requiem” di Giuseppe Verdi diretto dal maestro Riccardo Muti, al Sacrario militare di Redipuglia in onore dei Caduti di tutte le guerre. Per l’occasione musicisti delle nazioni coinvolte nella Grande guerra si sono esibiti insieme all’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, all’European Spirit of Youth Orchestra e ai Cori provenienti dal Friuli Venezia Giulia, Lubiana, Zagabria e Budapest. Il concerto è stato trasmesso in diretta su Rai3 e sarà replicato il primo agosto su RaiUno. Questa sera la “Messa da Requiem” sarà riproposta a Lubiana.

Con Pahor a Nova Gorica

La visita del Presidente Napolitano nei luoghi della Grande guerra continuerà oggi a Gorizia. A riceverlo sul piazzale della Transalpina, che divide il capoluogo isontino da Nova Gorica sarà il presidente sloveno Borut Pahor. Semplice, ma di forte impatto il cerimoniale previsto: ad eseguire gli inni sloveno, italiano ed europeo sarà l’Orchestra militare, poi una stretta di mano con i rappresentanti della minoranza slovena in Italia e di quella italiana in Slovenia e Croazia, nonché con le autorità di Gorizia e di Nova Gorica.
Poi sul vicino santuario del Monte Santo i due Presidenti scopriranno una lapide bilingue dedicata ai caduti della Grande guerra, un invito alla riflessione e al ricordo, affinché gli orrori della guerra non abbiano mai più a ripetersi. Al termine della cerimonia Giorgio Napolitano si recherà ad Aquileia per una visita privata alla basilica e alla sud halle. “In passato, infatti, aveva espresso il desiderio di vedere il tempio, con il tappeto musivo più ampio d’Europa”, ha ricordato il sindaco di Aquileia, Gabriele Spanghero.
Christiana Babić

239 – Corriere della Sera 06/07/14  La memoria della Grande Guerra nelle terre di confine
LA VISITA DI NAPOLITANO
La memoria della Grande guerra nelle terre di confine cuore d`Europa

di GIORGIO PRESSBURGER

Quel giorno, il giorno dell`ira, dissolverà il mondo in scintille. Le note della Messa da Requiem composte da Giuseppe Verdi nel 1874 risuoneranno stasera nel sacrario di Redipuglia dedicato ai militari italiani caduti nella Prima guerra mondiale, e specialmente a quelli della Terza Armata. Trentamila tombe. In alto in quel cimitero a gradinate ci sono le salme degli ufficiali, i soldati semplici sono più in basso. Oggi quattro repubbliche europee saranno rappresentate dai rispettivi capi di Stato (per l`Italia Giorgio Napolitano), i quali verranno soprattutto in nome dei popoli che hanno orrendamente sofferto in quel conflitto proprio sulle terre vicine a quel sacrario. Tra gli orchestrali, i cantanti, il direttore Riccardo Muti e tutti coloro che parteciperanno a questa commemorazione molti avranno parenti che erano coinvolti in quel massacro feroce se non vi sono addirittura morti. Ma le generazioni più giovani forse non li avranno nemmeno conosciuti.
Probabilmente non esiste più nessun essere umano vivente che abbiacombattuto con le armi in quella guerra. Anche i testimoni oculari, che allora saranno stati bambini, ora, in tutto il mondo saranno pochissimi. Perché queste commemorazioni, oggi ? Che cosa si commemora? Che cosa è nato da quella guerra, la prima guerra di quelle dimensioni in tutta la storia dell`umanità? È difficile dirlo. Per chi non lo sapesse, in quei combattimenti c`erano ancora dei «corpo a corpo» tra soldati delle varienazioni. Gli austriaci, i tedeschi, gli ungheresi, gli sloveni, i croati dovevano con la baionetta squartare il ventre dei loro nemici, italiani, francesi, inglesi, americani, se non volevano essere uccisi loro. Trafiggere con la baionetta degli sconosciuti.
Nemici sconosciuti, di cui non si sapeva nemmeno che cosa ci avessero fatto. Ma non potevano averci fatto nulla, anche loro forse non sapevano perché dovevano ammazzarci.
Anche in questo, quella guerra era unica nella nostra storia di esseri umani. Un`altra novità era l`uso di armi nuove, la tecnica aveva dato il suo contributo alla facilità di uccidere: aerei con mitragliatrici, addirittura con bombe sorvolavano trincee e città: era cominciata una nuova era. Selvagge forze tribali e raffinate tecnologie contribuivano a qualcosa che in effetti aveva ancora echi tribali: la rivalità di case regnanti, tra re e principi di varie nazioni che custodivano ancora le regole feudali.

