RASSEGNA STAMPA 
MAILING LIST HISTRIA 

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 925 – 06 Dicembre 2014
Sommario


313 - Il Dalmata n° 85 - Ottobre 2014 Per una Dalmazia plurale e unita (Dario Fertilio)
314 – Il Giornale 02/12/14  Il Friuli targato sinistra finanzia chi nega le foibe (Fausto Biloslavo)
315 - La Voce del Popolo 29/11/14 – Intervista - Massimliano Lacota: La battaglia mai 
conclusa per i diritti degli esuli (Rossana Poletti)
316 – La Voce del Popolo 04/12/14  Trieste: Museo degli Istriani, Fiumani e Dalmati completato il percorso espositivo (Ilaria Rocchi)
317 - La Voce del Popolo 05/12/14 Capodistria, il Leone Marciano tornerà a casa? (Jana Belcijan)
318 - La Voce del Popolo 02/12/14 - Cultura - Lingue in via d’estinzione in Croazia ce ne sono tre (krb)
319 – La Voce del Popolo 06/12/14  E & R : Ricordi di Bruno Tardivelli : Fiume: Quando veniva San Nicolò! (Bruno Tardivelli)
320 - Il Piccolo 29/11/14 Lettere - Storia -  La mozione sulla liberazione (Antonino Martelli)




Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.adriaticounisce.it/



313 - Il Dalmata n° 85 - Ottobre 2014 Per una Dalmazia plurale e unita

PER UNA DALMAZIA PLURALE E UNITA

di Dario Fertilio

Gentili lettrici e cari lettori, as­sumo la direzione de “Il Dal­mata” anzitutto come atto d’amore verso la terra da cui discendo, grato per la fiducia che mi è accordata da Franco Luxardo e da tutti voi. E come impegno in favore del nostro popolo tormentato, che merita un presente e un futuro all’al­tezza del suo glorioso passato. Credo fermamente nella neces­sità di conciliare, oggi, apertu­ra globale e identità locale, in vista di un'autentica Europa delle patrie. E non nascondo di essere rimasto fedele a quella idea di Dalmazia che anni fa, durante una conversazione con Enzo Bettiza poi pubblicata col titolo “Arrembaggi e pensieri”, definimmo “plurilinguistica” e “pluriculturale”. Non dimenti­co che dietro alle teste di leo­pardo su fondo blu della nostra bellissima bandiera si possono riconoscere le tre grandi cultu­re fondanti del Sacro Romano Impero: latina, slava e germa­nica. Un patrimonio spirituale che ci rende diversi da tutti.
Per questo motivo “Il Dalma­ta”, compatibilmente con le mie forze, contando sull’aiuto decisivo di Giovanni Grigillo e di tutti gli amici che vorranno partecipare, non trascurerà nessun aspetto della identità mediterranea e centroeuropea che ci appartiene (come sem­pre mi ricordava durante i suoi mitici appuntamenti conviviali Ottavio Missoni). Fedele all’antico autonomismo dalmati­co, sarà lontano da tutti i nazio­nalismi chiusi e aggressivi, ma riconoscerà ogni opinione che non sia frutto di esclusione o pregiudizio. Cercherà i contri­buti di quanti, abitanti attuali, esuli, trasferiti altrove, e loro discendenti, si sentano parte vi­va della nostra terra. Accanto al patrimonio storico e alle pre­ziose memorie, si sforzerà di valorizzare l'attualità, le occa­sioni di confronto, scambio, sviluppo, in grado di aprire nuove prospettive politiche, culturali, economiche per il do­mani.

Il “Dalmata”, pubblicato su carta e su web, accoglierà sem­pre opinioni differenti; allo stesso tempo, sia l’editore che i lettori devono aspettarsi indipendenza di giudizio riguardo a ciò che sarà giusto e utile pubblicare - cominciando dal valore e dalla lunghezza degli scritti - e ciò che invece non potrà trovare accoglienza. La linea del giornale intende caratterizzarsi principalmente per la qualità giornalistica degli articoli e per lo spazio riserva­to alle voci dei lettori. Le opi­nioni diverse sono il sale della libertà e non ci spaventano, an­che perché ... sangue dalmata non mente! Invece polemiche distruttive, che possano dan­neggiare l’ immagine del gior­nale, di singole persone e della stessa patria dalmata, non sa­ranno apprezzate.
Spero con tutto il cuore che l’ origine della mia famiglia brazzana, che si è sempre sen­tita altrettanto a casa a Spalato, Trieste o Vienna, possa essere considerata una garanzia per tutti coloro che, dovunque sia­no nati e abitino, continuano a provare un fremito speciale al suono della parola Dalmazia.

