Mailing List Histria
Rassegna stampa

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 919 – 08 Settembre 2014
    
Sommario

248 - Il Piccolo 09/07/14 Gorizia:   Sopravvissuti molti dei 665 deportati - (Alex Pessotto)
249 - La Voce del Popolo  11/07/14 Calle Larga fatica ancora a farsi strada
250 - La Stampa  14/07/14 Torino -  Nel "ghetto" dei profughi la fabbrica dei campioni (Paolo Ccccorese)
251 - Il Piccolo 21/07/14 Il Miur abolisce la Venezia Giulia (gaffe ministeriali) (Giovanni Tommasin)
252 - La Voce del Popolo 21/07/14 Beni, avanti con i risarcimenti (Marin Rogić)
253 - L'Arena di Pola 23/07/14 Vergarolla: è jugoslava la pista più verosimile (Paolo Radivo)
254  - La Voce del Popolo 26/07/14 Intervista al Prof. Guido Rumici: Cresciuto tra due dialetti sulle rive di Grado
255 - Il Piccolo 04/08/12 Isola Calva in vendita, scoppia la rivolta (Andrea Marsanich)

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
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248 - Il Piccolo 09/07/14 Gorizia:   Sopravvissuti molti dei 665 deportati -

Gorizia:   Sopravvissuti molti dei 665 deportati -

Non tutti i 665 “fratelli inermi” come li definisce il monumento del parco della Rimembranza, edificato a 40 anni dalla tragedia, il 3 maggio 1985, trovarono la morte in Jugoslavia, a fine guerra, a seguito delle deportazioni. Alcune decine riuscirono a far ritorno in Italia. Lo rende noto una dettagliata ricerca che costituisce la sezione più importante del nuovo numero della rivista Isonzo-Soca che viene presentato oggi, alle 11.30, nel cortile interno del Kb Center (Corso Verdi, 51).
«Ciò, sia chiaro, non sminuisce in alcun modo la portata della tragedia - afferma il direttore del “giornale di confine” Dario Stasi -. Nessuno mette in discussione l’esistenza di quei gravissimi e tragici fatti dell’immediato dopoguerra durante l’occupazione jugoslava della città, gli arresti e le uccisioni dei cittadini inermi, perfino degli antifascisti Olivi e Sverzutti. Quello che ci interessa, invece, è, come dice lo storico Roberto Spazzali, nel suo libro sulle foibe «la necessità di una verifica sulla base di nuovi criteri di valutazione ed analisi. E ciò per eliminare ogni dubbio statistico in merito a un fatto storico che non può essere comunque negato».
Non è la prima volta che Isonzo-Soca si occupa dell’argomento. Già nei suoi primi numeri, nel 1990, fece chiarezza sulla storia di Ugo Scarpin che erroneamente rientrava nel gruppo dei 665 trucidati; la rivista rintracciò Scarpin e lo fotografò con i suoi nipoti. Il numero sul monumento non venne corretto, ma, per decisione dell’allora sindaco Antonio Scarano, il nome di Scarpin venne cancellato dal lapidario. Ora, appunto, qualora venisse utilizzato lo stesso metro sembrerebbe corretta anche la cancellazione dei nomi delle altre decine che riuscirono a salvarsi. Il motivo di tali errori nel nome e nel numero dei deportati, a detta di Stasi, «è dato dall’utilizzo di elenchi evidentemente inattendibili, come peraltro ha sostenuto e sostiene Roberto Spazzali». Di certo, si tratta di una rivelazione che non mancherà di far riflettere e tornare su uno degli argomenti più spinosi della nostra tragica storia. Non solo di ciò, tuttavia, si occupa il nuovo numero della rivista. Infatti, la copertina si apre con la riproduzione di un lavoro di Franco Dugo che ritrae John Fitzgerald Kennedy, alla Transalpina, accanto al filo spinato della cortina di ferro e nell’atto di indicare la Stella Rossa. Kennedy venne davvero alla Transalpina, nel dicembre ’52 quando non era ancora presidente degli Usa ma “solo” senatore del Massachusetts. Dal giornale di confine la Transalpina viene presa a esempio di un mondo che è cambiato. «Sia quella Stella Rossa che lo stesso Kennedy sono i simboli della guerra fredda: la storia del mondo è la storia di quella piazza che davvero non sembra valorizzata come dovrebbe», afferma Stasi.
«Un errore non intacca l’enormità della tragedia»
Maria Grazia Ziberna (Anvgd): «Spero che la rivista manterrà la serietà della sua ricerca»
«Si è saputo successivamente che alcuni dei 665 deportati sono rientrati in Italia ma non si è neppure continuato a fare un discorso storico preciso per ricercarne altri rimasti ignoti e che magari hanno subito la deportazione: voglio dire che la sostanza della tragedia non cambia».«L’importante - continua - è che non venga intaccata la mostruosità del gesto e non ho dubbi che Isonzo-Soca manterrà il più possibile la serietà della sua ricerca. È un po’ come a Redipuglia o a Oslavia: non sarebbe certo una definizione più precisa nei numeri che cambierebbe l’enorme portata della tragedia».È l’opinione di Maria Grazia Ziberna, presidente della sezione goriziana dell’associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd), sulla ricerca del “giornale di frontiera” riguardo il numero dei deportati scomparsi in Jugoslavia e ricordati nel monumento del parco della Rimembranza, edificato a 40 anni dalla tragedia.Certo è come l’argomento, nonostante che siano passati ormai molti anni, non mancherà di (tornare a) far riflettere. Purtroppo, la storia di Gorizia passa anche attraverso quella tragedia che Isonzo-Soca non intende in alcun modo negare.Sul punto Laura Stanta, del Comitato delle famiglie dei congiunti e dei deportati che ha lavorato negli spazi che la Prefettura ha messo a disposizione per fornir loro informazioni («anche se da aprile il servizio è cessato» tiene a precisare) afferma.«Anch’io ho notizie di alcuni che compaiono fra i 665 deportati ma che, fortunatamente, hanno fatto ritorno in Italia. In certi casi, non abbiamo potuto fornire notizie più precise di quante ne abbiamo fornite. Coloro che sono ritornati in Italia non hanno, almeno a quanto io ne so, comunicato di essere rientrati».
Sono 17 i deportati sopravvissuti ( Il Piccolo 10/07/14)
Si tratta di un gruppo di finanzieri che fece rientro in Italia tra il 1945 e il 1946. Stasi: «Ora la parola agli storici»

Qualcuno può interpretarla come una macabra contabilità, qualcuno come una preziosa occasione per rileggere la storia. E ciò in un territorio, il nostro, dove il passato, per un motivo o per un altro, è assai presente. Parliamo della ricerca pubblicata dalla rivista Isonzo-Soca di cui ieri, nel cortile interno del KB Center, è stata annunciata l’uscita del nuovo numero, il 103.mo. Fra i nomi dei 665 deportati sul monumento del parco della Rimembranza troviamo quelli di 28 finanziari. Di questi 28, 17 hanno fatto ritorno in Italia a guerra finita.
La ricerca è contenuta in un libro edito dalla Leg (“Dal primo colpo all’ultima frontiera. La Guardia di Finanza a Gorizia: una storia lunga un secolo”) e avente per autori proprio due finanziari: Michele Di Bartolomeo e Federico Sancimino. Appunto, il risultato di tale ricerca è ripreso da Isonzo-Soca che contiene (tra gli altri suoi approfondimenti) pure un’intervista a Di Bartolomeo. A quella dei 17 finanzieri fortunatamente rientrati in Italia va poi aggiunta la storia di Ugo Scarpin, il cui nome è stato cancellato dal lapidario in quanto pur egli era riuscito a rientrare in Italia.
Non è tutto. Isonzo-Soca cita anche la ricerca del vicepresidente dell’Anpi provinciale di Gorizia Giuseppe Lorenzon, conclusasi con la sua morte nel 2001, che aveva fornito prove su come già 99 di quei 665 “erano estranei alle deportazioni e agli scomparsi nel maggio del 1945 e che altre 5 persone avevano il loro nome inciso due volte”. Lorenzon, tramite più lettere, informò della ricerca l’allora sindaco Tuzzi e il suo successore Valenti chiedendo la cancellazione dei nomi ma ottenendo risposte negative.
«Ora siano gli storici e gli istituti di storia di Trieste e Udine ad approfondire la questione. Sarebbe opportuno arrivare ad esporne i risultati magari in un convegno senza alcuno spirito polemico» ha affermato il direttore della rivista, Dario Stasi. Anche se «i numeri cominciano a essere rilevanti - ha detto, sempre ieri, la storica Anna Di Gianantonio - e possono andar contro le volontà di chi ha fatto costruire quel monumento. Occorre cancellare dal lapidario i nomi di coloro che son rientrati in Italia e avviare una seria azione culturale: e ciò proprio per una pietas nei confronti dei morti».
Pure Dario Ledri è intervenuto: «Non si vuole mettere in discussione ciò che è avvenuto a guerra finita. Non cambia nulla se invece di 665 fossero 520. Ma per la verità storica occorre cancellare i nomi che non c’entrano con coloro che sono stati deportati e infoibati, anche a tutela della memoria di coloro che hanno subito un’atroce sorte». Ancora, sono intervenuti, per l’Anpi, Paolo Padovan, («Desideriamo che la verità venga fuori e ciò può essere fatto con il contributo degli storici») e Mirko Primožic («Ben venga la lettera di Romoli a Renzi sulla riapertura degli archivi a patto che si aprano tutti gli archivi, non solo una loro parte»).
Ed è intervenuto pure Franco Dugo, autore della copertina di Isonzo-Soca che ritrae Kennedy nell’atto di indicare la Stella Rossa sulla Transalpina; Kennedy, nel ’52, alla Transalpina venne per davvero «anche se non si riesce a trovare una foto di quella visita forse perché non c’è un vero interesse a cercarla», ha chiosato Stasi.
Alex Pessotto

249 - La Voce del Popolo  11/07/14 Calle Larga fatica ancora a farsi strada

ZARA | Gli attivisti dell’iniziativa civica Zaratini Tutti per Kalelarga (Calle Larga) non demordono dalle proprie rivendicazioni. Nonostante nella proposta dell’ordine del giorno della seduta del Consiglio municipale in programma oggi non sia previsto il dibattito relativo alla ridenominazione dell’odierna Široka ulica in Kalelarga i promotori dell’iniziativa sperano che il medesimo possa essere integrato all’ultimo momento. In caso contrario i sostenitori del ripristino del vecchio nome della principale passeggiata del centro storico zaratino hanno già annunciato l’intenzione di tornare a chiedere un nuovo incontro al sindaco Božidar Kalmeta. Il primo cittadino di Zara, infatti, aveva promesso che la questione sarebbe stata discussa in sede di Consiglio municipale.

Fiducia in Kalmeta

La petizione a favore del ripristino dello storico toponimo è stata firmata da 10.830 zaratini. Hrvoje Bajlo, uno dei promotori della proposta, è convinto che il progetto sarà discusso dai consiglieri municipali. “Sono convinto che il sindaco non sia capace di mentire né a noi né all’opinione pubblica”, ha dichiarato Bajlo. Un altro sostenitore dell’iniziativa, Boris Marin, ha ammesso di sentirsi tradito. “Ero fiducioso. Si era complimentato per il grande numero di firme raccolte. Ci aveva accolto in modo caloroso. Aveva annunciato pubblicamente che l’argomento sarebbe stato discusso in sede di Consiglio municipale”, ha osservato Marin riferendosi a Kalmeta. “L’atto di ripristinare il vecchio toponimo doveva unificarci, non dare adito a strumentalizzazioni politiche e dividerci”, ha rilevato l’attrice Tamara Šoletić. Al momento il sindaco Kalmeta preferisce mantenere il riserbo sull’intera vicenda.

Già Strada Grande

La Calle Larga, secondo alcuni, sarebbe addirittura più antica della stessa Zara. Nel corso della Seconda guerra mondiale quasi tutti gli edifici che s’affacciavano su Calle Larga andarono distrutti e la strada fu ricostruita in stile modernistico, mantenendo soltanto l’antica direzione est-ovest. Spulciando nella storia di questa fondamentale via di comunicazione longitudinale, risaliamo all’antica Jadera romana (in seguito Diadora). Stando ai principi urbanistici dell’epoca dell’Impero Romano, la rete stradale era formata da strade longitudinali più larghe e da quelle trasversali che dividevano la città in insule (quartieri) rettangolari. Quindi, due importanti strade longitudinali furono – e lo sono ancor oggi – la strada che portava dalla Porta di Terraferma fino al Foro e quella che conduceva dall’attuale Piazza Petar Zoranić alla chiesa della Madonna della Salute, ossia l’attuale Calle Larga. Già Via Magna, Strada Grande, Ruga Magistra (ossia “strada principale”), nel Seicento fu conosciuta come Strada Santa Caterina, prendendo il nome del monastero che si trovava nello spazio occupato oggigiorno dal caffè “Central“.

Zaratini affezionati

Fu durante il Regno italiano che cambiò nome in Calle Larga, oppure Strada Larga, denominazione che in seguito fu croatizzata, tant’è che oggi si scrive e pronuncia in una parola sola: Kalelarga. Nel periodo del socialismo, dopo la II Guerra mondiale, Calle Larga venne ribattezzata Omladinska ulica (Via della gioventù) e Via Ivo Lola Ribar. Gli zaratini, affezionati al nome italiano Calle Larga, continuarono e continuano tutt’oggi a far riferimento alla via con questo nome, per cui succede molto spesso che se si menziona il nome Široka ulica non si capisce subito di quale parte di Zara si stia parlando. Questa via, la più importante e la più trafficata del centro di Zara, collega parti essenziali della città, partendo da Piazza Santa Anastasia attraverso lo spiazzo che si estende fino al Foro, per giungere in Piazza del Popolo (già Platea Magna e Piazza dei Signori), proseguendo in via Elizabeta Kotromanić (già Calle Cariera) fino al Palazzo ducale e quello del provveditore. La strada congiunge monumenti sacrali come la Chiesa di San Simeone, la Cattedrale di Sant’Anastasia e la
Chiesa della Madonna della Salute.

250 - La Stampa  14/07/14 Torino -  Nel "ghetto" dei profughi la fabbrica dei campioni

La Storia

Nel “ghetto” dei profughi la fabbrica dei campioni


Il «Villaggio» vive da mezzo secolo diviso da via Parenzo

Spina dorsale dei tre isolati di periferia sormontati dalle «case rosse»
L’impianto di Santa Caterina, fra Lucento e le Vallette, dove hanno cominciato molti calciatori arrivati poi in serie A

A Torino il “villaggio” dei calciatori

PAOLO COCCORESE

TORINO

Il primo fu Tony Giammarinaro, il capitano della Primavera del Torino che conquistò il cosiddetto «scudetto delle lacrime» dopo Superga. Poi, spiccano i fratelli Sattolo e, in particolare, quel Franco nato a Fiume, figlio della lattaia del quartiere, portiere di Sampdoria e Toro negli anni Settanta. Fino agli ultimi, i «giovani» (anche se ora hanno superato la sessantina) che chiudono la storia dei calciatori nati nei cortili del Villaggio dei Profughi di Santa Caterina. Livio Manzin, centrocampista di Bari e Lecce, e Giorgio Mastropasqua, libero di Juve, Atalanta, Lazio. 
 Torino 1956 
Il «Villaggio» vive da mezzo secolo diviso da via Parenzo. Spina dorsale dei tre isolati di periferia sormontati dalle «case rosse». Mattoni, cemento e famiglie arrivate da paesi lontani. In gran parte, esuli fiumani, istriani e dalmati. Nel Dopoguerra, accantonati gli anni trascorsi nelle baracche, si trasferirono al confine tra Lucento e Vallette. A Torino ’56 collezione di prati rosicchiati dalla città in espansione. Santa Caterina, è una favela nostrana senza samba e narcotraffico, ma con una passione smisurata per il pallone. Un «Villaggio di calciatori», nessun altro quartiere può vantare una concentrazione così alta.
 
Tre generazioni 

Fulvio Aquilante, classe 1943, presidente del comitato degli esuli Anvgd divide la storia pallonara del Villaggio in tre generazioni: quella dei ragazzi cresciuti nei campi profughi guidata da Claudio Rimbaldo, che nel 1961 vinse la Coppa delle Coppe con la Fiorentina, e Luigi Bodi, 113 presenze in Serie A con Toro, Bologna e Atalanta. «Poi, c’è la mia, quella di Sergio Vatta, lo storico allenatore dei giovani del Torino, dei Sattolo. Avevamo la grinta, ma agli allenamenti preferivamo la birreria. Eravamo poveri, molti scelsero la fabbrica. Il più forte? Luciano Palin, promessa granata cancellata da un infortunio». D’Alessandro fu l’esterno della Reggina, Bruno Luciano giocò in nazionale semi-pro, alla Turris, all’Empoli. E Guccione, bandiera del Nardò in C. 
L’ultima infornata di campioni nasce dopo il 1950. Il simbolo è Giorgio Mastropasqua. Divenne professionista alternando gli allenamenti nelle giovanili bianconere e il lavoro. «Venni scoperto da Concas, il Moggi della San Giusto, la quadra del quartiere, mentre palleggiavo sotto casa – dice il figlio di rimpatriati greci -. Allora non avevamo nulla e il calcio era tutto. Avevamo fame: quella vera e quella di affermarci». Il difensore si è trasferito a Bergamo, ma il padre vive ancora in via Parenzo. «Allo stadio facevo sempre entrare gratis tanti amici. Una volta, siccome c’era uno sciopero, per non farli tornare a casa a piedi, li feci salire sul pullman della Juve, seduti vicino a Zoff».

Nuovi residenti 

Le partite si giocavano in strada o nei cortili. Poi, per tanti anni, sono rimasti deserti, privi di bambini. L’assegnazione e il riscatto degli alloggi, ha rallentato il ricambio tra i residenti. Oggi gli eredi dei «campioni» del passato hanno cognomi di Paesi lontani come Marocco e Romania. In via Sansovino, c’è ancora il mitico campetto della chiesa di Santa Caterina. «Ogni domenica, c’erano centinaia di tifosi», dice Marino Marussi, giocatore all’Aquila nel 1960. Il calcio fu divertimento, ma non solo. Fu il collante di una comunità nata da zero. 


251 - Il Piccolo 21/07/14 IL MIUR ABOLISCE LA VENEZIA GIULIA (GAFFE MINISTERIALI)

Il Miur ignora i confini, Caporetto in Italia

La regione diventa unicamente “Friuli” nella lettera ufficiale con cui il ministero sottolinea il ritorno dell’ora di geografia

di Giovanni Tomasin

Bambini alle prese con un mappamondo: torna l'ora di geografia, ma il primo a sbagliare è il ministero...
Alle volte il pulpito scricchiola sotto la predica. In questo caso a scricchiolare è una cattedra, e non una qualunque: quella del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. In una lettera inviata ai direttori degli uffici scolastici regionali, infatti, il ministero sottolinea la reintroduzione dell’ora di geografia e al contempo dimostra di non conoscere poi molto la materia in questione: nell’indicare la nostra regione scrive soltanto «Friuli» dimenticandosi la Venezia Giulia. Non è la prima volta che il ministero incaricato di curare la didattica per le nuove generazioni incappa in un simile passo falso.
Il documento La lettera in questione contiene delle indicazioni sugli organici, ricordando ai direttori degli uffici scolastici che i numeri del corpo docenti devono restare ancorati a quanto stabilito dalle ultime norme: segue poi un paio di tabelle in cui si riporta l’organico di fatto, regione per regione. E qui casca l’asino (è il caso di dirlo): il Fvg è indicato semplicemente come Friuli. Non c’è neanche un’abbreviazione a lasciar supporre che il metodico compilatore romano del documento abbia la più pallida idea dell’esistenza delle due province di Gorizia e Trieste (o del loro avere una storia differente da quella del Friuli). Sublime ironia, in calce al documento un “nota bene” ricorda che ai dati appena presentati vanno aggiunte le cattedre derivanti dall’istituzione dell’ora di geografia. Per carità, l’uso del termine Venezia Giulia a molti risulta indigesto: troppo legato a momenti di virulento nazionalismo che il suo inventore, il linguista goriziano Graziadio Isaia Ascoli, non poteva prevedere. Temiamo però che non siano stati scrupoli di questo genere a spingere la burocrazia ministeriale a cassare le due paroline dal nome della Regione: par molto più probabile che si sia trattato della solita, distratta faciloneria, frammista a perplesso disinteresse, con cui succede che ci guardino dalla capitale.
L’irredentismo involontario Va detto che il ministero dell’Istruzione è recidivo nel prendere cantonate di questo genere: un paio d’anni fa il sito “Scuola in chiaro”, servizio del ministero per le iscrizioni online, contemplava la possibilità di cercare scuole in Comuni come Caporetto, Grotte di Postumia, Sesana. Tutte località situate nell’odierna Slovenia, oppure in Comuni non più esistenti come Lucinico. Anche in quel caso pare che la svista non fosse tanto dovuta a una testarda presa di posizione del ministero contro gli esiti del Secondo conflitto mondiale, quanto a pura e semplice ignoranza. Capita che gli studenti renitenti allo studio vengano bocciati. In quel caso deve essere stato bocciato proprio il ministero, visto che nel 2013 ha riproposto la stessa mappa anacronistica. Quest’anno abbiamo appreso del fatto che “Scuola in chiaro” riporta correttamente i confini italiani allo stato post-bellico. Ecco però che con guizzo geniale la missiva del dipartimento dell’Istruzione viene a risollevarci il morale: Friuli e basta. Probabile peraltro che vada letto «Frìuli», nella legnosa dizione prediletta da molti connazionali. Visti i precedenti, siamo giunti alla conclusione che forse si è trattato dell’ennesimo capitolo di un’unica vicenda: se non può avere la Venezia Giulia così com’era dopo la Grande guerra, pare che il ministero dell’Istruzione preferisca non averla affatto.
Le sfortune di confine Non c’è niente da fare, a stare ai margini si finisce per essere marginalizzati anche nell’immaginario. Mentre tutti gli italiani sanno che fra emiliani e romagnoli non è il caso di far confusione, così come sanno che è meglio tenersi alla larga dalle diatribe millenarie delle città toscane, nessuno si è ancora abituato a ricordarsi che Friuli e Venezia Giulia, pur sotto un unico cappello amministrativo, non son proprio lo stesso. La cosa buffa, però, è che a farsi portabandiera di questa sciatteria sia proprio il Miur.


252 - La Voce del Popolo 21/07/14 : Beni, avanti con i risarcimenti

ZAGABRIA Il Fondo per il risarcimento dei beni nazionalizzati o confiscati all’epoca del potere comunista jugoslavo verserà quest’anno agli ex proprietari un importo totale pari a 148,7 milioni di kune. Questa somma, come spiegato dai rappresentanti del Fondo, comprende gli indennizzi in denaro previsti per il 2014. Il processo di denazionalizzazione in Croazia, seppure lentamente, dunque prosegue. Agli ex proprietari ai quali, per svariati motivi, non è stato possibile o non si è voluto restituire i beni sottratti all’epoca del comunismo, vengono comunque concessi risarcimenti in denaro, seppure scaglionati nel tempo, per non pesare troppo sulle asfittiche casse dello Stato. Al fine di saldare anche quest’anno il debito nei confronti degli ex proprietari, il governo ha approvato, nella sua ultima sessione, l’emissione di un’Obbligazione globale, dal valore di poco più di 50 milioni di euro.


Fino ad oggi 22.516 persone risarcite

Le sentenze sulla restituzione o il risarcimento dei beni nazionalizzati o confiscati, lo ricordiamo, vengono emanate dagli uffici dell’amministrazione di Stato, mentre il Fondo per l’indennizzo dei beni è il responsabile dell’attuazione di tali delibere. Dalla sua nascita ad oggi (1996-2014, ndr.), il Fondo ha ricevuto 10.138 sentenze definitive con le quali è stato disposto il risarcimento di 22.516 persone per un totale di 1,777 miliardi di kune. Una piccola parte di questo importo, 316 milioni di kune per l’esattezza, è stata considerata dal Fondo come “rimborso in denaro” e, fino al 17 luglio di quest’anno, sono stati corrisposti 302 milioni di kune.
L’Obbligazione globale fissa un indennizzo totale pari a 1.416 miliardi di kune, per cui le quote di partecipazione alla stessa hanno un valore complessivo di 186 milioni di euro. Nel controvalore in kune fino sono stati pagati 139,5 milioni di euro. Ciò vuole dire che gli ex proprietari hanno ricevuto in tutto 1,4 miliardi di kune. La altre annualità mancanti verranno corrisposte entro il 2019.
Per quanto riguarda le sentenze definitive ricevute, ma che devono essere ancora attuate, dal Fondo hanno fatto sapere che fino al 17 luglio ne sono arrivatee 1.671, per un totale di 3.129 persone da rimborsare. I dirigenti del Fondo mettono comunque le mani avanti e affermano di non sapere quante siano ancora le richieste per la restituzione o l’indennizzo dei beni confiscati che sono in fase di soluzione o che non sono ancora state prese in esame. Assicurano in ogni caso che tutte le delibere verranno attuate attraverso il risarcimento in denaro e la consegna di obbligazioni.
Gli interessati possono ricevere informazioni, presso gli uffici regionali dell’amministrazione statale, incaricati di evadere le pratiche relative della denazionalizzazione.

Quanti i cittadini stranieri?

Su quanti siano i cittadini stranieri beneficiari di una sentenza definitiva di rimborso i responsabili del Fondo non si sbilanciano. Fanno soltanto sapere che bisogna distinguere gli stranieri che hanno chiesto direttamente il risarcimento, da quelli che sono eredi di cittadini croati che hanno presentato la richiesta di indennizzo del patrimonio nazionalizzato o confiscato. Detto questo, sottolineano comunque che la maggior parte di coloro che tengono in mano una sentenza definitiva, sono persone che sono eredi degli ex proprietari.
15.8 milioni di kune alla Chiesa

Il Fondo per la restituzione dei beni sequestrati, è anche competente per il risarcimento in denaro riguardante le proprietà della Chiesa cattolica che sono state confiscate dalle autorità comuniste jugoslave nel secondo dopoguerra. Così, dei previsti 148,8 milioni di kune che andranno quest’anno ai beneficiari del risarcimento dei beni espropriati, circa un decimo dell’importo verrà versato alla Chiesa cattolica. A conti fatti si prevede che la Curia riceverà una cifra intorno a 15,8 milioni di kune.

Marin Rogić


253 - L'Arena di Pola 23/07/14 Vergarolla: è jugoslava la pista più verosimile

Vergarolla: è jugoslava la pista più verosimile

Recenti studi confermano quanto i polesani sapevano da sempre, ovvero che quella di Vergarolla fu una strage premeditata, non una fatalità. Come sostennero la Polizia Civile e una corte militare d'inchiesta istituita dal Governo Militare Alleato, i 28 ordigni lasciati dalle autorità anglo-americane sulla spiaggia senza recinzioni né segnali di avvertimento furono reinnescati e fatti esplodere. Grazie all'incrocio delle fonti, il numero delle vittime identificate è inoltre salito da 64 a 65.
Restano però degli interrogativi irrisolti. Quanti furono i morti non identificati? E chi erano? Venivano soprattutto dalla Zona B della Venezia Giulia? Rimasero uccisi anche militari inglesi? E a quanti ammontarono i feriti? Ma soprattutto: chi furono i mandanti e gli autori? E quale movente
li spinse? Per capirlo, in assenza di prove certe che speriamo emergano da nuove ricerche, possiamo al momento seguire tre strade: la logica; la disamina degli indizi storici; la valutazione delle testimonianze attendibili. Tutte e tre le strade ci conducono alla medesima pista: i servizi segreti militari jugoslavi.

Il ragionamento logico

Partiamo da un semplice ragionamento. Chi furono le vittime? T utte italiane (di Pola ma forse anche della Zona B), che non volevano la Jugoslavia e che il 18 agosto 1946 erano a Vergarolla per assistere a gare sportive di palese orientamento filo-italiano, nel 60° anniversario di fondazione della iper-patriottica Società nautica “Pietas Julia”. Fu dunque senza dubbio un attentato anti-italiano. Se poi vi perse la vita o comunque vi rimase ferito anche qualche militare inglese di stanza in città, si trattò di un effetto collaterale non voluto.

Quali conseguenze provocò la strage? Indurre i polesi filoitaliani, turbati e spaventati, ad arrendersi, a smettere di mobilitarsi contro l'annessione proprio nel momento in cui a Parigi la Conferenza della pace stava per deciderne il destino. Sabato 17 agosto infatti si era conclusa la fase plenaria. Il 28 agosto alcune delegazioni presentarono alla Commissione politico-territoriale per l'Italia 14 emendamenti sul nuovo confine italo-jugoslavo e/o su quello del Territorio Libero di Trieste, esaminati poi a partire dal 3 settembre. Gli emendamenti brasiliano e sudafricano volevano estendere il TLT a tutta l'Istria occidentale, comprese Parenzo, Rovigno e Pola. Ma furono bocciati entrambi, il secondo il 20 settembre.

Fino a quel giorno dunque i polesi filo-italiani avrebbero avuto ancora motivi di speranza. Ormai però il 18 agosto avevano gettato la spugna e non si scomposero nemmeno quando l'11 settembre il Governo De Gasperi presentò a Parigi una (debole) richiesta di plebiscito. “L'Arena di Pola” pubblicò l'ultimo titolone a tutta pagina il 20 agosto per dare notizia dell'eccidio:
la sua volontà di battersi era fiaccata. Anche quanti, in contrasto col CLN, avrebbero voluto usare le armi desistettero.

La data della strage non fu dunque scelta a caso: in vista delle imminenti e non ancora scontate decisioni definitive di Parigi bisognava togliere ogni volontà di resistenza ai filo-italiani, che il 15 agosto 1946 avevano assiepato in 20.000 l'Arena dando vita alla più grande, festosa e ottimistica manifestazione di italianità di sempre. Una città che così platealmente insisteva a grande maggioranza nell'invocare l'Italia non poteva essere ceduta alla Jugoslavia senza qualche imbarazzo internazionale.

Bisognava zittirla. E così fu.

Pertanto l'esplosione di Vergarolla giovò alla Jugoslavia, che d'un tratto vide affievolirsi l'opposizione dei polesi filo-italiani quando a Parigi i 21 ne avrebbero dovuto stabilire la sorte. Anche i più titubanti si rassegnarono all'esodo, già preannunciato in luglio da 28.053 concittadini
nel caso di annessione e poi effettuato soprattutto nel febbraio-marzo 1947.
Gli jugoslavi si trovarono così padroni di una Pola semideserta senza più persone politicamente infide, con gli italiani ridotti a una minoranza innocua e facilmente controllabile. L'esodo si rivelò perfino superiore a quello auspicato, visto che partirono anche tanti bravi operai dei cantieri
e delle fabbriche, difficilmente sostituibili in tempi brevi.

Basterebbe questo elementare ragionamento logico per dedurre che mandanti e autori furono jugoslavi o comunque filo-jugoslavi: verosimilmente i servizi segreti militari, dato che l'OZNA era stata ufficialmente sciolta nel gennaio 1946.

Qualcuno ha sostenuto che avrebbero potuto invece essere elementi anti-comunisti italiani (fascisti, monarchici, ex partigiani “bianchi”, alti dirigenti militari e civili golpisti) o jugoslavi (ustascia, cetnici, belogardisti) miranti a far deflagrare la Terza guerra mondiale fra l'Est comunista e l'Ovest democratico-capitalista, per scalzare le forze al potere rispettivamente in Italia e Jugoslavia. Eppure né gli anticomunisti italiani (con la parzialissima eccezione del “Messaggero Veneto”) né quelli jugoslavi fondarono su Vergarolla una campagna di propaganda contro i titoisti, addossando loro la responsabilità e invocando vendetta. Sia le autorità alleate, sia il Governo italiano, sia il regime di Belgrado misero la sordina all'evento, senza additare alcun colpevole. Addirittura la stampa
jugoslava non ne parlò affatto, pur essendo attentissima alla questione giuliana: probabile sintomo che aveva qualcosa da nascondere... Solo “Il nostro Giornale” e “La Voce del Popolo”, a diffusione però assai modesta, ne scrissero, limitandosi ad accusare di incuria il GMA (“Il nostro Giornale”
chiamò in causa anche l'amministrazione comunale guidata dal CLN).
Di certo comunque Vergarolla non restituì Pola all'Italia...

Che a ordire un attentato così tecnicamente complesso fosse stata qualche scheggia impazzita locale o qualche doppiogiochista suona inverosimile. Solo un servizio segreto efficiente, aggressivo e ben radicato in città avrebbe potuto farlo. E qual era a Pola durante il GMA il servizio segreto più
efficiente, aggressivo e ben radicato? Quello jugoslavo, che - guarda caso - beneficiò degli effetti politici della carneficina. Tito non voleva con Vergarolla innescare la Terza guerra mondiale contro gli anglo-americani, bensì tramortire i polesi filo-italiani. Lo si desume dall'identità delle vittime: solo italiane, appunto. Eppure in quegli stessi giorni stava facendo pericolosamente crescere la tensione con gli alleati.
 
Se avesse voluto colpirli anche a Pola, non avrebbe scelto Vergarolla.

Ormai solo qualche epigono titoista si ostina a sostenere che mandanti ed esecutori vadano ricercati nel GMA o nel Governo De Gasperi: gli stessi che dovettero poi sobbarcarsi l'onere degli indennizzi ai parenti delle vittime..
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Gli indizi storici

Oltre che da questi ragionamenti logici, possiamo desumere la matrice jugoslava dell'attentato anche da una gran mole di indizi storici. A guerra finita i titini avevano infatti già compiuto stragi di massa contro italiani e jugoslavi anticomunisti, oltre che atti violenti contro militari anglo-americani. Ricordiamone quelli più assimilabili all'esplosione di Vergarolla.
Nel maggio 1945 dei militari con la stella rossa fecero prigionieri alle Isole Brioni una quarantina di soldati della Milizia Difesa Territoriale istriana e della X MAS, li condussero a Val de Rio, presso Lisignano, li posizionarono intorno a una mina subacquea arenata sulla spiaggia e li trucidarono facendola esplodere. I brandelli straziati dei loro corpi rimasero per giorni appesi sui rami degli alberi e sulle siepi circostanti.

Il 21 maggio 1945 militari jugoslavi portarono (dolosamente?) la vecchia motocistema “Lina Campanella”, carica di circa 350 prigionieri italiani prelevati dalle carceri di Pola e poi imbarcati a Fasana, in un campo minato marino fra l'Istria orientale e Cherso. Lo scoppio e il conseguente
inabissamento della nave causarono la morte o il ferimento di molti prigionieri. Quanti finirono in mare furono maciullati dalle eliche o spietatamente mitragliati dai titini. Coloro che invece nuotarono fino a riva vennero trasferiti in campi di concentramento o ai lavori forzati. Solo
pochi trovarono scampo.

Il 5 dicembre 1945 a Pola esplose un deposito di munizioni presso il Molo Carbone causando un morto, 15 feriti e tantissimi danni. Poco tempo dopo, due individui sospetti provenienti dalla Zona B furono sorpresi nel recinto del deposito di esplosivi del Forte San Giorgio con carte di identità non perfettamente in regola e privi di idonea giustificazione.

Il 12 gennaio 1946 uno scoppio di munizionamento alla polveriera di Vallelunga provocò un morto, 40 feriti e gravi danni. Secondo un'informativa dei Carabinieri, le autorità britanniche riconobbero come responsabili e licenziarono alcuni operai della Zona B che vi lavoravano. Il tenente colonnello Orpwood, responsabile del GMA per gli Affari civili a Pola, scrisse nel gennaio 1947 che, se per Vergarolla vi erano «forti basi di sospetto» circa un sabotaggio, vi erano «delle possibilità» di un atto doloso anche per Vallelunga.

Il 20 maggio 1946 il Dipartimento di Stato USA trasmise al Governo jugoslavo una nota di protesta che denunciava fra l'altro l'«attività criminale e terrorista» in Zona A di alcuni membri dell'esercito jugoslavo e di altre organizzazioni paramilitari controllate da Belgrado.
Il 30 giugno 1946 a Pieris (Gorizia) militanti filo-jugoslavi interruppero la tappa del Giro d'Italia a colpi di pistola, ferendo un agente della Polizia Civile. Il giorno successivo a Trieste una bomba ferì 9 militari anglo-americani, mentre elementi filo-jugoslavi spararono contro manifestanti filo-italiani, che si scagliarono contro alcune sedi filo-titoiste.

A fine luglio soldati jugoslavi sconfinarono nella Zona A presso Gorizia uccidendo un soldato americano. Alcuni giorni dopo militari jugoslavi spararono contro soldati inglesi presso il posto di blocco di Prebenico (fra Trieste e Capodistria).


Il 31 luglio 1946 l'agenzia ANSA informò di un rastrellamento anglo-americano in corso nella zona di Monfalcone per sventare un atteso colpo di mano jugoslavo.

Il 9 agosto 1946 soldati jugoslavi assaltarono con bombe a mano una manifestazione filo-italiana a Gorizia.
L'11 agosto una bomba fu rinvenuta a Trieste sotto la tribuna della giuria di una gara internazionale di canottaggio, dopo che i filo-jugoslavi avevano espresso la volontà di boicottare qualsiasi manifestazione, anche sportiva, italiana.

Il 19 agosto 1946, in concomitanza con la crisi dovuta al sequestro di un aereo anglo-americano e all'abbattimento di un altro da parte jugoslava, i britannici accusarono la Jugoslavia di fomentare disordini e proteste in Zona A anche «sostenendo attività criminali e terroristiche».
All'inizio di settembre furono segnalate sei squadre di agenti sabotatori jugoslavi a Trieste, Monfalcone, Grado, Cervignano, Latisana e Pordenone volte a una presunta attività terroristica. Ad Auzza, in Zona B, una loro squadra avrebbe fatto saltare le dighe di Sottosella e Canale d'Isonzo in
caso di assegnazione all'Italia (poi non avvenuta). Altri specialisti di demolizioni avrebbero operato a Trieste, Monfalcone e Gorizia. In Istria unità d'assalto dei servizi segreti militari con base a Dignano, Gallesano, Fasana, Pola, Capodistria, Rovigno, Parenzo e Pisino avrebbero avuto
l'incarico di compiere anche attività terroristiche e atti di sabotaggio.
Il 14 settembre una bomba esplose di notte a Trieste in un ricreatorio comunale distruggendone due piani e la facciata.

Ai primi di ottobre sempre del 1946 furono segnalati a Trieste una trentina di ex prigionieri tedeschi equipaggiati dagli jugoslavi con fucili ed esplosivi per compiere sabotaggi e attentati in Zona A contro gli anglo-americani. Il 3 novembre 1946, inoltre, elementi filo-jugoslavi assassinarono l'autista del sindaco filo-italiano di Monfalcone.

La strage di Vergarolla è dunque perfettamente compatibile con la politica aggressiva e terroristica attuata da Tito in quel periodo contro i filo-italiani e gli anglo-americani nella Venezia Giulia. E Non vanno dimenticate le contemporanee ardite attività jugoslave in Grecia, Albania e Spagna.

Le testimonianze

Ci sono infine i testimoni della strage. All'epoca qualcuno parlò di uno sconosciuto visto arrivare su una barchetta di idrovolante alla banchina del cantiere navale “Lonzar”, vicino alla spiaggia di Vergarolla; avrebbe detto di venire da Brioni, che era Zona B. Il galleggiante di uno degli
idrovolanti già utilizzati dalla X MAS sull'isola potrebbe essere stato riciclato dagli jugoslavi per raggiungere il luogo del crimine.

Dopo l'esplosione il prof. Giuseppe Nider e un maggiore britannico trovarono in una cava vicina alla spiaggia tracce di apparati per l'innesco remoto di esplosivi uguali a quelli usati nelle miniere dell'Arsa, allora Zona B.

Come ignorare poi la testimonianza del defunto giornalista croato David Fistrovic, il quale sul “Glas Istre” di Pola raccontò di un polese che nella lettera d'addio scritta nel 1979 prima di suicidarsi avrebbe ammesso di aver agito «su ordine di Al-bona»? Fistrovic rivelò al consigliere del Libero Comune di Pola in Esilio Lino Vivoda il nome di questo attentatore: Ivan Nini Brljafa, nel 1946 agente dei servizi jugoslavi con sede tra Fasana e Peroi (ossia proprio davanti alle Isole Brioni).
Un signore residente a Pola ha inoltre rivelato al nostro socio Claudio Bronzin di conoscere i nomi di due polesani che il giorno dopo l'attentato avrebbero festeggiato insieme ai due attentatori in una trattoria di Monte Castagner.
In questo numero ripubblichiamo la confidenza fatta a un altro esule polese, il defunto Sergio Rusich, da un connazionale residente, secondo cui quattordici polesi brindarono in un'osteria di Monte Grande dieci giorni dopo la strage. Pubblichiamo altresì la testimonianza resa alla “Voce del
Popolo” da una polesana “rimasta”, secondo la quale molti degli attentatori erano comunisti italiani di Pola i cui nomi sono noti in città. Un anziano rovignese assai attendibile ci ha inoltre riferito che a Rovigno alcuni ferventi titoisti esultarono appena seppero della “lezione” data alla “reazione” italiana.
Purtroppo tuttora a Pola chi conosce l'identità degli esecutori ha paura di parlare. Un timore comprensibile, che però non fa cessare le illazioni sui responsabili di quel massacro.

Paolo Radivo


254 - La Voce del Popolo 26/07/14 Intervista al Prof. Guido Rumici: Cresciuto tra due dialetti sulle rive di Grado

Intervista al Prof. Guido Rumici: Cresciuto tra due dialetti sulle rive di Grado


TESTIMONIANZE Autore di una quindicina di libri, il prof. Guido Rumici, è un testimone della vicenda del nostro popolo sparso
 
Cresciuto tra due dialetti sulle rive di Grado

 “Istria putela, suta e zentilina, oci de acqua marina che te fa duta bela…”, così scriveva Biagio, così scriveva Biagio Marin guardando dalla sua Grado la linea di terra che appariva all’orizzonte nei giorni di cielo terso. Ma era anche credenza che da quella apparizione lontana, arrivassero nelle notti fredde le “variuole”, le streghe che remando avvolte nei loro mantelli, raggiungevano la laguna per portare via i bambini. Poesie, leggende che testimoniano contatti tra due sponde che la storia recente aveva cancellato, da recuperare. In quel di Grado, è nato ed abita anche Guido Rumici, insegnante, storico che ha dedicato molti libri ai tragici destini di queste terre sconvolte dalla seconda guerra mondiale. Grado, Fossalon, Gorizia, alle spalle di Trieste, sono una realtà segnata dall’esodo delle popolazione dell’Adriatico orientale. Rumici come ha scoperto questo mondo? Lo racconta in questa intervista. “Grado è l’estremo lembo occidentale della Venezia Giulia ed io sono stato fin da bambino incuriosito dal fatto che la gente parlasse due dialetti diversi, ma simili, quello di mio padre e...l’altro. Per scoprire col tempo che gli “altri” erano gli istriani, chiamati “i esuli”, quasi la metà delle persone che i miei genitori conoscevano. Nelle lunghe cene a casa mia, con loro si parlava di Pola, Rovigno, Parenzo, Fiume, Albona, Ragusa, città che venivano descritte come luoghi bellissimi ed incantati, paradisi perduti. All’età di quattro anni, cominciarono le mie vacanze in queste località della costa, sempre in compagnia degli amici esuli e dei loro figli.
Un incanto senza fine, l’infanzia e l’adolescenza. Il mare profondo e trasparente, gli scogli, i pesci ed i fondali, i profumi della vegetazione, fu amore che ancora permane perché l’esplorazione non si è mai conclusa”.

Che cosa ti ha spinto ad esplorare i percorsi che hanno portato sin qui gli esuli giuliano-dalmati?
“Fu verso i 20 anni, quando cominciai a cercare di capire i sentimenti ed i vissuti di chi era partito esule e di chi era rimasto a vivere a casa propria. Due cose mi spinsero ad approfondire queste tematiche: in primo luogo mi aveva sempre colpito l’attaccamento ai luoghi che avevano abbandonato ma anche e soprattutto l’impossibilità del ritorno. Una immensa tristezza che però ritrovavo anche in Istria dove chi era rimasto sopportava, spesso con malcelato silenzio, situazioni e pressioni che stentavo a mettere a fuoco. Volevo capire. Nel 1984 entrai, quasi timoroso, nel Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, dove il prof. Giovanni Radossi, direttore dell’Ente, mi accolse con simpatia, coinvolgendomi con spiegazioni illuminanti e riempiendomi di pubblicazioni che mi invitò a leggere. Lo feci, avido. Poi visitai i vari archivi e infine iniziai a raccogliere testimonianze orali, sia tra gli esuli che tra rimasti. Ne ho svariate centinaia, su ambo i versanti del confine, molte già pubblicate nei mei libri, altre inedite”.

Il primo incontro con Fossalon, con la sua gente?
“Mia mamma ha fatto la maestra elementare a Fossalon e mi fece fare la prima elementare nella sua scuola. Fossalon era ed è la frazione agricola di Grado, in terraferma, abitata da coloni veneti e da esuli istriani, giunti dopo il Memorandum di Londra del 1954. Ero l’unico gradese in mezzo a tutti figli di istriani. Lì imparai anche il loro dialetto. Ricordo che erano quasi tutti originari della Zona B del TLT, figli di contadini del Buiese, dell’Umaghese e del Cittanovese. Il mio compagno di banco era il nipote dello scrittore Fulvio Tomizza che, non a caso ha dedicato un libro, “Il bosco di acacie”, all’insediamento degli esuli a Fossalon”.

Storie emblematiche che hai raccolto?
“Quando gli esuli giunsero a Fossalon, dopo la metà degli anni Cinquanta, questa località sembrava un deserto, solo da pochi anni si era conclusa la bonifica di una terra strappata al mare. Soprattutto gli anziani, all’inizio, provarono disperazione profonda davanti a questa pianura vuota, senza alberi, paragondola alla loro terra rossa che vedevano continuamente volgendo lo sguardo verso sud, a sole poche miglia, oltre quel mare che in passato aveva unito le genti e ora invece le divideva in maniera violenta. Poi, da buoni istriani, si rimboccarono le maniche e con anni di lavoro si rifecero una vita, grazie anche, è giusto sottolinearlo, alle provvidenze ed agli aiuti del Governo Italiano, di cui spesso ci si dimentica. Uno di loro mi disse, parlando del proprio vissuto, che l’Italia aveva perduto l’Istria ma aveva salvato almeno gli Istriani. I pescatori istriani invece si sono inseriti ed amalgamati in modo graduale nel tessuto lavorativo e sociale gradese, portando con sé le proprie imbarcazioni d’alto mare e le proprie tecniche di pesca, diverse da quelle dei gradesi, cui hanno insegnato molto in materia di pesca d’altura. In porto a Grado, sino a pochi anni fa, si sentiva parlare sia in gradese, sia rovignese, sia fasanese. Mi ha colpito soprattutto la tenacia dei pescatori rovignesi, circa 200 persone con i loro familiari, che sono riusciti a mantenere contatti clandestini, in mare aperto, con i loro parenti e amici rimasti in Istria, per tutti i lunghi anni in cui varcare il confine terrestre italo-jugoslavo era difficile se non proibitivo”.

Quante sono le famiglie giuliano-dalmate tra Grado e Fossalon?
“Tra la città di Grado e la frazione di Fossalon giunsero in tutto, tra il 1943 ed il 1958, circa 3.500 profughi (2.500 nei dodici anni compresi tra la fine della guerra ed il 1956 e circa un migliaio sommando il biennio bellico 19431945 ed il 1957/1958). Un po’ più della metà di loro lasciò poi, negli anni seguenti, il Comune di Grado per trasferirsi in altre località (soprattutto i polesi), per cui si può calcolare che la cifra degli esuli effettivamente rimasti ad abitare a Grado città ed a Fossalon in pianta stabile si sia attestato attorno alle 1.600/1.700 unità. Alcuni decenni dopo, nel marzo 1993, erano ancora residenti nel Comune di Grado circa 850 persone nate nei territori ceduti ora appartenenti alle nuove Repubbliche di Slovenia e di Croazia. In tale cifra non sono contemplati i loro discendenti che si sentono ormai gradesi a tutti gli effetti”.
Si parla spesso di eccellenza nel mondo dell’esodo, qualche nome importante anche in queste zone?
“Voglio rammentare l’onorevole Giuseppe Bugatto, zaratino, deputato a Vienna sotto l’Austria e poi rappresentante del Comune di Grado presso il Governo Militare Alleato (G.M.A.) dopo il 1945, l’industriale rovignese Pedol, che diede vita alla Safica, fabbrica del tonno, dove lavoravano decine di operai; il dottor Smareglia, che fece aprire l’ospedale civile di Grado, il dottor Anteo Lenzoni, magistrato di Pola, membro del C.L.N., organizzatore del trasferimento ed accoglienza degli esuli di Pola a Grado, il rovignese Tullio Svettini, attore, regista ed anima delle compagnie teatrali di Grado. Vi furono poi una trentina di maestri e professori istriani, fiumani e dalmati. Tra di loro voglio ricordare il maestro Giuliano Mattiassi, vero faro degli esuli istriani a Grado e per moltissimi anni delegato dell’ANVGD locale”.

In che modo le seconde e terze generazioni potranno continuare a mantenere viva una memoria storica?
“Soltanto quelle persone che hanno una particolare sensibilità umana, di ricerca delle proprie radici, possono continuare a guardare al recupero della memoria dei propri avi. Talvolta si tratta di casi isolati, che è difficile coagulare in un gruppo. Solo gli strumenti informatici possono avvicinare oggi persone che, pur vivendo anche molto distanti geograficamente, hanno la voglia e l’interesse di mantenere questa memoria storica”.
Dialogo esuli-rimasti, una tua riflessione sulla possibilità di costruire una rete di contatti ed iniziative.
“Il dialogo c’è da oltre vent’anni e solo alcuni ambienti ancora troppo legati a logiche di chiusura non vuole riconoscerlo. La rete di contatti che all’inizio era sviluppata solo a livello individuale e di singoli studiosi ed interessati, è oggi molto più fitta di qualche anno fa. Credo che i tempi siano maturi per una maggior collaborazione tra gli enti e i sodalizi delle due diverse realtà, e quindi anche ad iniziative comuni in campo culturale (vedi la MLHistria), religioso, sportivo ed associativo, anche perché il tempo passa e gli iscritti alle varie sigle sono inesorabilmente sempre di meno”.

 Scrivere i tuoi libri sulle vicende del confine orientale, che cosa ha rappresentato per te?
“E’ stata una sfida condensata in una quindicina di pubblicazioni sulle vicende giuliano-dalmate, perché sapevo di dover sempre sfiorare l’ombra della politica e delle ideologie, mentre invece volevo cercare di raccontare queste vicende soprattutto dal punto di vista umano, delle gente comune. Ho cercato di descrivere le varie e diverse posizioni di chi è partito e di chi è rimasto e sapevo anche che la scelta di far parlare uomini e donne degli opposti schieramenti mi avrebbe procurato antipatie ed accuse. Però, in questo modo ho anche conosciuto moltissime persone di una umanità straordinaria, con grandi valori e con storie incredibili, che mi hanno comunicato grandi emozioni.
 In molti casi gli anziani mi hanno raccontato vicende che nemmeno ai loro congiunti avevano raccontato, spesso per non addolorarli troppo, facendomi sentire da un lato onorato delle loro confidenze ma anche gravato dal peso che volevano lasciarmi, di testimone dopo la loro scomparsa. Altre volte mi hanno chiesto di non pubblicare nulla data l’assoluta drammaticità dei loro vissuti. Si è trattato quindi, da parte mia, di un viaggio attraverso i sentimenti di generazioni diverse, che purtroppo stanno scomparendo, e che non so se riuscirò mai a descrivere compiutamente”.


255 - Il Piccolo 04/08/12 Isola Calva in vendita, scoppia la rivolta

L’associazione di Goli Otok: «Non può diventare un parco di divertimenti». Radin: «Il governo si fermi e rispetti la memoria»  

di Andrea Marsanich
 
FIUME Non poteva andare diversamente. La decisione del governo croato di centrosinistra di inserire l’Isola Calva (Goli Otok) nella lista dei 100 grandi immobili nazionali da privatizzare ha scatenato polemiche e proteste in Croazia. Probabilmente l’idea non è piaciuta neanche nelle altre ex repubbliche della Jugoslavia, considerato che nell’ex lager di Tito finirono oppositori che vivevano (o vivono) in Slovenia, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro e Macedonia. A reagire con un duro comunicato all’iniziativa dell’esecutivo croato è stata l’associazione Isola Calva “Ante Zemljar”, da sempre in prima fila nel voler fare di questa caratteristica isola nordadriatica un’area della rimembranza, dove mantenere vivo il ricordo delle 400 vittime del campo e delle sofferenze di tutte le 13 mila persone che dovettero trascorrere anni durissimi, dal 1949 al 1956, in quest’angolo d’inferno. Il presidente dell’associazione, Darko Bavoljak, ha rilevato nel comunicato che l’Isola Calva non puo venire commercializzata, trasformata in luogo da dare in pasto ai privati: «Siamo convinti che la privatizzazione dell’isola, destinata così a diventare un parco divertimenti, arrecherebbe un’offesa incancellabile alle migliaia di internati e alle loro famiglie. Vogliamo avere un adeguato centro memoriale e non svendere i nostri ricordi e il nostro passato, relativizzando le tragedie che si consumarono all’Isola Calva». Secondo Bavoljak, l’isola, o parte di essa, dovrebbe essere proclamata area della rimembranza, dove si potrebbe dare vita ad una particolare forma di turismo, che si baserebbe sullo studio della democrazia e dei diritti umani, sulla tutela dei ricordi legati alle vittime di questo famigerato campo di internamento, con l’Isola Calva che dovrebbe diventare uno spazio anche per artisti e ricercatori. «Chiediamo al presidente della Repubblica, al governo e al Parlamento di promulgare una legge in materia, coinvolgendo nel progetto tutte le ex repubbliche jugoslave. In tal modo si potrebbe concorrere ai mezzi dell’Unione europea tramite il programma intitolato “L’Europa per i cittadini”». Infine Bavoljak ha detto di voler credere che l’esecutivo del premier Zoran Milanovic„ (Partito socialdemocratico) agirà in tempi rapidi, nominando un interlocutore che ascolti quelle che saranno le proposte della “Ante Zemljar”. A manifestare dissenso nei riguardi del progetto di commercializzazione dell’Isola Calva è stato anche il connazionale Furio Radin, presidente della Commissione parlamentare per i diritti umani, che da anni si batte per trasformare questa manciata di pietre adriatiche in un’area del ricordo e della pietà. «Sono contrario a progetti che parlano di investitori, imprenditori, denaro e quant’altro all’Isola Calva. Parliamo di una zona del dolore e delle tragedie, che non va monetizzata. Tuteliamola affinché costituisca un messaggio alle future generazioni».


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia

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