Tra queste nazioni c`eravamo anche noi. Coloro contro i quali i nostri nonni e bisnonni combattevano ín trincee, camminamenti scavati nelle montagne, cime, ghiacciai, avevano effettivamente usurpato le nostre terre, i monumenti, la forza delle braccia, l`intelligenza dei nostri avi, ma non quei disgraziati strappati alle loro famiglie che erano stati mandati contro di noi. Una guerra tra famiglie reali.
I militari italiani le cui ossa sono custodite a Redipuglia sono morti così. Hanno difeso la loro Patria sulle montagne, nel Carso, nel bellissimo Carso, formazione geografica tra le più belle del mondo. Credevano nell`Italia allora nata da poco, credevano anche nella solidarietà umana. Un contadino calabrese allora non capiva una sola parola del discorso che un piemontese poteva rivolgergli, eppure si sentiva solidale con lui, senza per questo odiare o disprezzare un croato, un polacco o un montenegrino. Come mai, ora un inglese o un francese, o un italiano vogliono stare ciascuno per conto suo (per fortuna solo una parte)? E questo dopo che per la prima
volta su questo Continente di nome Europa dopo migliaia di anni nessuno tende a occupare le terre abitate da altri popoli, a appropriarsi con la forza dei suoi beni?
La commemorazione dei caduti i cui corpi sono custoditi a Redipuglia serve anche a questo. A ricordare che l`inimicizia tra popoli deve essere lasciata alle spalle. Anzi, che l`inimicizia tra i popoli e le etnie non esiste: viene fomentata tra la gente semplice che spesso non sa nemmeno di
che cosa si tratta. Dai verbali dei processi a soldati della Prima guerra mondiale che avevano figli, moglie genitori da mantenere e invece venivano mandati nelle trincee risulta che spesso non capivano nemmeno che cosa gli si stava dicendo in italiano: conoscevano solo il loro dialetto. Eppure facevano anche atti eroici, si sacrificavano per quella Patria che era così lontana, astratta. Partivano all`attacco correndo e nei primi metri di corsa erano già falciati dalla fucileria. Quelle cime, quei sentieri montani che oggi verdeggiano in Friuli e conservano quei ricordi, quei fiumi come il Piave che «mormorava» al loro passaggio, il giorno 24 maggio del 1915, pieno di cadaveri, sono custodia di orrore e di ciò che si chiama eroismo. Morire per gli altri, amare e morire per qualcosa che non si conosce, come dirà vent`anni più tardi una delle più grandi europeiste, la francese d`origine tedesca, Simone Weil, ecco, c`era anche questo in quelle trincee, tra quelle gole montane. Su quelle rive e coste. Ma c`è anche la considerazione del grande scrittore tedesco Bertolt Brecht quando dice che «è misera quell`epoca che ha bisogno di eroi».
E stato scritto tanto, si sono fatte tante commemorazioni sulla Prima guerra mondiale, però mai come quest`anno, nel centenario dello scoppio di quella tragico massacro. Che alla fine ha dato inizio a quello che chiamiamo modernità. Nuovi mezzi, nuove invenzioni, nuova scienza, nuova tecnologia, nuovi eroi e, appena vent`anni dopo, nuovi orrori. Si deve sperare e operare con tutte le forze che l`esempio di quelle due guerre, per molte generazioni, insegni a rispettarsi a vicenda, a capire come nascono gli errori e come le cose buone, e alla fine perseguire le seconde, e per quanto è possibile evitare le prime. Le cose buone? per esempio in quella guerra hanno acquisito una vera dignità di nazione popoli oppressi e mai riconosciuti come autonomi. Croati, bosniaci, polacchi, e quegli sloveni che sono nostri vicini e amici, dei quali tutt`oggi non ci siamo sforzati di sapere più di tanto. Eppure hanno la loro letteratura, cultura e costumi altamente civili. Non sappiamo nemmeno salutarli, dire «zdravo», eppure gli sloveni stanno, in parte anche in Italia, non soltanto nella repubblica di Slovenia che da Trieste si raggiunge in dieci minuti.
L`auspicio di qualche pensatore e uomo politico è che la memoria non serva a ricordare eventi luttuosi e sinistri, che i monumenti non ricordino martirii e sacrifici, ma qualche cosa di bello e davvero utile al cammino delfumanità sulla sua strada e all`armonioso svolgersi della vita civile. I Requiem, come quello di stasera, alla fine hanno questa funzione, e Giuseppe Verdi lo sapeva bene. Non voleva spaventarci, ma incoraggiarci. Questo è il senso, secondo me, della serata a Redipuglia.

240 - La Stampa 07/07/14 Redipuglia, il sacrario di ogni caduto
Bettiza - Redipuglia, il sacrario di ogni caduto

LA GRANDE GUERRA REDIPUGLIA, IL SACRARIO DI OGNI CADUTO ENZO BETTIZA N on mi è facile trovare le parole giuste per interpretare ciò che il sacrario di Redipuglia, o il concetto stesso di Redipuglia, suggerisce alla mia personale memoria. Difatti non è facile definire qualcosa che della non definizione, dell'ambiguità esistenziale, aveva fatto la sua ragion d'essere. Sul piano autobiografico, una guerra che vide tutti i miei parenti, paterni e materni, schierati o allineati sulle frontiere del declinante impero austriaco, con più esattezza austroungarico, di cui erano stati cittadini ambigui. L'ambiguità, più che la lealtà o la slealtà, caratterizzava la condizione in cui tante famiglie di confine erano nate e cresciute. Dopo il crollo dell'impero austroungarico molti gruppi famigliari si divisero su fronti contrapposti: fratelli che diventavano nemici, padri e figli con cittadinanze diverse. L'unità delle famiglie ne risultava spesso sconvolta. Altrettanto sconvolta doveva risultare durante e, soprattutto, dopo la Grande Guerra la condizione dei nuovi Stati che via via emergevano dalle macerie del conflitto. Per esempio la Jugoslavia, nascendo dalle rovine dell'impero absburgico, assunse all'inizio il nome di regno degli sloveni, croati e serbi a rispecchiare sotto il pugno dei Karadjordjevic quel mosaico di etnie fraterne e fratricide insieme. Oppure l'ex Boemia, che diventando Stato autonomo vedeva profilarsi la rivalità, se non l'ostilità, fra cechi e slovacchi. Redipuglia ha rappresentato in tal senso un sacrario importante non solo per i caduti italiani, ma per tutti i militi, noti e ignoti, inghiottiti dalle trincee di una guerra di posizione che non risparmiava nessuno. E' per la gloria di ognuno di loro, senza distinzione di nazionalità e di gerarchia, che il maestro Muti ieri sera, a cento anni dal divampare del conflitto, ha diretto la Messa da Requiem, dedicandola a «tutti i caduti di tutte le guerre». Il Requiem di Verdi, ha sottolineato, «è una preghiera per i defunti che chiedono pace eterna e di essere liberati dalla morte e dal fuoco». E' perché l'oblio non cali sui centomila morti ammazzati, ma soprattutto perché il fratricidio tra europei non si ripeta mai più, che tre capi di Stato, Giorgio Napolitano, il presidente croato Ivo Josipovic e il presidente sloveno Borut Pahor, si sono incontrati lungo la linea del fronte tra Friuli, Slovenia e Croazia per ribadire, sulle note di Verdi, la grande pacificazione tra etnie multiformi nel cuore del continente. E per consolidare nei giorni dello storico centenario una memoria comune. Il pensiero ci riporta alle Vie del l'Amicizia di Sarajevo che hanno visto ogni anno, dalla fine dell'assedio in poi, ripetersi concerti rituali e solenni. Ma quello di ieri diretto da Muti, che ha avuto come palcoscenico la suggestiva e luttuosa gradinata del sacrario più grande d'Europa, riveste un'importanza storica e simbolica più perentoria. Un concerto che, parole di Muti, « travalica l'evento contingente per riferirsi a un messaggio universale». Colpisce quanto Redipuglia, non soltanto fra i giovani, sia un luogo quasi sconosciuto. Auguriamoci che la diretta televisiva l'abbia sottratto all'oblio, restituendolo a tutti non solo come imponente cimitero militare, ma come parco della rimembranza di una pagina di storia ammonitrice che è vietato dimenticare. 
Enzo Bettiza


241 - Il Piccolo 06/07/14 Transalpina, simbolo della guerra fredda
Domani l’incontro tra Borut e Napolitano sulla piazza “monumento” del Novecento

Transalpina, simbolo della guerra fredda

Domani alle 10.15 (salvo variaizoni dell’ultimo momento) sul versante sloveno della piazza Transalpina si terrà l’incontro tra i Presidenti della Repubbica di Slovenia Borut Pahor e d’Italia Giorgio Napolitano. All’incontro è stato invitato, tra gli altri, anche il sindaco di Gorizia Ettore Romoli. Nell’articolo che segue ripercorriamo la storia e il significato di questa piazza.