Dario Fertilio


314 – Il Giornale 02/12/14  Il Friuli targato sinistra finanzia chi nega le foibe

Il Friuli targato sinistra finanzia chi nega le foibe
La governatrice Pd Serracchiani dà 20mila euro all'editore che pubblica libri negazionisti. La denuncia di Forza Italia
Fausto Biloslavo 

Trieste - La Regione Friuli-Venezia Giulia guidata da Debora Serracchiani, la stellina nazionale Pd, finanzia una casa editrice   in aula per cancellare il finanziamento. La colonna portante della Kappa Vu è Alessandra Kersevan, «riduzionista» delle foibe per sua stessa ammissione. L'ultima opera pubblicata è il tomo sulla Fenomenologia di un martirologio mediatico: le foibe nella rappresentazione pubblica dagli anni Novanta ad oggi . In vendita on line si può acquistare a soli 6,38 euro «Da Sanremo alle foibe», un libello che cerca di demolire l'opera teatrale di Simone Cristicchi sul dramma dell'esodo istriano alla fine della seconda guerra mondiale. Secondo la casa editrice la pubblicazione «offre agli antifascisti, ma anche a un pubblico più vasto, alcuni mezzi “di difesa culturale” di fronte all'aggressività psicologica e mediatica del nuovo pensiero unico, cosiddetto “condiviso”, di cui il lavoro di Cristicchi è secondo noi espressione». Kersevan sostiene che la memoria delle foibe fu creata ad arte nel dopoguerra per screditare il movimento partigiano. Secondo lei gli infoibati non sono certo migliaia ed in gran parte collaborazionisti o fascisti. La foiba di Basovizza, monumento nazionale, è frutto di propaganda e nessuno sarebbe mai stato lanciato nella voragine dai partigiani di Tito.Nel disegno della legge finanziaria 2015 all'articolo 6, comma 10, sono previsti 20mila euro per la Kappa Vu s.a.s. di Udine. I soldi verranno elargiti secondo la norma «per la tutela, valorizzazione e promozione della lingua friulana». La casa editrice beneficiata stampa anche dei libri nell'idioma locale, ma è specializzata nella revisione storica che punta a demolire il dramma degli infoibati ed i crimini di Tito.
«La nostra regione ha vissuto questa tragedia e finanziamo una casa editrice che lo nega? È come se elargissimo soldi a chi dice che l'Olocausto è un'invenzione», dichiara l'azzurro Novelli. L'assessore alla Cultura, Gianni Torrenti, spiega che «la Kappa Vu è stata finanziata anche in passato da giunte di centrodestra. Non sono assolutamente d'accordo con le tesi negazioniste del dramma storico sulle foibe, ma se bloccassimo i fondi andremmo ad intaccare la libertà d'espressione e pensiero». L'assessore auspica l'apertura di un dibattito sul tema in aula consiliare. In passato era scoppiato un pandemonio per l'invito a un ex SS a Trieste da parte dell'associazione Novecento. L'assessore comunista, Roberto Antonaz, della giunta Illy di allora, aveva tuonato: «Neanche un euro alla Novecento». I contributi furono ridotti ed oggi cancellati. Quest'anno sono in tanti a storcere il naso accusando che i finanziamenti regionali sono a senso unico verso un mondo vicino alla sinistra, compresi i negazionisti delle foibe.


315 - La Voce del Popolo 29/11/14 – Intervista - Massimliano Lacota: La battaglia mai conclusa per i diritti degli esuli

La battaglia mai conclusa per i diritti degli esuli

Scritto da Rossana Poletti
 
TRIESTE

Il 5 ottobre 1954 venne ratificato il Memorandum di Londra, che sancì il ritorno di Trieste all’Italia, ma affidò i comuni italiani della cosiddetta zona B all’amministrazione fiduciaria jugoslava. Al primo numerosissimo esodo dalle zone più lontane dell’Istria se ne aggiunse uno nuovo, che coinvolse altri cinquantamila istriani che avevano sperato fino all’ultimo in un’inversione di rotta. L’Unione degli Istriani nacque meno di due mesi dopo la firma del trattato per volontà dei tanti nuovi esuli che arrivavano a Trieste proprio dai comuni più vicini alla città: Capodistria, Isola, Pirano, Umago, Cittanova. Domenica 28 novembre 1954 presso la sede del cinema Alabarda si tenne l’assemblea costitutiva che, eletti gli organi, vide poi nominati Nicolò Martinoli, presidente, e Lino Sardos Albertini, vicepresidente. Quest’ultimo nel gennaio successivo diventò presidente della giunta esecutiva.

Si festeggia ora il sessantennale della fondazione - sotto la presidenza di Massimiliano Lacota, eletto per la prima volta nel 2005 e recentemente riconfermato -, con una cerimonia in Municipio a Trieste che vede riunite assieme tante personalità del mondo istriano. A Lacota abbiamo chiesto di fare un bilancio di quest’ultimo decennio della sua attività.

“È un bilancio non negativo per le iniziative culturali e politiche che abbiamo promosso, ma anche per le battaglie fatte, dai confronti anche accesi. La nostra posizione è nota e riguarda in particolare le incongruenze della politica italiana rispetto ai problemi sempre aperti: la mancanza dell’avvio dei rapporti bilaterali tra l’Italia, la Slovenia e la Croazia sull’indennizzo e la restituzione dei beni abbandonati, la cui mancata soluzione rende ancora una volta vittime gli istriani. In questi dieci anni non c’è stata la volontà da parte di Italia, Slovenia e Croazia, nonostante l’avvenuto processo di democratizzazione, di arrivare a ipotesi di soluzione. Da segretario generale dell’Unione degli Esuli e degli Espulsi a Bruxelles potei osservare come il governo serbo, giovane di costituzione, e quello ungherese avessero fatto una legge che riconosceva le persecuzioni a danno dei tedeschi civili; leggi di riconciliazione che prevedono peraltro un risarcimento simbolico ai familiari delle vittime. Perché Slovenia e Croazia non riescano ancora a riconoscere quello che è successo durante e dopo la Seconda guerra mondiale in Istria, a Fiume e in Dalmazia, è una domanda che mi pongo e che non trova mai risposta”.

