Mailing List Histria
Rassegna stampa

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri
 
922 – 01 Novembre 2014
                                                   
Sommario
 
 
 
280 – La Voce del Popolo 24/10/14 Fondi per l’Asilo italiano di Zara e il Festival dell’Istroveneto (Ilaria Rocchi)
281 – Il Piccolo 23/10/14 A Zara bomba a mano contro la via “italiana” (Andrea Marsanich)
282 – La Voce del Popolo 31/10/14 Spalato celebra la «cancellazione» dell’italiano
283 – Il Piccolo 16/10/14 Intervista: la liberazione? A Trieste l’ha fatta l’esercito di Tito (Fabio Dorigo)
284 – Il Piccolo 16/10/14 Trieste:  Consiglio comunale, 15 firme per la sfiducia a Furlanic
 (Piero Rauber)
285 – Corriere della Sera 24/10/14 L’onorificenza al Quirinale: Rosita Missoni – cavaliere dopo Ottavio ma io lavoravo di più
286 – Secolo d’Italia 11/10/14 Illy non finanzia il monumento sulle foibe (Guido Liberati)
287 – Italia Oggi 18/10/14 La Croazia bagna il naso all’Italia nella forte riduzione delle Regioni (Dario Fertilio)
288 – La Voce del Popolo 20/10/14 Ricordo e memoria, la prospettiva della Bancarella diventa europea (Ilaria Rocchi)
289 – La Stampa 16/10/14 Intervista a Slavenka Drakulic (Giordano Stabile)
290 – Panorama 26/10/14 Cultura -  Trieste torna italiana (Edoardo Frittoli)
291 – Avvenire 23/10/14 1954: il tricolore toma su Trieste (Francesco Dal Mas)
292 – La Voce di Romagna 28/10/14 Gianni Ruzzier: Il giorno che Trieste tornò italiana (Aldo Viroli)
293 – Il Giornale 23/10/14 La stanza di Mario Cervi,  L`angoscia di Trieste fra liberazione e sovietizzazione (Armando Vidor – Mario Cervi)
 
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it/
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http://www.adriaticounisce.it/
 
280 – La Voce del Popolo 24/10/14 Fondi per l’Asilo italiano di Zara e il Festival dell’Istroveneto
 Fondi per l’Asilo italiano di Zara e il Festival dell’Istroveneto
 Scritto da Ilaria Rocchi
 VENEZIA Sulle orme della Serenissima nell’Adriatico orientale, cercando una simbolica seconda vita dell’eredità storica e culturale di quella che, per cinque secoli e passa, è stata la Dominante. Con Deliberazione del Consiglio Regionale del Veneto del 14 ottobre scorso è stato approvato il Programma degli interventi per l’anno 2014 in attuazione della Legge regionale n. 15 del 7 aprile 1994, che recita appunto “Interventi per il recupero, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta nell’Istria e nella Dalmazia”.
 Un capitolo che offre “gli strumenti per l’affermazione dei valori di amicizia e di coesistenza pacifica da sempre condivisi dalle popolazioni del Veneto, dell’Istria e della Dalmazia”, come si rileva nella documentazione diramata dalla Regione Veneto. I finanziamenti, va ricordato, sono destinati principalmente a enti locali veneti e istro-dalmati, alle Comunità degli Italiani di Slovenia e Croazia, oltre che a una vasta gamma di associazioni e istituti culturali veneti, croati e sloveni. Tra le voci inserite, il Festival dell’Istroveneto, organizzato a Buie dall’Unione Italiana, e l’Asilo italiano di Zara, di cui è propritaria la locale Comunità degli Italiani.
Complessivamente, per questa voce di spesa la Regione Veneto aveva messo a bilancio 450mila euro; ne ha ripartiti 420mila, mentre 30.000 euro sono riservati per l’organizzazione di un seminario di studi. Alla Direzione Relazioni Internazionali erano pervenute 57 domande, di cui 4 ritenute non ammissibili; ne sono state promosse 27, di cui 18 afferenti a iniziative culturali di vario genere – ma sempre legate al patrimonio storico, culturale e ambientale o allo sviluppo delle attività culturali delle Comunità italiane in Istria e Dalmazia – e 9 riguardanti interventi di restauro di palazzi o antiche mura.
 Ricerche su Momiano, Buie, Salvore
 Dunque, per quanto ci riguarda più da vicino, l’Unione Italiana passa con il Festival dell’Istroveneto, manifestazione che ha lo scopo di recuperare e promuovere un dialetto che ha una diffusione in modo particolarmente capillare soprattutto nel territorio di Buie e nel centro storico della cittadina. È previsto un contributo di 25mila euro. È di 21.300 euro quello invece destinato alle attività culturali e d’istruzione che si svolgono nella Comunità degli Italiani e nella Scuola italiana dell’infanzia “Pinocchio” di Zara.
All’Università Popolare Aperta di Buie sono stati riconosciuti 6.300 euro per la pubblicazione degli atti del convegno scientifico internazionale “Momiano e l’Istria: una comunità e una regione dell’Alto Adriatico (storia, arte, diritto, antropologia)”, che si è tenuto a Momiano il 14-16 giugno 2013 (il volume è la testimonianza scritta delle ricerche e degli studi eseguiti negli archivi di Venezia, Pisino e Capodistria, aventi per oggetto il territorio del Momianese, con specifico riferimento ai suoi abitanti, alle radici storico culturali ed ai suoi legami con la Repubblica Serenissima, nonché ai rilievi architettonici descrittivi del castello di Momiano; al convegno erano stati presentati per la prima volta documenti e immagini inedite del castello e, oltre a quelli del Tommasini, del Manzuoli, dello Zinnato e di Neami, non esistono scritti e ricerche eseguite in epoca moderna su questo territorio).
Per la ricerca archivistica su Salvore e il suo territorio nell’età della Serenissima, la Comunità degli Italiani salvorina potrà beneficiare di 11.400 euro, mentre la CI di Buie potrà usufruire di 2.200 euro per la stampa in un libro delle relazioni presentate alla tavola rotonda incentrata sulla tematica “Seicento anni dalla dedizione di Buie a Venezia (1412-2012)”, tenutasi il 18 dicembre 2012, con interventi di Kristjan Knez, Gaetano Benčić, Lorella Limoncin Toth, Lucia Moratto Ugussi, Denis Visintin, Rino Cigui e Marino Dussich, in occasione del 65.esimo anniversario della CI. La Società di Studi storici e geografici di Pirano, invece, potrà avvalersi di 3.900 euro per un volume sul pensiero politico e gli strumenti storiografici utilizzati da Tomaso Luciani (Albona 1818 – Venezia 1894), uno dei più importanti uomini del Risorgimento che l’Istria abbia dato alla luce.
Alla Deputazione di Storia patria per la Venezia Giulia (Trieste) vanno 11.000 euro per una ricerca sul problema della ri-cattolicizzazione delle diocesi istriane di Capodistria e quella di Parenzo, e un importo identico va alla Società Dalmata di Storia Patria per il progetto MARE 5 – Le Relazioni dei Rettori dello Stato da Mar; 9.500 euro per il Centro studi cultura, ambiente, territorio di Noale, che intende recuperare gli antichi formulari, di epoca medievale, redatti per le commissioni o capitolari ai rettori veneziani inviati in Istria e Dalmazia, con le istruzioni per operare nei reggimenti di destinazione (Relazioni e comunicazione politica in area adriatica: i rettori veneziani d’Istria e Dalmazia e le loro commissioni, secoli XIII-XVI); 3.800 euro invece per la seconda edizione di “Radici comuni”, scambio tra l’Istituto superiore E. Mattei di Conselve e la scuola superiore italiana “Pietro Coppo” di Isola.
 Pensiero rivolto alle scuole
 Al Ginnasio “Gian Rinaldo Carli” di Capodistria vanno 6.900 euro per la realizzazione di un’edizione bilingue (italiano sloveno) sull’istituto, con la ricostruzione storica della scuola, dal XVII secolo ai giorni nostri, evidenziando gli aspetti più significativi e i cambiamenti registrati nel corso del tempo, con particolare riguardo al periodo successivo al 1675, quando l’istituzione, con l’approvazione della Repubblica di Venezia, fu riaperta con il nome di Collegio dei Nobili. Tra i personaggi illustri usciti da questa scuola figurano Giuseppe Tartini, Gian Rinaldo Carli, Girolamo Gravisi, Pietro Kandler, Francesco e Carlo Combi, Bernardo Benussi… Invece 13.800 euro sono stati riservati per la nuova Scuola elementare di Cittanova (preliminare alla realizzazione dell’edificio è la progettazione, per la quale è stato richiesto il sostegno finanziario anche del Veneto).
L’Associazione Veneziani nel Mondo riceve invece 6.100 euro per avviare un corso sulla storia, la cultura, sulle tecniche di lavorazione e applicazione nella storia del vetro fuso nei territori di dominio veneziano. L’iniziativa è rivolta a persone provenienti dal Ginnasio “Gian Rinaldo Carli” di Capodistria, dalla Scuola media superiore italiana “Dante Alighieri” di Pola, dalla CI “Dante Alighieri” di Isola d’Istria e dalla Comunità degli Italiani del Montenegro; mentre la C.C.I.A.A. di Venezia, per il corso sul merletto di Burano e la sperimentazione della lavorazione con filati preziosi utilizzando durante il corso il rame o l’argento per l’esecuzione dei punti, ottiene 4.600 euro (ospiterà connazionali provenienti dalle medesime località).
 Al Centro Ricerche Culturali Dalmate di Spalato, per l’attività didattica e organizzativa in collaborazione con il Liceo linguistico informatico “Leonardo Da Vinci”, sono stati assicurati 11mila euro. Inoltre, 5.600 euro sono stati accantonati dalla Regione per consentire il completamento della stampa, a cura del Dipartimento di Italianistica dell’Università degli studi di Zara, della pubblicazione dal titolo “Civiltà veneta e umorismo in Istria e Dalmazia. Il giornalismo umoristico – satirico in istroveneto e dalmatoveneto nelle riviste italiane dell’Adriatico orientale”.
 Restauri di palazzi, mura, sculture
 Altri progetti promossi, il restauro della Torre detta del Porto o Porporella nel centro cittadino di Cittanova (17.200 euro, CI di Cittanova); il risanamento strutturale del seicentesco palazzo Sincich a Parenzo (46.800 euro, Coordinamento Adriatico); l’allestimento di un “cantiere scuola” per il restauro di 10 manufatti lapidei di araldica veneziana siti su edifici civili, su iniziativa della Comunità degli Italiani di San Lorenzo Babici (25.500 euro); il completo restauro della scultura in legno risalente alla fine del XV secolo, raffigurante un Sant’Antonio Vescovo, assiso e benedicente, con una folta barba grigia, ora sita nel deposito del museo diocesano di Parenzo, per una sua successiva esposizione (8.900 euro, Regione Istriana – Assessorato alla Cultura); la ristrutturazione della vecchia scuola esistente a Grimalda, con l’obiettivo finale di attrezzare l’edificio per l’istituzione di un Centro di eccellenza per l’educazione dei giovani della Regione Istriana (17mila euro, Comune di Cerreto); restauro del corpus centrale del castello di Pietrapelosa – proseguimento dei lavori sul muro orientale, parte delle mura meridionali e il muro interno del palazzo (62.700 euro, Città di Pinguente); le fasi finali di recupero dei Castelli di Grisignana e di Piemonte d’Istria (46.800 euro, Comune di Grisignana).
 Inoltre, è stata inserito nella Programmazione il progetto (assegnato alla Comunità degli Italiani di Montenegro 18.700 euro), di studio e conoscenza, recupero e valorizzazione di un importante bene architettonico e culturale di origine veneta a Cattaro, quale la Porta Settentrionale, parte del tratto delle mura difensive di Cattaro. Con una lunghezza di circa 4,5 chilometri, la forma attuale di Porta Marina risale al 1555. E, sempre in questa terra a sud, sì (e 3.300 euro) alla proposta della Provincia di Venezia per un corso di restauro di oreficeria rivolto a 10-15 appartenenti della Comunità degli Italiani e a professionisti dell’Istituto nazionale per la tutela dei beni culturali del Montenegro, focalizzato sulle metodologie di restauro di antichi gioielli ed arte sacra antica risalenti alla tradizione veneziana.
 Infine, al Comune di Montebelluna, vanno 8.600 euro per il progetto “Origini comuni: un patrimonio da salvaguardare e valorizzare”, che prevede un gemellaggio con Montona sulle tracce del patrimonio boschivo. I boschi del Montello e di Montona rappresentano un collegamento storico rilevantissimo con Venezia, poiché per secoli hanno rifornito di legnami pregiati la prima industria della storia occidentale: l’Arsenale. Il gemellaggio intende rinsaldare, in un contesto generale, il rapporto tra le relative comunità, ma soprattutto forse recuperare e valorizzare questa speciale unione tra i due paesi che trovano comuni radici in una storia dove il bosco assume una connotazione di bene culturale, perché elemento di identità.
 281 – Il Piccolo 23/10/14 A Zara bomba a mano contro la via “italiana”
A Zara bomba a mano contro la via “italiana”
Gettata con una mina antiuomo nel giardino del consigliere che si batte per il ripristino del toponimo Calle Larga
di Andrea Marsanich
Anche ordigni esplosivi contro il ripristino del toponimo storico Calle Larga (ora la principale via di Zara è intitolata Široka ulica o Strada larga), iniziativa che vede contraria la destra nazionalistica croata, al potere nella città dalmata. L’altro giorno una bomba a mano e una mina antiuomo sono state gettate nel cortile dell’abitazione del consigliere comunale di Azione giovani (centrosinistra, all’opposizione), Marko Pupi„ Bakra„, che si batte per la ridenominazione dell’antica passeggiata zaratina.
Gli ordigni non sono fortunatamente esplosi, costituendo comunque un esplicito messaggio a Pupi„ Bakra„, una minaccia per il suo adoperarsi nel parlamentino comunale a favore del nome Calle Larga. Il consigliere municipale ha dichiarato ai giornalisti che si tratta di un atto intimidatorio, non tale però dal farlo desistere: «Se qualcuno dovesse fare del male al sottoscritto o ai membri della mia famiglia – ha detto – di ciò ne sarà direttamente responsabile il sindaco di Zara, Božidar Kalmeta».
Chiamata ad intervenire, la polizia zaratina ha preso in consegna i due micidiali ordigni, sporgendo denuncia contro ignoti. Il primo cittadino, interpellato dai media, ha respinto ogni accusa e insinuazione, affermando di non avere a che fare con l’opera di un folle. «Spero che le forze dell’ordine agiscano alla svelta e in modo efficiente – ha rilevato Kalmeta nel comunicato diffuso dopo l’inquietante episodio – Zara è una città sicura dal punto di vista dell’ordine pubblico e fatti del genere non devono accadere più».
Pupi„ Bakra„ ha smentito quanto asserito dal sindaco, sottolineando come negli ultimi anni vi sia stata una decina di episodi, con lanci di bombe, auto fatte saltare in aria o incendiate, tra cui anche macchine di giornalisti.
«Se la polizia non farà il suo dovere – ha concluso il consigliere – mi riservo di agire per autodifesa, proteggendo anche le persone che mi sono più care». Va rammentato che la scorsa primavera circa 11 mila persone (Zara ha 76 mila abitanti) posero la loro firma in calce alla petizione per il ripristino dell’antico toponimo. Un numero sufficiente per avviare il procedimento in sede di consiglio cittadino. Ebbene da allora la questione non è stata inserita nell’agenda dei lavori del parlamentino (guidato dal centrodestra), con giustificazioni più o meno opinabili.
Il consigliere Pupi„ Bakra„ ha protestato con forza nell’ultima sessione, chiedendo che la richiesta fosse finalmente dibattuta e sottoposta a voto. Una richiesta inascoltata. Ora anche le bombe.
 282 – La Voce del Popolo 31/10/14 Spalato celebra la «cancellazione» dell’italiano
 Spalato celebra la «cancellazione» dell’italiano
 SPALATO | In ricordo del 28 ottobre 1882, quando fu istituita la prima amministrazione croata della città di Spalato, il vicesindaco del capoluogo dalmata, Goran Kovačević, ha posto una corona di fiori sulla lapide che ricorda quest’avvenimento. Alla cerimonia hanno partecipato anche altre autorità. “Questa è una delle date più importanti della storia di Spalato, è una pietra miliare, perché ha segnato un cambiamento di rotta per la città. Infatti, da quel giorno si cominciò a parlare in lingua croata, ma non soltanto in Municipio. Anche nelle biblioteche e nelle altre istituzioni si smise di parlare in lingua italiana”, ha sottolineato il vicesindaco. Goran Kovačević, come riporta il quotidiano Slobodna Dalmacija, ha fatto capire che in futuro la municipalità intende celebrare ufficialmente quest’anniversario. “La celebrazione di quest’importante ricorrenza verrà fatta propria anche dal Consiglio municipale, per cui in futuro le cerimonie avranno forma ufficiale. In questo modo dimostreremo gratitudine nei conronti dei nostri antenati che hanno combattuto per la lingua croata e la sopravvivenza croata in questa regione”, ha concluso il vicesindaco Goran Kovačević.
Il quotidiano spalatino “Slobodna Dalmacija” ha accompagnato l’articolo con un titolo dal tono trionfalistico, di tipo ottocentesco: “Sono passati 132 anni dalla vittoria sui talijanaši”. Un termine quest’ultimo utilizzato di frequente in Dalmazia, ma non solo lì, per indicare la componente italiana o filoitaliana della popolazione. E per la minoranza italiana “sconfitta” quel lontano 1882 segnò l’inizio dell’inesorabile declino. La lingua italiana venne in pratica cancellata a Spalato. Sparì rapidamente dalle scuole e dagli uffici pubblici, relegata sempre più nel privato. Oggi gli uni esultano, mentre per gli altri c’è poco da festeggiare…
 
283 – Il Piccolo 16/10/14 Intervista: la liberazione? A Trieste l’ha fatta l’esercito di Tito
«La Liberazione? A Trieste l’ha fatta l’esercito di Tito»
Il presidente del Consiglio Iztok Furlanic non cambia idea sullo sloveno in aula:. «È un diritto garantito dalla legge. I soldi ci sono ed è stupido non prenderli». Sul Pd e sul suo segretario: “Non è più un partito di sinistra. Renzi è più a destra di Berlusconi. Mi sorprende la posizione di Cok, che è della minoranza”. Sul sindaco: “Meglio Romoli di Cosolini”
 di Fabio Dorigo
 «Il 12 giugno è una data inesistente. Lo dico da storico. L’esercito jugoslavo ha liberato Trieste dai nazisti. Altro che occupazione». Iztok Furlanic, presidente del Consiglio comunale di Trieste, si è laureato in storia contemporanea a Lubiana. E non cambia idea sui soldi spesi dal Comune per «targhe a commemorare eventi inesistenti». E neppure sull’introduzione della lingua slovena in Consiglio comunale con la traduzione simultanea come a Gorizia. «Mi dispiace ma questo è un costo della democrazia che deve essere sostenuto».
Ma come le è venuto in mente di introdurre lo sloveno nel Consiglio comunale di Trieste?
Sono stato contattato dal Primorski per un commento dopo l’avvio della traduzione simultanea nel Consiglio comunale di Gorizia. E, in base alle leggi vigenti, si dovrebbe fare lo stesso a Trieste introducendo la possibilità di intervenire in sloveno.
Ma è davvero convinto, come ha dichiarato al Primorski, che i tempi siano maturi?
Ero più convinto alcuni giorni fa prima di vedere alcune reazioni. Ma credo che solo introducendolo la gente si abituerebbe. Devo sottolineare che le reazioni da parte di alcuni sono state spropositate.
A cosa si riferisce?
Il consigliere Igor Svab (Pd) è stato oggetto di telefonate minatorie. Il problema è che alcuni non saranno mai pronti. Attendere questi è inutile. È un motivo in più per andare avanti a rivendicare il diritto dei consiglieri sloveni a esprimersi nella propria madrelingua, come fanno gli italiani a Capodistria.
Ma alla commissione capigruppo, che sta lavorando alla revisione del regolamento comunale, l’ha mai proposto?
No, non l’ho mai proposto. Ma ho intenzione di farlo, visto che si tratta dell’attuazione di un diritto previsto per legge.
Quindi lo proporrà?
Assolutamente sì. Poi vedremo chi a parole si proclama progressista e chi lo è nei fatti.
A partire dal sindaco che mi pare l’abbia profondamente deluso…
Sono sdegnato. Non può far finta di non sapere che i fondi per la tutela dello sloveno sono altra cosa rispetto a quelli destinati alle biblioteche. Se il Comune non utilizza quei fondi li utilizzerà un altro comune. Non c’è nessuna spesa in più. In realtà chi è abbastanza furbo e intelligente utilizza quei fondi, gli altri no.
«Furlanic ha preso cavoli per capuzi» ha dichiarato il sindaco…
Magari. Le sue ulteriori precisazioni non cambiano la sostanza di una virgola. È stata l’uscita di un sindaco convinto che esprimendosi più apertamente a favore dell’uso dello sloveno avrebbe perso voti al centro. Sicuramente ne ha persi tra l’elettorato sloveno. Sono deluso, ma prendo atto della scelta.
Meglio Ettore Romoli (sindaco di Gorizia, ndr) di Roberto Cosolini?
Assolutamente. È la dimostrazione che i sindaci di centrodestra sono più aperti e meno timorosi su questo argomento.
Il bilinguismo è ancora un tema sensibile. Non crede?
Non lo nascondo. Ma Romoli a Gorizia ha fatto un altro ragionamento politico.
La presa di posizione del segretario del Pd Stefan Cok?
Mi sorprendo che uno sloveno si esprima in quel modo. Sono doppiamente deluso. Posso al massimo capire il sindaco, ma non un segretario politico che fa parte della minoranza slovena. Stiamo parlando di un diritto, non di un capriccio.
Lei punta al modello Capodistria…
A Capodistra tutti capiscono entrambe le lingue. La gente non ha idea di quello che succede oltreconfine. I diritti della minoranza italiana sono tutelati in modo molto ampio e dettagliato non da 20 ma da 60 anni. A me basterebbe che la tutela della minoranza slovena in Italia fosse uguale a quella della minoranza italiana in Slovenia e Croazia. Ben venga l’equiparazione. Ne guadagneremmo come sloveni.
«Il Comune di Trieste trova i soldi per targhe a commemorare eventi inesistenti». A cosa si riferiva?
Quando si parla del 12 giugno 1945 come fine del secondo conflitto mondiale a Trieste si parla di un evento inesistente. L’ho ribadito anche al consigliere Franco Bandelli quando ha chiesto chiarimenti in Consiglio comunale. Dal punto di vista storico è un fatto inesistente. Non vedo perché mi dovrei scusare con la città.
C’è di mezzo il Primo Maggio di quell’anno?
Una parte della città vede il Primo Maggio del 1945 come la Liberazione. L’esercito jugoslavo che entra in città era un esercito di liberazione. Così era considerato dagli anglo-americani. Non lo dico io. Lo dicevano Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill. Una parte della città si sente profondamente offesa dalla commemorazione del 12 giugno.
Non c’è stata nessuna occupazione?
Qualcuno forse dimentica che è stato l’esercito jugoslavo a liberare questa città dai nazisti. Io la considero una Liberazione. Se poi si vuole parlare di occupazione, Trieste non è stata liberata il 12 giugno 1945, ma il 26 ottobre 1954 visto che molti considerano come forza occupante gli angloamericani.
La fine del Tlt come Liberazione?
Sì, se consideriamo come forze occupanti gli eserciti stranieri.
Nessun 12 giugno da commemorare?
È un falso. Lo dico da storico visto che ho fatto il post laurea in storia contemporanea a Lubiana.
Mi sa che stavolta non si scrollerà di dosso la fama di ultimo “titino”…
Non mi considero titino, perché non mi piace il termine. La mia personale opinione sul maresciallo Tito è ben risaputa. È un personaggio che ha fatto la storia del Novecento creando i Paesi non allineati. Ci sono dei lati oscuri, ma è riuscito a trasformare un paese arretrato in uno dei più importanti al mondo.
“Trst je nas!”
“Trieste è nostra”. Non solo italiana, ma anche slovena. Tutto qua.
Ma qual è la sua posizione rispetto alla giunta Cosolini?
Esiste una disparità di vedute su tutta una serie di tematiche. Dall’operazione Acegas Hera (con l’ipotesi di usare le azioni come fidejussione per i lavori pubblici) al piano del traffico.
“Non vedo tutta questa sinistra nella giunta Cosolini” ha dichiarato il capogruppo di Sel Marino Sossi…
Il Pd, che ha la maggioranza relativa, non è di sinistra. Lo si è visto quando si è votata la mozione sull’articolo 18. A livello nazionale si sta attuando il programma di Berlusconi. Renzi lo sta addirittura superando a destra.
Non vi tenta l’opposizione?
Non lo escludo se verrà confermata l’operazione Acegas Hera con il prossimo bilancio.
Come valuta la scelta del nuovo assessore alla Cultura?
Non conosco Tassinari. Devo dire che rispetto al predecessore si nota la sua presenza. Il che è positivo. Non è positivo che in tre anni e mezzo si sia cambiato quattro volte.
E l’assessore allo Sport?
All’inizio c’era un assessore che si occupava di quello a tempo pieno.
Solo che si chiamava Emiliano Edera?
Non parlavo di nomi. Serve uno presente.
Marino Andolina, il vostro capogruppo, è coinvolto pesantemente nell’inchiesta su Stamina. Nessun imbarazzo?
Non sono mai stato giustizialista. Ci sono sentenze e sentenze, condanne e condanne. La battaglia di Andolina è giusta e sono al suo fianco.
 
284 – Il Piccolo 16/10/14 Trieste:  Consiglio comunale, 15 firme per la sfiducia a Furlanic
 Mozione presentata da Bandelli e Rosolen di Un’Altra Trieste e sottoscritta da vari gruppi dopo le dichirazioni rilasciate dal presidente dell’aula al Piccolo
 Consiglio comunale, 15 firme per la sfiducia a Furlanic
 Piero Rauber
 In 15 ne reclamano le dimissioni, poiché 15 sono le firme sulla mozione di sfiducia della coppia di Un’altra Trieste Bandelli-Rosolen, cui si sono accodati tutti gli esponenti delle opposizioni tranne l’ex leghista Maurizio Ferrara. Spuntassero altri sei favorevoli – non servirebbe che la firmino, basterebbe che la votino – si arriverebbe a 21 teste su 41. A quel punto Iztok Furlanic - protagonista di un’audace, diciamo così, intervista rilasciata sul Piccolo di ieri in cui rende grazie a Tito per la Liberazione di Trieste del ’45 – non sarebbe più il presidente del Consiglio comunale. Scenario remoto? Non lo è la discussione della mozione, che lo stesso Furlanic dovrà calendarizzare per regolamento non prima di dieci giorni dalla presentazione di ieri, e dopo non più di un mese. E potrebbe non esserlo, remoto, neanche un epilogo col benservito. Sarebbe sufficiente che al momento del voto prudesse la mano a qualcuno del Pd. Il partito di un sindaco, Roberto Cosolini, definito da Furlanic peggio del collega di centrodestra di Gorizia, Ettore Romoli, che le traduzioni simultanee sloveno-italiano in Consiglio comunale le ha già battezzate.
 Il partito, per giunta, di un senatore, Francesco Russo, che ieri è stato lapidario: «Furlanic non è all’altezza di rappresentare Trieste. Ha disonorato la sua carica. Spero che, spontaneamente e in tempi brevi, presenti le dimissioni prima che il Consiglio decida di votare una mozione di sfiducia. Al caso, mi auguro che tutti i consiglieri, compatti, scelgano di sollevarlo da un ruolo che non ha saputo interpretare nel modo corretto».
Stavolta, dunque, il “dossier Furlanic” (ricordate la lista dei suoi “scheletri” nell’armadio filotitini che il centrodestra aveva raccolto tre anni fa alla vigilia della sua investitura come presidente del Consiglio?) lui se l’è costruito da solo. La giornata di ieri – a intervista-choc pubblicata – è stata una grandinata di reazioni indignate e pretese di dimissioni, con tanto di richiesta che sia Cosolini a intervenire. «Neanche il Pci di Vidali si spingeva a tanto, Furlanic può avere le sue idee da libero cittadino, ma da presidente del Consiglio comunale non può esprimersi in direzione opposta a quella in cui vanno documenti votati dal Consiglio stesso, come ad esempio la mozione sul 12 giugno, fine dell’occupazione titina, ora la palla passa a chi la mozione non l’ha firmata, il Pd e le civiche di centrosinistra», osserva Alessia Rosolen. «Fratelli d’Italia – scrive Claudio Giacomelli – non riconosce più Furlanic come presidente del Consiglio. Lo invitiamo quindi a trasferirsi in uno dei “paradisi comunisti” che ancora deturpano il mondo per un’esperienza “dal vivo” dell’ideologia che tanto ama».
E di «dichiarazioni deliranti che portano pericolosamente indietro l’orologio» parla l’ex Fli Michele Lobianco, mentre il capogruppo di Fi Everest Bertolisostiene che «il primo maggio ’45 ha inizio per la popolazione italiana un periodo di persecuzioni e terrore». «Per fare campagna elettorale – incalzano i grillini Paolo Menis e Stefano Patuanelli – ha riaperto ferite che erano rimarginate». «La storia Furlanic l’avrà pure studiata ma forse non l’ha pienamente compresa», così il segretario della Lega Pierpaolo Roberti. «C’è chi ancora in questa città pensa di vomitare simili idiozie», annota il consigliere provinciale di Un’altra Trieste Andrea Sinico coi colleghi circoscrizionaliFrancesco Clun, Paolo Silvari, Marco Ianza, Dario Lonzaric e Andrea Balanzin. I capigruppo circoscrizionali Pdl/Fi Roberto Dubs e Alberto Polacco, ancora, vogliono da Furlanic le «scuse a tutte quelle famiglie che hanno perso i loro cari nelle foibe». Scuse e dimissioni servono anche per Alternativa Tricolore mentre il coordinatore di Fi Giovani Piero Geremia spara più alto: pretende si faccia da parte pure Cosolini.
 
 285 – Corriere della Sera 24/10/14 L’onorificenza al Quirinale: Rosita Missoni – cavaliere dopo Ottavio ma io lavoravo di più
 L’onorificenza al Quirinale: Rosita Missoni – cavaliere dopo Ottavio ma io lavoravo di più
 Davanti agli studenti della Statale di Milano, Rosita Missoni, 83 anni che nessuno le darebbe mai, l’altro mercoledì aveva fatto anche dell’ironia – non polemica, da gran dama della moda italiana qual è. «Lo aveva già detto Ottavio vent’anni fa: “Dovevate nominare cavaliere del lavoro la Rosita, non me”. Lui con il lavoro ha sempre avuto un rapporto un po’ particolare. Insomma, da creativo. Ripeteva: non capisco perché mi debbo alzare alle otto quando non mi sveglio prima di mezzogiorno», lasciando intendere che quella che si è sempre sporcata di più le mani in azienda, alla Missoni ora a Sumirago, in provincia di Varese, che hanno fondato insieme nel 1953, è stata lei, non lui.
Ieri, ventuno anni dopo la nomina a cavaliere del lavoro conferita al marito – era il 1993, Ottavio Missoni è morto nel maggio del 2013, a 92 anni – è arrivato finalmente il suo turno. Rosita Jelmini Missoni è una delle sette donne insignite al Quirinale dal presidente Napolitano. Moda, arredo e meccanica fra i settori più rappresentati in questo giro di nomine. Ci sono, fra gli altri, Giancarlo Dani del Gruppo Dani, fornitore di pellami di alta qualità, Claudio Del Vecchio, figlio del patron di Luxottica, presidente e amministratore delegato di Brooks Brothers, Simonetta Stronati, ad del marchio di abbigliamento per bambini Simonetta, Patrizia Moroso, dell’omonima azienda di design. «All’estero ogni volta che ci hanno premiato, e sono state tante, c’era un premio per Ottavio e uno per me. In Italia, no: tutto solo per lui», aveva continuato la signora nella lezione ai ragazzi, trascinando l’uditorio in una risata collettiva.
Una storia da manuale, quella dei Missoni, tanto da diventare materia di insegnamento per il corso di «Editoria, culture della comunicazione e della moda» dell’Università di Milano. Dall’incontro a New York all’inizio degli Anni Settanta con la mitica giornalista Diana Vreeland («guardate bene questi due, disse alle sue assistenti indicando me e Ottavio, perché sono due geni»), alle collezioni che via via si sono succedute e che hanno creato uno stile personalissimo, quello zig zag nella maglia che equivale a una firma. «Eravamo così ingenui in quegli anni. Ricordo che sta-vamo stringendo un accordo commerciale e la nostra controparte americana ci chiese: quando possiamo incontrare i vostri avvocati? Ci siamo messi a ridere: io e Ottavio non sapevamo neppure che esistessero gli studi legali per queste cose. Facevamo tutto noi e a volte ce ne siamo anche pentiti».
Ma Missoni è un caso da manuale anche per il modo in cui ha risolto la questione del passaggio generazionale. «Quando mia figlia Angela, dopo una serie di belle collezioni prodotte con il suo nome, ha deciso di essere pronta per assumersi la responsabilità della prima linea, io ho fatto un passo indietro – riprende la signora -. La moda è un mestiere devastante: devi uscire, stare con le persone, la mia vita non corrispondeva più a quelle richieste». Ora segue la linea casa di Missoni. E la sua famiglia. Ieri, con lei a Roma, c’erano Angela e i nipoti Teresa, Francesco e Ottavio junior.
 
286 – Secolo d’Italia 11/10/14 Illy non finanzia il monumento sulle foibe
 Illy finanzia lo stand Usa all’Expo, ma ha finito i soldi per il monumento sulle foibe
 di Guido Liberati
 Neanche un euro per finanziare il monumento in ricordo delle vittime delle foibe a Milano: lo ha deciso la Fondazione Illy dopo richiesta da parte degli esuli istriani che confidavano nella sensibilità di Riccardo Illy, l’imprenditore del caffè, già sindaco di Trieste e governatore del Friuli. Illy, che per qualche tempo aveva aspirato al ruolo di Berlusconi del Pd, non ha finora lesinato finanziamenti ai progetti più disparati.  La Fondazione Illy risulta anche tra i principali finanziatori dello stand degli Stati Uniti d’America per l’Expo 2015 di Milano. La struttura, che costerà 45 milioni di euro, sarà realizzata con un fund raising principalmente di investitori privati americani, con l’eccezione di Illy. Niente da fare, invece, per il monumento dedicato agli esuli della sua terra, un’opera che ha ricevuto anche il via libera del Comune di Milano. Un rifiuto che ha sorpreso in senso negativo Romano Cramer, segretario dell’associazione culturale “Movimento nazionale Istria Fiume Dalmazia”. «Con grande amarezza e delusione – ha detto l’esule istriano a Il Giornale – ci hanno comunicato che il monumento trova difficile collocazione nella loro strategia di comunicazione legata all’arte contemporanea«. Inoltre, «per l’anno 2015, i fondi per la sponsorizzazione sono già programmati e destinati ad altre iniziative». Ormai gli esuli istriani e le foibe sono il passato: più conveniente finanziare gli americani (dove il consumo di caffè Illy va a gonfie vele) che ricordare i morti della propria terra.
 
287 – Italia Oggi 18/10/14 La Croazia bagna il naso all’Italia nella forte riduzione delle Regioni
 La Croazia bagna il naso all’Italia nella forte riduzione delle Regioni
 di Dario Fertilio
 Se Roma chiama, Zagabria risponde: è, si direbbe, lo spirito del tempo. Mentre Renzi impone alle spese delle Regioni : italiane una dieta sostanziosa, intorno : ai quattro miliardi di euro, la Croazia, i a sua volta, si appresta a ridurre dra-i sticamente il numero delle Contee, ; chiamate Zupatiije, per evitare un rovinoso deficit economico e finanziario.  Solo che Zagabria non può limitarsi a intervenire su trasporti e sanità, o a ; imporre livelli standard; deve invece : ridisegnare (su preciso mandato della Commissione europea) l’intero assetto ; territoriale.
 Le 21 Contee attuali dovranno ridursi verosimilmente a cinque o sei, ; resuscitando così antiche entità seminazionali come la Dalmazia (e infatti gli esuli di lingua italiana, oltre a molti 1 degli attuali abitanti, già provano un brivido di orgoglio); ma riaccendendo : anche timori antichi, ad esempio fra le popolazioni dell’Istria, dove l’accorpamento con l’area di Fiume e Quarnero suscita sgradevoli ricordi di jugoslava memoria. E creando inevitabilmente nuove rivalità: per esempio fra Spalato e Zara, riguardo al ruolo di capitale della nuova Dalmazia.
 Quel che colpisce, però, non è soltanto la parallela urgenza delle riforme dettate dalla necessità, ma anche la relativa incertezza sulle prospettive. Infatti il ridimensionamento del ruolo regionale italiano (qualunque sia l’esito del braccio di ferro già iniziato con il governo) non potrà comunque spingersi oltre un certo segno, se non vorrà incorrere in una vasta reazione anticentralistica. Così potrebbe uscire dal congelatore l’utopia delle Macroregioni tenuta a battesimo da Miglio, poi ripresa in Lombardia da Maroni e Formigoni: l’idea di ridurre drasticamente le spese ma non le competenze, collegandosi al percorso avviato dal governo Berlusconi, e attribuendo ad enti territoriali sufficientemente grandi la facoltà di esercitare un vero federalismo fiscale.
 Per la Croazia questo percorso di fatto è già iniziato: le nuove Macroregioni sono state varate dopo anni di studio dall’Istituto economico di Zagabria, j con una commissione di geografi. Ora, mentre si riaffaccia inquietante lo spettro greco e crescono le pressioni della  Ue, è facile prevedere un percorso di riforma accelerato, subito dopo l’elezione del nuovo Parlamento e del Presidente I della Repubblica. Ma la somiglianza fra i due Paesi non finisce qui, perché altri j punti deboli affini riguardano la pletora di città e comuni anche microscopici i (in Croazia, grande un sesto dell’Italia, rispettivamente 128 e 428) che gravano sul bilancio generale.
 Anche qui sussidiarietà dal basso e federalismo, uniti a uno sfoltimento drastico, potrebbe ridare vigore agli enti locali e alle antiche identità territoriali. Snellire, tagliare ma non umiliare le autonomie potrebbe essere la i scommessa obbligata sia di Roma che ; di Zagabria. Altrimenti le mezze riforme, come quella che ha finto di abolire : le province in Italia mantenendo i costi ; del personale, finiranno per presentare il conto in rosso: politico prima che finanziario.
Ritaglio stampa ad uso esclusivo del destinatario, non riproducibile.
 
288 – La Voce del Popolo 20/10/14 Ricordo e memoria, la prospettiva della Bancarella diventa europea
 Ricordo e memoria, la prospettiva della Bancarella diventa europea
 Ilaria Rocchi
 Lo spirito di Zara sulla “Bancarella” 2014, con la ritrovata unità delle associazioni degli esuli e dei “rimasti” e la voglia di crescere – come già ribadito all’inaugurazione dell’asilo italiano – in uno spirito europeo. Il Salone del Libro dell’Adriatico orientale ha proposto insieme, per la prima volta le une accanto alle altre, nello stand centrale della fiera triestina, quanto da loro prodotto in termini di libri e periodici. Insieme ancora a celebrare importanti anniversari. “La manifestazione, rinnovata sia nella formula che nello spirito – hanno osservato a nome del comitato scientifico e di tutte le associazioni partecipanti i presidenti di CDM, Renzo Codarin e di UPT, Fabrizio Somma – si è conclusa con un bilancio più che lusinghiero non solo in termini numerici di presenze agli incontri e di pubblico interessato alle pubblicazioni. È stato possibile riunire non solo idealmente le produzioni letterarie edite da associazioni che da tempo collaborano assieme, unendo sotto un unico tendone tutti i soggetti che hanno il merito di salvaguardare e diffondere la memoria e la cultura delle popolazioni di lingua italiana dell’Adriatico orientale, indicando una strada futura comune per nuove iniziative da organizzare in maniera condivisa. Non è un punto di arrivo, ma di partenza. Gli anniversari ricordati rappresentano un momento di riflessione per allargare le prospettive e non limitarsi alla definizione di confini orientali, ma parlare invece di un più ampio contesto Adriatico, europeizzando la vicenda dell’esodo. Il ricavato delle donazioni effettuate dai frequentatori del Salone, complessivamente circa 1.500 euro, verrà devoluto all’Istituzione prescolare italiana “Pinocchio” di Zara ed è stato consegnato al neodirettore della rivista “Il Dalmata”, Dario Fertilio, origini di Brazza, che proprio alla “Bancarella” ha avuto il suo esordio nella funzione che ha assunto al recente raduno dei Dalmati a Iesolo. Gran finale sulle ali del “Va pensiero” – che è l’inno degli Istriani, Fiumani e Dalmati –, eseguito dal soprano Francesca Lunghi, e quindi brindisi con vino istriano, offerto da produttori della nostra penisola.
EDIT, Radio Capodistria e UPT
Oltre alla casa giornalistico-editoriale EDIT di Fiume, a Radio Capodistria, all’Università Popolare di Trieste, sul palco de “La bancarella – Salone del Libro dell’Adriatico orientale”, che si è svolto dal 16 ottobre e fino a ieri sera in piazza Sant’Antonio Nuovo, nel capoluogo giuliano, ideato dal Centro di Documentazione Multimediale della Cultura giuliana, istriana, fiumana e dalmata e co-organizzato dall’UPT, sono saliti nei giorni scorsi altri istituti e associazioni. Così il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno è stato protagonista sabato con l’intervento del suo direttore e fondatore, Giovanni Radossi, che ha raccontato retroscena e aneddoti legati alla nascita dell’istituto, ha spiegato la sua funzione e la sua produzione. A parlare di Coordinamento Adriatico, invece, sono stati il suo presidente Giuseppe de Vergottini e Guglielmo Cevolin, docente di Legislazione dei beni culturali, mentre a illustrare ciò che fa la Società Dalmata di Storia Patria, che non è un’associazione di esuli, “ma un’associazione esule”, in quanto nata a Zara nel 1926 e trasferita a Roma, è stato il consigliere Bruno Crevato Selvaggi. L’Associazione delle Comunità Istriane, che festeggia i venti anni della sua sede in via Belpoggio, è stata invece rappresentata da Licia Giadrossi-Gloria Tamaro e Paolo Sardos Albertini, a capo della Lega Nazionale, si è soffermato sul ruolo di questa società e sul cinquantenario del ritorno di Trieste all’Italia, dopo il Memorandum d’Intesa di Londra.
Completare il quadro delle conoscenze
Ciascuna di queste realtà, come emerso nel dialogo con il pubblico del Salone – forse non numerosissimo in tutte le fasce orarie, ma attento – si è staccata uno spazio tutto suo e un ambito non ricoperto da altre realtà, in modo da completare e integrare il quadro delle conoscenze, quasi a formare e/o ricomporre i tanti tasselli di quel composito mosaico che è la civiltà istriana, fiumana e dalmata. Così Coordinamento Adriatico ha messo in atto un prezioso intervento di censimento, inventarizzazione e consolidamento delle “carte” negli archivi in Dalmazia e Istria, in sinergia con le istituzioni croate (fatto quantomai significativo), oltre che di recupero della toponomastica. Pure la Società Dalmata di Storia Patria agisce a livello di fonti, valorizzando ad esempio le relazioni dei vari governatori – leggi rettori – della Dalmazia, dell’Istria e del Levante Veneto che inviavano regolarmente alla Serenissima Repubblica di San Marco, oltre ovviamente a sostenere e pubblicare ricerche monografiche in vari campi (ad esempio, sulla storia dell’’imprenditoria in Dalmazia e sulla comunità ebraica in regione); il campo dell’Associazione delle Comunità Istriane, invece, è più propriamente quello della memorialistica.
Il CRS
Pubblicazione di saggi – spalmati nelle sue varie riviste, come gli “Atti”, i “Quaderni”, le “Ricerche sociali” e altre –, di un bollettino (“La Ricerca”), raccolta di fonti bibliografiche e archivistiche, cartine topografiche e tanto altro ancora: dal 1968 ad oggi il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno è diventato per eccellenza il custode del retaggio culturale e storico della Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia, il luogo che ambisce a conservare un po’ tutto ciò che di cartaceo è stato fatto in riferimento al territorio dell’Adriatico orientale (e non solo). La mole e lo spessore delle attività del Centro sono davvero impressionanti. E si continua, come ribadito da Radossi, che ha annunciato la prossima uscita di nuove ambiziose opere, tra cui quella omnia di Giuseppe Praga e un saggio sulle famiglie nobiliari buiesi.
Visibilità alle realtà associative
È stato giusto dare visibilità a Trieste a queste realtà associative e istituzioni, anche per fare un bilancio di tutto ciò che hanno fatto finora e stanno ancora facendo, anche per far capire, al pubblico più vasto, che ora gli strumenti per conoscere e approfondire la nostra storia ci sono tutti, e non sono pochi. Buona parte di questi sono stati esposti alla “Bancarella”. Quelli invece su cui si è focalizzata maggiormente l’attenzione – anche a discapito della quantità e di testimonial di richiamo, forse – sono stati i titoli più freschi sull’argomento, ciò che è stato prodotto dall’ultimo appuntamento a oggi. Dunque, panoramica generale e aggiornamento in diretta. Utilissima, a proposito, la rassegna dell’edito, offerta da Adriana Ivanov Danieli (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato di Padova) e Giorgio Federico Siboni (Università degli Studi di Milano), che sapientemente hanno tratteggiato con spirito analitico e critico i volumi usciti quest’anno e che non hanno trovato posto sul grande palcoscenico
Qualità e novità
Qualità e novità, questo, dunque, il filo rosso della “Bancarella” 2014, la nona edizione. Molto apprezzato dagli addetti al mestiere lo sforzo di mettere a disposizione degli studiosi lavori di fonti che, come ha fatto notare Davide Rossi, uno dei coordinatori dell’evento, nascono proprio per essere utilizzati da altri e che sono fondamentali per l’innalzamento della qualità scientifica. Appartengono a questo “filone” due lavori in particolare: uno che porta il timbro della Società di Studi Fiumani a Roma, cioè “I verbali del Consiglio Nazionale Italiano di Fiume (1918 – 1920)”, a cura di Danilo Luigi Massagrande; l’altro è targato CRS di Rovigno, ossia il “Carteggio Pietro Kandler – Tomaso Luciani (1843 – 1871)”, a cura di Giovanni Radossi. Il primo è il risultato di un delicato lavoro filologico di copiatura e conservazione dei protocolli che si sono mantenuti in un’unica copia, tramandati da Arturo Chiopris, segretario del Consiglio Nazionale Italiano, che si trasmettono la quotidianità fiumana di un’epoca difficile, ma nella quale i fiumani hanno saputo dimostrare, con orgoglio, di essere capaci di autodeterminarsi e – fatto nagato dalla storiografia croata e, in parte anche italiana – decidere del loro destino, come ha concluso Marino Micich, che ha esposto il libro. Insomma, attraverso gli atti del suo governo, guidato da Antonio Grossich, emerge un popolo fiumano che esce allo scoperto e difende la propria identità (italiana) e i propri diritti fino alla morte.
Periodo problematico, si diceva, in cui la città passa dall’Austria-Ungheria all’Italia (nel 1924, in seguito al Trattato di Roma), ribellandosi alle mire del neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, passando per l’esperienza della Reggenza (d’annunziana) del Carnaro e dello Stato Libero (zanelliano). Vari momenti, anche concitati e confusi, che si possono seguire in modo originale attraverso i francobolli e le monete, come attesta “Fiume 1918 – 1924. I servizi postali e la filatelia tra vicende storiche e vita di tutti i giorni”, di Oliviero Emoroso (autore ed editore), corposo ed esaustivo studio sull’argomento, che indubbiamente susciterà l’attenzione degli appassionati del genere e dei collezionisti.
I francobolli, per Fiume una parte di storia
“Di solito la filatelia viene considerata un semplice hobby – ha rilevato Emeroso – ma per Fiume i francobolli furono una parte di storia. Nel libro ho cercato di mettere in rilievo il parallelismo tra storia e filatelia e mi sono reso conto che le vicende di Fiume sono note solo per alcuni aspetti come l’impresa di D’Annunzio. Se non si conosce la storia di Fiume in modo approfondito non è possibile comprendere il significato di alcune sovrastampe. È nata curiosità su alcuni periodi semisconosciuti, come quello interalleato, quello successivo alla parentesi dannunziana e soprattutto la storia della moneta, con il passaggio dalla corona alla lira, su cui ho svolto una ricerca giuridica su testi dell’epoca. La mia soddisfazione risiede nel far capire che filatelia e storia sono la stessa cosa: chi è interessato alla storia di Fiume è interessato anche alla filatelia e viceversa”.
Due grandi personalità istriane
Tornando al discorso di prima, l’altro contributo nel segmento delle fonti, quello del CRS sul carteggio Kandler – Luciani, esso ci restituisce la figura di due grandi personalità istriane, il “tuttologo” triestino, molto attento alle cose della nostra penisola, e l’albonese coinvolto in un progetto di Italia unita. Insomma, due menti italiane di spicco, che con il tempo hanno sviluppato anche un rapporto di amicizia, per cui cambia progressivamente anche il tono – diventa più intimo, diretto, quasi familiare – della loro comunicazione. Dal carteggio traspare, quindi, anche il loro carattere. “Il Carteggio Pietro Kandler – Tomaso Luciani (1843-1871) – ha rilevato Radossi – è certamente il più importante dei carteggi dello studioso triestino: si tratta di 160 lettere che abbracciano non solo un importante periodo storico per i due personaggi, per Trieste e per l’Istria, ma affrontano anche argomenti tra i più svariati che però risultano particolarmente importanti per la storia dell’archeologia, del territorio, dell’idrologia antica. Tutti argomenti che al tempo del Kandler nascevano come interesse degli studiosi. Molte delle ipotesi avanzate dal Kandler risultano oggi superate, ma ha avuto il merito di averle iniziate. Pubblicare questo carteggio costituisce un apporto fondamentale per ulteriori studi sulla storia dell’archeo-ricerca a Trieste e in Istria. Riveste anche una fondamentale importanza nel nuovo contesto politico che si trovano a vivere questi territori quando le loro identità possono perdere quei colori che un tempo avevano”.
Brutta e dolorosa pagina del nostro ‘900
Ieri il microfono della “Bancarella” è passato, a turno, agli autori di altri interessanti apporti storiografici, i più riguardanti quella brutta e dolorosa pagina del nostro ‘900 che sono stati gli infoibamenti e l’abbandono delle loro terre da parte della stragrande maggioranza degli istriani-fiumani-dalmati, ma in un’ottica un po’ diversa, cioè guardando a quegli eventi dalla distanza del decennale del Giorno del Ricordo, elaborando una sorta di bilancio su quanto fatto per la conoscenza e l’apprendimento della vicenda. La giornalista e storica dell’arte Carla Isabella Elena Cace ha così dato una sua visione dello “stato delle cose” attuale (“Foibe ed esodo. L’Italia negata”, Editore Pagine, Roma), sottolinenando l’importanza degli studi “perché c’è ancora tanto da scopire”, visto che i dieci anni della Legge sono in effetti poco in confronto a 70 anni di silenzio, ma anche della necessità di non fossilizzarsi e di andare oltre. Giuseppina Mellace ha riassunto il suo “Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe” (Newton Compton, Roma), ricerca che dà voce, tra l’altro, anche alle tante donne vittime delle foibe e delle persecuzioni, al peso forte sostenuto dalla popolazione femminile durante la guerra, come pure ad altri segmenti specifici che raramente vengono affrontati pubblicamente in Italia, come l’accogliento degli esuli in patria e il contro-esodo. Mellace inoltre ha narrato la sua esperienza di docente, rilevando che molte scuole oggi ne parlano, ma al contempo resta ancora forte il pregiudizio, per cui per altre è tutt’oggi un tabù. Maria Ballarin è scesa nel campo didattico, esaminando l’atteggiamento della politica scolastica italiana in riferimento al dramma giuliano-dalmata (“Il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 nei programmi e nei testi scolastici di storia”, Leone editore, Milano). Una delle critiche più frequenti che si è sentita ha riguardato infatti la mancanza di un adeguato insegnamento sul tema, la trasmissione ai giovani di queste pagine ancora troppo spesso sorvolate, se non addirittura fuoriviate, della nostra vicenda. Ballarin ha messo a disposizione una traccia sicura su cui muoversi, uno strumento per la didattica e lettura donamentali.
Appuntamenti saltati
Saltato l’appuntamento con Libero Benussi e il suo “Vocabolario Italiano – Rovignese” (Comunità degli Italiani di Rovigno), come pure è mancato, per un improvviso malore del presidente Massimiliano Lacota, quello con l’Unione degli Istriani, che compie 60 anni. Allargamento degli orizzonti nel pomeriggio con Egidio Ivetić, che ha ripercorso l’ambito Mediterraneo, la “frontiera”, il confine nell’Adriatico tra Italia e Slavia – come recita il titolo del suo nuovo libro, edito da Viella (Roma) –, dal XIV al XX secolo. In chiusura, una riflessione sulla Dalmazia, con la
lectio magistralis del giornalista del “Corriere della sera”, Dario Fertilio, in uno scambio di opinioni e considerazioni con Davide Rossi.
Sfaccettature del passato
Che dire? Una “Bancarella” che ha richiamato diversi lettori, che è scesa nelle più varie sfaccettature del passato, che ha messo in mostra le associazioni e le istituzioni, alle quali spetta il merito di aver saputo sempre conservare e lasciare una traccia indelebile – al di là delle celebrazioni del 10 febbraio – di ciò che è avvenuto nel corso dei secoli, delle caratteristiche della nostra civiltà. Ritrovandosi insieme sotto lo stesso tendone, hanno forse anche ritrovato un’unità di intenti, mirando al ricongiungimento delle genti istriano-fiumano-dalmate, anche per capire su quali basi impostare le comuni strategie future. È emerso dai dibattiti che la storia dell’Adriatico orientale ha ormai travalicato il localismo, ha assunto una dimensione nazionale e universale, in quanto coinvolge la società civile.
E se la valorizzazione della cultura – in tutte le sue espressioni e manifestazioni – resta un punto fermo nel processo di identificazione e formazione identitaria, contro oblii, negazionismi, riduzionismi e assimilazioni, si sta ragionando su altri percorsi, che consentiranno agli italiani di oggi di restare nella loro patria e a quelli che se ne sono andati forse anche di ritornarci, in un certo senso. Va vista in quest’ottica l’iniziativa “Renovatio Histriae”, una società che vuole mettere in rete gli imprenditori connazionali nei campi dell’enogastronimia e del turismo e collegarli con il mercato italiano. Al momento il progetto, appena iniziato, comprende una decina di associati, come ci ha detto Alessandro Altin, promotore e responsabile, che ha fatto esordire questo “rinnovamento istriano” (insieme con Antonio Ballarin, presidente della FederEsuli) proprio alla “Bancarella”.
La manifestazione è resa possibile grazie all’autorevole contributo del MiBAC e all’adesione di numerosi, prestigiosi enti e associazioni; Associazione delle Comunità Istriane; Associazione Dalmati Italiani nel Mondo-Libero Comune di Zara in Esilio; Associazione Libero Comune di Pola in Esilio; ANVGD – Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia; CDM – Centro di Documentazione Multimediale della Cultura giuliana, istriana, fiumana e dalmata di Trieste; Centro di Ricerche Storiche di Rovigno; Associazione Coordinamento Adriatico; Casa editrice EDIT di Fiume; Radio Capodistria; Federazione delle Associazioni degli Esuli; Istituto regionale per la Cultura Istriano-fiumani-dalmata di Trieste; Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione del Friuli Venezia Giulia; Lega Nazionale; Società Dalmata di Storia Patria, Roma, Venezia; Società di Studi Fiumani – Archivio Museo di Fiume a Roma; Unione degli Istriani – Libera Provincia dell’Istria in Esilio; Unione italiana; Università Popolare di Trieste; “La Nuova Voce Giuliana”.
 
 
 
 
289 – La Stampa 16/10/14 Intervista a Slavenka Drakulic
 
Serve un`operazione verità per superare gli odi storici”
 
La scrittrice Drakulic: già a scuola il veleno nazionalista
 
Slavenka Drakulic – Intervista
 
GIORDANO STABILE
 
- Non siamo ne1 1990. Questo episodio finisce qui. Sarebbe pazzesco il contrario.
Né l`Albania né la Serbia hanno interesse a estendere il conflitto sul Kosovo.
Ma il problema dei Balcani esiste. Non abbiamo fatto i conti con la nostra
storia. Non è stata fatta chiarezza sul passato».
Slavenka Drakulic, croata di Rijeka, ha vissuto e raccontato (per esempio in
«Balcan Express») la guerra nei Balcani e ha subito gli attacchi sia dei comunisti che dei nazionalisti negli anni bui
he cominciarono con un`altra partita. Quella fra Dinamo Zagabria e Stella
Rossa di Belgrado del 13 maggio 1990, una delle scintille che innescarono la
guerra civile iugoslava, 200 mila morti. Ancora l`odio che esplode in uno stadio.
 
È la maledizione dei Balcani?
«Questa volta è diverso. Credo che quella dell`altra sera sia soltanto una provocazione. Sia l`Albania che la Serbia hanno troppo da perdere in un altro conflitto. E
fra Tirana e Belgrado non c`è mai stato un confronto diretto. Pesa il Kosovo, certo. C`è il mito della Grande Albania, che però i dirigenti albanesi non hanno mai cavalcato apertamente, in nessun documento ufficiale».
 
 
Che cosa le ricorda invece il clima di quella partita a Zagabria?
 
«Allora la guerra era già bell`e pronta. Avevano preparato tutto. Gli incidenti allo  stadio erano una scusa. Il conflitto sarebbe scoppiato comunque».
E vent`anni dopo non si può ancora parlare di pace?
«La pace ora l`abbiamo! Ed è la cosa più preziosa. Quello che manca è una vera riconciliazione». Si parlava di una commissione per la verità e la riconciliazione sul modello del Sudafrica.
«Non credo che funzionerebbe. I tedeschi stanno provando a lanciare qualcosa
di simile, il 6 e 7 dicembre a Belgrado, con una grande Conferenza. Ma bisogna raggiungere il cuore della gente».
 
Che cosa si dovrebbe fare?
 
«Il nostro problema è che non parliamo del passato. Fra croati e serbi, albanesi. Non abbiano mai chiarito di chi erano le responsabilità nella Seconda
guerra mondiale, nella guerra civile. Preferiamo nascondere le cose sotto il tappeto. E invece finché non si fanno i conti col passato non si può
guardare al futuro».
 
C`è un problema culturale quindi?
 
«Finché avremo dei libri di storia, a scuola, impregnati di nazionalismo, non se ne esce. Tutto il sistema educativo è da cambiare. In Serbia come in Croazia
l`ideologia nazionalista ha sostituito quella comunista. E il principio autoritario non è cambiato. La gente teme ancora il potere, tende a pensare come dicono dall`alto. Ed è facilmente manipolabile da chi usa la propaganda nazionalista».
 
Come se ne esce?
«Serve una rivoluzione culturale che vada dall`alto in basso. Cambiare libri di
scuola, cambiare il linguaggio dei media. E quello della politica».
 
 
 
 
 
 
290 – Panorama 26/10/14 Cultura -  Trieste torna italiana
 
Trieste torna italiana
 
Edoardo Frittoli
 
Occupata e divisa in due zone di influenza nel 1945, la Venezia Giulia fu al centro della prima fase della guerra fredda. L’area fu divisa in due macro zone di influenza: la zona A controllata dagli anglo-americani e la zona B dagli jugoslavi. Dal 1947 Gorizia e Monfalcone tornarono all’Italia, mentre l’Istria divenne definitivamente parte del territorio della Federazione Jugoslava.
 
Anche la città di Trieste fu separata in due zone e posta sotto l’amministrazione anglo-americana (AMG-FTT) o Territorio libero di Trieste, e sotto l’amministrazione di Belgrado (zona B-TLT).
 
Dalla zona d’influenza jugoslava era partito l’esodo drammatico degli abitanti di etnia italiana (Istria, Dalmazia). Solo nel 1953, dopo anni di tensione e scontri per il ritorno all’Italia del capoluogo giuliano, gli Alleati diramarono un comunicato unilaterale (in copia solo all’Italia) in cui assicuravano il ritorno della zona A all’Italia, senza accettare ulteriori rivendicazioni jugoslave. Il fatto creò forti tensioni fra i blocchi, tanto che nei giorni successivi ci fu un concentramento di truppe ai rispettivi confini.
 
Il 4 novembre 1953, festa della Vittoria, i triestini valicarono il confine della TLT e manifestarono presso l’ossario di Redipuglia. Poco dopo fu issato il tricolore sul municipio, prontamente ammainato dagli inglesi. Ne seguirono gravi scontri che provocarono un morto tra i manifestanti. Il giorno dopo fu indetto lo sciopero generale e la polizia militare alleata sparò uccidendo cinque cittadini.
 
Il sangue di Piazza Unità d’Italia porterà, qualche giorno dopo, ai protocolli di Londra. La Jugoslavia accettava lo “statu quo” in cambio del finanziamento angloamericano nella zona portuale slovena (Fiume).
 
Dopo 10 mesi circa di trattativa e un aggiustamento territoriale leggermente favorevole a Tito, il 26 ottobre 1954 la città di Trieste ritornava ufficialmente parte del territorio italiano.
 
 
 
 
 
291 – Avvenire 23/10/14 1954: il tricolore toma su Trieste
 
 
 
Anniversari
 
Sessant’anni fa i militari italiani sfilavano per le vie della città: si concludeva così oltre un decennio di occupazioni che ci avevano contrapposto alla Jugoslavia
 
Parla lo storico Raoul Pupo
 
1954: il tricolore toma su Trieste
 
FRANCESCO DAL MAS
TRIESTE
 
Migliaia di triestini in piazza Unità d’Italia, lungo le Rive, sul molo Audace. Tutti a festeggiare la colonna dei camion dei militari italiani che facevano ingresso nella città. È il 26 ottobre 1954. Trieste toma italiana, dopo 11 anni di occupazioni contrapposte. Ripercorriamo quel dramma e quella festa con Raoul Pupo, che insegna storia contemporanea al Dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università di Trieste. Alla questione di Trieste ha dedicato opere come II lungo esodo (Rizzoli, 2005) e Trieste ’45 (Laterza, 2010). Nel 2014, sempre per Laterza, ha curato il volume La vittoria senza pace. Le occupazioni militari italiane alla fine della Grande Guerra, che verrà presentato il 28 novembre alla camera dei deputati, a Roma.
 
Iztok Furlanic, presidente del Consiglio comunale di Trieste, ha sostenuto in questi giorni che l’esercito jugoslavo ha liberato Trieste dai nazisti; altro che occupazione. Lei, da storico, è trasecolato?
«No, per niente, perché so bene che a Trieste convivono due memorie diverse. Per una componente della popolazione – che nel 1945 era piuttosto numerosa, perché comprendeva gli sloveni e buona parte dei comunisti italiani – la liberazione è arrivata sulle baionette dell’armata popolare jugoslava, perché era liberazione non solo dai nazisti ma anche dall’Italia. Per l’altra componente, che in seguito si sarebbe rivelata maggioritaria, la liberazione è invece quella portata dagli anglo- americani, che il 12 giugno costrinsero a sgombrare le truppe jugoslave. Per questo in riferimento a Trieste gli storici parlano in genere di “liberazioni” al plurale, o di “doppia liberazione”».
 
Il 7 giugno 1953 non passa il progetto De Gasperi di modificare la legge elettorale e l’allora presidente deve cedere il passo a Giuseppe Pella che deve vedersela con l’inaspettata crisi internazionale. Se De Gasperi fosse rimasto a capo del Governo, la prospettiva per Trieste come sarebbe cambiata? De Gasperi, infatti, non era favorevole alla divisione del territorio così come poi avvenne.
 
«Era abbastanza chiaro che dopo le elezioni del 7 giugno si sarebbe arrivati alla trattativa finale sulla sorte del TLT. Se De Gasperi avesse vinto, la posizione negoziale dell’Italia si sarebbe rafforzata, ma non sappiamo se ciò sarebbe stato sufficiente per salvare all’Italia almeno alcune delle cittadine della zona B. Invece la sconfitta di De Gasperi e la sua sostituzione con un governo debole come quello di Pella rischiarono di far franare la capacità negoziale italiana. Per questo Pella, da un lato mise in piedi una dimostrazione militare, dall’altro si affrettò ad informare gli anglo-americani che si sarebbe accontentato di Trieste, purché subito e con una formula tale da “salvare la faccia” al governo italiano».
 
Gli anglo- americani proposero all’Italia un accordo con la Jugoslavia in termini di “prendere o lasciare”. L’Italia perché fu costretta a fare quel sacrificio? Non aveva proprio nessuna alternativa?
«No, perché la sua posizione si stava indebolendo sempre di più, visto che il suoi alleati si erano già messi d’accordo con la controparte… Inoltre, la situazione a Trieste era gravissima, perché la popolazione italiana era esasperata contro il governo militare alleato, nel novembre 1953 c’erano stati i morti per le strade e la crisi poteva riesplodere in ogni momento». Le truppe italiane furono accolte a Trieste con una festa per aspetti sorprendente. La città usciva da 11 anni di successive occupazioni – nazista, slava e alleata – ancorché diversamente caratterizzate. Così si spiega anche quell’accoglienza così festosa. Ma la responsabilità storica di chi è stata? Lei ha ripetutamente spiegato che, alla fin fine, le popolazioni di frontiera si sono trovare a pagare più di tutte le altre il peso della «follia della politica estera fascista». Perché parla di follia? «La Grande Guerra aveva portato all’Italia tutte le “terre irredente” e anche qualcosa di più. Inoltre, aveva allontanato a nord e ad est le grandi potenze dal confine italiano. La politica fascista, prima accettò l’Anschluss, con il quale si trovò il Terzo Reich al Brennero, e poi fece saltare il confine orientale concordato con la Jugoslavia nel 1920 a Rapallo.
Per un paio d’anni l’Italia si gonfiò ad oriente annettendo parte della Slovenia, la Dalmazia e il Montenegro e poi collasso clamorosamente, trascinando nell’abisso anche i territori guadagnati con la prima guerra mondiale. Alcuni di questi erano abitati da sloveni e croati, ma altri erano città italiane, come Zara, Fiume, Pola, Capodistria… Trieste si salvò solo perché porto dell’Austria».
 
Trieste, anche all’epoca, era molto laicista. Eppure alla sua guida si pose una classe dirigente cattolico-democratica. Come la preparò lo storico vescovo Santin?
«Il fatto è, che la classe dirigente, la quale era non solo laicista ma anche nazionalista, aveva fatto fallimento, sostenendo compatta il fascismo e collaborando apertamente con i nazisti. Nel dopoguerra quindi non aveva più la legittimità politica per guidare una nuova stagione irredentista di concerto con il governo dell’Italia democratica e con il sostegno degli anglo-americani, che avevano combattuto contro fascisti e nazisti. Il vuoto venne riempito dai cattolici agendo sia dall’alto che dal basso. Dall’alto, con l’opera del vescovo Santin, che era un patriota ed un uomo di forte personalità. Come altri vescovi italiani, Santin aveva assunto il ruolo di “defensor civitatis” dopo la fine della guerra, perché altri punti di riferimento autorevoli per gli italiani non c’erano. Anche la vecchia dirigenza liberal-nazionale finì rapidamente per guardare a lui. Contemporaneamente, dal basso, un sacerdote d’eccezione, don Edoardo Marzari, durante la resistenza guidò il CLN e nel dopoguerra diede impulso alle organizzazioni sociali e politiche dei cattolici. Questi quindi si erano legittimati anche sul piano antifascista e potevano offrire alla città una nuova classe dirigente credibile e ben collegata con il governo di Roma. Gli anglo-americani nicchiarono un po’ prima di accettarla, perché avrebbero preferito degli interlocutori laici e massoni, ma questi ormai politicamente non contavano più nulla».
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
292 – La Voce di Romagna 28/10/14 Gianni Ruzzier: Il giorno che Trieste tornò italiana
 
 
GIANNI RUZZIER, ESULE DA PIRANO, TESTIMONE DI QUELL’INDIMENTICABILE CERIMONIA
 
Il giorno che Trieste tornò italiana
 
Il grande maestro riminese Carlo Alberto Rossi ha composto “Trieste mia” portata al successo da Teddy Reno
 
 
Così Ruzzier ricorda i momenti precedenti dell’ingresso in città delle truppe italiane: “La vigilia nessuno riuscì a dormire. Al Silos dove vivevo abitava anche un certo Casalanguida che possedeva una balilla. Su quella macchina, tutta avvolta dalle bandiere tricolore salirono suo figlio e un altro ragazzo, mentre io ero aggrappato al predellino. Sul cofano c’era la bandiera dell’Istria abbrunata. In quella giornata di festa i profughi istriani, fiumani e dalmati non poterono fare a meno di esporre sui davanzali il loro simbolo listato a lutto. Era ormai certo che la zona B del Tlt, Territorio libero di Trieste, non sarebbe più tornata all’Italia”. E’ il caso di ricordare che il Trattato di pace del 1947 aveva previsto la creazione del Tlt di Trieste; nell’impossibilità di nominare un governatore condiviso, si era proceduto alla divisione in due zone, la A sotto amministrazione alleata, la B, che arrivava fino al fiume Quieto sotto amministrazione jugoslava. Sarà il Trattato di Osimo del 1975 a ratificare definitivamente quella divisione. “La balilla – continua il racconto di Ruzzier – faceva la spola da Miramare verso il centro di Trieste per avvisare la cittadinanza sui movimenti delle truppe italiane in marcia verso la città. Il generale inglese John Winterton, quello che aveva ordinato alla polizia civile di sparare durante le manifestazioni del novembre 1953, aveva già passato le consegne al generale De Renzi e si era allontanato dalla città praticamente di nascosto”. Ruzzier racconta con commozione le manifestazioni di entusiasmo tributate dai triestini ai militari. Dovunque sventolavano le bandiere tricolore distribuite dalla Lega Nazionale, associazione irredentistica che risale all’Impero Austro Ungarico. Ai bersaglieri vennero strappate le piume del cappello, gli altri militari vennero letteralmente spogliati di gradi, stellette e mostrine. Quei trofei finirono nelle case dei triestini che li hanno conservati gelosamente. Viste le circostanze, il Comando truppe ovviamente non punì chi aveva la divisa in disordine. Il giovane Ruzzier era stato protagonista delle tragiche giornate del 5 e 6 novembre 1953, quando negli scontri tra la popolazione e la polizia civile avevano perso la vita sei persone di età compresa tra i 15 e i 65 anni. A dare origine alla protesta popolare era stato il divieto del generale Winterton all’esposizione del tricolore sugli edifici pubblici in occasione del 4 novembre, Festa della Vittoria. Gli scontri erano iniziati proprio il 4 novembre, un corteo di ritorno dal Sacrario di Redipuglia stava per avvicinarsi a piazza dell’Unità quando la polizia civile strappò senza tanti convenevoli il tricolore a un ragazzo, si trattava di Ruz-zier. Quella scena è stata immortalata da un fotografo ed è stata pubblicata su diversi giornali. Sulla destra si scorge un agente in borghese che sta per sferrare un pugno a Ruzzier, mentre sulla sinistra un agente in divisa si accinge a colpirlo con il moschetto, mentre alle spalle un ufficiale inglese lo afferra per il collo. Esiste anche una foto che riprende l’agente che gli aveva strappato la bandiera mentre si allontana di corsa. “Ero riuscito – continua il racconto di Ruzzier – a recuperare l’asta con l’albarda; gli esuli residenti al silos avevano fatto una colletta perché su quella bandiera fosse ricamata la data del 4 novembre”. Tornando alle drammatiche giornate del 5 e 6 novembre, Ruzzier ricorda che davanti alla chiesa di Sant’Antonio, dove erano cadute sotto il fuoco della polizia civile due persone, un anonimo aveva lasciato una grande scritta: “Con la schiuma limacciosa dei tuoi mercenari, con la maledizione degli italiani, caporale Winterton vattene in Kenia!”. Quel cartello verrà rimosso solo dopo oltre una settimana. “Ero amico – continua il ricordo di Ruzzier – di due delle vittime. Leonardo Manzi veniva da Fiume, e aveva 16 anni. Durante gli scontri era riuscito a strappare la carabina dalle mani di un agente, venne però colpito da un proiettile e morì poco dopo il ricovero all’ospedale. Pietro Addobbati era figlio di un noto medico di origini dalmate, arrestato dai tedeschi e deportato a Dachau, che passava spesso al silos per assistere gratuitamente gli esuli”. Ruzzier durante gli scontri era a pochi passi da Addobbati e da Antonio Zavadil, il più anziano dei sei caduti, dipendente del Lloyd Triestino ed esule istriano. Il dottor Addobbati, venuto a conoscenza che all’obitorio avevano portato un ragazzo ucciso durante gli scontri era andato a vederlo, trovandosi così di fronte ad una tragica realtà. La sua casa era diventata meta del pellegrinaggio dei triestini, che firmavano il registro delle condoglianze. Il dottor Addobbati, per ricordare il figlio si impegnò con grande dedizione all’assistenza degli esuli istriani. Veniva spesso a Pesaro per visitare l’istituto creato da padre Pietro Damiani per dare ospitalità e formare professionalmente i giovanissimi esuli istriani, per lo più orfani di almeno un genitore. Nel 2004, l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha conferito alla memoria dei sei caduti la medaglia d’Oro al merito civile. E per concludere da ricordare l’attenzione del mondo dello spettacolo verso Triste staccata dal resto dell’Italia e l’Istria assegnata alla Jugoslavia. Dopo il ritorno di Trieste all’Italia l’impegno di Ruzzier sarà verso la zona B del Tlt, formalmente ancora territorio italiano sotto amministrazione jugoslava, fino al 1975, quando per effetto del Trattato di Osimo l’Italia rinuncerà ufficialmente alla sovranità. All’inizio degli anni ’50 vennero realizzati diversi film sulle gesta di eroi della Prima guerra mondiale come “Fratelli d’Italia” dedicato a Na-zario Sauro da Capodistria, regia di Fausto Saraceni e interpretato da Ettore Manni. Sempre di quegli anni è una nota canzone del grande maestro riminese Carlo Alberto Rossi, “Trieste mia” portata al successo da Teddy Reno, triestino, che aveva esordito a Rimini al teatro Novelli, nel 1943, in uno spettacolo organizzato dallo stesso Rossi. Teddy Reno, all’anagrafe Ferruccio Merk Ricordi, ha uno stretto legame con la Romagna. Ha infatti vissuto a Cesena, dove il padre era dirigente delle industrie Arrigoni, mentre la prima moglie Vania Protti aveva gestito per anni una boutique in viale Ceccarini. “Era un periodo turbolento – aveva raccontato diversi anni fa alla Voce il maestro Rossi – scrissi Trieste mia come contributo per far tornare la città all’Italia. Assieme a Teddy Reno veniva cantata da Italia Vaniglio. Per me Trieste era un faro, ne avevo letto la storia, avevo degli amici. E’ una città bellissima, solare, i triestini hanno una parlata musicale”. Anche la celebre canzone di Nilla Pizzi “Vola colomba” ha come contesto quel tormentato periodo di storia nazionale.
 Aldo Viroli
 
Quando si svolge la vicenda
Dopo la firma del memorandum di Londra
 
Il 26 ottobre di 60 anni fa Trieste festeggiava la sua completa liberazione dopo quasi due anni di occupazione tedesca, nove di amministrazione angloamericana intervallati dai 40 terribili giorni di occupazione jugoslava. Quel giorno, per effetto del Memorandum di Londra, firmato il 5 ottobre, le truppe italiane entravano in città tra l’entusiasmo della popolazione. A testimoniare i momenti più drammatici della storia del capoluogo giuliano restano la Risiera di San Sabba, l’unico lager nazista in Italia con il forno crematorio e la Foiba di Basovizza dove durante la quarantena jugoslava ha trovato la morte un numero imprecisato di triestini, e di militari italiani e tedeschi. Giovanni Ruzzier, esule da Pirano e maresciallo in congedo della Guardia di Finanza, oggi riminese d’adozione, è testimone di quel lontano 26 ottobre. Allora aveva 20 anni e viveva al Silos, a pochi passi dalla stazione centrale, in quegli anni adibito a campo profughi. L’edificio è tuttora esistente e adibito a terminal delle autolinee internazionali e parcheggio. Ruzzier ricorda con grande commozione gli amici Leonardo Manzi e Pietro Abbobbati, caduti nelle tragiche giornate del 5 e 6 novembre 1953, quando i triestini erano scesi in piazza per chiedere il ritorno della città all’Italia.
 
293 – Il Giornale 23/10/14 La stanza di Mario Cervi,  L`angoscia di Trieste fra liberazione e sovietizzazione
 L`angoscia di Trieste fra liberazione e sovietizzazione
È aberrante sentir affermare, da esponenti del Pd di origine slovena come Furlanic e Baudin, che la liberazione di Trieste è avvenuta grazie a Tito. Dimenticano che con il trattato di Parigi del 1947 Trieste venne dichiarata Territorio Libero e divisa a metà tra Italia e Jugoslavia e poi, dopo scontri sanguinosi, con il patto di Londra venne destinata all`Italia e liberata nel 1954.L`Italia dovette però rinunciare all`Istria.  I due esponenti di origine slovena, avendo un profondo spirito antiitaliano, dovrebbero andarsene nel loro Paese di origine.
Armando Vidor
Loano (Savona)
Caro Vidor, i due esponenti di origine slovena del Pd hanno formalmente ragione quando affermano che Trieste fu «liberata» dalle milizie titine. Queste s`impadronirono infatti della città prima che, dopo lungo negoziato, gli anglo americani potessero mettervi piede. Ma qui bisogna intendersi sul termine «liberata». Con l`occupazione titina Trieste precipitò in un inferno, gli italiani ne furono angosciati. Solo l`Unità, di tutta la nostra stampa, esultò con un grande e menzognero titolo: «Trieste è libera». Trieste era invece sotto la schiavitù dì un dispotismo crudele. Fu quella la stagione delle orribili foibe – a Basovizza gli alleati trovarono 450 metri cubi di resti umani – delle fughe, delle requisizioni, della sovietizzazione d` ogni realtà economica. Molti milioni di lire in banconote, custoditi nella sede locale della Banca d`Italia, vennero prontamente trasferiti in forzieri jugoslavi. A quei giorni di dolore e di passione seguì una sofferta normalità, Trieste fu dichiarata territorio libero, prima della ricongiunzione con una Madrepatria piuttosto distratta. Sì, le avanguardie titine entrarono per prime in Trieste. Una tragedia della quale tanti portano ancora i segni nel corpo e nell`animo.


 Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia