MAILING LIST HISTRIA
rassegna stampa

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 926 – 01 Gennaio 2015
    

Sommario




01 - L'Arena di Pola 17/12/14 -  2014: un altro anno passato insieme (Tullio Canevari)
02 - L’Arena di Pola 17/12/14  - 60° anniversario dell’Unione degli Istriani (Silvio Mazzaroli)
03 - Messaggero Veneto 14/12/14 È morto Aldo Clemente, aiutò migliaia di istriani cacciati dalle loro terre (Mario Blasoni)
04 - Messaggero Veneto 13/12/14 Spilimbergo: Cippo per i martiri delle foibe, il Comune concede lo spazio (g.z.)
05 – Corriere della Sera 24/12/14 Il Trenino di legno: Dall'Istria a Craxi il Novecento di Romano Dapas (Paolo Valentino)
06 – La Voce del Popolo 27/12/14 Franca Damiani de Vergada : Sette figli e un sogno: «Ampliare la mia attività» (Rosanna Turcinovich Giuricin)
07 - La Stampa  20/12/14  Valentina e Toto e la sfida per la ricchezza di Venezia (Chiara Beria di Argentine)






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01 - L'Arena di Pola 17/12/14 -  2014: un altro anno passato insieme

2014: un altro anno passato insieme

 Buon Natale!

 E’ un augurio che faccio, sapendo quanto ne abbiamo bisogno. E’ trascorso, veloce, un anno denso di avvenimenti; si sono succedute tante occasioni, tutte importanti, anche per me, e per diversi motivi.
A Roma, alle celebrazioni del Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, mi ha accompagnato il mio nipotino Giulio, seduto emozionato ed orgoglioso nell’emiciclo del Senato, nel posto che gli era stato riservato.
A Pola, il nostro raduno è stato, come sempre, pieno di momenti importanti, tra questi soprattutto la rievocazione della strage di Vergarola; ma per me, in particolare, l’esser stato con voi a Brioni e aver rivissuto e, forse, aver fatto immaginare l’atmosfera di tempi senza dubbio più felici.
A Zagabria e ad Abbazia, il Libero Comune di Pola in Esilio è stato ospite dell’Ambasciatrice d’Italia, Emanuela D’Alessandro e del Console, Renato Cianfarani per celebrare, il 2 giugno, l’anniversario della nascita della Repubblica, sorta dalle ceneri fumanti della guerra.
Quest’anno, il 18 agosto, davanti al cippo che ricorda, purtroppo in modo ancora ipocritamente incompleto, l’eccidio di Vergarolla e non i martiri di quella strage, c’era, per la prima volta dopo tanti anni, il Sindaco di Pola. E’ un risultato, per quanto ancora parziale, ma tuttavia significativo, frutto del lavoro discreto e costruttivo di coloro che in Istria sono al nostro fianco, per il conseguimento di un clima di collaborazione e di amicizia che ci faccia sentire, come è stato affermato, a casa nostra.
Il 3 novembre, per ricordare i nostri morti e quelli che sono morti per noi, a cominciare da Nazario Sauro, abbiamo deposto corone nei Cimiteri di Monte Ghiro e della Marina, al cippo di Vergarolla e alla targa che ricorda il dottor Geppino Micheletti, danneggiata nuovamente da stupidi idioti, ma ripristinata, con segno ancora una volta positivo, dalla Comunità degli Italiani di Pola.
A Milano, il 26 novembre, ho consegnato a Simone Cristicchi la targa “Istria terra amata” e la pergamena in riconoscimento della sua opera di diffusione, con lo spettacolo Magazzino 18, della conoscenza della nostra tragedia, in Italia e nel mondo. Nelle brevi parole con cui l’ho ringraziato per tutto questo, ho ricordato il suo coraggio per aver gridato, a Pola, la sua accusa contro il comunismo, Tito, i partigiani: gli dobbiamo, tutti, riconoscenza.

  Le note tristi vengono dal tempo, che passa inesorabile, portando via man mano i più anziani, i più attivi, i più saggi. E’ inevitabile, ma ci consola sapere che siamo uniti, senza le lacerazioni interne che toccano associazioni a noi così vicine. Ci consola sapere che tanti lavorano perché non vada cancellato il segno della nostra identità, della nostra presenza nelle nostre terre, del ricordo della nostra civiltà.
 Con il ringraziamento a tutti i componenti del Consiglio Direttivo, che dà corpo a tutte le aspettative che, eleggendoli, la popolazione di Pola ha loro affidato; con il plauso al Direttore de “L’Arena di Pola”, che porta nelle nostre case la vita del mondo degli esuli e del mondo di chi vive “de là da mar”, e con l’augurio di un Anno Nuovo sereno, la promessa di ritrovarci tutti, l’anno prossimo, nella nostra Gerusalemme, a Pola Pollentia Herculanea.