Una parte di risarcimento c’è già stata da parte della Slovenia, si parla tanto di questi famosi novanta milioni di dollari.

“La questione è più complessa. Segretamente Italia e Jugoslavia perfezionarono nel 1983 l’accordo per il regolamento definitivo di tutte le obbligazioni reciproche derivanti dall’articolo 4 del Trattato di Osimo. Si ratificavano i confini, si sanciva la disponibilità dei beni agli aventi diritto e il risarcimento dei beni privati e demaniali. La Jugoslavia si impegnava a versare 110 milioni di dollari in 13 rate uguali annuali dal 1990 al 2002.
L’accordo era stato preso senza mai consultare le associazioni degli esuli. La Jugoslavia versò le prime due rate, poi la guerra interruppe il flusso di denaro. La Convenzione di Vienna prevede espressamente la nullità dell’accordo nel momento in cui è venuto definitivamente meno uno dei due contraenti. I contenuti di quell’accordo vanno quindi rinegoziati. Le associazioni chiedono di non confermarli a fronte di una diversa visione della questione e chiedono al Governo italiano di farsene carico.
C’è poi comunque da sottolineare che anche in un’ipotesi di conferma del vecchio accordo non c’è uguaglianza nel debito tra Slovenia e Croazia, perché si ritiene che nella parte slovena ci sia una maggior presenza di edifici. Il debito dovrebbe essere pertanto suddiviso tra Slovenia al 70 % e Croazia al 30%. La Slovenia ha deliberato unilateralmente, senza nessun accordo con l’Italia, di aprire un conto in Lussemburgo in cui verrebbero versati i soldi solamente qualora l’Italia facesse un passo in questo senso, talché su questo conto non corrono interessi. La Croazia dal canto suo non ha mai versato niente”.

Che cosa si dovrebbe comunque fare con questi soldi secondo lei? In questi ultimi mesi corre sempre più la notizia di una ipotesi di fondazione.

“Per quanto riguarda la fondazione è in gioco una piccola parte dell’intero finanziamento. Sempre troppi soldi comunque se vanno a implementare associazioni di affari e soprattutto di malaffare. I risarcimenti devono andare a quelle persone che hanno perso i loro averi. Resta il fatto comunque che l’accordo deve prendere avvio da un altro punto di partenza e azzerare le posizioni anacronistiche di Slovenia e Croazia nei confronti delle vicende degli esuli”.

Il Governo però vorrebbe chiudere celermente questa questione, anche se c’è stata la proposta della governatrice Debora Serracchiani l’altro sabato al vostro convegno di riaprire un tavolo al governo in cui trattare i problemi irrisolti degli esuli istriani.

“Restano aperti ben nove contenziosi confinari in Europa. Il Governo italiano preme perché si chiuda in qualche modo il caso e lo fa anche nei confronti delle associazioni, affinché si trovi una soluzione unitaria. Con una soluzione che veda tranquille le associazioni, il Governo prenderebbe due piccioni con una fava: chiuderebbe il contenzioso e si toglierebbe la palla al piede dei propri finanziamenti pubblici alle associazioni, che fa sempre più fatica a trovare. Ma questo rischia di soddisfare soprattutto l’appetito di certe associazioni, mentre per il futuro bisogna fare una riflessione seria”.

L’Unione degli Istriani l’ha già fatta?

“In parte sì, ma dobbiamo fare molta attenzione a quello che si propone. Non si può pensare che le associazioni portino avanti da sole il carico di tenere vivi questi argomenti. Bisogna costringere tutte le istituzioni a prendersi alcune responsabilità. Non parlo infatti di soli finanziamenti, il supporto deve essere più ampio sul territorio e non si può pensare di restare fermi al discorso del ricordo. E’ importante che si visitino i luoghi dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. E’ fondamentale far conoscere la storia ai ragazzi italiani, ai giovani delle scuole. Per fare questo è essenziale la collaborazione con le associazioni dell’Istria, le comunità italiane, l’Unione Italiana, il Centro di ricerche storiche di Rovigno. Un concorso scolastico mirato, preparato ad hoc, che porti qualche centinai di studenti ogni anno in visita sarebbe auspicabile. Un viaggio in un posto è una memoria che resta per sempre. Le associazioni potrebbero essere in questo senso una testa di ponte”.

L’IRCI, di cui si parla tanto in questi giorni, che funzione potrebbe avere nel futuro?

“Credo che un museo abbia molta importanza, si pensi che a Monaco hanno completato in questi giorni il museo dedicato ai profughi boemi e cechi; ce ne furono un milione, che per una gran parte furono ospitati proprio nella capitale bavarese. Allo stesso modo ha senso un museo a Trieste che spieghi l’esodo, non un museo della civiltà istriana, come è stato chiamato erroneamente, perché la civiltà istriana non è univoca. 
Di che istriani si parla? di quelli italiani delle città costiere? di quelli istrocroati o istrosloveni, dei cici o istroromeni?”

Si può pensare di avere ancora tanta frammentazione nel mondo dell’esodo?

“Per realizzare quello che dicevo e tant’altro occorre riunire la associazioni in un unico organismo, di eccellenza però. Un ente scientifico che faccia formazione e prepari le persone non solo per il mondo della scuola, ma anche per gli uffici turistici, per il ministero degli Esteri. E poi comunque bisogna agire anche su un altro versante, si tratta di favorire il discorso economico. Ne ha parlato anche il sen. Livio Caputo, già sottosegretario agli Esteri, nel convegno della scorsa settimana sulla necessità di investimenti economici”.

Che cosa si aspetta da qua a dieci anni?

“Un finanziamento importante, come quello che è stato, fa sì che ci siano più associazioni. Se sono vive è corretto che ci sia pluralità, anche perché rappresentano e hanno rappresentato connotazioni diverse, politiche e di territorio. Le associazioni hanno poi il ruolo e la funzione memorialistica. 
Nel momento in cui le persone che hanno fatto realmente l’esodo inevitabilmente vengono meno per questioni anagrafiche e mancano le risorse, non ha più senso tale rappresentanza. L’Unione degli Istriani ha maggior vitalità al proprio interno perché la maggior parte dei suoi soci è fatta dagli esuli della zona B, che vennero via più tardi e sono quindi un po’più giovani. 
Gli scambi culturali vanno invece affrontati con grande competenza e preparazione, vanno poste quindi le basi chiare, le strutture adeguate per poter fare un lavoro serio che coinvolga anche tutti gli attori dei territori di provenienza. C’è bisogno infatti che anche le istituzioni pubbliche dell’Istria si assumano impegni e responsabilità, che facciano insomma la loro parte”.





316 – La Voce del Popolo 04/12/14  Trieste: Museo degli Istriani, Fiumani e Dalmati completato il percorso espositivo
Museo degli Istriani, Fiumani e Dalmati completato il percorso espositivo

Scritto da Ilaria Rocchi

TRIESTE A sei anni dal completamento dei lavori di ristrutturazione del palazzo che lo ospita, sta per essere finalmente completato l’allestimento del Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata di Trieste, nato in attuazione di quanto previsto dalla legge che ha istituito il Giorno del Ricordo, per valorizzare le peculiarità della civiltà delle terre dell’Adriatico settentrionale e orientale. Come annunciato giorni fa, tra le polemiche che hanno investito l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata che lo ha in gestione, si conta di inaugurarlo prossimamente.

Domani, intanto, nella sede di via Torino 8 verrà presentato alla stampa il progetto di allestimento del Museo, per la realizzazione del quale inizieranno a breve i lavori. Ne parleranno la presidente dell’IRCI, Chiara Vigini, la direttrice dei Civici Musei, nonché vicepresidente dell’IRCI, Maria Masau Dan, e Massimiliano Schiozzi, progettista dell’allestimento.


Complesso intervento di restauro

L’edificio, di proprietà comunale, era stato aperto al pubblico nel 2009 al termine di un complesso intervento di restauro realizzato dall’IRCI sotto la presidenza di Silvio Delbello, in stretta collaborazione fra lo stesso Istituto, il Comune di Trieste e la Direzione dei Civici musei, con il contributo finanziario anche dell’Unione Italiana.
“Ci sono voluti tre anni e 5 milioni di spesa per rimettere a nuovo il vecchio palazzo, costruito alla fine dell’Ottocento, che fu sede dell’Ufficio igiene e profilassi del Comune”, ricorda Silvio Delbello. Nello stabile, messo a disposizione dal Comune e ristrutturato dall’IRCI – con la progettazione dell’architetto Giorgio Berni con criteri e tecnologie d’avanguardia –, per il Museo sono disponibili circa 2.300 metri quadrati di superficie, e ospita inoltre pure la sede dell’IRCI con gli uffici, la direzione, la biblioteca, la sala convegni e la sala multimediale.


Sinergia di enti e persone

“L’on. Roberto Menia aveva inserito nella Legge 92/2004 per l’istituzione del ‘Giorno del Ricordo’ il riconoscimento del costituendo Museo e il contributo annuale di centomila euro – rileva Delbello –. Lo stesso Menia ci fece assegnare prima trecentomila e poi settecentomila euro dai fondi statali per interventi culturali. Poi la concessione da parte della Fondazione CRTrieste, grazie all’interessamento del presidente Massimo Paniccia, di un primo finanziamento di oltre trecentomila euro, seguito da un ulteriore contributo di duecentomila euro. La Federazione degli Esuli, con il presidente Codarin, dopo un primo momento di incertezza, appoggiò l’inizio dei lavori assegnando un contributo di trecentomila euro, seguito da uno di duecentomila euro. L’Unione Italiana, grazie all’interessamento del suo presidente on. Furio Radin, concesse un contributo di circa centocinquantamila euro. Mancava, comunque, la gran parte dei fondi per completare l’opera e, fortunatamente, ci venne in aiuto la nostra Regione Friuli Venezia Giulia, con due stanziamenti per complessivi due milioni e mezzo di euro, grazie al personale interessamento del presidente Riccardo Illy e di altri amici”, osserva ancora Delbello, rilevando come l’iniziativa del museo nasca contestualmente all’IRCI, al quale l’atto costitutivo (Art. 5 della Legge Regionale 62/1983) assegna il compito della “conservazione e della valorizzazione del patrimonio storico e culturale e delle tradizioni delle popolazioni istriane”.


Un polo di attrazione

“Va anche ricordato l’obbligo morale che il Comune di Trieste e l’IRCI hanno, non solo nei confronti della città di Trieste ma di tutti gli esuli e anche nei confronti di chi ha reso possibile il reperimento di oltre cinque milioni di euro per la ristrutturazione del palazzo. Il nome del Museo già ne indica lo scopo: quello di illustrare vita, società e cultura delle terre che siamo stati costretti ad abbandonare con l’esodo e per valorizzare la civiltà istriana fiumana e dalmata pure in tempi precedenti i tragici avvenimenti che hanno sconvolto le nostre terre dopo la Seconda guerra mondiale. Deve dunque diventare il riferimento culturale non solo per gli esuli di Trieste e della nostra Regione, ma per tutti quanti in Italia ed in altre parti del mondo guardano alla nostra città quale ‘capitale dell’esodo’. Può rappresentare – conclude l’attuale presidente della Famiglia Umaghese, già presidente dell’IRCI, dell’Unione degli Istriani e dell’Università Popolare di Trieste –, assieme alla mostra permanente nell’ex campo profughi di Padriciano, un polo di attrazione turistico-culturale per Trieste”.


Gli autori del progetto

E veniamo all’allestimento, il cui percorso è stato elaborato in seno alla Commissione per il Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata. I lavori sono incominciati all’inizio dell’anno 2014, con una prima fase la predisposizione dell’inventario del patrimonio dell’IRCI, alla quale ha fatto seguito una seconda fase, la vera e propria progettazione dell’allestimento della sede di via Torino. 
La Commissione per il Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata è composta, come da Convenzione tra l’IRCI e il Comune di Trieste, da tre membri dell’IRCI (la presidente Chiara Vigini, il segretario Raoul Pupo e direttore Piero Delbello) e tre membri designati dal Comune di Trieste (Maria Masau Dan, nella duplice veste di direttore dei Civici Musei di Trieste e di vicepresidente dell’IRCI, Francesco Fait e Marzia Vidulli Torlo).
L’incarico di progettare l’allestimento è stato affidato a Massimiliano Schiozzi, che si è avvalso della collaborazione di un gruppo di lavoro composto dallo storico Roberto Spazzali e dalle collaboratrici scientifiche Anna Krekic, Karen Drioli e Serena Paganini.

Finalità e caratteristiche

“Il progetto è basato su un’approfondita analisi del patrimonio di oggetti, opere d’arte e documenti messi a disposizione dall’IRCI e conservati nelle sue diverse sedi, tra cui il Magazzino 18, e tiene conto anche dell’intensa attività di ricerca promossa dall’IRCI e da altre associazioni e istituzioni culturali sulla storia, sull’arte e sulle tradizioni istriane e dalmate, documentata in numerose mostre e pubblicazioni degli ultimi trent’anni”, si legge nel comunicato che accompagna l’invito all’appuntamento per la stampa.


Rappresentare il dramma dell’esodo

Si è, dunque, operato con l’intento di “rappresentare nel modo più ampio e approfondito i caratteri originali della civiltà istriana e dalmata dall’antichità ad oggi, con particolare attenzione al dramma dell’esodo”, al contempo conservando, studiando e valorizzando il patrimonio di oggetti e memorie raccolto dall’IRCI in tutti questi anni.
L’obiettivo è stato quello di costruire un percorso espositivo efficace dal punto di vista della comunicazione, comprensibile sia dal pubblico che fa parte della comunità istriana e dalmata, sia da chi vi si accosta senza conoscere questo mondo e, non meno importante, inserire il nascente museo nel sistema museale triestino, nel quale non è presente una sezione dedicata specificamente all’Istria e alla Dalmazia. La struttura avrà un carattere fortemente evocativo nella ricostruzione di ambienti e situazioni tridimensionali (ad esempio la cucina). Dal punto di vista scientifico, in stretta collaborazione con l’IRCI, sarà un punto di riferimento imprescindibile per gli studi e le ricerche sulla cultura istriana, fiumana e dalmata, mentre da un punto di vista turistico potrà essere un polo attraente per chi vorrà ampliare le conoscenze su questa parte del mondo e avvicinarsi alla sua ricchezza storica, culturale, etnografica e naturalistica.