DI DARIO STASI*

Nel Novecento goriziano la stazione della ferrovia Transalpina occupa un posto di primo piano. Quell’imponente edificio asburgico, e poi quella piazza divisa fra Italia e Jugoslavia con il filo spinato, la stella rossa campeggiante sul tetto, fino all’attuale mosaico simbolo di una ritrovata convivenza, sono tutti elementi della “grande storia” che ha segnato Gorizia nel secolo scorso e che quel luogo testimonia in modo unico. Vi sono diversi aspetti delle vicende di questo monumento che meritano un approfondimento ma la storia di quella stella rossa riesce ancora a suscitare ricordi, emozioni, opinioni contrastanti. Oggi è diventata un reperto storico ed è giustamente conservata nel piccolo museo della stazione.

Ma ripercorriamone in sintesi le vicende. Per prima cosa dobbiamo ritornare indietro nel tempo, al 15 settembre del 1947. In quel giorno entra in vigore il Trattato di pace di Parigi che assegna Gorizia all'Italia e il nord est della città alla Jugoslavia. Così recita il Trattato: "Dal monte Sabotino la linea di confine si prolunga verso sud, taglia il fiume Isonzo all'altezza della città di Salcano, che rimane in Jugoslavia, e corre immediatamente ad ovest della linea ferroviaria".

In città, per circa tre chilometri da Salcano a San Pietro, il confine viene tracciato in base al percorso della ferrovia Transalpina che, secondo la "linea francese" (quella infine adottata) doveva rimanere interamente in territorio jugoslavo. Compresa, ovviamente, la stazione. Una stazione grande, monumentale, per una città che ancora non c'è, ma che già esiste nei progetti delle autorità jugoslave (le decisioni prese a Parigi erano state ufficializzate già dal 10 febbraio di quello stesso anno).

Questa era la situazione paradossale oltreconfine. Essendo poi la facciata della stazione rivolta verso la “vecchia” Gorizia e non verso la costruenda nuova città, sembra che qualche zelante uomo politico abbia proposto di demolire la stazione asburgica e costruirne un'altra ex novo. Per fortuna ha prevalso il buon senso. Si può dire quindi che la presenza della stazione ha comunque contribuito a convincere i progettisti a scegliere di costruire Nova Gorica a ridosso della nuova linea di demarcazione, anche perché - tra l’altro – era stato deciso che si voleva costruire “qualcosa di grande, di bello, di altero, qualcosa che brillasse oltre il confine”.

Ad ogni modo quella stazione così importante, in quegli anni di forte contrapposizione, viene scelta dalle autorità jugoslave come punto di riferimento significativo attraverso cui comunicare, sfidare o anche solo affermare la propria netta diversità politica rispetto al mondo "capitalista". Ecco allora che appare dopo quel 15 settembre 1947 una grande stella rossa sul tetto della stazione, entro cui si staglia in rilievo la falce e il martello e, sotto, la scritta "Utrjujmo bratstvo in edinstvo narodov" (Rafforziamo la fratellanza e l'unità dei popoli), una direttiva del partito comunista jugoslavo del tempo, quando evidentemente il nuovo stato deve superare le non poche difficoltà di creare l'unione federativa di sei repubbliche con culture, tradizioni, religioni, lingue e persino alfabeti diversi. E ciò in un quadro di tensioni internazionali nei mesi che precedono e seguono la drammatica rottura della Jugoslavia con l’URSS (giugno 1948).

Successivamente la Jugoslavia si stacca dal blocco comunista del Patto di Varsavia e diventa un paese leader degli stati del “Terzo mondo”, mette al bando la pianificazione di tipo sovietico e inizia l’esperimento di autogestione socialista. Compare allora (primi anni Cinquanta) un’altra stella rossa con una nuova scritta: “Mi gradimo socializem” (Noi costruiamo il socialismo). Negli anni Settanta anche questa frase viene tolta e rimane solo la stella. Nei primi anni Novanta con la caduta del muro di Berlino essa viene agghindata come una stella cometa e, nel 1991, è definitivamente tolta.

*direttore Isonzo Soca


242 - Il Piccolo 06/07/14 Zagabria mette a rischio le scuole italiane
Numero minimo di 7 alunni per classe esteso anche alle minoranze. Radin: «Via il decreto, altrimenti usciamo dal governo»

Zagabria mette a rischio le scuole italiane

Il borgo di pescatori di Fasa, che sorge davanti alle Isole Brioni, ospita nella giornata di oggi il dodicesimo Festival della minestra istriana. La kermesse enogastronomica si svolgerà luogo le rive a partire dalle 20. Sarà una vera e propria festa della cucina casereccia che coinvolgerà sul posto dieci squadre di cuochi di altrettanti ristoranti e trattorie della zona. Tutti saranno chiamati a preparare vari tipi di minestra: al finocchietto selvatico, ceci, farro, verdure varie, carne essicata, osso di prosciutto... Inoltre le massaie di Fasana faranno vedere la loro arte culinaria con la dimostrazione nella preparazione dei vari tipi di pasta casereccia, dai fusi agli gnocchi, dalle tagliatelle ai maccheroni. Tra le altre curiosità odierne sarà allestito un caminetto antico per la gara nella preparazione delle crepes. Nella corsa delle dieci squadre verrano dati vari tipi di punteggi: dal sapore alla decorazione fino alla rotazione in aria delle crepes. (p.r.)POLA Nonostante l’ingresso nell’Unione europea, la Croazia è ancora distante dai parametri di trattamento della Comunità italiana e anche delle altre minoranze nazionali. Rimane ancorata ai Balcani, non ottemperando alle direttive di Bruxelles sulla tutela e il rilancio culturale e linguistico presente nei 28 Stati membri. È il caso dell’istruzione dove Zagabria torna a colpire la scuola italiana, considerata la garanzia per la sopravvivenza della Comunità. Cos’è successo? Il ministero della Pubblica istruzione intende applicare, anche nelle scuole medie superiori minoritarie, il decreto sul numero minimo di 7 alunni per aprire una classe. Questo significherebbe la chiusura di numerose classi e l’indebolimento delle quattro scuole di questo tipo presenti sul territorio istroquarnerino (Pola, Rovigno, Buie e Fiume).

Il deputato degli italiani al Sabor, Furio Radin, ha reagito immediatamente al decreto convocando a Zagabria una conferenza stampa straordinaria: «Se il ministero non fa marcia indietro - tuona - revocherò il mio appoggio al governo di centrosinistra del premier Zoran Milanovic». Dalla parte di Radin si sono subito schierati i deputati delle minoranze serba, ungherese, bosgnacca, ceca e rom che temono l’«assimilazione». I tagli per legge, ad esempio, farebbero chiudere l’unica scuola ungherese. «Zagabria sta violando la legge costituzionale sui diritti delle minoranze nazionali - sostiene il deputato italiano - e in particolare la delibera della Corte costituzionale del 1999, secondo cui un tale criterio limiterebbe il diritto delle minoranze alla scuola nella madre lingua e i diritti acquisiti che la Croazia si è impegnata a rispettare». L’ormai ex ministro all’Istruzione Zeljko Jovanovic, in occasione della sua recente visita alla scuola media superiore italiana Dante Alighieri di Pola, «aveva promesso che il decreto sarebbe stato ritirato - ricorda Radin - ma subito dopo il premier Milanovic, invece di ritirarlo ha scaricato il ministro, nominando al suo posto Vedran Mornar, che ha subito mostrato i muscoli alle minoranze». Norma Zani, a capo del settore scuola dell’Unione italiana, afferma che «la popolazione scolastica italiana verrebbe decimata», esprimendo poi il timore che il modello possa venir introdotto anche nell’istruzione elementare. In tal caso verrebbero chiuse le sezioni periferiche di Momiano, Sissano, Valle, Verteneglio e Bassania. Ma non solo, rischierebbe la sparizione anche la scuola di Cittanova che attende il nuovo edificio. Secondo gli intellettuali della Comunità italiana questo sarebbe il «grazie» di Zagabria all’Italia per i notevoli investimenti nella costruzione o ricostruzione delle scuole italiane in Istria e a Fiume, facendo cosi risparmiare un sacco di soldi al governo croato che dovrebbe invece provvedere da solo. (p.r.)


243 - Il Piccolo 08/07/14 Zagabria ci ripensa e salva le scuole italiane
Il governo fa retromarcia e annuncia il ritiro del decreto che stabiliva il numero minimo di sette alunni per classe

Zagabria ci ripensa e salva le scuole italiane

POLA A questo punto si spera che il pericolo sia rientrato in maniera
definitiva: il “focus” riguarda il numero minimo di sette alunni che sarebbe necessario per poter aprire o mantenere in vita una classe nelle scuole medie superiori italiane (il discorso si allarga comunque anche alle altre comunità nazionali). Misura che era contemplata dal famigerato decreto emesso dal ministero croato della Pubblica Istruzione, Scienza e Sport. La situazione pare abbia avuto una positiva evoluzione: all'incontro di ieri, tenutosi a Zagabria con i sei deputati delle comunità nazionali, il ministro Vedran Mornar ha infatti innestato la marcia indietro. Come ha spiegato subito dopo la riunione il deputato italiano Furio Radin, a pesare in maniera determinante sulla decisione dell’esecutivo è stata la sentenza della Corte costituzionale croata del 1999 che in un contenzioso analogo aveva bocciato la soglia minima di alunni, nel rispetto della Legge costituzionale sui diritti delle minoranze. Se alcune voci di corridoio rispondono a verità, avrebbe fatto sentire la sua voce anche il Quirinale, dopo aver conosciuto la notizia del pericolo incombente sulle scuole italiane in Croazia, scuole nelle quali Roma investe coaspicue risorse finanziarie. Come spiegato dallo stesso Radin, nell'attesa dell'abrogazione formale del decreto, atto per il quale occorreranno una decina di giorni, l’efficacia del provvedimento viene congelata. Agli effetti pratici, nelle iscrizioni in corso che si chiuderanno il 14 luglio, alunni, genitori e docenti possono stare tranquilli poichè l'incubo è finito: si potranno aprire classi anche con un solo alunno. Se il ministro non avesse fatto dietro front, ci sarebbe stata un'ecatombe di classi o sezioni visto che numerose sono sotto il numero minimo. Qualcuno addirittura aveva tracciato un parallelo storico-politico con il secondo dopoguerra, quando il regime comunista aveva chiuso tante scuole italiane. Radin non ha nascosto la sua grande soddisfazione per il felice esito della battaglia che lo ha visto, come logico, da subito impegnato. «Evidentemente - ha spiegato l’esponente della comunità italiana - non è stata indifferente la minaccia di noi deputati minoritari di revocare l'appoggio al governo qualora fosse rimasto in vigore il decreto». «Però - ha aggiunto Radin - non va sottovalutato il buon risultato ottenuto attraverso il rapporto instaurato con il nuovo ministro Mornar, a differenza di quanto era accaduto con il suo predecessore Zeljko Jovanovic (recentemente rimosso dal premier Zoran Milanovic, ndr), che era stato l’autore del decreto e che non voleva sentir parlare di leggi e diritti acquisiti dalle minoranze». (p.r.)


244 - La Voce del Popolo  30/06/14 Alla fine la spuntano Radin e Tremul
Alla fine la spuntano Radin e Tremul

FIUME È stata una serata, quella di domenica, trascorsa con il cuore in gola dai candidati alle massime cariche dell’Unione Italiana. È apparso subito chiaro che in alcune località si erano imposti i candidati di “Orgoglio Italiano”, Furio Radin e Maurizio Tremul alla carica di presidente dell’UI e di presidente della giunta esecutiva, in altre i candidati de “La Svolta” agli stessi incarichi, Gianclaudio Pellizzer e Astrid Del Ben. Si è trattato di una corsa sul filo di lana che i connazionali interessati hanno potuto seguire on line sul nostro portale potremmo dire minuto per minuto.

Per quanto concerne le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea dell’Unione Italiana fin dall’inizio erano già noti i nominativi di 40 consiglieri: in numerose CI infatti il numero di candidati è stato pari a quello dei posti a disposizione. In altre Comunità la “battaglia” è stata combattuta fino all’ultimo.

La CNI viva e partecipe
L’interesse per queste elezioni è stato elevato. Ad iniziare da Pola dove ha votato in mattinata anche Furio Radin, presidente uscente dell’Unione Italiana, nonché candidato di “Orgoglio Italiano” per riacquistare la medesima carica. Si sono alternati, costantemente in fila davanti alle urne almeno una quarantina-cinquantina di soci elettori ieri, in mattinata alla Comunità degli Italiani della città dell’Arena. Si è unito a questi, alle 10, Radin. Cosa pensa dell’adesione già dimostrata per le operazioni di voto? “Vedo tanta gente, e questo mi gratifica perché è segnale di quanto sia ‘viva’ e partecipe la Comunità nazionale italiana”, ha commentato su nostra richiesta Furio Radin senza però voler scendere in previsioni anticipate sull’esito della consultazione. “Inutile parlare di possibili risultati elettorali, le mie aspettative si limitano per ora all’augurio che ci siano ancora molti soci elettori qui presenti e volenterosi di votare, perché è proprio questo che contribuisce a renderci forti”.

Fatta sentire una voce nuova

Al seggio della Comunità degli italiani “Pino Budicin” di Rovigno già nelle prime ore del mattino c’è stata un’adesione di massa per il voto con code che arrivavano fino ai 10 -15 minuti di attesa. Poco dopo le ore 10, il candidato della lista “La Svolta” alla carica di presidente dell’Unione Italiana, Gianclaudio Pellizzer si è recato al seggio allestito a Palazzo Milossa per esprimere la sua preferenza. Subito dopo il voto, abbiamo scambiato due battute con l’ingegner Pellizzer. “Mi riempie di gioia vedere così tanti connazionali presso le nostre Comunità che sono pronti a dimostrare con questo voto quanto siamo forti e presenti sul territorio”, ha dichiarato il candidato de “La Svolta”. Per quanto riguarda l’esito del voto, Pellizzer ha evidenziato che è ancora presto per esprimere un giudizio, ma ha colto l’occasione per ringraziare tutti i connazionali, e tutti coloro che hanno contributo alla campagna elettorale e a far sentire una voce nuova.


Violato il silenzio elettorale

Poco dopo le dieci di ieri a Capodistria, nel sodalizio di Palazzo Gravisi, ha votato il candidato alla guida della Giunta esecutiva, Maurizio Tremul. Dopo aver depositato le schede elettorali e aver salutato la Commissione di seggio, ci ha rilasciato una breve dichiarazione a caldo. “Le elezioni sono sempre importanti, sono un fatto di democrazia. Se paragonate alle altre consultazioni che riguardano la CNI o i seggi specifici in Parlamento, visto il numero di candidati che si presentano, le elezioni dell’Unione Italiana sono di una certa rilevanza per il confronto che si è svolto in campagna elettorale e per i canali usati per comunicare con gli elettori. Voglio rilevare che già sabato vi sono state violazioni del silenzio elettorale da parte dell’altra lista su alcune pagine facebook. Domenica, invece, sono state registrate altre pesanti violazioni, con messaggi inviati via SMS ai connazionali, indicando chi votare. Vi è una scorrettezza di fondo da parte di chi sostiene di voler rispettare le regole. Se le elezioni avranno l’esito da loro sperato avremo un’Unione Italiana scorretta. Al contrario spero che le elezioni vadano come devono andare. So benissimo che questa dichiarazione verrà pubblicata post festum, com’è giusto, ma è altrettanto giusto che la gente sappia che nel giorno del silenzio elettorale sono state violate sistematicamente le regole della democrazia, alle quali tutti ci dovremmo attenere. Io sulla mia pagina facebook ho bloccato ogni post o commento venerdì sera alle 23,05 proprio per evitare che vi sia qualsiasi tipo di reazione”, ha precisato Maurizio Tremul.


Un’esperienza emozionante
È stata una domenica particolare per Astrid Del Ben, che in qualità di socio della Comunità degli Italiani “Pasquale Besenghi degli Ughi” di Isola, si è recata al seggio allestito a Palazzo Manzioli. Sull’esperienza del voto e della candidatura a presidente della Giunta esecutiva UI ha dichiarato che “è effettivamente emozionante essere tra i candidati ai massimi vertici dell’Unione Italiana”. Per quanto riguarda le aspettative ha aggiunto: “Sono comunque serena, perché ho fatto quello che ho creduto giusto. È stata una candidatura, voluta anche per avere democrazia nell’UI. Non ho scheletri nell’armadio e non ho nulla da nascondere, sono una persona sincera e onesta. Proprio onestà, collaborazione ed apertura sono gli elementi che intendo portare avanti in caso di vittoria”. Astrid Del Ben non si è pronunciata sulle probabilità di elezione, ma ha commentato: “Sicuramente, vincendo daremmo una svolta radicale per quanto riguarda l’UI e tutto quello che comprende regolamenti e Statuto. Sono dell’opinione che, chi per vent’anni avendo la possibilità di cambiare radicalmente la democraticità di tutto l’insieme, non l’ha fatto, non lo potrà fare neanche nei prossimi anni. Il cambiamento lo possiamo portare soltanto noi. Perciò una svolta, ‘cambiare per crescere’ che è sicuramente la formula per queste elezioni e per il futuro di UI”. In chiusura le chiediamo come attenderà l’esito delle elezioni: “La giornata la passerò rilassata, con i miei familiari, a casa, e sempre fiduciosa”, ha risposto. (af-sp-gk-jb)


245 - Il Piccolo 05/07/14 Francesca Neri al Magazzino 18: «Con papà Pisino era casa nostra»

L’attrice tra le masserizie: «Le sedie sembrano mani che chiedono aiuto»

Francesca Neri al Magazzino 18
«Con papà Pisino era casa nostra»

di Elisa Grando

TRIESTE «L’idea di famiglia, patriottismo e appartenenza ad un Paese, l’ho sentita molto più forte con la comunità di esuli che non da italiana».
Francesca Neri è sinceramente emozionata uscendo dalla visita al Magazzino 18, in Porto Vecchio, dove sono raccolte le masserizie degli esuli. Perchè l’attrice, ospite dell’International ShorTS Film Festival, che le ha dedicato una retrospettiva, ha potuto toccare con mano una parte del suo
passato: è figlia di un esule istriano, partito negli anni ’40 da Pisino.
Per suo padre la ferita è rimasta così profonda che non ha più voluto tornarci. Ma l’identità istriana è rimasta sempre forte. «Da quando ero bambina, fino alla maggiore età, ogni anno ho partecipato con la mia famiglia ai raduni degli esuli istriani qui a Trieste, e anche a quelli dei pisinoti in giro per l’Italia. Quegli esuli erano la mia famiglia istriana», racconta l’attrice. Francesca entra nella prima sala dove campeggia la foto degli abitanti di Pola che s’imbarcano sulla nave “Toscana” dal molo imbiancato, e si accende: «Anche mio padre mi ha raccontato di essere partito da Pisino proprio così, in mezzo alla neve». L’attrice sfiora gli oggetti con delicatezza, sfoglia i quaderni di scuola, resta colpita dal groviglio di sedie mute e ammassate, ognuna testimone di un passato intimo:
«Sembrano tante mani che chiedono aiuto. È incredibile l’emozione che suscita guardare questi oggetti quando si conosce la storia che hanno dietro», commenta. Francesca, cosa significa per lei essere qui dentro il Magazzino 18? «Per me ha un significato fortissimo. Questi oggetti sono in qualche modo parte del mio modo di crescere. Ai raduni degli esuli incontravamo quello che in Istria era magari il vicino di casa, il collega, il medico del paese, e proprio in quelle occasioni anche mio padre e mia nonna si lasciavano andare di più ai ricordi, forse perché si sentivano più protetti». In famiglia, invece, suo padre parlava dell’esodo? «Non molto.
Forse per un fatto di dignità: c’era questo odio nei confronti di un paese che li aveva usurpati, che gli aveva tolto tutto, dall’identità alla casa.
Perciò sono cresciuta in questa interpretazione della storia che però poi, da figlia, vivendo in Italia, non ho visto riconosciuta a dovere. La loro sofferenza e il loro passato sono stati spesso strumentalizzati politicamente». Dov’è andato suo padre, una volta partito da Pisino? «Nel campo profughi di Savona, poi a Sanremo. La notte faceva il croupier al casinò di Sanremo, di giorno studiava all’Università di Milano. Tutta la famiglia poi si è trasferita a Trento e lì ha conosciuto mia madre». In famiglia si parlava della scelta dolorosa del partire o del restare? «Per loro non è mai stata una scelta, restare non era concepibile. Però il legame è rimasto fortissimo: mio padre riceveva a casa due notiziari, il pisinoto e l’istriano, dove si raccontava se qualcuno aveva avuto un figlio, chi era mancato… come se la comunità proseguisse a distanza. Anche io e mio fratello sentiamo forti queste radici». Ha visto lo spettacolo di Simone Cristicchi sul Magazzino 18? «Sì, ma purtroppo solo in televisione. Mi è piaciuto soprattutto perché è riuscito a dare il senso di questa perdita pur non essendo coinvolto direttamente». In questi giorni sta girando il nuovo film di Aldo Giovanni e Giacomo “Il ricco, il povero e il maggiordomo”. Come vanno le riprese? «Mi sto divertendo molto, mi ricorda i set con Massimo Troisi o Carlo Verdone, dove c’era un clima da commedia anche nella lavorazione. Interpreto una funzionaria di banca che ha per cliente Giacomo, “il ricco”, ma poi entra in contatto con tutti e tre. Ho scoperto che sono persone molto vere e semplici. E si sorprendono ancora, cosa rara per chi ha avuto successo ». E lei, si sorprende ancora? «Eh sì, più che altro vivo per essere sorpresa. Tant’è vero che a ottobre girerò un’opera prima, di Mirko Pincelli, la storia di persone che vanno a vivere a Londra per trovare successo, scappando dalla provincia. Che poi è Trento: così, per la prima volta, girerò nella mia città».


246 - La Voce di Romagna 02/07/14 Monsignor Margotti e i deportati
IL DRAMMA DELL’ARCIVESCOVO DI GORIZIA, CHE VERRÀ “ESPULSO” DALLA SUA CITTÀ

Monsignor Margotti e i deportati

LA TESTIMONIANZA

di Clara Morassi, figlia di Gino, presidente della Provincia isontina, dell’incontro con il prelato romagnolo mentre si trovava
esiliato a Udine

Risultano numerosi gli emiliano romagnoli arrestati dai partigiani del maresciallo Tito che non hanno fatto ritorno a casa

Ad appoggiare la richiesta di desecretazione avanzata dal sindaco Romoli, il vicepresidente nazionale dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, Rodolfo Ziberna. “Siamo consapevoli – scrive Ziberna  - che sarà assai improbabile poter trovare documenti ufficiali dell’ex Repubblica Federativa di Jugoslavia, ma certamente ci saranno relazioni da parte dei servizi segreti (nostri e di altre nazioni), corrispondenze con i nostri uffici diplomatici e con le diplomazie straniere, che l’Italia ritenne di celare alla conoscenza pubblica in virtù di una realpolitik derivata del ruolo svolto da Tito tra i paesi non allineati e degli equilibri tra Patto Atlantico e Patto di Varsavia. Inoltre riteniamo che acquisire nuovi elementi di conoscenza presso gli archivi italiani possa agevolarci nell’acquisire ulteriori elementi presso archivi stranieri, in primis quelli di Belgrado, ma anche di Berlino, Parigi, Londra e Washington”. Tornando alla vicenda di monsignor Margotti e del suo arresto, ecco in breve i fatti: la resistenza partigiana aveva preso di mira l’Arcivescovo, guidando contro di lui, fin dall’autunno 1942, una propaganda avversa con l’obiettivo del discredito personale.
 Visto l’imminente arrivo delle truppe jugoslave a Gorizia, da più parti gli era giunto l’invito  a lasciare la città, ma lui aveva scelto di rimanere al suo posto. Verrà arrestato il 2 maggio e l’8 maggio cacciato a Udine. Nelle vie di Gorizia erano stati affissi manifesti che lo bollavano di essere “avversario del movimento per la liberazione nazionale e che il suo comportamento politico avrebbe potuto accendere una guerra civile”. Ancora oggi una certa storiografia ignora che monsignor Margotti aveva condannato fermamente la segregazione degli internati sloveni, definendo i campi di internamento come quello di Gonars, da lui visitato, una vergogna per un paese civile come l’Italia. Nella primavera del 1943 aveva incontrato il Duce per denunciare quella che riteneva una situazione assurda. L’Arcivescovo aveva anche aiutato a mettersi in salvo diversi perseguitati di varie etnie e perorato, a nome di altri confratelli, la loro causa direttamente presso i tedeschi. Monsignor Margotti, racconta il sacerdote goriziano Corrado Mengoli, era molto vicino agli indigenti, per questo era solito inviare per primo gli auguri a persone che sapeva avrebbero risposto con un’offerta per i suoi poveri. L’Arcivescovo nel dopoguerra aveva preso posizione a favore dei braccianti agricoli del Fossalon, che avevano scioperato per 36 giorni, devolvendo loro una cospicua somma di denaro, e dando disposizioni alla Commissione Pontificia di distribuire ai bambini delle maestranze generi alimentari. Era intervenuto anche a favore delle maestranze dell’Oleificio di Monfalcone.
Questa la testimonianza rilasciata a Storie e personaggi dalla signora Clara Morassi sull’incontro con monsignor Margotti, avvenuto a Udine dove l’Arcivescovo si trovava dopo l’allontanamento forzato da Gorizia. “Qualcuno racconta che sua eccellenza il principe Arcivescovo Margotti come pure monsignor Monti, parroco della chiesa del Sacro Cuore, arrestati immediatamente dai titini nelle prime ore della loro occupazione, siano stati rilasciati e si trovano a Udine, ospiti dell’Arcivescovado. Io mi reco subito là, conosco bene monsignor Margotti, che con affetto mi riceve e cerca di rincuorarmi. Lo trovo provato nell’aspetto e disorientato, ma la sua serenità, la sua calma sono solo apparenti. Naturalmente gli chiedo se ha visto mio padre o qualche altro goriziano durante la sua pur breve prigionia. Ma la sua risposta è negativa. Alla mia domanda se pensa ad un prossimo rilascio mi risponde che con dolore e profonda amarezza, non ha nessun indice di speranza in questo senso, ma mi raccomanda di non disperare in un poco probabile cambiamento prossimo della tragica situazione, perché tutto può accadere”.
 Il racconto della signora Morassi, che da quel lontano 1945 continua la sua instancabile opera alla ricerca della verità sulla sorte dei deportati, testimonia la sentita partecipazione dell’Arcivescovo al profondo dolore dei suoi figli spirituali. Monsignor Margotti ha concluso la sua esistenza terrena a Gorizia il 31 luglio 1951 dopo una lunga e dolorosa malattia; per sua volontà è stato tumulato nella chiesa del Sacro Cuore, alla quale era particolarmente legato. A pochi passi dal tempio, una via porta il suo nome. Tra i nominativi dei deportati presenti nel Lapidario di Gorizia, progettato dall'architetto Paolo Caccia Dominioni e inaugurato nel 1985, figura quello di Ermanno Vites senior; il figlio Ermanno junior, noto artista, si è stabilito in Romagna. Sul Lapidario sono impressi i nomi allora accertati di 665 deportati senza ritorno. Alla cerimonia inaugurale avevano preso parte l'allora sindaco Antonio Scarano, nato a Rimini dove ha anche vissuto alcuni anni, il padre era infatti sottufficiale dell'Esercito, e l'Arcivescovo monsignor Antonio Vitale Bommarco, esule da Cherso, i cui fratelli Matteo e Giuseppe dopo essersi visti respingere dalle autorità jugoslave l'opzione per l'Italia, nel 1957 erano fuggiti dalla loro isola raggiungendo la libertà dopo un'avventurosa traversata dell'Adriatico conclusasi proprio a Rimini.
Negli elenchi dei deportati goriziani spiccano poi i nomi di Licurgo Olivi, nato a Bagnolo in Piano (Reggio Emilia) nel 1897, e di Augusto Sverzutti, entrambi esponenti di punta del Comitato di Liberazione nazionale di Gorizia e fermamente contrari ai progetti annessionistici jugoslavi. Olivi era sicuramente in vita nell’estate del 1948, quando era stato condotto assieme ad altri deportati nei pressi del valico italo-jugoslavo della Casa Rossa di Gorizia per uno scambio di prigionieri, poi non avvenuto. Lo attesta la dichiarazione scritta di un altro deportato reggiano, Francesco Freddi di Luzzara, rimpatriato nel 1950 e pubblicata dallo storico goriziano Guido Rumici, in “Infoibati” edito da Mursia. Rumici aveva ricevuto copia del documento dalla famiglia Morassi. Sui motivi della presenza di Freddi in Jugoslavia sono in corso ricerche. Non era un militare fermato mentre rientrava dalla prigionia in Germania o nell’ex Urss, di casi di questo genere se ne sono verificati diversi. E’ esistito un Francesco Freddi, sempre di Luzzara, che nel 1968 avrebbe rilasciato una testimonianza su una strage partigiana del maggio 1945, affermando di essere un sopravvissuto. Si tratta del ritrovamento dei cadaveri dei passeggeri di un mezzo della Poa (Pontificia opera di assistenza) avvenuto nei pressi di Concordia San Possidonio in provincia di Modena. Diversi particolari fanno pensare che si tratti della stessa persona.
Aldo Viroli
Storie e personaggi tornerà dopo l’estate
Quando si svolge la vicenda
Subito dopo l’occupazione jugoslava
Da oltre un decennio Storie e personaggi si occupa delle complesse vicende del Confine orientale legate alla Romagna. Era nato ad Alfonsine monsignor Carlo Margotti, che reggerà l’Arcidiocesi di Gorizia dal 1934 al 1951. L’Arcivescovo ha patito una dolorosa e umiliante odissea iniziata con l’arresto nel maggio 1945 da parte dei partigiani del maresciallo Tito che lo avevano “espulso” dalla città. Monsignor Margotti ha vissuto il dramma di Gorizia e della sua Arcidiocesi, praticamente azzerata dal Trattato di pace del 1947 che aveva assegnato la quasi totalità del territorio provinciale alla Jugoslavia. Senza dimenticare il martirologio dei sacerdoti, assassinati prima dai tedeschi poi dai partigiani di Tito. L’Arcivescovo ha sofferto la vicenda dei goriziani deportati nel maggio 1945 in Jugoslavia; toccante è la testimonianza della signora Clara Morassi, figlia di Gino Morassi, preside (presidente) della Provincia di Gorizia che non ha fatto più ritorno. Era di famiglia santarcangiolese l’ingegner Felice Gallavotti, arrestato dai partigiani nei pressi di Gorizia il dicembre 1944. Il sindaco di Gorizia, Ettore Romoli, chiederà al premier Matteo Renzi, di togliere il segreto di Stato a quei documenti dai quali si possano acquisire informazioni afferenti il dramma delle foibe e dell’esodo.




247 - Il Piccolo 09/07/14 Viaggio in Dalmazia - Pagaiando controvento fino a trovare i fantasmi del lager di Goli Otok (1)
Viaggio in Dalmazia - 1

Pagaiando controvento fino a trovare i fantasmi del lager di Goli Otok

In kayak tra le isole croate tra pareti strapiombanti, anfratti e tracce di un recente passato che ha segnato la storia di questi luoghi

di EMILIO RIGATTI

Piove: e non resta altro da fare che restare sotto i tendoni del bar della spiaggia ad aspettare che il tempo ci conceda una tregua e noi si possa navigare. I kayak sono già allineati sulla spiaggia del campeggio Bunculuka, a Baska, isola di Veglia-Krk. Abbiamo tutto: tende, sacchi a pelo, provviste e acqua per affrontare cinque giorni di navigazione. E tanta voglia di pagaiare in libertà, esplorando le isole di questa parte settentrionale della Dalmazia. I miei compagni di viaggio sono Enrico e i fratelli Guido e Aldo Faoro, col quale avevo pagaiato da Trieste a Zara due anni fa. Loro non amano né gli alberghi, né i campeggi e sono teorici della dormita "alla
vigliacca": nei boschi, sulla spiaggia, o dove capita che la notte li colga.
Inganniamo il maltempo sorseggiando una birra Ozuisko e contemplando le forme plastiche dell'isola di Prvic, velate dalla pioggia. È disabitata e le sue ondulazioni brulle e pietrose sono una delle note paesaggistiche più belle del luogo. La grande muraglia violetta del Velebit, perennemente incappucciata di nuvole cremose, ci accompagnerà per i cinque giorni di navigazione. Incombe su questi specchi d'acqua scanditi da isole brulle e candide e, quando non c'è vento, vi si specchia, aumentando l'illusione dell'altezza. Gli scrosci hanno una sosta e ci imbarchiamo, pur sapendo che non durerà molto. A metà strada tra Veglia e Prvic la pioggia riprende a cadere. Tiriamo su i cappucci delle cerate e puntiamo l'isola, dove scendiamo per sgranchirci le gambe e per dare un'occhiata attorno. Delle pecore fuggono spaventate davanti a noi, intrusi, sculettando tra le pietre.
Cespugli radi, invisibili da lontano, sopravvivono in questa landa rocciosa dalle forme bizzarre. Un boccone, e poi rimontiamo sui nostri costumi da bagno galleggianti. Seguiamo il profilo di Prvic da oriente. Le grandi falesie bianche dell'isola sembrano originate da una colata che ad un certo punto si è rappresa, frammentandosi e spaccandosi. Inizia il gioco geografico con cui ci diletteremo fino al ritorno: sfiorare le rocce, stare sotto le pareti a picco, entrare negli anfratti, nelle grotte, facendo slalom tra uno scoglio e l'altro, qualche volta guadagnandoci qualche grattata da brivido sulle chiglie dei kayak. Chi non ha navigato sotto le masse gravitazionali delle scogliere che incombono sull'acqua verdolina non può conoscere la sensazione di meraviglia, quasi di paura, per la verticalità possente di queste schegge di una luna esplosa e precipitata in schegge in questo mare. Uno sguardo all'umore delle nuvole e del vento e poi puntiamo in direzione di Goli Otok, l'Isola Nuda. Da qui appare come un lungo tavolato di pietra inclinato: parte dal mare e innalza la sua massa luminosa e priva di alberi sul mare che adesso, con cielo coperto, appare scuro. Contrasta nettamente con la parete cianotica del Velebit. Una nuvola bianchissima si è acquattata sulla sua sommità. Anche da chilometri si vede che è un luogo di desolazione, e la fama sinistra che aleggia sul lager di Tito rafforza questa impressione. L'acqua è ferma e pagaiamo su uno specchio che ci riflette. Quando, dopo un'ora di traversata, siamo vicini alle sue coste, cominciano ad apparire le strutture del carcere. Casematte diroccate, garitte di cemento armato e, infine, il porto dove sbarchiamo, da cui si diparte una strada in salita fiancheggiata da capannoni fatiscenti. A meno che le anime delle centinaia di persone - qualcuno dice migliaia - che vi morirono non possano essere considerate abitanti, anche qui ci sono solo capre e pecore che vagano in disordine sulle gobbe spellate di Goli Otok.
Troviamo una tettoia ben riparata, al porto, e ci accampiamo, stendiamo i sacchi a pelo invernali, tiriamo cordini su cui far asciugare le nostre cose. Esploriamo l'isola entrando nelle costruzioni collassate, andiamo a leggere le scritte sui muri in quelle che dovettero essere delle celle.
Questa parte dei Goli Otok è stata rimboschita dai detenuti e, finite le strutture detentive, la strada era stata affiancata da una doppia fila di acacie. Sono secche, spezzate dal vento, morte o moribonde. Non ce l'hanno fatta neanche loro. Alla fine della salita faccio una scoperta: una grande dolina completamente pavimentata con pietre. Fa parte dei lavori inutili e umilianti a cui venivano sottoposti gli stalinisti oppositori del regime titoista, finiti per una sorta di legge del contrappasso in un gulag adriatico? Piove, ma siamo al coperto e cuciniamo col fornello a benzina dell'esercito svedese, orgoglio di Aldo, che questa sera fa un po' il mona.
Le folate di vento fanno cigolare una lamiera, si sente il tonfo di un mattone che cade. Eppure, raggomitolato nel mio sacco a pelo, sono felice come non lo ero da tempo. Al risveglio le nostre tute di neoprene conservano una discreta quota di umidità. Basta tirare il fiato, infilarsele e aspettare che il calore del corpo le riscaldi. Sole, finalmente. Partiamo da Goli Otok verso le otto e in poco tempo raggiungiamo Arbe nella sua punta settentrionale, così articolata da assomigliare al Peloponneso. La risaliremo lungo la costa orientale, la più rocciosa. Il bianco delle interminabili falesie che svettano, contrasta con i blocchi giallo ocra delle emergenze tettoniche marnose di "flysh" oceanico, più basse, dovute alla formazione di rocce sedimentarie recenti, figlie dei depositi dei fiumi alpini. Un gelato di pietra a due gusti, in altre parole. Come sempre, seguiamo tutti gli anfratti, ci infiliamo tra gli scogli, esploriamo le cavità che il mare ha scavato con la sua pazienza senza fine. A est abbiamo la costa sormontata dal Velebit e a ovest i contrafforti tormentati delle falesie, da dove le capre e le pecore, quasi invisibili, fanno prodezze da Reynold Messner: ma come fanno a stare tranquille a pascolare su una parete perpendicolare? Appena si accorgono dei quattro cetacei di vetroresina s'inerpicano con pochi balzi rivelando cenge e sentieri che non avremmo mai supposto esistessero. Verso sera doppiamo il capo meridionale e c'infiliamo nel canale tra l'isola disabitata di Dolina e Arbe stessa. Abbiamo avuto tutto il giorno il vento contro e i miei compagni di viaggio sacramentano nei loro dialetti alpini - due sono velcellinesi e uno cadorino - quando, doppiato il capo, l'aria gira e ci si piazza ancora una volta sul naso. Non ce la facciamo ad arrivare ad Arbe - abbiamo quasi quaranta chilometri nelle braccia - ma a Barbat troviamo una spiaggia per lo sbarco e un bosco nascosto dove piazzare le tende e le amache impermeabili. Lo chef Guido, stasera, ci propone un menù a base di pasta col tonno. Domani, se il tempo non è troppo ostile, dovremmo farcela ad arrivare a Lopar. (1 - continua)

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia

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