 

Tullio Canevari








02 - L’Arena di Pola 17/12/14  - 60° anniversario dell’Unione degli Istriani

60° anniversario dell’Unione degli Istriani
V
Il mese scorso ho assistito, con vivo interesse, alla “Confe­renza di carattere nazionale”, organizzata dall'Unione degli Istriani in occasione del 60° Anniversario della sua Fondazio­ne, avvenuta il 28 novembre 1954. Ho ritenuto di doverci es­sere avendo condiviso parte del suo cammino in anni ancora vicini e, soprattutto, perché il dott. Lu­ciano Mazzaroli, mio padre, fu allora uno dei 40 membri del neoeletto Consi­glio Generale nonché Vicepresidente, unitamente al prof. Elio Predonzani, della prima Giunta esecutiva guidata dell'avv. Lino Sardos Albertini, eletta il successivo 10 gennaio 1955. Il ricordar­lo vuole essere, da parte mia, un atto di omaggio alla memoria sua e di quanti con lui condivisero anni di fervido pa­triottismo, di indefessa difesa dei diritti degli esuli e di apartitico ed entusiastico impegno civile.

Non ho la vocazione del cronista per cui mi asterrò dall'illustrare i contenuti di un'intensa giornata di ascolto anche perché, o prima o poi (facile immagina­re che molto dipenderà dai tempi di ac­creditamento dei contributi statali), ne saranno pubblicati integralmente gli atti.
Mi limiterò, pertanto, a formulare delle considerazioni a margine. Allestire una Mostra documentaria (Sala Torrebianca 3-30 novembre) e compendiarla in un volume che copre l'intero percorso dell'Associazione, orga­nizzare una Conferenza (sabato 22) nel prestigioso salone di Rappresentanza della Regione FVG mobilitando oratori, poli­tici e laici di “spessore” ed una Cerimonia commemorativa (sabato 29) nella Sala del Consiglio Comunale di Trieste non è stato certo lavoro da poco. Vuol dire avere idee, saperle mettere in pratica e godere, in loco, di stima e considerazio­ne; il tutto, reso più agevole dal fatto di disporre di un'ade­guata sede, dall'avere sul po­sto un congruo numero di as­sociati e dall'essere, quindi, ben radicata sul territorio.
Una situazione ottimale ed in­vidiabile che trova analogia solo in quella delle concittadi­ne Comunità Istriane.
Ciò premesso, molto di quanto detto di rievocativo il 22 novembre era ovviamente riferito al passato (Trattato di Pace, Note Tri e Bipartite, Me­morandum, Osimo e genesi del nostro associazionismo) di cui ha ribadito cose perlopiù note e fatto, per quanto possibile, un po' di chiarezza su altre su cui ancora si disquisisce. Ha, altresì, fornito qualche indi­cazione su quale dovrebbe essere l'impegno associativo di noi esuli per il futuro. E' proprio su questo che più vale la pe­na soffermarsi.
Sin dall'apertura dei lavori un picco d'attenzione è stato sollevato dalla presidente regionale Debora Serracchiani che, nel corso del suo indirizzo di saluto, ha comunicato di voler chiedere al Governo la riapertura del Tavolo di coordi­namento governativo con le associazioni degli esuli, sospeso sin dai tempi del secondo governo Prodi, per affrontare i non pochi irrisolti problemi che ci affliggono. In tale contesto, ar­gomento di grande attualità e sul quale si è spesso ritornati, anche in relazione a talune polemiche interne al mondo della diaspora che, in particolare, il triestino “Il Piccolo” non si peri­ta dal cavalcare, è risultato essere il ritiro ed il riutilizzo degli oltre 90 milioni complessivi di dollari che Slovenia (avendo già resa disponibile la sua quota parte) e Croazia (non aven­dolo ancora fatto) dovrebbero all'Italia a titolo di indennizzo per i beni della Zona B ceduti all'ex Jugoslavia a seguito del Trattato di Osimo. Ebbene, quantunque la “riapertura” non sia al momento nulla più che un'ipotesi di lavoro, sono già emerse posizioni nettamente divergenti: ritiro sì (per alcuni equivarrebbe a chiudere definitivamente il contenzioso ri­guardante Osimo), ritiro no (significherebbe, per altri, mante­nere aperto uno spiraglio per la restitu­zione dei beni della Zona B); utilizzo dei fondi a beneficio esclusivo degli esuli a titolo risarcitorio e/o finanziamento di una ipotetica “Fondazione” a sostegno delle attività delle nostre associazioni finalizzate al mantenimento/rafforzamento della nostra memoria e della no­stra cultura; il tutto per evitare che gli stessi vengano incamerati dallo Stato ed utilizzati per tutt'altre esigenze. Al ri­guardo è opportuno accennare a quan­to detto da altri intervenuti.