Uno spazio anche per i rimasti

Al pianoterra resteranno la sala conferenze “Arturo Vigini” e lo spazio adibito a mostre temporanee, nonché una tipica cucina istriana, dove, oltre al riallestimento di una cappa e un fogolèr originali e alcuni oggetti e utensili (tutto dal Magazzino 18), sarà predisposta una parete dedicata alle tradizioni alimentari, come esempio di conservazione e trasmissione della memoria e dell’identità. 
Verranno realizzati pannelli di testo monografici e video esplicativi sul “ricettario” della tradizione (pane, jota, fusi, brodetto, strùcolo, ecc.).
Al secondo piano verrà offerta al visitatore la storia del territorio e la ricostruzione del “ciclo della vita” dei suoi abitanti (“Le acque”, “La terra”, “L’industria e il commercio”, “La scuola e l’educazione”). 
Al terzo piano saranno protagonisti la cultura, alcuni personaggi chiave del ’900 istriano, per arrivare alla rottura della metà del secolo scorso, al capitolo delle foibe, dell’esodo, del mondo degli esuli... Al quarto piano, infine, in una sala denominata “Istriani” tre tavoli multimediali racconteranno gli Istriani dell’esodo illustri (Mario Andretti, Laura Antonelli, Sergio Endrigo, Ottavio Missoni, ecc.), gli Italiani in Istria oggi – non a caso si è voluta “documentare l’Istria storica e l’Istria scomparsa, ma anche l’Istria attuale, con le sue ricchezze paesaggistiche e culturali – e gli istriani e Trieste. Infine, in una saletta del sottotetto si riallestirà la sala monografica dedicata a Pier Antonio Quarantotti Gambini.
Ora non ci resta che attendere il giorno in cui il Museo, finalmente terminato, aprirà i suoi battenti.

Ilaria Rocchi




317 - La Voce del Popolo 05/12/14 Capodistria, il Leone Marciano tornerà a casa?

Capodistria, il Leone Marciano tornerà a casa?

Scritto da Jana Belcijan

CAPODISTRIA Non si è riusciti a chiarire per mano di chi e in quale anno il Leone Marciano in pietra d’Istria, che si trovava sulla facciata dell’Armeria (Monte di Pietà), sia stato portato via da Capodistria, approdando al Castello di Tersatto a Fiume. Nonostante ciò, la tavola rotonda “Il Leone Marciano dell’Armeria. Da Capodistria a Tersatto”, organizzata mercoledì sera dalla Società umanistica “Histria” in collaborazione con la Comunità degli Italiani “Santorio Santorio”, ha proposto alcuni interessanti spunti e ricostruzioni, illustrati nella gremita sala di Palazzo Gravisi dai quattro relatori, coordinati da Edvilijo Gardina, esperto di storia dell’arte e curatore presso il Museo regionale capodistriano. 


Approcci diversi

Come riportato nell’articolo del 1° dicembre 1876, apparso nel giornale “La Provincia dell’Istria”, anche all’evento di ieri l’altro è stato ribadito che il prezioso pezzo d’arte merita di venir riposizionato in modo più consono a Fiume oppure di ritornare nella sua città d’origine. Il tema è stato quindi affrontato partendo da approcci diversi, in base all’area di specializzazione di ciascuno degli storici convenuti. Tra i presenti, Alberto Rizzi, storico dell’arte, massimo esperto di Leoni marciani sui quali ha pubblicato diversi volumi tra cui quello relativo al Leone di San Marco in Istria. “Un Leone, questo, che mi è particolarmente caro”, ha introdotto lo studioso di Venezia, evidenziandone la grinta e la ferocia, ricordando come questo dovrebbe personificare lo stato della Repubblica. In base alla sua esperienza, si tratta di una scultura di fattura istriana, in cui si evidenzia la potenza corporea che indica il Dominio (nelle terre sotto la Serenissima). Importante comunque, che quest’opera si sia salvata, al contrario di altre disseminate in Dalmazia, spesso distrutte. “Nessuna regione dell’antico dominio veneziano conserva intatti tanti Leoni come l’Istria”, anche per questo Rizzi ha appoggiato la proposta di realizzazione del calco del Leone capodistriano, al fine di ristabilirne almeno la copia nella piazza cittadina. 


Modalità di trasferimento dell’opera

L’intervento della filologa ed archeologa viennese, studiosa di storia dell’archeologia e della tutela dei beni culturali in particolare del patrimonio artistico istriano negli archivi viennesi, Brigitta Mader, ha fatto luce su alcune delle ragioni e delle modalità di trasferimento dell’opera. All’epoca, inizi e prima metà del sec. XIX, Steffaneo di Carnea, Commissario aulico plenipotenziario per l’Istria, la Dalmazia e l’Albania, incaricato da Francesco II, Imperatore del Sacro Romano Impero, registrava e indirizzava molti pezzi d’arte e reperti archeologici alla corte di Vienna. Fu poi il generale Laval Nugent, acquistato il rudere di Tersatto, a volervi instaurare un mausoleo per la propria famiglia e anche un museo dove esporre le numerose creazioni di cui si appropriò. Su questo punto mancano però date e percorsi esatti del Leone di Capodistria, tanto che Matteo Gardonio, storico dell’arte di Pordenone, esperto di neoclassicismo, in particolare della figura del Nugent collezionista di antichità e del suo scultore Paronuzzi (sulla cui opera ha anche scritto una monografia), ha concluso che la scultura non sarebbe giunta a Tersatto prima della fine del 1838. Figura, infatti, per la prima volta in un inventario del possedimento in data 28 aprile 1839, mentre analizzando pitture, litografie e altri elenchi, non lo si individua nemmeno nel 1837. 


La «camera delle meraviglie»

Il fiumano Nenad Labus, conservatore e documentarista, coautore presso la Soprintendenza di Fiume del progetto di risistemazione del Museum Nugent e del Castello di Tersatto, ha rilevato che il rudere non è stato ristrutturato dal generale, bensì completamente ricostruito a nuovo, dando vita a un tempio greco all’interno di un castello medievale. Secondo Labus, la volontà di Nugent era semplicemente quella di possedere una collezione di opere quanto più fantastica, al fine di creare una “camera delle meraviglie”. Per quanto riguarda il riposizionamento del Leone sul parapetto del mausoleo personale (punto in cui originariamente sorgeva l’ingresso alle prigioni), l’esperto ha spiegato che sono necessari alcuni sondaggi della struttura (che oramai richiede diversi interventi di manutenzione), per assicurarne la stabilità alla portata dell’oltre tonnellata di peso che ha la scultura. 
Risultati inattesi

Marijan Bradanović, storico dell’arte, professore all’Università di Fiume, che in veste di conservatore si è spesso interessato della valorizzazione del Leone a Tersatto, ha infine rilevato come gli interventi e la modalità operazionale di Nugent siano stati quasi precursori di quello che di lì a poco intraprese a realizzare parte dell’élite europea, con i loro rifacimenti romantici di ruderi di epoche precedenti. 
“Un incontro che ha dato alcuni risultati inattesi”, ha concluso Gardina, anticipando che s’intende inserire in una pubblicazione tematica gli interventi esposti in serata. L’incontro di mercoledì si è svolto nell’ambito del programma di “Questa gioiosa giornata della cultura” promossa dal ministero della Cultura sloveno.



318 - La Voce del Popolo 02/12/14 - Cultura - Lingue in via d’estinzione in Croazia ce ne sono tre

Lingue in via d’estinzione in Croazia ce ne sono tre

Scritto da krb

Di un totale di 24 lingue europee a rischio di estinzione, tre vengono parlate sul territorio croato. A lanciare l’allarme è stato il quotidiano britannico “Telegraph”. Il 13.esimo posto sulla scaletta è occupato dalla lingua istrorumena, appartenente al gruppo delle lingue romanze. Questa lingua conta 300 parlanti nativi e viene parlata in alcune località nel nord dell’Istria, per la maggior parte nella zona ai piedi del Monte Maggiore e nella Cicceria, a Seiane e Valdarsa (Susgnevizza).

Al 16.esimo posto la lingua istriota, con 400 parlanti, pure del gruppo di lingue romanze (lingue italo-occidentali), parlata nella zona occidentale della penisola istriana. Una delle lingue in maggior pericolo di estinzione è il livonian, parlato sull’omonima isola di Lettonia. L’anno scorso è morto l’ultimo parlante nativo di questa lingua, Grizelda Kristina, che era considerata l’ultima persona vivente cresciuta parlandolo. Viene usato oggi come lingua secondaria da una cinquantina di persone.


Gli idiomi istriani seriamente in pericolo

Il rischio d’estinzione del valacco e del seianese è simile alle altre parlate autoctone dell’Istria, come l’istrioto, che comprende le parlate romanze autoctone di Rovigno, Valle, Dignano, Fasana, Gallesano e Sissano. Infatti, l’istrioto e l’istrorumeno sono entrati nell’Atlante delle lingue in pericolo di estinzione redatto dall’UNESCO, nella categoria “seriamente in pericolo”, che indica quegli idiomi usati dagli anziani e dai nonni e che i genitori capiscono ma non usano nella comunicazione quotidiana e con i bambini. La differenza maggiore tra i due è che l’istrioto ha sicuramente una maggiore testimonianza scritta, mentre l’istrorumeno è una lingua prettamente orale. 
Zvjezdana Vrzić e John Victor Singler, docenti del Dipartimento di linguistica della prestigiosa New York University, stanno collaborando a un progetto per la preservazione dell’idioma autoctono dei valacchi d’Istria e dei seianesi.


La situazione linguistica in Italia

In Italia, una delle lingue in via d’estinzione, parlata in alcuni sobborghi di Trento, è il cimbro, un idioma parlato anche in alcune comunità del Veneto. Tutelato dalla provincia di Trento, il cimbro è una lingua che conta sempre meno parlanti e che rischia di scomparire, come molte altre lingue minori parlate sul territorio italiano e nel mondo. Proprio l’Italia è considerata dai linguisti e dagli studiosi uno dei Paesi europei con la maggiore diversità (e dunque ricchezza) linguistica: oltre all’italiano si contano una dozzina di lingue minoritarie parlate in tutto da 4 milioni di persone. Il sardo, il friulano, il ladino sono le più note, ma in Italia nelle zone di confine si parlano anche lo sloveno, l’occitano o provenzale, il patois. Ci sono poi in Molise piccole comunità che parlano il croato, mentre in certe zone della Calabria si parla una variante dell’albanese e in Puglia alcuni dialetti discendono direttamente dal greco.


Nel giro di una generazione

Una lingua in pericolo è una lingua di cui sopravvivono così pochi locutori che essa corre il rischio di non essere più utilizzata nel giro di una generazione. Ad esempio, molte lingue native americane negli Usa si sono estinte a causa di politiche del XIX e della prima metà del XX secolo quando se ne scoraggiava o vietava l’uso. Lo stesso è accaduto nel XX secolo in Unione Sovietica, per lo più nelle lingue di popolazioni nomadi. Una lingua morta (o estinta) è una lingua che non ha locutori nativi. Alcuni linguisti sostengono che almeno 3000 delle 6000-7000 lingue del mondo si perderanno prima del 2100. (krb)






319 – La Voce del Popolo 06/12/14 E & R : Ricordi di Bruno Tardivelli : Fiume: Quando veniva San Nicolò!
Quando veniva San Nicolò!

Scritto da Bruno Tardivelli

Mi è rimasta impressa nella memoria una cantilena che, all’avvicinarsi del 6 dicembre, certi monelli usavano intonare per la strada e a noi era proibita.
“San Nicolò de Baaari, xe festa dei scolaaari, se non ne vien la feeesta ghe demo per la teeesta!”
Se tentavamo di imitarli, venivamo severamente redarguiti dalla mamma e dalla zia Francesca:
“Guai se ti canti ancora ste robe dei mulazi de strada, ti ciapi una papina e San Nicolò non te portarà un bel gnente. Ghe contarò anche al Padre Andrea cossa ti bamboli stupidade, cussì el te meterà in ginocio per penitenza!”
Padre Andrea era il frate cappuccino che ci insegnava la Dottrina all’Oratorio e pretendeva che la apprendessimo a memoria. Sono ricordi lontani, di quando ero bambino, all’inizio degli Anni ‘30. Il nostro San Nicolò non era come il bonario e ridanciano Babbo Natale, di questi tempi, panciuto e consumistico. Era ben altro, più serio e poi era un vero Santo! Appariva vestito da Vescovo, col piviale, la mitria e il pastorale.

A Fiume si faceva vedere, con le prime luci della sera, in Piazza Regina Elena, o Piazza Elisabetta - come la chiamava mia madre - dietro la vetrina del Moskowitz, un negozio di chincaglierie e giocattoli, ubicato in una casa a tre piani che venne poi demolita per fare posto al grattacielo. Io, intirizzito dal freddo andavo a vedere il San Nicolò accompagnato dalla mamma o dalla zia Francesca: i miei fratelli restavano a casa, erano troppo piccoli. C’era, davanti al negozio un gran assembramento di mularia chiassosa e litigiosa, in ansiosa attesa, le sere prima del 6 dicembre.

San Nicolò spuntava da dietro una renda rossa in una vetrina su cui era allestita una pedana alta più di un metro, per mettersi bene in mostra. Aveva una gran barba bianca e l’aria sorniona. Trascinava un diavoletto nero, peloso e con la coda, legato a una catena, come i cani feroci, che faceva sberleffi agli astanti fino a quando San Nicolò non gli dava una legnata. Allora si accucciava in un cantuccio. Quindi il Santo si metteva all’opera sollevando con solennità, lentamente, con fare misterioso, uno dei tanti giocattoli vistosi e costosi che gli erano ammucchiati intorno.

Tutta la mularia, io compreso, iniziavamo a gridare: “A mi, a mi!“ sollevando le braccia e facendo i salti per farsi notare ed essere il prescelto.

San Nicolò metteva bene in mostra il giocattolo, in modo che se ne scorgessero i particolari: erano un trenino lucente con i vagoncini multicolori; un cavalluccio a dondolo di cartapesta, sul quale si poteva cavalcare; un monopattino di legno con le ruote rosse; lucenti pattini a rotelle, e per le femminucce, un bambolotto col “ciuciolo” che apriva e chiudeva gli occhi; una bambola bionda grande come una bambina, con le trecce e il vestito lungo di organza celeste; un passeggino per la bambola; un vestito da fata. Tutta quell’infanzia infreddolita, figli di gente modesta e povera, che mai si sarebbe potuta permettere simili balocchi, andava in visibilio e noi fanciulli, per poco tempo potevamo sognare ad occhi aperti.



320 - Il Piccolo 29/11/14 Lettere - Storia -  La mozione sulla liberazione
Storia - La mozione sulla liberazione 

Volevo rispondere alla segnalazione del signor Klaudij Cibic  riguardo la mozione del consiglio comunale di Trieste che indica come giorno della Liberazione il 12 giugno 1945, giorno in cui i titini abbandonarono la città; i titini non ci liberarono il primo maggio ’45 dall’occupazione tedesca perché già il 30 aprile la città era in mano dei triestini del Cln formato da forze essenzialmente anti-comuniste, liberazione avvenuta sia per la fuga dei tedeschi ma anche con qualche scontro e qualche morto mentre i comunisti aspettavano con le armi in pugno nascosti l’arrivo dei titini avvenuto il giorno seguente; il 1.o maggio i tedeschi o avevano sgomberato la città oppure erano asseragliati in tribunale e nel castello, in attesa di arrendersi ai neozelandesi come poi avvenne puntualmente; detto questo, i crimini dei tedeschi non giustificano quelli dei titini ai quali essi si dedicarono unicamente in quei 43 giorni da incubo, con tanto di volontà annessionistica fino almeno al Tagliamento e relativa pianificazione di pulizia etnica come confessato dal Gilas se non sbaglio nel 1954, in cui disse: «Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati da Tito in Istria a organizzare la propaganda antitaliana. Si trattava di dimostrare alle autorità alleate che quelle terre erano jugoslave e non italiane. Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza nei centri abitati, anche se non nei villaggi. Ma bisognava indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto». 

Antonino Martelli presidente Associazione Trieste Pro Patria


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia