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Rassegna stampa


La Gazeta Istriana  a cura di Stefano Bombardieri, M.Rita Cosliani e Eufemia G.Budicin
anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

Maggio - Giugno 2014 – Num. 45


30 -  La Voce in più Storia & Ricerca 07/06/14 Vergarolla: Fonti Jugoslave (Daria Deghenghi)
31 - Panorama Edit 30/05/14 Foibe ed Esodo: dalla rimozione alla conoscenza, il nuovo saggio di Carla Isabella Elena Cace (Fulvio Salimbeni)
32 - Il Piccolo 04/06/14  L'affascinante reportage del giornalista francese Yriarte raccontava già nel 1874 la difficile convivenza in Istria (Alessandro Mezzena Lona - Carlo Yriarte)
33 - Leggere Tutti - Aprile 2014 Paolo Scandaletti: La storia dell'Istria e della Dalmazia (Albero De Grassi)
34 - La Voce del Popolo 08/05/14 Cultura - Conoscere la guerra per amare la pace (Kristjan Knez)
35 - Panorama Edit 30/05/14 Ricordando Tomizza (Marino Vocci)
36 - La Voce in più Storia  07/06/14 Torre civica emblema di Fiume (Igor Kramarsich)
37 - Il Piccolo 08/05/14  Caracciolo: «Gli indipendentisti fermi al 1914»

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30 -  La Voce in più Storia & Ricerca 07/06/14 Vergarolla: Fonti Jugoslave

Recensioni di Daria Deghenghi

Vergarolla: Fonti Jugoslave

La strage di Vergarolla: fonti jugoslave” è l’ultima in ordine di tempo tra le ricerche storiografiche sulla sciagura - tutta polese e tutta italiana - del 18 agosto 1946.

Porta la firma di William Klinger e la sua pubblicazione, in forma di opuscolo (allegato) all’”Arena di Pola”, si deve all’associazione Libero Comune di Pola in Esilio. Al direttore dell’”Arena”, Paolo Radivo, il merito per aver sollecitato la ricerca e curato l’edizione presentata al 58.esimo Raduno degli esuli da Pola (1519 maggio). Vero è che l’ultima fatica di Klinger sulla carneficina in spiaggia del 1946 non ha portato a scoperte clamorose, ma è vero altrettanto che il ricercatore di origini fiumane ha per primo ispezionato gli archivi di Stato di Belgrado, riesumandovi documenti seppelliti che a parere di Tullio Canevari costituiscono “un altro tassello di quel mosaico che un giorno ci permetterà di vedere, forse tutta intera, la verità”.

Che però la “verità” sia altamente malleabile anche a distanza di decenni è lampante. E che i fatti, complice una pluridecennale omertà sul caso, siano talora spinti ad interpretazioni forzate, non è meno evidente. Ad ogni modo, il merito di Klinger è quello di aver decostruito e ricomposto tesi in aperto conflitto, ipotesi azzardate e costruzioni fantastiche dell’uno e dell’altro filone agiografico; di aver separato la farina dalla crusca, e cioè distinto nettamente tra fatti ed interpretazioni; di aver smascherato l’ideologia dietro la parvenza del giudizio oggettivo e soprattutto di aver fornito una “cornice al quadro”, e cioè descritto accuratamente il contesto storico, politico, demografico e ideologico che fu teatro di una delle maggiori carneficine dell’Italia del Dopoguerra. La prima assoluta e la più sottaciuta, e questo è certo.

Una strage inimmaginabile

Il fatto è presto detto, visto che alla strage in spiaggia non seguì alcuna imputazione di responsabilità né pene di sorta, ma solo un cupo silenzio. La mattina di domenica 18 agosto 1946 si tennero a Vergarolla le tradizionali gare natatorie della Coppa Scarioni e in serata fu programmata una festa per il sessantesimo della fondazione della società nautica Pietas Iulia, che ebbe sempre un orientamento patriottico italiano. Alle 14.10 il boato. Il numero delle vittime non fu mai accertato, anche se i corpi identificati furono 64. Ma resta il fatto che alcune persone “furono letteralmente polverizzate”. Circa 200 i feriti. Fu la peggior strage italiana del Dopoguerra, paragonabile solo all’esplosione alla Stazione di Bologna dell’agosto 1980. La città era divisa nell’anima.

“Documenti inglesi riferiscono che prima di Vergarolla da parte filojugoslava era stata espressa la volontà di boicottare qualsiasi manifestazione filo-italiana”. E infatti un mese e mezzo prima c’era stata la tappa Rovigno-Trieste del Giro d’Italia, osteggiata da una folla di dimostranti e sfociata in aperto conflitto a colpi di pistola. Il primo luglio a Trieste, durante gli scioperi indetti dal CLN e dall’Unione antifascista italo-slava, la folla lanciava una bomba che feriva soldati inglesi e americani; filoitaliani ricambiarono con bombe contro sedi filo-titoiste.

Ma la strage di Vergarolla era ancora inimmaginabile. Le munizioni erano incustodite e i civili non protetti, eppure quando la stampa americana affermò la responsabilità delle forze alleate, il Comando del GMA reagì furiosamente proclamando la propria estraneità all’accaduto. Anche l’indennizzo alle famiglie era stato trattato alla stregua di risarcimento per danni da calamità e non già come obbligo degli alleati per responsabilità diretta o indiretta dell’accaduto. Passati i funerali, le pubbliche manifestazioni di lutto (chiusura di negozi, messe di suffragio
eccetera) e distribuiti gli indennizzi, Vergarolla sparì immediatamente dalle cronache e dai resoconti di storia ufficiali di entrambi i Paesi per piombare nel mistero assoluto fino alla fine degli anni Novanta.

La controversia storiografica

Materiale documentario sulla strage agli archivi di Londra fu rinvenuto dall’argentino Mario J. Cereghino che con Fabio Amodeo pubblicò una gran mole di documentazione sul dopoguerra giuliano che però non incise minimamente sulla storiografia italiana, forse per la vendita in abbinamento a quotidiani a diffusione locale. A questo punto Klinger scrive le pagine più interessanti del suo lavoro. Riprende il contenuto dell’informativa “Sabotage in Pula” del 19 dicembre 1946, che punta il dito contro tale Giuseppe Kovacich, agente dell’OZNA, facendo leva su fonti italiane. Anni fa l’informativa in questione è stata un boccone ghiotto per la pubblicistica, che infatti aveva afferrato l’osso e se n’era nutrita ripetutamente, a puntate, ma senza alcuna ripercussione sulla storiografia.
Pochi, infatti, se ne occuparono con cognizione di causa e taluni lo fecero con ricami fantasiosi tali da stupire anche il pubblico meno colto, figurarsi quello più serio. Da parte croata c’è stata la tendenza a relativizzare la scoperta, considerata inattendibile “per parzialità di vedute” della fonte: i carabinieri italiani.

Darko Dukovski, ordinario di storia all’Università di Fiume, ha visitato gli archivi di Londra e ne ha tratto due pubblicazioni. L’articolo comparso sulla polese di storia “Histria” è di evidente stampo negazionista, propone innanzitutto una dettagliata analisi balistica dell’esplosione per poi cacciarsi in esplorazioni e considerazioni anche contrastanti, al punto che ora nega l’esistenza dell’attentatore ed ora ne postula cambi di identità, confutando il presunto interesse delle autorità politiche jugoslave a perseguitare gli italiani perché “tanto la carta politica della nuova Europa era già stata disegnata” e perché comunque il “problema italiano” si sarebbe risolto più avanti.

Attentatori italiani contro civili italiani?!

Nel 2013 Claudia Cernigoi riprende i dubbi di Dukovski e scrive che “a livello politico, era interesse strategico del CLN polese provocare un moto di popolo per impedire la cessione della città agli jugoslavi”, ribadisce che nel CNL c’era gente disposta a tutto, come ben dimostra il caso di Maria Pasquinelli e l’assassinio del generale britannico de Winton, e adduce che per puro caso proprio nel giorno dell’esplosione la Pasquinelli non si recò a Vergarolla, né ci andò il padre di Marina Rangan, “forse per un provvidenziale sesto senso”. Per Cernigoi, d’altronde, un nome dello stampo di Giuseppe Kovacich (Josip Kovacic) equivarrebbe in Italia a un Mario Rossi, che poi sarebbe “uno, nessuno e centomila”, neanche a fare apposta, o a volerselo inventare. Ergo gli italiani avrebbero causato essi stessi una carneficina di italiani a scopi propagandistici e rivoluzionari. Bisognerà pur dirlo: quella del filone Dukovski-Cernigoi è solo l’ultima delle pugnalate inferte da chi non ha davvero nulla da perdere nella ferita ancora sanguinante del popolo giuliano. Ma Klinger tira fuori dalla manica il vero Kovacic, di cui ha rintracciato la tomba al cimitero di Cosala. E dice: sarà poi anche vero che “il nome di Giuseppe Kovacich è comune quasi quanto quello di Mario Rossi”, ma il soggetto da noi rintracciato (partigiano, trentenne nel 1946 e fiumano) risulta essere l’unico, anche se resta vero che “un’informativa di per sé non costituisce una prova certa”. Lo riconosce del resto anche l’esule polese Sergio Cionci, agente del Servizio militare italiano dal 1947 al 1954. Intervistato da Andrea Romoli ebbe a dire in merito al presunto attentatore: “L'unica cosa che posso confermare è che il Kovacich era ben conosciuto dai nostri servizi, non fosse altro che per i suoi periodici contatti con la società di importazioni ed esportazioni jugoslave di via Cicerone a Trieste, strutture che all’epoca erano notoriamente sedi di copertura per l’OZNA in città. Ricordo che il suo nome emerse diverse volte in informative interne che ricevemmo dal controspionaggio ma mai - e sottolineo mai - venne in alcun modo associato alla strage di Pola”.

Brljafa suicida per rimorso?

In contrapposizione a Dukovski e Cernigoi, e ben prima di loro, il direttore del periodico “Istria Europa”, Lino Vivoda, Il luogo della strage come si presenta oggi aveva seguito le orme del giornalista David Fistrovic, che aveva aperto una pista d’indagine diversa - promettente e tuttavia abbandonata - secondo la quale il responsabile o uno dei responsabili dell’esplosione sarebbe stato Ivan Brljafa, un maggiorente comunista di Pola, che negli anni Sessanta fu anche sindaco, e prima ancora un agente dei servizi segreti jugoslavi.
Ebbene Brljafa morì suicida nel cortile di casa, a quanto sembra per rimorso, e avrebbe lasciato anche una confessione del suo operato terroristico su comando dell’OZNA in una lettera in possesso di una parente.
Fistrovic raccontò di aver visto con i suoi occhi il biglietto, ma non è più tra noi per testimoniarlo.

Quanto alla Cernigoi, che insiste a rimarcare la contrapposizione tra fascisti e antifascisti, questi ultimi tutti fedeli a Tito, Klinger risponde che “tali categorie appaiono già nel 1946 pienamente superate”, poiché gli “jugoslavi si muovevano ormai in aperta ostilità nei confronti degli ex alleati angloamericani”. In città il clima era pesante da mesi. Scoppi di arma da fuoco ed esplosioni di munizionamento e di residui bellici erano all’ordine del giorno, quasi quanto spiegazioni sulla loro casualità, di cui Klinger fornisce resoconti esaustivi. È vero, conclude l’autore, “a Pola era in atto una vera strategia della tensione, come del resto affermato da Claudia Cernigoi, ma che difficilmente può essere attribuita all’operato di spezzoni dei servizi fascisti’ italiani”. Del resto “... gli jugoslavi si presentavano come la punta di lancia dell’avanzamento sovietico in Europa”, afferma Klinger e adduce numerose prove in tal seno (occupazione dell’Albania e della Venezia Giulia prima della fine della guerra, eccetera eccetera).

La fuga, unica soluzione

Quanto a Vergarolla, l’attentato fu solo l’ultimo di una serie di esplosioni a catena, ma ebbe “conseguenze devastanti sul morale della popolazione, già duramente provata dalla guerra”. Quello della vigilia della strage era un momento topico, ribadisce Klinger. La prima fase della Conferenza di Pace (che vide confrontarsi una Jugoslavia trionfante e in pieno fervore espansionistico, contro un’Italia a capo chino con un de Gasperi in prima linea a rivendicare l’Istria “solo per ragioni di prestigio”) si concluse il
17 agosto.

l’attentato “rafforzò anche nei più titubanti la convinzione che l’esodo fosse ormai l’ultima garanzia di sopravvivenza”. Chi teme per la propria vita e vive nel panico non è in grado di fomentare moti di popolo per opporsi ad un oltraggio dovuto alla perdita di sovranità territoriale.

Fugge e basta. E infatti da Pola fuggirono in 28.000. Non certo perché gli italiani lanciarono bombe contro sé stessi.


31 - Panorama Edit 30/05/14 Foibe ed Esodo: dalla rimozione alla conoscenza, il nuovo saggio di Carla Isabella Elena Cace
La Storia Oggi

A dieci anni della Legge del Ricordo il nuovo saggio di Carla Isabella Elena Cace

Foibe ed Esodo: dalla rimozione alla conoscenza

di Fulvio Salimbeni

Il 30 marzo 2004 il Parlamento italiano quasi all’unanimità approvava la legge, n. 92, del “Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, delleso-do giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”, poi pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale” n. 86 del 13 aprile successivo, grazie alla quale s’apriva una nuova stagione nel dibattito storiografico in materia e nell’opera di divulgazione di tali vicende nelle scuole e nell’opinione pubblica che, fuori dal Friuli Venezia Giulia, a parte rari casi, poco o nulla ne sapeva. Ora, ricorrendo il decennale di tale iniziativa legislativa, Carla Isabella Elena Cace, esule di terza generazione, appartenente a una famiglia originaria di Sebenico, alcuni componenti della quale hanno avuto un ruolo di rilievo nell’associazionismo dell’esodo adriatico, ha dato alle stampe, come n. 61 della collana “I libri del Borghese” (Pagine editore, pp.
188, con 31 fotografie, euro 16), Foibe ed esodo: l’Italia negata. La tragedia giuliano-dalmata a dieci anni dall’istituzione del“Giorno del Ricordo”, ripresa, sviluppo e ideale coronamento di due suoi precedenti lavori in materia, rispettivamente Foibe: martiri dimenticati, e Foibe:
dalla tragedia all’esodo, cataloghi della mostra al Vittoriano, curati insieme con Matteo Signori ed entrambi editi nel 2009 dall’editore Palladino d’intesa con l’Associazione Nazionale Dalmata.

Il presente saggio, scritto con linguaggio non specialistico e di taglio volutamente divulgativo, per raggiungere un pubblico quanto più vasto possibile, s’apre con le prefazioni di Roberto Menia, il deputato primo firmatario della legge in questione, Renzo de’ Vidovich, Lucio Toth, Marino Micich, Lorenzo Salim-beni, Paolo Sardos Albertini, Antonio Ballarin, tutti a vario titolo legati al mondo della diaspora, e Gian Marco Chiocci, direttore del quotidiano romano “Il Tempo”, che illustrano la lunga battaglia sostenuta per imporre all’attenzione della Nazione questa dolorosa pagina rimossa della storia italiana, denunciando pure quelle che, almeno secondo alcuni di loro, sono state le ragioni opportunistiche d’un cinquantennale silenzio in merito e indicando ciò che si deve compiere, in particolare sul cruciale piano didattico, per far conoscere tali vicende. Ad esse seguono cinque capitoli, riguardanti rispettivamente il Giorno del Ricordo, in cui è riportato il testo integrale della legge; il decennale dessa (2004-2014); quel che in tale periodo s’è fatto per rimuovere la cortina d’oblio; le foibe, con relativa cronologia dei fatti, testimonianze, documenti; lesodo, con, infine, l’elenco della cinquantina di Comunità Italiane attualmente attive in Slovenia e Croazia, sintetiche biografie di esuli illustri (Abdon Pamich, Alida Valli, Andrea Millevoj, Antonio Gandusio, Antonio Varisco, la famiglia Luxardo, il beato Francesco Bonifacio, Laura Antonelli, Mila Schoen Nutrizio, Nino Benvenuti, Ottavio Missoni, Sergio Endrigo), le conclusioni, la bibliografia, peraltro molto succinta, integrata da un elenco di siti Internet - a p. 94, però, v’è un paragrafo relativo alle pubblicazioni nel circuito nazionale dopo il 2004 -, e l’apparato fotografico.

La trattazione vera e propria ricostruisce per sommi capi e per punti essenziali la storia della sponda orientale adriatica negli ultimi due secoli, dal 1797 - anno della fine della Repubblica di Venezia - al secondo dopoguerra, fino al trattato di Osimo, che pose definitivamente termine alla vertenza diplomatica sul confine orientale, fornendo un primo, utile orientamento al lettore ignaro in materia. Più originali e interessanti sono le pagine del terzo capitolo, dedicate a quanto intrapreso dal 2004 in poi per diffonderne la conoscenza tra il più vasto pubblico nazionale, dalla costituzione del “Comitato 10 Febbraio” alle visite scolastiche alla foiba di Basovizza, sul Carso triestino, dotata d’un centro didattico e di guide specializzate, complementare, in un certo senso, alla Risiera di S. Sabba, nel capoluogo giuliano, essa pure dichiarata monumento nazionale, che ricorda l’altro tragico aspetto del periodo 1943-47, l’occupazione tedesca dopo l’8 settembre, con la conseguente spietata repressione del movimento partigiano e la persecuzione degli ebrei, oltre alla mostra del Vittoriano, di cui s’è già detto, che ottenne il patrocinio delle principali istituzioni nazionali e romane e una visibilità, data la collocazione, fino allora inimmaginabile. Sul versante mediatico, inoltre, si ricordano lo sceneggiato televisivo, diffuso anche nel circuito cinematografico, Il cuore nel pozzo, che, come s’è già avuto modo di notare in un precedente intervento, sarebbe stato meglio non venisse realizzato, data la discutibilissima ricostruzione storica in esso fornita, e il recente, invece riuscito, spettacolo teatrale Magazzino 18 di Simone Cristicchi, in cui il dramma giuliano-dalmata, inquadrato in un più ampio arco cronologico, grazie alla bravura dell’autore e interprete è stato rappresentato con rara sensibilità ed equilibrio storico.

Del pari positiva, e indice del nuovo clima che si va finalmente instaurando a livello di rapporti tra esuli e cosiddetti “rimasti”, è l’attenzione riservata a “quelli che decisero di restare” e alla loro tutt’altro che facile condizione nella Jugoslavia comunista, venuta migliorando molto lentamente una volta superate le maggiori tensioni tra Roma e Belgrado e cambiata decisamente in meglio soltanto dopo la sua disintegrazione nei sanguinosi conflitti degli anni Novanta, entrando a far parte dei nuovi stati di Slovenia e Croazia, finché il famoso concerto dell’amicizia del maestro Riccardo Muti, svoltosi a Trieste il 13 luglio 2010 alla presenza di presidenti delle repubbliche italiana, slovena e croata, ha suggellato l’aprirsi d’una nuova, positiva stagione nei rapporti transfrontalieri, facilitati, tra l’altro dall’ingresso nell’Unione europea di Lubiana prima e di Zagabria ora, e nel percorso verso una “memoria condivisa”, di cui, a un elevato livello politico e istituzionale, le premesse erano state posto nel civile confronto tra Gianfranco Fini e Luciano Violante svoltosi a Trieste nel marzo 1998, tappa per certi versi conclusiva d’un processo di revisione e ripensamento facilitato dalla fine della Guerra Fredda, dalla scomparsa dell’URSS e dalla trasformazione del PCI prima in PDS e poi in PD.

Altro pregio della pubblicazione è quello d’aver avviato la ricostruzione - sia pure sommariamente e privilegiando la dimensione politica - dal momento epocale della scomparsa della Serenissima, collocando il fatale quadriennio
1943-47 in una più ampia cornice cronologica, che gli dà maggior senso e storicità, cogliendo le radici della tragedia adriatica negli immani sommovimenti e drastici cambiamenti indotti dalla Grande Guerra, che, provocando la scomparsa di tre imperi multinazionali (austro-ungarico, russo, ottomano), diede origine a una serie di piccoli stati altrettanto plurietnici, ma dominati dal mito della purezza nazionale, donde la persecuzione delle numerose minoranze in essi esistenti e le rivendicazione delle proprie, incorporate in altri stati, come è stato, del resto,ricordato nell’intervento di Robert Gerwarth Uno stato, un popolo: l’eredità avvelenata del 1914-18, comparso nel fascicolo monografico, fresco di stampa (n. 5, 2014), di “Limes”, 2014-1914: l’eredità dei grandi imperi.

Positivo, infine, è stato aver riportato integralmente il testo della legge istitutiva del Giorno del Ricordo, che tanti citano senza nemmeno averla letta, perché, qualora lo avessero fatto, avrebbero appreso che nell’art. 1, comma 2, in cui sono previste iniziative didattiche e scientifiche miranti a diffondere la conoscenza di tali fatti e a preservarne la memoria, si dichiara che esse “sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica e altresì a preservare le tradizioni delle comunità istrianodalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero” (pp. 55-56). Tale raccomandazione è la miglior giustificazione tanto della meritoria attività dell’IRCI (Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata) - al principiare degli anni Novanta fondato da Arturo Vigini, indimenticabile figura di politico, nell’accezione migliore del termine, istriano -, sin dall’inizio impegnato, con la rivista “Tempi & Cultura” e con corsi d’aggiornamento, convegni, seminari, spesso confluiti in pubblicazioni degli atti, presentazioni librarie, a far conoscere l’intera e complessa storia della civiltà adriatica nelle sue diverse componenti e articolazioni, senza ridurla soltanto agli eventi del secondo conflitto mondiale e a quelli immediatamente successivi, quanto del Centro di ricerche storiche di Rovigno, senza scordare che numerosi comitati provinciali dell’ANVGD, come quelli di Gorizia e di Udine, da tempo sono impegnati, e con ottimi risultati, nella medesima direzione.

Il saggio della Cace, dunque, si propone sia come sintetico profilo delle travagliate vicende del confine orientale sia quale bilancio di quanto fatto nell’ultimo decennio, tenendo desta la memoria d’esse, per comprenderle e contestualizzarle sempre meglio sul versante storiografico.


32 - Il Piccolo 04/06/14  L'affascinante reportage del giornalista francese Yriarte raccontava già nel 1874 la difficile convivenza in Istria
Biblioteca dell’Immagine pubblica l’affascinante reportage del giornalista francese Yriarte raccontava già nel 1874 la difficile convivenza in Istria

di Alessandro Mezzena Lona

Di professione faceva l’ispettore degli asili. Nel tempo libero amava scrivere, ma soprattutto viaggiare. Quando lasciò Trieste, a cui dedicherà un memorabile reportage, per addentrarsi nei territori dell’Istria, scendendo fino al Quarnero, alle isole, Carlo Yriarte si accorse subito che quella terra era una polveriera. Pronta a esplodere. Dove la gente conviveva sì, ma senza amarsi.

Affascinato dall’Italia, partito per un viaggio d’esplorazione lungo le coste dell’Adriatico, Yriarte pubblicò a puntate il racconto del suo girovagare. Nel 1875 lo lessero, per primi, i francesi che acquistavano la rivista “Tour du Monde”. Qualche tempo dopo, nel 1883, anche i Fratelli Treves di Milano dedicarono ai racconti “on the road” del giramondo parigino, nato nel 1833 da una famiglia di origine spagnola, una collana diventata leggendaria.

Adesso, quel viaggio ridiventa una storia di carta in più volumi. Dopo l’antipasto di “Trieste”, proposto l’anno scorso, la Biblioteca dell’Immagine comincia la sua lunga navigazione sulle tracce di Yriarte proponendo “Istria. Il golfo del Quarnero e le sue isole”, che arriva nelle librerie oggi.

«Abbiamo raccolto, nelle maggiori librerie antiquarie italiane ed estere - racconta l’editore Giovanni Santarossa -, i volumi contenenti i famosi resoconti di viaggio compiuti in Italia dalla metà a fine Ottocento. Abbiamo selezionato le opere e lavorato intensamente per due anni per rendere disponibili questi gioielli che raccontano l’Italia da Trieste a Palermo, da Cagliari a Trento. Complessivamente saranno realizzati circa 50 volumi». E ogni libro sarà accompagnato dai disegni, davvero splendidi, che Yriarte abbozzava durante il viaggio, e perfezionava al suo ritorno a casa.

Charles Yriarte, italianizzato in Carlo, non ha visto da vicino le follie del secolo breve. Morto nel 1898, a 66 anni, si è risparmiato il crollo dell’Impero austroungarico, la discesa delle truppe fasciste e naziste lungo i Balcani, le due guerre mondiali, l’orrore dei lager, la vergogna del campo di Arbe, e poi il terribile esodo della gente italiana dall’Istria e dalla Dalmazia, il massacro delle foibe, la caccia all’uomo. Ma lungo il percorso del suo viaggio nelle terre istriane, già nel 1874 si era accorto che sotto la cenere di una convivenza apparentemente quieta covava la scintilla di future rese dei conti.

Scriveva Yriarte: «Tutta la costa dell’Istria è veneta per tradizione e per origine; tutta la campagna è slava, e questo ultimo elemento costituisce oltre due terzi della popolazione totale. L’elemento tedesco si compone soprattutto di impiegati e militari, rappresentanti del potere centrale, che, venuti dall’interno dell’Austria, si considerano spesso come esiliati in questo paese perduto, raffrontandolo con rammarico alle ridenti valli della Stiria e alle belle provincie dell’arciducato d’Austria. La lingua in uso nelle città è l’italiana. Nelle città del litorale e in quelle dell’interno, i piccoli commercianti parlano slavo per la necessità d’intendersi coi contadini, senza entrare in questioni d’ordine politico, è impossibile al viaggiatore di non riconoscere l’antagonismo flagrante fra l’elemento italiano e l’elemento slavo. Tra queste due razze, l’elemento tedesco, che rappresenta il potere e l’autorità, barcheggia con prudenza, e studia di conservar l’equilibrio». Ma Yriarte era bravo anche a raccontare l’anima dei luoghi. Gli usi e i commerci, le credenze e i modi di abbigliarsi. Ci sono pagine che si fanno leggere come quelle di un romanzo. Senza mai perdere di vista l’obiettivo principale: svelare una terra poco conosciuta a chi, allora, sognava il mondo dalla poltrona di casa.

C’è poco cibo però non manca l’ospitalità degli abitanti

Da “Istria. Il golfo del Quarnero e le sue isole” di Carlo Yriarte pubblichiamo un brano del primo capitolo, per gentile concessione della Biblioteca dell’Immagine.

di CARLO YRIARTE

Le strade esistono fra i grandi centri, ma lì soltanto. I mezzo di locomozione mancano affatto; c’è bene un servizio di posta, che attraversa il paese, ma, oltre al non partire tutti i giorni, la vettura non ha che due posti, ed è un mezzo lento, a causa delle località da servire. Abboccandovi cogli abitanti, trovate quasi dappertutto dei vetturini, che vi portano da un luogo a un altro, ovvero potete viaggiare sui muli. Rispetto all’alloggio e al vitto, i grandi centri hanno degli alberghi, e si può mangiar convenientemente. Se vi dirigete verso il nord, non trovate altro modo d’alloggiare fuori dell’ospitalità degli abitanti, né potete sperare altro cibo, oltre quello portato con voi. Se visitate la campagna, bisogna assolutamente che vi provvediate d’ una guida, presa alla costa, e che parlando lo slavo e l’italiano, vi può render più facile la vita.
Non mai, nella sua capanna, uno Slavo accetterà la ricompensa del servigio prestato; egli è taciturno, un po’ diffidente e timoroso, ma ospitalissimo. Le strade sono più che sicure; il maresciallo Marmont, al tempo della dominazione francese, atterrì i malfattori, che trasformavano il nord dell’Istria in una spelonca. Da allora, l’amministrazione austriaca, proba, saggia, energica rispetto alla polizia, provvede alla sicurezza dei viaggiatori con un servizio di gendarmeria, fatto con gran coscienza. Se alcuno fosse tentato di intraprendere l’escursione che sto per raccontare, dovrebbe munirsi d’un bagaglio ridotto così, da poterlo attaccare sotto la paletta della sella, o come portamantello, perché, in certi luoghi, le strade mancano; vi bisogna attraversare un torrente dalle rive scoscese, e dove non possono discendere le vetture: come per esempio, nel tragitto da Pola ad Albona. Nelle isole potete andar bravamente a picchiare alla casa del curato del luogo che deve esser povero, ma che accoglierà con lieta cera  il viaggiatore. La pietanza sarà magra, senza dubbio, poiché la vita è assolutamente negativa; ma troverete dell’uva secca, delle olive, del pane, del vino, ben di rado un po’ di porco salato.


33 - Leggere Tutti - Aprile 2014 Paolo Scandaletti: La storia dell'Istria e della Dalmazia

TERRE DELL'ADRIATICO

La storia dell'Istria e della Dalmazia

L'impronta di Roma e di Venezia, Le foibe di Tito e l'esodo degli italiani nel nuovo libro di Paolo Scandaletti, edito dalla Biblioteca dell'Immagine.

DI ALBERTO DE GRASSI

L'ingresso della Croazia in Europa, e la Serbia che incalza, sollecitano la memoria dell’o-pinione pubblica sulla tragedia adriatica: quella dei 350 mila italiani che hanno dovuto abbandonare l’Istria e la Dalmazia - vissuto, averi, attività Hsotto l’incalzare terroristico dei partigiani di Tito. Coi nostri libri di scuola ancora zitti, a sessant’anni passati.

Terre affacciate sull’Adriatico, legate da sempre alla sponda italiana. I Romani, risaliti da Rimini e piazzate le roccaforti a Padova e Aitino, si dirigono verso Nordest a fondare Aquileia, 181 anni prima di Cristo: da quel porto fluviale, protetto dalla laguna di Grado, orienteranno 1 traffici su Costantinopoli e Alessandria d’Egitto, facendolo diventare in breve la terza città dell’Impero. Di là irradiano le loro strade verso le Alpi e 1 Balcani; partono alla conquista dell'lstria e della Dalmazia, per fondarvi città dall'impronta inconfondibile come Pola, con l’Arena che ancora vediamo, Zara e poi Spalato, la patria di Diocleziano.

Otto secoli e arriverà Bisanzio, poi i Franchi e il sistema feudale. Da prima del Mille e per ottocento anni ancora, la storia di queste terre meravigliose sarà strettamente legata a quella della Serenissima Repubblica di san Marco. Venezia tutela i suoi traffici procurando sicuri approdi alle navi in rotta verso i ricchi mercati del Mediterraneo orientale. In cambio offre protezione dai pirati e occasioni di sviluppo economico e culturale.

Dopo il crollo della Repubblica del 1797 e il fulmineo intermezzo di Napoleone, subentrano gli Austriaci con la loro corretta amministrazione, fino all’epilogo della Grande Guerra. Allorché l’Istria verrà assegnata all’Italia e la Dalmazia alla neonata corona jugoslava, con l’eccezione di Zara, il regime fascista impone con la forza la predominante italiana.

A guerra ormai perduta, nel '43 si ha la ritirata rabbiosa dei nazisti; alla cui violenza fa seguito quella delle brigate del maresciallo Tito, che continuano a identificare tutti gli istriani e i dalmati col regime di Mussolini. Deportazioni, annegamenti e foibe costringono i cittadini di lingua e cultura italiana ad abbandonare precipitosamente tutto. Due i nuovi documenti che impressionano: il rapporto dell’ufficiale degli Alpini Mano Maffi sulle sei foibe da lui esplorate in incognito nel ’57, finora coperto dal segreto militare; e il manuale per la pulizia etnica ad uso dei miliziani di Tito, redatto dal nobile bosniaco Vasa Cubrilovic, in seguito ministro a Belgrado.

Fra il '43 e il ’54 gli italiani lasciano dunque la terra in cui sono nati, e dove quasi tutti hanno bene operato, nelle mani di sloveni e croati; insieme ai beni e alle proprietà, a grandi realizzazioni e ricordi spesso felici. Con le lacrime e il dolore per un’ amputazione così drastica, su mezzi di fortuna e tra mille peripezie approdano a Trieste, Udine e Venezia; poi in 140 campi di raccolta non certo confortevoli, spesso ospitati di malavoglia.

I 350 mila giunti in Italia, così come gli emigrati in America e in Australia, si sono integrati nella vita nazionale, facendosi onore con iniziative di significato e conseguendo meritata notorietà. Le associazioni che li rappresentano, non sempre in sintonia, hanno avanzato più volte le loro rivendicazioni verso Lubiana e Zagabria. Con scarso esito, in verità.
Fino alla via della riconciliazione che i tre presidenti Napolitano, Turk e Josipovic hanno aperta nel luglio del 2010, celebrata con il grande concerto di Muti in piazza dell’Unità a Trieste.

La comune patria europea offre ora ulteriori ragioni per la comprensione fra popoli confinanti. Ma sulle famiglie degli esuli grava sempre la quasi nulla memoria che i concittadini italiani hanno di tante tragiche vicende. Lucio Toth, leader storico degli esuli, di questo libro (La stona dell'lstna e della Dalmazia, Edizioni Biblioteca dell'Immagine IX, pp. 234 con 90 illustrazioni, euro 14) ha scritto: "è uno stupendo excursus storico dell’lstna e della Dalmazia, dall’antichità alle tragedie del ’900, ad oggi".


34 - La Voce del Popolo 08/05/14 Cultura - Conoscere la guerra per amare la pace
Conoscere la guerra per amare la pace

Kristjan Knez

I colpi di rivoltella sparati a Sarajevo, la crisi di luglio, la febbrile attività diplomatica nelle cancellerie europee, la mobilitazione generale degli eserciti, quindi la conflagrazione, che fece precipitare il continente in un conflitto senza precedenti, un incendio che in breve tempo si sarebbe esteso sul globo intero. E sull’Europa si spensero le luci, per usare le parole di Sir Edward Grey, ministro degli Esteri britannico.

Per approfondire le dinamiche di quel bagno di sangue, di cui quest’anno ricorre il centenario dallo scoppio delle ostilità, il Centro Italiano “Carlo Combi” di Capodistria sta promuovendo delle lezioni e delle escursioni didattiche riservate agli studenti delle scuole medie superiori della Comunità nazionale italiana, per ragionare sulla portata della Grande Guerra, che per quatto anni e mezzo fagocitò uomini, mezzi e risorse di tutte le parti scese in campo.

Evento che schiuse la nuova era

Nei prossimi quattro anni, il progetto stesso coinvolgerà i giovani in un percorso teso ad avvicinare tale evento dirompente, che concluse l’Ottocento e schiuse il nuovo secolo, contraddistinto dalla modernità, dalla velocità, ma anche dalla violenza e dall’abbruttimento del genere umano. Se al tramonto del Diciannovesimo secolo le locomotive erano arrivate sugli schermi delle sale cinematografiche, neanche un ventennio più tardi, su quei treni sarebbero salite intere generazioni di giovani in divisa, convinti di partire per una guerra breve.
Fu un’illusione. E nella stragrande maggioranza dei casi quegli uomini non sarebbero rientrati a casa. Era solo l’inizio di un’ecatombe, che avrebbe sconvolto i popoli, gli imperi e le leadership su scala mondiale.

Presente nella memoria delle famiglie

La Prima guerra mondiale è sì un evento lontano, ma al tempo stesso parzialmente ancora presente, grazie alla memoria tramandata nelle famiglie. È un capitolo che appartiene al passato, parimenti rappresenta un momento per commemorare la tragedia dell’Europa, quella stessa che, sebbene detenesse il primato indiscusso e avesse raggiunto uno spessore civile ragguardevole, era capitombolata in una mattanza, conclusasi solo con l’esaurimento in senso lato degli schieramenti in lotta.

Ma a differenza del Secondo conflitto mondiale, con le memorie ancora divise, giacché attraversate da posizioni ideologiche diametralmente opposte, nonché da anacronistiche polemiche alimentate in varie parti del continente – forse perché la politica odierna è ormai a corto di soluzioni per la crisi che stiamo attraversando e allora è più facile scadere nella demagogia, individuando “pericoli” e riesumando vecchie questioni –, le cruenti pagine di storia di cent’anni or sono possono costituire un punto di partenza per comprendere.

Ottima occasione per riflettere

La carneficina del 1914-1918 può diventare un’occasione per riflettere coralmente su quella “inutile strage”, che aveva tracciato un solco profondo nel vecchio continente, la cui fine, seguita dai punitivi Trattati di pace, avrebbe rappresentato un fomite di discordia per uno scontro armato futuro.

In un momento storico in cui grazie all’Unione europea sono venuti meno i confini – per i quali fu versato tanto sangue anche a queste latitudini – e altri scompariranno del tutto entro breve, la conoscenza dell’orrore della guerra di un secolo fa, con i suoi strascichi di sofferenza e miseria, per i più giovani può rappresentare un’occasione in più per cogliere il vero valore della pace e della concordia tra i popoli.


35 - Panorama Edit 30/05/14 Ricordando Tomizza
Ricordando Tomizza

Scrittore e uomo di pensiero ma soprattutto persona da ascoltare e da amare

Seppur da un decennio e mezzo non più fra noi, la sua presenza resta più che mai viva in questa terra che ha tanto amato in tutte le sue componenti diversificate e molto spesso contrapposte

Marino Vocci

Scrivo queste riflessioni la mattina di mercoledì 21 maggio seduto all'ombra di uno splendido rovere ultracentenario, a Coviglie. Una breve sosta nel corso di una solitaria caminada, dopo aver lasciato la mia Caldania per raggiungere Momichia. È una splendida giornata di sole in un'atmosfera quasi estiva che contrasta fortemente con quella di quindici anni fa quando, dopo aver saputo della morte di Fulvio Tomizza, mi ero incamminato tra l'erba e lungo i trosi accanto alla Sua casa di Momichia e, insieme alle robinie, avevo pianto anch'io. Un pianto disperato. Oggi però non mi sento così solo.
Tra le braide di terra rossa immerso in un'esplosione di diverse tonalità di verde, tra il profumo intenso del gelsomino e del bosso, quello delicato della rosa canina e dolciastro del grano, ad accompagnarmi ci sono il canto melodioso di usignoli e merli, quello primordiale delle cucuiza e il verso stridulo dello sparvier, e a ogni passo sento accanto la presenza della grande anima istriana. Sono proprio contento perché oggi in questo nostro piccolo grande mondo abbiamo capito che Fulvio è stato un grande scrittore e uomo di pensiero, ma prima di tutto è stato una persona da ascoltare e da amare.
Accanto al laco e alla spina di Giurizzani ho sentito le calde parole di questo... figlio dell'Istria. Istria una terra non risolta, e difficilmente risolvibile, che mi costringe a vivere una condizione di uomo di confine permanente... Un mondo in cui bisogna sostituire l'autoritario e consuetudinario aut aut col dimesso, quasi disperato e insieme fiducioso e associativo, et et. Un mondo di asprezze da accettare nella sua integrità e in cui rendere attuabile l'impossibile conciliazione, prima di tutto dentro me stesso, per non dover scegliere tra le diverse e magari opposte componenti di sangue, cultura, mentalità (di paesaggi n.d.r.), ma tentando piuttosto di accordarle riconoscendole proprie di uomo di frontiera (che crede e vive con responsabilità l'etica di frontiera n.d.r.) sentendole come reale opportunità e concreta ricchezza n.d.r.). Camminando entro lo straordinario e ancora integro pezzo di mondo rurale istriano, vero mosaico ambientale favorito in passato anche dalla frammentazione della proprietà, ho ripensato al forte legame di Fulvio con questa terra. Dentro di lui c'era indubbiamente la città di Miriam (Trieste) ma soprattutto Ma-terada e cioè la Sua, la nostra, Istria: un mondo e un paesaggio rurale (e plurale) che, naturalmente non solo per l'amore nei confronti della "grande anima", dobbiamo assolutamente amare e difendere. Istria come luogo antropologico, come ha sottolineato con forza Martina Vocci nella tavola rotonda "Il paesaggio e la memoria nei romanzi di Fulvio Tomizza" organizzata in attesa del Forum Tomizza 2014 nella prestigiosa sala di Palazzo Economo a Trieste
- sede del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici e Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantro-pologici del Friuli Venezia Giulia.

Nei romanzi di Tomizza vengono documentati e descritti con amore e precisione quasi fotografica, i luoghi antropologici, ossia i luoghi di piccole/grandi storie, identità multiple, luoghi di relazione in cui la Comunità ha ancora un ruolo preponderante. Martina, laureata alla Sapienza di Roma, per sottolineare l'importanza del paesaggio e dei luoghi nella narrazione tomizziana ha richiamato la definizione dei non luoghi di Marc Augè, luoghi di passaggio, ad esempio strade, stazioni, centri commerciali che si definiscano contrastivamente ai luoghi antropologici, con forte presenza di identità, storia e relazioni.

Credere e difendere i luoghi antropologici

I non luoghi sono il tipico esempio della surmodernità, del nostro tempo, e rappresentano i suoi eccessi: di luogo (possiamo essere ovunque ma non viaggiamo veramente), di tempo (abbiamo talmente tante cose/ eventi che in realtà tutto è azzerato e viviamo nella perenne condizione di mancanza di
tempo) e di ego (esiste solo l'individuo, il proprio ombelico, senza niente intorno).

Per questo nostro mondo "In bilico sulla sbarra" - questo il tema del Forum Tomizza 2014 - dove dopo l'abbandono rischiamo anche la distruzione/cancellazione del paesaggio culturale e colturale, dobbiamo credere e difendere i luoghi antropologici. Non solo per un problema affettivo ma anche e soprattutto perché solo difendendo la loro specifica identità, e quindi la memoria che rappresentano, possiamo costruire il nostro futuro.

Il paesaggio culturale e colturale istriano ha già pagato costi non da poco.
Come per esempio, e lo ha ricordato nel corso dell'incontro il geografo Franco Juri, nel secondo dopoguerra con l'Esodo soprattutto della componente italiana e poi negli anni Cinquanta con l'abbandono quasi totale dell'Istria interna e con le colate di cemento per la costruzione di "cubi" turistici spuntati in abbondanza nella parte costiera. Mentre a partire dagli anni Novanta abbiamo assistito ad altri scempi con un'ondata di "villettizzazione" e di "condominizzazione" del mondo rurale. Così come un altro piccolo/ grande esempio, che ha interessato il paesaggio colturale, è stato il declino dell'olivicoltura provocato dall'enorme espansione della vite e l'abbandono quasi totale dell'ulivo. Questo non solo per la catastrofe provocata dal gelo del 1929, ma anche al "gelo" provocato dall'Esodo della popolazione e da quello regalatoci dal regime comunista che ha messo in crisi - e non solo con questo - la piccola proprietà privata contadina.

Per questa nostra cara Istria, che ora più che mai dobbiamo nuovamente amare, Ulderico Bernardi ha riportato le impressioni, dopo un viaggio compiuto negli anni Sessanta in Istria, di uno dei più grandi intellettuali del Novecento, il friulano Pier Paolo Pasolini: "Dopo Trieste comincia in effetti qualcosa di diverso. Io, almeno, in Italia non ho mai visto niente di simile... sono un uomo complicato e trovo stupenda questa Italia non
italiana: costa azzurra e tenera lungo un entroterra diverso... La storia non coincide con quella di una nazione. La storia è una storia di culture.
Nazione e cultura sono due nozioni che devono disgiungersi, anche se una secolare abitudine le mescola dentro di noi'.


36 - La Voce in più Storia  07/06/14 Torre civica emblema di Fiume
TORRE CIVICA EMBLEMA DI FIUME

di Igor Kramarsich

La torre Eiffel per Parigi, la tower bridge per Londra, la statua della libertà per New York. Sono tutti simboli di questi metropoli, però simboli che sono visitabili da milioni di visitatori ogni anno e che portano tanti soldi alle locali comunità. Fiume ha pure il suo simbolo, la Torre civica. Uno dei simboli di Fiume che abbiamo visto da tutti gli angoli. Arrivando dal mare, passeggiando per il Corso o magari da quello che era la Civitavecchia.

Però al contrario dei vari altri simboli nel mondo la torre civica di Fiume, rimane ancora oggi non visitabile. Pochissime persone sono mai entrare dentro. Ma perché è così e cosa nascondono queste "quattro mura".

L'entrata nella torre è molto ben mimetizzata. Quante volte siamo passati sotto la torre e non abbiamo visto che nella parte occidentale del passaggio esiste una piccola porta. Ora dipinta come tutto il passaggio è quasi nascosta. Abbiamo le chiavi ed entriamo dentro. Subito ci troviamo davanti ad una serie di scalini a chiocciola. Alla fine ci aspetta la prima scala. Piccola ma ci porterà al primo tratto è del tutto angusto dove appena una persona può passare.

Dopo pochi passi arriviamo al primo livello. Qua sono stati portati tutti i congegni elettrici e la luce come tale. Subito dopo ci serve una seconda chiave. Infatti arriviamo davanti ad una porta di metallo, fatta di recente, che protegge il resto della torre. Dietro la porta abbiamo una grande ripida scala e dietro i tre pesi delle campane. Subito dopo la prima ci aspetta una seconda ripida scala, quella che ci porta al secondo piano delle torre.

Questo secondo piano, è il piano che riconosciamo dall'esterno come il piano sotto l'aquila bicipite. Qui troviamo l'armadio. Un vecchio armadio a tre ante, in buona parte in vetro. Dentro, il complesso meccanismo che regola l'orologio. E' un meccanismo molto vecchio, leggiamo tra il resto troviamo la scritta: Joh(ann) Mannhardt'sche Thurmuhren-Fabrik in Muenchen 1873. Numero dell'orologio 1029.

Con questo armadio con una serie di ingranaggi è collegato l'orologio "rotatorio", quello con numeri romani e numeri a scadenza di cinque minuti. Un grande cilindro vuoto che occupa tanto spazio. Anche se il tutto sembra ancora in funzione, in realtà il meccanismo da qualche anno è stato cambiato con uno elettrico e più preciso.

Riprendiamo a salire con una doppia scalinata, la più comoda in tutta la torre, ma di sicuro la più vecchia e un po' traballante. Arriviamo così al terzo piano. Un piano quasi "inutile" che però dall'esterno lo individuiamo come il piano dove si trova il classico orologio, o meglio dei quattro orologi uno ad ogni lato della torre. Orologio regolato con una serie di ingranaggi da quell'armadio che abbiamo trovato di sotto. Inoltre vediamo tutti i cavi di acciaio che passano dai pesi che abbiamo visto di sotto fino le campane. Inoltre si trova qui la "sede" dell'internet wifi che compre il centro cittadino.

Torniamo a salire. Un altra scala di legno. Arriviamo così al piano forse più interessante e storico. Il piano dove sono poste le campane. Quante sono? Be sono solo due. Una grande sotto e una piccola di sopra. Segnano rispettivamente le ore piene, quella di sotto, e i quindici minuti quella di sopra. Non si trovano alla cima del piano, ma bensì in una costruzione d'acciaio. Però al contrario di tanta campane queste rimangono sempre del tutto immobili. Infatti a "battere" le ore ci pensa un BAT. Non deve sorprendere che qui, come pure nella torre pendente le campane siamo ferme. Infatti nel vale della staticità delle costruzioni.

Dappertutto tanta polvere, ma pure del verde. Questa è inoltre il piano più soleggiato, ma pure il più freddo. Infatti ritornando a guardare dall'esterno ci troviamo subito sotto la cupola e per cui nella parte dove troviamo le finestre di vetro. E' un vetro non trasparente, però entra tanta luce.

Ritorniamo a salire. Questa volta con una ripida scala di metallo. Arriviamo al piano decisamente più caldo. Arriviamo al piano quasi del tutto vuoto. Siamo dentro la cupola delle torre. Un piano del tutto scuro, ma per fortuna illuminato dalla luce interna. In questo piano esistono due "finestre". Sono "finestre" fortuite fatte negli anni nella torre. Infatti la prima la troviamo "chiusa" da un pezzo di legno. Aprendola ci troviamo davanti ad un panorama del tutto unico.

Infatti davanti a noi la Riva Boduli, ma pure mettendo la testa un po' fuori possiamo vedere tutto il Corso, per tutta la sua lunghezza. Un panorama unico e bello da vedere. Tanto unico che guardando dal di fuori dal Corso questa " finestra" non si vede. Però non finisce qui la panoramica della torre e neppure le scale.

Infatti esiste ancora qualche scalino. Dei scalini fatti pure da Guglielmo Barbieri e Alberto Tappari quel lontano 4 novembre 1919 quando privarono l'aquila fiumana di una delle due teste. Infatti questi scalini portano quasi in cima alla cupola nella parte che guarda verso nord. Dopo i primi scalini ci tocca fare un po' di ginnastica e contorsioni per, prima aprire la cupola, ossia la finestra, verso l'alto e poi quasi del tutto uscire e metterci in piedi.

Però quello che si presenta per noi è un altro unico e fenomenale panorama a gran parte della città. Davanti a noi si presenta subito la piazza Kobler e tutto quello che rimane della Civitavecchia, ma pure la vista va molto lontano verso gli altri quartiere a nord, però si riesce a vedere pure gran parte del Corso e del Quarnero. A portata di mano pure la bandiera. Arrivare fin qui in una splendida giornata di sole è l'ideale.

Non ci rimane che tornare indietro. Una cosa è sicura. Visitare la Torre civica è difficile e molto probabilmente rimarrà a lungo inaccessibile a quasi tutti. Pensare a una sua trasformazione turistica è improbabile. Però magari è meglio così, e continuerà ad avere tutto il suo fascino e mistero.

Nella torre ci sono due campane, una sopra l'altra.

Quella superiore e la più piccola è del 1775. Ha diversi stemmi. Ma quella più interessante dal punto di vista storico è quella inferiore. E si può notare come è stata cambiata negli anni. Infatti su di essa sono stati messi quattro stemmi. Così troviamo il primo con la scritta S • V • M • C • F • M • CIVITATIS • FLUMINENSIS. Mentre sotto lo stemma con due angeli che tengono lo stemma di Leopoldo I un testo: OBUS JOHANNES REID LABACI 1777.

Il secondo stemma è quello della famiglia Steinberg. Lo riconosciamo grazie alla scritta Antonio de Steinberg (pittore, innovatore, geodeta e con tanti altri interessi) attorno allo stemma. Questi due stemmi sono stati messi quando la campana è stata fatta.

Interessante che alla creazione della campana ha partecipato in prima persona Elisabetta Reidin, la zia di Johannes Reid. Inoltre il suo nome lo troviamo in fondo alla campana a firma del suo lavoro. E poi ci sono due stemmi minori. Uno che da l'idea di essere degli Asburgo, ma non quello classico. E infine c'è uno che sembra rappresentare la chiesa. Infine nella parte superiore c'è una lunga striscia sulla quale si può leggere: Antonio de Monaldiset Tra Gverlitz Ivdicibus Ac Rectoribus

Breve cronistoria

La Torre è stata costruita in diverse fasi. All’inizio era solo una delle due entrate nel centro cittadino che era cinto da mura.
1639: dopo un incendio la porta cittadina viene ingrandita però la costruzione rimane della stessa altezza
17° secolo: la Torre/entrata è stata alzata ed è stato introdotto l’orologio, quello inferiore
1695: viene posta l’aquila bicipite degli Asburgo
1728: Sotto l’aquila troviamo due rilievi che rappresentano i busti degli imperatori austriaci Leopoldo I e Carlo VI. Il primo ha firmato che l’aquila bicipite sia il simbolo della città e il secondo ha visitato la città nel 1719. Inoltre viene tolto il meccanismo di apertura della porta verso il mare
1750: Fiume viene colpita da un forte terremoto. La città riceve grandi finanziamenti da Vienna e comincia ad espandersi verso il mare
1775: viene tolta la porta d’entrata nella Civitavecchia
1784: a Lubiana viene acquistato il meccanismo dell’orologio da Johann G. Wildman, quello classico “superiore” e su tutti e quattro i lati. Rimase in funzione fino al 1873
1801: la Torre riceve la sua prima cupola su progetto dell’architetto Antun Gnamb
1873: nella Torre viene installato il nuovo meccanismo per l’orologio, quello attuale.
1890: su progetto dell’architetto Filibert Bazarig, Fiume riceve la sua attuale cupola sulla Torre


37 - Il Piccolo 08/05/14  Caracciolo: «Gli indipendentisti fermi al 1914»
Oggi il direttore di LiMes all’apertura del festival “vicino/lontano” di
Udine: «L’Europa? Facciamo solo finta che esista»

Caracciolo: «Gli indipendentisti fermi al 1914»

UDINE L’Europa e il mondo un secolo dopo la fine della prima Guerra mondiale, ma anche i diari più intimi di Tiziano Terzani, quelli che «svelano l’altra metà della luna, arricchendo e arrotondando il personaggio con un’immersione nella sua vita dietro le quinte, nei sentimenti e nei rapporti familiari», spiega Angela Terzani, moglie del reporter e scrittore scomparso nel 2004. Sono questi alcuni dei temi forti dell’edizione 2014 della rassegna “vicino/lontano” (n. 10), sulla quale oggi si accendono i riflettori a Udine (cerimonia inaugurale alle 19). Tra i momenti clou, la consegna il 17 maggio del premio letterario internazionale Tiziano Terzani ex aequo allo scrittore pakistano Mohsin Hamid per il romanzo “Come diventare ricchi sfondati nell’Asia emergente” (Einaudi 2013) e al poeta friulano Pierluigi Cappello per “Questa libertà” (Rcs Libri, 2013).
Un’occasione anche per presentare i diari inediti di Tiziano, “Un'idea di destino”, pubblicati in questi giorni da Longanesi, a cura di Angela S.
Terzani e Àlen Loreti. Tra gli ospiti più attesi, Lucio Caracciolo, esperto di geopolitica, direttore delle riviste “LiMes” e “Heartland”, editorialista di Repubblica, docente di Studi strategici all’Università Luiss di Roma, nonché membro del comitato scientifico di vicino/lontano. Caracciolo terrà oggi a Udine (alle 21, ex chiesa di San Francesco) una lectio su “1914/2014:
cent'anni dopo”. «Nel 1914 - anticipa Caracciolo - è caduto in modo definitivo un ordine europeo costruito al Congresso di Vienna e durato cento anni. Da allora a oggi abbiamo avuto due Guerre mondiali, vari conflitti regionali e locali, nella sfera europea, mediterranea e asiatica continuano a manifestarsi gli effetti della prima Guerra mondiale». Del resto, quando scompaiono quattro grandi imperi in una volta sola, «non è poi così facile che le cose si rimettano a posto». «Tutto quello che vediamo oggi - continua l’esperto -, tra cui il separatismo veneto e l’indipendentismo triestino, sono in qualche modo riferibili a questo». Occorre, perciò, conoscere la storia per cercare di non ripeterla. «Quasi inconsciamente - aggiunge Caracciolo - cerchiamo analogie quando leggiamo i fatti in cui siamo immersi. E ci diciamo: ecco sta accadendo ciò che è successo in quel determinato periodo. È un modo sbagliato di leggere la storia - prosegue - come se ci fosse una contemporaneità permanente degli eventi. Non ha senso trasferire all’oggi cose che sono accadute in tempi e con presupposti completamente diversi». In Ucraina, secondo Caracciolo, «ci sono tutte le premesse per lo scoppio di una guerra civile». Nel paese a cui è dedicato l’ultimo numero (già in edicola) della rivista LiMes, «è cominciato un processo che nessuno è in grado di controllare: né i russi, né gli Usa, tanto meno gli europei». E così «la partita è affidata agli ucraini, che però sono molto divisi. Lo Stato - aggiunge l’esperto - non esiste più, almeno nei termini in cui è esistito fino a un paio di mesi fa»: la Crimea se n’è andata, un terzo del Paese è completamente destabilizzato: gli ucraini non si fidano di Kiev e i filorussi li confermano in questa direzione». Come uscirne? «Per evitare una guerra civile - suggerisce Caracciolo - occorrerebbe un accordo tra le varie fazioni ucraine e un compromesso tra Russia e Stati Uniti basato sulla neutralità dell’Ucraina e anche sulla federalizzazione del Paese». «Inoltre - continua - ci dovrebbe essere l’accettazione, da parte della Russia e di altri Paesi, del fatto che lo Stato ucraino sia indivisibile». Il resto è affidato «alla buona volontà degli ucraini e anche ai soldi che ci metteremo tutti, a cominciare dagli oligarchi ucraini che hanno saccheggiato il Paese». Le elezioni europee alle porte? «Siamo alla vigilia di 28 elezioni nazionali parallele in cui l’Europa è usata solo in chiave politica interna - commenta il direttore di LiMes -; ne uscirà un parlamento che non interesserà a nessuno fino alle prossime elezioni». Sul perché l’Europa si sia ridotta così, Caracciolo non ha dubbi: «Abbiamo voluto continuare a fingere che l’Europa esistesse - afferma - e invece non c’è. Smantellare questo teatrino semi-automatico non è possibile, se non con devastazioni. E così - conclude - ne restiamo prigionieri».

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