In particolare, l'ex sottosegretario agli esteri (con delega per i Balcani) del pri­mo governo Berlusconi, Livio Caputo, ha affermato che a suo avviso, con l'in­gresso prima della Slovenia e poi della Croazia nell'Unione Europea, il conten­zioso tra gli stati eredi della ex Jugosla­via e l'Italia, per il non interesse ovvero la non volontà di quest'ultima di riaffron­tarlo, è da ritenersi definitivamente chiuso e che le associazioni degli esuli possono al riguardo fare ben poco ed ancor meno sperare e le ha di fatto invitate a focalizzare il proprio impegno sulla promozione della penetrazione cultu­rale ed economica italiana in quelle che furono le nostre terre a salvaguardia di ciò che vi rimane della trascorsa italica pre­senza. Una visione, la sua, pessimistica da un lato e possibi­lista dall’altro ma, per quanto già sperimentato e dato a sape­re, non avulsa dalla realtà. Per altro, pur non condividen­do la prima affermazione, lo stesso Roberto Menia, princi­pale artefice dell'approvazio­ne della Legge istitutiva del “Giorno del Ricordo”, si è di­chiarato assolutamente d'ac­cordo sulla seconda. «Io - ha detto - a chi di là parla italiano non faccio il processo su chi era ed ha fatto suo nonno; mi interessa che parli e si senta italiano» con ciò ravvisando l'opportunità di una effettiva ricucitura tra chi è andato e chi è rimasto. Ha, inoltre, indi­cato le associazioni degli esuli come possibile «piattaforma logistica» per un progetto volto alla riappropriazione storico-culturale di ciò che Istria, Fiume e Dalmazia sono state. «Un progetto - ha aggiunto - che og­gi può ancora apparire come un sogno, ma che merita di es­sere coltivato anche da svegli» dandosi - aggiungo io - da fare per renderlo realizzabile. Sono state parole, pronunciate da chi certo sprovveduto non è, in sintonia con quelle che da anni circolano nell'ambito della nostra Associazione e che costituiscono “il binario” su cui la stessa da tempo si muove, avendo viepiù la convinzione di aver intrapreso, pur tra mille incomprensioni ed intoppi, la giusta strada.

Degno di attenzione è altresì quanto affermato, con riferi­mento al passato ma che deve suonare anche come campa­nello d'allarme per il presente, dall'avvocato Augusto Sinagra, noto patrocinatore della causa indetta dall'esule Nidia Cernecca contro Oskar Piskulic, in merito al fatto che «i ne­mici degli esuli sono soprattutto all'interno dei confini della Patria». Che ce l'abbia ricordato, consapevoli come siamo di avere tra intellettuali, storici e politici una folta schiera di più o meno squallidi, perché preconcetti, nemici può apparire su­perfluo. Forte, però, è il dubbio che il suo volesse essere un richiamo a guardare criticamente anche all'interno del nostro stesso associazionismo. E', infatti, drammaticamente vero che anche in tale ambito si palesano con una certa frequenza dei “seminatori di zizzanie” che con il loro operato, talvolta non privo di ragioni ma quasi sempre ingiustificabile per il “modus operandi” allorché vi si coinvolgono fori mediatici esterni al nostro mondo, finiscono con l'indebolire il nostro già esangue corpo associativo, le nostre posizioni e, ancor più grave, con il dare spunto ai “nemici veri” per denigrarci e per opporsi a tutto quanto è nei diritti e nelle aspettative di noi esuli. Un “peccato” che poco si presta al perdono.

In definitiva, la conclusione che si può trarre da quanto po­tuto ascoltare e dai commenti che vi hanno fatto immediato seguito è che i pressanti problemi a cui si è fatto cenno siano da affrontare: senza posizione preconcette e concentrando gli sforzi su ciò che più si presta ad essere realizzato; evitan­do che da parte di qualcuno ci sia il tentativo di imporre con prassi scorrette quando non anche “carbonare”, come pur­troppo più di una volta occorso in passato, il proprio persona­le punto di vista e, soprattutto, proiettandosi nel futuro. Per­tanto, da parte di chi è o di chi sarà un domani ai vertici del nostro associazionismo - con un ruolo che in un contesto “federativo” non può che essere di coordinamento - rimane un'unica via da percorrere: placare gli animi, far sedere attor­no ad un tavolo le diverse anime della nostra galassia, ascol­tare tutte le voci e mediare sino al raggiungimento di posizio­ni unitarie condivise con convinzione da tutti. Solo a conclu­sione di questo che si preannuncia come un faticoso e lungo lavoro di preparazione sarà il caso di sedersi al Tavolo di co­ordinamento con il Governo, sempreché si giunga davvero alla sua riapertura. Tutti devono però essere consapevoli che senza un'unitarietà d'intenti, a prescindere dalla non sconta­ta serietà della convocazione, la cosa si tradurrà in un'enne­sima e per noi umiliante perdita di tempo. Se ciò dovesse ac­cadere - e con ogni probabilità lo sarebbe senza ulteriore possibilità d'appello - la colpa sarà stata principalmente no­stra.


Silvio Mazzaroli






03 - Messaggero Veneto 14/12/14 È morto Aldo Clemente, aiutò migliaia di istriani cacciati dalle loro terre

È morto Aldo Clemente, aiutò migliaia di istriani cacciati dalle loro terre

Addio al benefattore dei profughi

di MARIO BLASONI

Lutto nel mondo dei profughi giuliano dalmati: è morto a Roma, dove risiedeva sin dal primo dopoguerra, il cavaliere di Gran Croce Aldo Clemente, 94 anni, triestino, segretario generale dell'Opera per l'Assistenza ai profughi giuliani e dalmati). Sotto la sua guida, per quasi quarant'anni, dal 1947 al 1985, questo attivissimo ente statale ha operato a Roma e in tante altre città, da Trieste alla Sicilia, in vari settori dell'assistenza. Ha dato ai profughi (350 mila furono gli interessati all'esodo) case, scuole e lavoro. Clemente ha personalmente promosso e seguito il collocamento al lavoro di circa 60 mila esuli, il reimpianto di oltre 1.160 aziende e attività commerciali, la costruzione di più di 7.700 alloggi realizzando Villaggi e Quartieri per gli esuli (così a Udine nelle zone di via Cormor Basso, di via Fruch, del Villaggio del sole). Fondamentale il suo ruolo anche nella creazione di istituzioni per l'assistenza ai giovani e per gli anziani. Il mese scorso, pochi giorni prima di morire, Clemente ha diffuso una piccola pubblicazione-rendiconto dell'attività dell'Opera, una specie di "testamento spirituale" per i nobili propositi che l'hanno ispirata: rendere omaggio non già a se stesso, ma a tutti i suoi collaboratori, cioè «ai tanti italiani non profughi che, tuttavia, hanno compreso e aiutato generosamente gli esuli». A Udine, che ebbe in funzione un attrezzato campo profughi in via Pradamano (dove sono passati, prima di prendere un via definitiva, circa diecimila profughi), l'Opera di Roma si è prodigata con diversi interventi nella realizzazione di quartieri o villaggi: l'agglomerato più consistente (una quindicina di alloggi bifamiliari) è nella zona di via Cormor Basso, dietro la caserma dei carabinieri di viale Venezia ("Cè un'immagine della Madonnapeccato non ci sia una targa distintiva, una tabella", commenta il professor Elio Varutti, autore di una vasta ricerca sul campo profughi di via Pradamano). Al Villaggio del sole troviamo case sparse degli anni '50 e altri gruppetti di edifici in via Fruch, laterale di via Cividale, e via delle Fornaci. Altri alloggi per gli istriano-dalmati sono stati costruiti in provincia (è il caso di San Giorgio di Nogaro con una trentina di casette bifamiliari). Nel darne l'annuncio della scomparsa, un fedelissimo collaboratore, l'ex allievo del collegio Filzi di Gorizia, Furio Dorini, ha detto che «con Clemente se ne va il ricordo fondamentale della nostra storia di uomini, quella della preparazione alla vita, trascorsa in quegli istituti che ha contribuito a creare e a dirigere". La scomparsa di Aldo Clemente ha avuto un'eco anche a Udine, dove l'ingegner Silvio Cattalini regge da oltre trent'anni il Comitato provinciale dell' Anvgd. «Quando sono fuggito da Zara, appena diciottenne - dice Cattalini - in Italia ho potuto studiare, laurearmi in ingegneria e trovare un buon lavoro. Grazie all'Opera profughi. Clemente ci è sempre stato vicino. Qualche volta, d'estate, veniva alle nostre gite in Dalmazia».






04 - Messaggero Veneto 13/12/14 Spilimbergo: Cippo per i martiri delle foibe, il Comune concede lo spazio

il caso

Cippo per i martiri delle foibe
Il Comune concede lo spazio

SPILIMBERGO E’ destinata a rinfocolare discussioni, una delle ultime iniziative intraprese dell’amministrazione comunale di Spilimbergo. Nel corso dell’ultima giunta, l’esecutivo Francesconi ha infatti accordato all’associazione culturale Erasmo Da Rotterdam, su proposta del suo presidente Daniele Martina, la concessione di uno spazio nell’area verde di via Carnia, antistante la caserma che ospita la Compagnia dei carabinieri, dove collocare un cippo a ricordo dei martiri delle foibe. Troverà così concretezza l’iniziativa promossa già tre anni fa da due consiglieri comunali del Pdl, Bruno Cinque, già segretario del circolo di An, oggi passato nelle fila della Destra, e Benedetto Falcone, ex An, attuale coordinatore del Pdl e capogruppo di maggioranza. I due avevano a suo tempo inviato al sindaco la richiesta di indicare un’area di proprietà comunale per installarvi un cippo «in onore dei martiri dell’eccidio etnico operato dai partigiani di Tito – spiegavano in una nota i promotori –, uno dei più vergognosi eventi storici insabbiati per convenienze politiche e speculative. Ora la verità, seppur tardivamente, è arrivata». L’iniziativa si inserisce fra quelle previste in occasione del Giorno del ricordo, istituito per legge nel 2004 e celebrato il 10 febbraio, con cui si commemorano insieme le vittime delle foibe, l’esodo degli italiani da Istria e Dalmazia e le drammatiche vicende legate alla definizione del confine orientale. Nel caso degli infoibati, anche se non esistono dati certi, si ritiene che il numero delle vittime sia oltre 10 mila. Di qui, la richiesta al sindaco Francesconi «di installare un cippo dedicato ai martiri delle foibe, per poterli ricordare e onorare nel tempo». A suo tempo, la richiesta accese un dibattito a livello locale, con prese di posizione discordanti. Ora, l’ostacolo “politico” è stato aggirato, dando risposta, di fatto, alla richiesta della onlus. (g.z.)





05 – Corriere della Sera 24/12/14 Il Trenino di legno: Dall'Istria a Craxi il Novecento di Romano Dapas

«Il  trenino di legno» (Manni)

Dall`Istria a Craxi: il Novecento di Romano Dapas

di Paolo Valentino

C'è Adolf Hitler in maniche di camicia, che sul suo treno personale discetta di strategie e musica di Wagner con un amico di famiglia dell`autore. E c`è Enrico Berlinguer, che ringrazia quest`ultimo per avergli suggerito lo slogan di una campagna elettorale. C`è Bettino Craxi, che l`ha giurata al giornalista del «Messaggero» per un`intervista troppo impertinente, gliela fa anche pagare, ma involontariamente gli fa il favore della vita. E c`è Carlo De Benedetti, che approda a Bruxelles da grande condottiero, ma fallisce l`assalto alla Societé Genérale per un`ingenuità da principiante. Ma soprattutto ci sono la passione per la Storia, il gusto per il dettaglio della memoria, l`ansia di cercare nella biografia di famiglia le ragioni di scelte controverse  e non ultimo l`amore per il mestiere di giornalista, lavoro che Romano Dapas ha fatto per quasi mezzo secolo al quotidiano della capitale.
E un libro molto intimo e personale Il -frenino dì legno, pubblicato da Manni (pagine 184, €16), nel quale Dapas ripercorre il film della sua vita, dall`infanzia alla cassa integrazione, riuscendo però con eleganza e intelligenza a farne una microstoria d`Italia, dagli anni Quaranta al Dopoguerra della Prima Repubblica.
L`autore è uomo di confine, figlio di esuli dall`Istria, che nel vortice che porta all`annessione alla Jugoslavia, vivono le contraddizioni e le dolorose scelte di campo che spaccano il Paese, lacerando amicizie e famiglie. E forse è proprio l`aver vissuto in prima persona quelle che Paul Klee chiamava le harte Wendungen, le svolte brusche del secolo breve, che offre a Dapas non solo un tormento, ma anche il privilegio di un punto di vista originale.

L`ossessione di fondo, tanto più urticante per l`uomo di sinistra, simpatizzante del Pci che Dapas non ha mai nascosto di essere, è la  scelta del padre, Anco Marzio Dapas, ufficiale dell`esercito regio, comandante di uno squadrone del emonte Reale Cavalleria, che l`8 settembre 1943 sceglie di stare dalla parte di Salò. L`autore ricostruisce la decisione paterna senza indulgenze, ma anche senza pregiudizi ideologici o condanne sommarie.
Una delle pagine più belle del libro è l`appassionata discussione tra Anco Marzio e i due grandi amici della sua vita, Corrado Corradi e Roberto Risso, anche loro ufficiali di cavalleria. Il primo, inflessibile nel ripudiare il fascismo fin dall`entrata in guerra, sceglierà Badoglio, la Resistenza e i partigiani. Risso, intriso di cultura tedesca, fu lui a conversare a lungo con Hitler durante l`offensiva in Jugoslavia nel 1941, starà al fianco della Germania, in nome dell`onore, per evitare che l`Italia reciti ancora una volta, unica in Europa, il suo «tradizionale ruolo storico di voltagabbana». Con motivazioni meno nette e, come ammette il figlio, più pragmatiche, Anco Marzio lo imiterà.
Ma prima di lasciarsi, i «tre moschettieri» sottoscrivono l`impegno molto solenne, di aiutarsi reciprocamente se uno di loro si fosse trovato in difficoltà per motivi politici. Oltre la guerra civile, oltre l`odio ideologico, restava l`amicizia. Il patto funzionò e, come apprendiamo dal libro, forse salvò la vita all`autore e ai suoi familiari. La seconda parte de Il trenino di legno - il giocattolo d`infanzia che, come lo slittino Rosebud di Orson Welles in Citizen Kane, segna il ricordo del protagonista - è tutta dedicata alla vicenda professionale di Dapas al «Messaggero». Una folla di ritratti quasi impressionistici, da Moro a Berlinguer, che con bravura e forse con qualche comprensibile eccesso di nostalgia, ci fanno rivivere una stagione della politica decisiva per la Storia d`Italia




06 – La Voce del Popolo 27/12/14 Franca Damiani de Vergada : Sette figli e un sogno: «Ampliare la mia attività»

Sette figli e un sogno: «Ampliare la mia attività»
 
Scritto da Rosanna Turcinovich Giuricin

Ci sono storie che il pudore non vorrebbe raccontare se non fossero comunque una testimonianza che va a comporre il mosaico della nostra storia, quella delle genti dell’Adriatico Orientale. Nascere in Istria, Fiume o Dalmazia è stato un privilegio ed una tragedia allo stesso tempo per chi ha dovuto attraversare il Novecento. Quella di Franca Damiani de Vergada è una storia esemplare di una nobildonna, nata in una famiglia blasonata che in virtù del suo status, avrebbe sofferto moltissimo, per i soprusi, per le tragedie e per la vicenda di una bambina che continua a sembrare incredibile a chi la racconta e quasi a lei stessa.

La incontriamo nella citta di Vaughan, in quel Canada che l’ha accolta tanto tempo fa e che l’ha resa felice sposa di un politico in vista, Antonio Carella. Di origini italiane, pure lui, ma americano di terza generazione. Ci attende nel suo ufficio nel centro denominato Vita Nova, per il recupero dalle dipendenze. Gli ospiti sono soprattutto giovani.

Ma la sua storia parte da lontano. Da quella Dalmazia che porta nella bellezza del volto, nella statura oltre la media, nel portamento fiero e quasi regale delle donne di queste nostre terre. Ci racconta, con la voce rotta dalla commozione, due episodi di lei bambina, immersa nella stanza dalla grande scrivania piena di premi, riconoscimenti, nomi importanti che firmano il suo impegno e tante soddisfazioni ottenute con sacrificio ed abnegazione.

Nasce sull’isola di Vergada, nell’arcipelago di Zara e Zaravecchia, in quella castello che apparteneva alla sua famiglia da sempre. Ragazzina, viene portata con sua madre nelle segrete di una palazzo di Spalato con altra gente, accusati di essere, per la loro estrazione sociale, nemici del popolo. Ma lei si perde in quelle lunghe gallerie, un labirinto senza fine in fondo al quale trova una porta enorme ed inizia a battere e chiamare aiuto. Qualcuno la sente e quella diventerà la via di fuga per lei, la madre e gli altri malcapitati.

Ma le disavventure non finiscono qui. I partigiani cercano suo padre e lo zio, sua madre è decisa a tacere fino alle estreme conseguenze. Messe su una barca con altre persone, tra cui un pope serbo, vengono portate al largo e abbandonate al loro destino. Senza remi, senza una vela, senza né cibo né acqua, si ritrovano in mezzo al mare, in balìa delle onde. Durante il giorno, il caldo del sole cuoce le loro facce. Il pope bagna nel mare la lunga barba bianca e con quella protegge la testa della ragazzina. Quattro giorni di agonìa e poi l’avvistamento di una nave americana che li trarrà in salvo al largo della costa italiana, la corrente li aveva trascinati dall’altra parte dell’Adriatico. Degli uomini della famiglia non sapranno più nulla.

Sono traumi mai superati ai quali si aggiungono l’esperienza del campo profughi, in condizioni di indigenza, ma Franca è giovane e coraggiosa. Prima a Bari, poi le trasferiscono a Napoli.
“Lì ho conosciuto il fiumano Gianni Grohovaz, poeta e scrittore, poi giornalista. Mi diceva che da grande avrebbe voluto essere una quercia ed io rispondevo che sarei stata un cespuglio”. Nasce così una delle tante belle amicizie che Franca ha costruito lungo il suo cammino
“Lo ritrovai tanti anni dopo a Villa Colombo, struttura per anziani di cui ero direttrice, era in cerca di lavoro. Ridiventammo amici. Ancora oggi preparo polenta e spezzatino secondo la sua ricetta. Nei momenti di riflessione sulla nostra vita mi chiedeva di vegliare su suo figlio, se gli fosse successo qualcosa. Così, dopo che ebbe l’infarto, andai ad incontrarlo e gli promisi che sarei stata a fianco di quell’adorato figlio e m’impegnai perché frequentasse l’università di York”.

La chiamò una sera per invitarla a cena dopo averla avuta ospite alla radio di cui si occupava da tempo.

“Solo io e te ad aspettare che muoia Tito”. Era il 1980 e si attendeva la fine dello statista.
“No, non voglio sentire”, risposi.

“Dopo quello che ti hanno fatto”.
“Non mi interessa. C’era la guerra, tante cose sono successe, risponderà a qualcuno più grande di noi…” Non insistette, l’amicizia era profonda, non serviva discutere.
“Quando eravamo al campo profughi ero stata molto male – racconta -, mi era stata diagnosticata la malaria e invece era tubercolosi. Deliravo, credevo di volare e Gianni mi diceva: aggrappati all’albero, tienti stretta, mi riconduceva alla realtà. Ne ho passate tante, polmonite, pleurite, scabbia, pidocchi, tutto. Avevo solo quindici anni quando il senatore Monaldi, mi portò via dal campo per farmi studiare in un collegio, così divenni infermiera mentendo sulla mia età, avevo quindici anni dissi di averne diciotto: è stata la mia fortuna”.

Nel novembre del 1952 raggiunse la famiglia in un campo della Germania. Sua madre s’era risposata. Ora c’erano anche Livio Visano e sua sorella gemella Fulvia, poi ancora un fratello, Gianni. Una consolazione, allora ed ora. Livio è un professore universitario, Gianni è preside di una scuola, Fulvia lavora in una banca commerciale.

“In Germania un giornalista venne a intervistarmi, scrisse l’articolo che arrivò in Canada fino alla società cattolica. Seppero che avevo cercato di fuggire dal campo, ho ancora la cicatrice. Così mandarono una commissione per controllare il nostro stato di salute. Ci visitarono con un protocollo riservato ai cavalli, avevo tutti i denti sani così mi dissero che era mia la responsabilità della famiglia che altrimenti non sarebbe potuta partire. Ho sempre avuto molta fede. Ho sempre creduto che in qualche parte del mondo ci fossero dei prati verdi. Giunta a Toronto entrai subito in un ospedale, mi presero in prova e dopo tre mesi fui assunta. Conobbi così il dottor Carbone, italiano come me, calabrese, orfano, laureato in Italia, per me come un fratello. Nel 1976 divenni direttrice di Villa Colombo, il centro italiano per anziani, dove siamo riusciti a realizzare qualcosa di meraviglioso, un esperimento unico. Non è solo un ricovero ma un luogo dove far incontrare le famiglie. Spesso incoraggiamo i matrimoni tra anziani soli, perché è giusto vivere con dignità e pienezza finché non veniamo consegnati alla morte”.


E poi è nata Vita Nova, una sfida, un bisogno, una necessita?

“Tutte e tre le cose, tutta la sofferenza nella quale sono cresciuta doveva avere una risposta. È questa: cento ragazzi in riabilitazione dalla droga, trenta stanziali, gli altri usano il centro durante il giorno per il programma di disintossicazione ma anche per ritornare alla vita attraverso un’altra occasione. La domanda che rivolgo a questi giovani è: hai un sogno? Abbiamo fatto studiare alcuni di loro, oggi insegnano nelle scuole. Vita Nova nasce nel 1977, dopo una ricerca in vari Paesi per mettere a confronto l’esistente ma poi abbiamo deciso di seguire una strada tutta nostra. Noi siamo per questi ragazzi una coperta che li avvolge e li riscalda per aiutarli a ritornare alla normalità. Curiamo ciò che li ha portati alla droga, perché possano vivere con sani principi e fare onore a sé stessi. Collaboro con altri centri, anche in Italia. È così che ho stretto amicizia con Gianni Cordova del centro di Pescara, un grande uomo che ha accolto alcuni nostri ragazzi”.

Come inizia la guarigione, il reinserimento?

“Quando lavarsi i denti diventa un’abitudine, quando cominciano a tenersi puliti liberando la mente da tanti fardelli”.

Quanti riescono ad uscirne?

“Tanti, l’80 per cento, poi ci sono i sociopatici per i quali delinquere è un modus vivendi. Vengono individuati immediatamente e seguiti ma il recupero è molto difficile, a volte impossibile. Dopo la cura, i giovani continuano a frequentare il nostro centro il sabato mattina e il martedì sera per 18 mesi”.

I finanziamenti sono pubblici?

“Solo una minima parte ma il grosso lo facciamo noi, i privati”.


Come?

“Riunisco tutti i nostri benefattori una volta l’anno al centro per una grande festa, presentiamo loro i risultati del nostro lavoro. Visitano il centro che è accogliente, bello. I ragazzi si esibiscono con il coro e le altre attività sviluppate durante il soggiorno. La raccolta fondi è sempre stata un successo anche perché facciamo prevenzione lavorando con i bambini, i figli dei drogati, è una ruota senza fine”.

È tornata sull’isola di Vergada, nel suo castello?

“L’isola è bellissima, il castello è solo un rudere. Ho cercato di riaverlo dal governo croato per farne qualcosa per la comunità ma non è stato ancora possibile trovare un linguaggio comune. Sono tornata quasi in incognito ma un’anziana del posto mi ha riconosciuta e ci ha aperto le porte di casa mettendoci a disposizione ciò che aveva. Così da Zara le abbiamo portato elettrodomestici, coperte, ciò che serve per rendere più confortevole una casa. E’ stato bello ma anche doloroso. Ci ha consegnato una lettera indirizzata dal Re d’Italia alla mia famiglia, con le condoglianze per la morte di mio padre del quale custodiva anche una foto. Continuava a chiamarmi contessa Franca, per me era così strano e lontano”.

Che cosa voleva farne del castello?

“Un parco degli sport del mare per dare lavoro alla gente del posto ma ci vuole l’appoggio e la
collaborazione del Governo croato…chissà un giorno”.

Franca ma lei non ha avuto figli?
“Per tutto questo mio amore per il prossimo?”

Ride divertita… “Ne ho ben cinque miei e due adottati, una bellissima famiglia”.
Usciamo nei corridoi del centro, i ragazzi le vanno incontro e la abbracciano. Li chiama per nome, conosce le loro storie. Questa è Franca, donna dalmata con un sogno. “Vorrei ampliare il centro, costruire una foresteria, una serra e delle strutture d’appoggio. Intanto ho fatto realizzare un plastico, il resto verrà”.

Rosanna Turcinovich Giuricin






07 - La Stampa  20/12/14  Valentina e Toto e la sfida per la ricchezza di Venezia
Valentina, Toto e la sfida per la ricchezza di Venezia

di Chiara Beria di Argentine

All`ingresso del museo al posto delle vecchie cuffiette ogni visitatore riceverà un tablet. Potrà così, scaricando un`applicaziòne gratuita, costruirsi - a seconda dell`età, della preparazione e degli interessi - un percorso di visita personalizzato per conoscere al meglio la storia degli artisti, dei dipinti e i legami delle opere con il territorio. E ancora. Nelle sale ci saranno totem interattivi e un sistema d`emettitori bluetooh 4.0 che, localizzando i visitatori all`interno del museo, proporranno approfondimenti per ogni opera; grazie a un braccialetto digitale chi, per esempio, sarà interessato alla vita di un pittore digitando un codice potrà durante la visita ordinare libri e cataloghi ché troverà belli impacchettati al bookshop e potrà poi salvare su un`area cloud emozioni ed esperienze vissute al museo trasformato così da luogo finito a luogo infinito.
Quanto alla didattica ci sarà una «smart classroom» con lavagne digitali e dispositivi mobili per
le attività indirizzate agli studenti. Il megaprogetto dell`allestimento delle prime 5 sale delle Nuove Gallerie dell`Accademia a Venezia si presenta come una rivoluzione digitale al servizio del nostro immenso ma non sempre valorizzato patrimonio artistico e culturale.

Roma, 11 dicembre. «Sarà il museo d`arte antica più proiettato nel futuro d`Italia», copyright del
ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, che ha presentato il progetto con tra gli altri Giovanna Damiani, soprintendente del polo museale di Venezia. Oltre ad ampliare la superficie espositiva da 5 a 10 mila mq facendo così uscire dai depositi tanti capolavori - dalle pale d`altare di Luca Giordano e Pietro da Cortona a opere di Tiepolo, Hayez, Pietro Longhi - e aumentare i visitatori da 300 mila a 900 mila l`anno, le Nuove Gallerie si apriranno grazie agli strumenti multimediali ai disabili - ciechi o non udenti - che sono troppo spesso impossibilitati a visitare una collezione museale.
Venezia, Italia. Interessante operazione e assai interessanti i protagonisti di questa bella notizia
che arriva dopo un anno tormentato da scandali e arresti in laguna. Tutto nasce infatti dall`accordo
tra il colosso sudeoreano Samsung che porterà a Venezia una tecnologia già sperimentata
al British Museum (si parla di 600 mila euro d`investimento) e alla Fondazione Venetian Heritage,
un`organizzazione americana non profit che fa parte del programma Unesco-Comitati Privati per la
Salvaguardia di Venezia. Fondata dal mecenate Lawrence D. Lovett, in 15 anni la onlus, che ha sedi a New York e Venezia, ha finanziato moltissimi restauri nei territori che furono della Serenissima.
Un solo esempio: in Croazia, a Curzola, cittadina per 7 secoli veneziana, il restauro della magnifica
Cattedrale di San Marco (400 mila euro, tra gli sponsor JTI, multinazionale giapponese, ma
anche una signora americana d`origine croata). Proprio a Curzola, un anno fa, per festeggiare la
riuscita del progetto c`è stata la prima uscita ufficiale della nuova presidente di Venetian Heritage,
Valentina Nasi Marini Clarelli, una bionda lady piemontese. «Tutto è nato per caso. Lovett mi
chiese di entrare nel consiglio e, dopo poco tempo, di sostituirlo. A 87 anni preferiva fare il presidente onorario. I miei figli gemelli ormai sono all`estero, all`università. Mi è sembrato giusto mettermi a disposizione di una città amata da tutto il mondo. Per Venezia nessuno si tira indietro», dice la neopresidente.
Ma gli scandali non fanno fuggire i capitali stranieri? «Per fortuna si fidano di noi. Sono stati
quelli di Samsung a contattarci», racconta Toto Bergamo Rossi, direttore-anima della onlus. «"Con
Venetian Heritage, mi hanno detto, sappiamo che non avremo brutte sorprese"».
Prossima sfida di Valentina e Toto? Per il 500° anniversario del ghetto di Venezia (1516) restaurare
ben 3 sinagoghe e il museo. Annunciata a New York a novembre, l`operazione è da 12 milioni di dollari.
Sorride la serenissima Valentina: «Abbiamo già il sostegno di mecenati come Diane v von
Ftirstenberg e Joseph Stili, E` davvero una fantastica occasione per salvare dal degrado il più antico
ghetto del mondo».

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia