MAILING LIST HISTRIA

RASSEGNA STAMPA

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 927 – 14 Febbraio 2015
    

Sommario



08 – Corriere della Sera 11/02/15 Commemorazione Giorno del Ricordo: Mattarella: «Pagina strappata della nostra storia» (Marzio Breda)
09 - Il Giornale 11/02/15 Presidente Mattarella, subito la medaglia a Zara (Fausto Biloslavo)
10 – La Voce del Popolo 11/10/15 - Esuli e rimasti: c’è tanta voglia di cambiare (Franco Sodomaco)
11 - Avvenire 10/02/15 11 - Avvenire 10/02/15 Il Giorno del ricordo - Lucia Bellaspiga: Accanto agli esuli istriani, per difendere la verità
12 – La Repubblica Milano 12/02/15 Milano:  Rosati (Pd) diserta il ricordo delle foibe Destra all`attacco (Andrea Montanari)
13 - Corriere della Sera 11/02/15 Il profugo dalmata diventato sindaco e il ricordo di Zara (Giusy Fasano)
14 -  Il Tempo 12/02/15 Roma: «Viva i partigiani jugoslavi» Foibe, oltraggio alle vittime (Fra.Mar.)
15 - Il Giornale 10/02/15 Stefano Zecchi: Vite negate, massacri, falsità. Anche la verità fu infoibata (Stefano Zecchi)
16 - Corriere della Sera 10/02/15 Tragedia delle Foibe il Ricordo dopo l’oblio (Dino Messina)
17 - Osservatorio Balcani 10/02/15 Le foibe nella rappresentazione pubblica (Gorazd Bajc)
18 - La Voce di Romagna 10/02/15 Giorno del Ricordo: Tanti gli emiliano-romagnoli scomparsi sul confine orientale (Aldo Viroli)


Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arenadipola.it/
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08 – Corriere della Sera 11/02/15 Commemorazione - Mattarella: «Pagina strappata della nostra storia»

Commemorazione
Mattarella: «Pagina strappata della nostra storia»

di Marzio Breda

La «guerra della memoria» che si è combattuta in Italia dal 1945 ha tenuto per mezzo secolo ai margini delle narrazioni ufficiali il dramma di chi era nato e vissuto sull’altra sponda dell’Adriatico. Un’amnesia scandalosa, che il presidente della Repubblica ha rievocato ieri, mentre celebrava alla Camera dei deputati il «Giorno del ricordo». Parole pesate e pesanti, le sue: «Per troppo tempo le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell’esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia». Poi, undici anni fa, abbiamo cominciato a lasciarci die spalle quel passato che non passava mai. E quei dolorosi eventi, fino ad allora percepiti dalla politica come troppo problematici da onorare visto che eravamo tutti prigionieri di ricordi selettivi (e ognuno restava sempre ostaggio dei propri paradigmi ideologici), ha cominciato ad essere metabolizzato davvero, facendo ritrovare imito il Paese, infatti, certifica ancora il capo dello Stato, «il Parlamento, con decisione largamente condivisa, ha contribuito a sanare una ferita profonda nella memoria e nella coscienza nazionale». Oggi, oltre a riconoscerci finalmente legati e solidali dentro le stesse basi fondative, c’è per fortuna l’Europa, a sgombrare il timore che simili tragedie si ripetano. Ecco, per Sergio Mattarella, l’antidoto di cui disponiamo. E, anche se l’ultimo conflitto nell’ex Iugoslavia è un’esperienza ancora vicinissima e carica di lutti, nessuna malintesa
smania patriottica e nessuna degenerazione sciovinista potranno mai più materializzare certi vecchi incubi, n presidente se ne sente sicuro. Tanto più se riflette sui nuovi rapporti costruiti a Est daìntalia, in particolare sull’ormai definitiva riconciliazione con Slovenia e Croazia. Tanto sicuro da dire appunto che «la comune casa europea permette a popoli diversi di sentirsi parte di un unico destino di fratellanza e di pace... Un orizzonte di speranza nel quale non c’è posto per l’estremismo nazionalista, gli odi razziali e le pulizie etniche».










09 - Il Giornale 11/02/15 Presidente Mattarella, subito la medaglia a Zara


Presidente Mattarella, subito la medaglia d'oro a Zara

Il capo dello Stato riscatta le Foibe, ma manca ancora una medaglia

Fausto Biloslavo

Signor presidente, appena eletto capo dello Stato ha reso omaggio alle Fosse Ardeatine e ricordato la Resistenza. Se vuole rappresentare tutti gli italiani siamo certi che in egual maniera onorerà, nel suo settennato al Quirinale, le vittime delle foibe e dell'esodo.

Il 10 febbraio, giornata che ricorda il dramma degli esuli istriani, fiumani e dalmati, per rimanere viva, ha bisogno di simboli, che servono a perpetuare la memoria di una tragedia nazionale sepolta per oltre mezzo secolo.
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Nel 2001 l'allora presidente, Carlo Azeglio Ciampi, firmò il decreto per l'assegnazione della medaglia d'oro al valor militare al gonfalone di Zara, la città dalmata, martire due volte. Prima distrutta da 54 bombardamenti degli alleati e poi «ripulita» dalla popolazione italiana, che ha scelto la via dell'esodo di fronte alle violenze di Tito.
La Croazia sorta sulle ceneri insanguinate dell'ex Jugoslavia protestò con veemenza considerando il riconoscimento del Quirinale una specie di ingerenza. Senza capire che la medaglia sarebbe stata appuntata sull'antico e glorioso gonfalone della città «fortunosamente riportato in Patria» come recita la motivazione, testimone di «un glorioso passato» e delle sue «vestigia veneto-romane». Adesso che la Croazia ha fatto il suo ingresso in Europa si spera che superi i retaggi ultranazionalisti, come abbiamo fatto noi. Se vuole dimostrare, nei fatti, di essere il presidente di tutti gli italiani dovrebbe non solo consegnare la medaglia attesa da 14 anni, ma mettere mano al secondo comma della motivazione. Un falso storico dettato da solerti funzionari del politicamente corretto, a scapito della verità, che fece infuriare Ciampi, suo predecessore. «Dal settembre 1943 in avanti la città ha continuato a battersi per mantenere la sua identità. I fanti, bersaglieri, alpini, marinai e avieri, tra cui molti zaratini del neocostituito battaglione partigiano italiano Mameli furono i primi ad affrontare l'invasore tedesco - si legge nella motivazione -. Le molte decine di caduti in combattimento e le centinaia di italiani vittime di esecuzioni sommarie o morti nei lager, annegati, sono stati il prezzo della resistenza».
La verità è un'altra, come si ricorda in altri passi della motivazione: Zara fu «sottoposta a violenti bombardamenti aerei a tappeto, distrutta più di ogni altro capoluogo di provincia del nostro Paese». Le bombe alleate volute da Tito uccisero 4000 persone e fecero a pezzi l'85% della città. Almeno 900 italiani furono annegati, infoibati o sommariamente giustiziati, dalla polizia segreta titina, che entrò a Zara nell'ottobre 1944. In seguito all'esodo rimasero solo 12 famiglie italiane, su oltre 21mila abitanti. Per questo signor presidente è doveroso appuntare sul gonfalone la medaglia d'oro ricordando tutti con le prime righe della motivazione: «Zara, città italiana per lingua, cultura e storia, ha dato alla patria nell'ultimo conflitto, tra morti e dispersi militari e civili, un decimo della sua popolazione».
P.s: Un'altra vergogna è il rango di cavaliere di Gran Croce concesso dal Quirinale a Tito, molti anni fa, che non si può levare essendo il maresciallo jugoslavo defunto da tempo. Al presidente siriano, Bashar al Assad, abbiamo tolto la stessa onorificenza per il carnaio in Siria. Forse con Tito si potrebbe almeno ammettere l'errore.





10 – La Voce del Popolo 11/10/15 - Esuli e rimasti: c’è tanta voglia di cambiare

Esuli e rimasti: c’è tanta voglia di cambiare

Franco Sodomaco

UMAGO | L’autostrada dell’esodo è stata piena di dolore, risentimento, nostalgia. Per tutti, per chi è partito e per chi è rimasto. La famiglie smembrate hanno prodotto poi un’altra divisione, aggravata dai confini. Ma questo era ieri. Oggi, esuli e rimasti vogliono cambiare e l’hanno detto chiaramente a Umago, prima con gli omaggi floreali ai piedi della Targa che al cimitero San Damiano ricorda gli umaghesi sparsi per il mondo, poi al municipio dove si sono incontrati i vicesindaci Mauro Jurman e Floriana Bassanese-Radin con il direttivo della Famiglia Umaghese di Trieste.

Ora siamo in Europa, ma ciò non vuol dire dimenticare, perché è impossibile. Cambiare si può, però. L’Europa delle nazioni è anche questo. Con la caduta dei confini sono scomparse le barriere fisiche, ora bisogna lavorare a quelle mentali.
Il vicesindaco Mauro Jurman ha detto chiaramente al cimitero che si può andare avanti: “Umago deve essere la casa di tutti gli umaghesi sparsi per il mondo, perché è la loro città... Ma la storia ci ha insegnato anche ad andare piano. Siamo l’unica città che ricorda questa giornata e l’unica che farà un monumento agli esuli in piazza Brolo o 1º Maggio”.
“Abbiamo già fatto dei piccoli passi avanti – ha proseguito –, con la targa sulla scuola, oggi croata, di Giurizzani, per ricordare gli insegnanti italiani di un tempo. Abbiamo affiancato alla toponomastica attuale anche i vecchi nomi delle vie di Umago. Siamo ben disposti, ma le cose non sono certo facili. Oggi il 15 p.c. della popolazione si dichiara italiana, anche se possiamo liberamente dire che gli italofoni sono almeno un quarto della popolazione”.
Floriana Bassanese Radin, vice sindaco della minoranza e presidente della CI “Fulvio Tomizza” di Umago, ha fatto gli onori di casa al municipio, dove ha parlato degli sforzi delle istituzioni, Comunità degli Italiani, asili e scuola italiana per mantenere vive le tradizioni e la storia. Saluti sono arrivati pure dal presidente della CI di Salvore Silvano Pelizzon e dal preside della scuola italiana Arden Sirotić.
Giuseppe Pippo Rota ha ricordato invece il secondo dopoguerra, difficile per gli italiani rimasti, e l’ha fatto dall’ottica di direttore della scuola italiana di allora, quando era stato richiamato a rapporto dal “Komitet”. Mille e mille problemi, cose da storici, mille amari ricordi, che però non devono frenare chi vuole andare avanti. Anche perché non tutti erano cattivi e mal disposti. Per esempio, ha ricordato Giuseppe Rota, c’è stato un certo Josip Mihovilović che aveva aperto il ginnasio e la scuola media superiore italiane di Buie. C’è gente che, pur non essendo stata italiana, si è meritata tutto il nostro rispetto.

Silvio Delbello, del Giorno del Ricordo, cioè del 10 febbraio ha detto che per gli esuli si è trattato di uno ‘tsunami’, di una cosa sconvolgente. ‘Il dolore che è stato fatto ha interessato tutti, esuli e rimasti, ma è nostro dovere andare avanti con determinazione e coraggio’”.





11 - Avvenire 10/02/15 Il Giorno del ricordo - Lucia Bellaspiga: Accanto agli esuli istriani, per difendere la verità


Il Giorno del ricordo
Accanto agli esuli istriani, per difendere la verità

Pubblichiamo il testo dell'orazione pronunciata dall'inviata di Avvenire Lucia Bellaspiga martedì 10 a Montecitorio, che ha introdotto il "Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata", presente il  capo dello Stato, Sergio Mattarella, la presidente della Camera, Laura Boldrini e il presidente del Senato, Pietro Grasso.
La mia prima volta a Pola, da bambina, è il ricordo di mia madre che piange aggrappata a un cancello. Un’immagine traumatica, che allora non sapevo spiegarmi. Eravamo là in vacanza, il mare era il più bello che avessi mai visto, le pinete profumate: perché quel pianto? Al di là di quel cancello una grande casa che doveva essere stata molto bella, ma che il tempo aveva diroccato. Alle finestre i vetri blu, “erano quelli dell’oscuramento” mi disse mia madre, eppure la seconda guerra mondiale era finita da trent’anni. Tutto era rimasto come allora. La finestra si aprì e una donna gentile, con accento straniero, capì immediatamente: “Vuole entrare?”, chiese a mia madre.

Solo adesso comprendo la tempesta di sentimenti che doveva agitare il suo cuore mentre varcava quella soglia e rivedeva la sua casa, la cucina dove era risuonata la voce di mia nonna, le camere in cui aveva giocato con i fratelli. Sono passati molti anni prima che io capissi davvero: la scuola certo non ci aiutava, censurando completamente la tragedia collettiva occorsa nelle terre d’Istria, Fiume e Dalmazia, e d’altra parte molti dei testimoni diretti, gli esuli fuggiti in massa dalla dittatura del maresciallo Tito e dal genocidio delle foibe, rinunciavano a raccontare, rassegnati a non essere creduti.

Ciò che durante e dopo la II guerra mondiale era accaduto in decine di migliaia di nostre famiglie restava un incubo privato da tenere solo per noi perché al resto degli italiani non interessava. Eppure era storia: storia nazionale…
Anche i miei cari sparsi per l’Australia mi sembravano quasi irreali, figure fantastiche che immaginavo mentre, imbarcati sulla nave “Toscana”, lasciavano Pola per sempre, via verso l’ignoto. Ogni ritorno porta con sé un dolore, così per molti anni a Pola non tornammo più. Ma dentro di me intanto lavorava il richiamo delle origini, cresceva il desiderio che ogni donna, ogni uomo ha di sapere da dove è venuto, così, come tanti miei coetanei, ho iniziato a ripercorrere l’esodo dei nostri padri in senso inverso.
Intanto il Novecento è diventato Duemila, l’Europa una casa comune sotto il cui tetto abitano popoli un tempo nemici, e i giovani oggi, da una parte e dall’altra, sognano un mondo nuovo, segnato dalla pace e dal progresso condiviso. E noi? I figli e nipoti dell’esodo, noi nati “al di qua”, che ruolo abbiamo in questo mondo che cambia ma che non deve dimenticare?
Tocca a noi, dopo il secolo della barbarie, tenere alta la memoria non per recriminazioni o vendette, ma perché ciò che è stato non avvenga mai più. Se il perdono, infatti, è sempre un auspicio, la memoria è un dovere, è la via imprescindibile per la riconciliazione: non è vero che rimuovere aiuti a superare, anzi, la storia dimostra che il passato si supera solo facendo i conti con esso e da esso imparando.

Sono trascorsi settant’anni da quando 350mila giuliano-dalmati sopravvissuti agli eccidi comunisti abbandonarono con ogni mezzo la loro amata terra, sperimentando la tragedia dello sradicamento totale e collettivo. La maggior parte di loro è morta senza avere non dico giustizia, ma almeno il sacrosanto diritto di veder riconosciuto il proprio immane sacrificio.
Chiedo in prestito le parole al presidente emerito Giorgio Napolitano: “La tragedia di migliaia di italiani imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica”, ha detto nel 2007, rompendo dopo 60 anni la cortina del silenzio. “Il moto di odio e di furia sanguinaria” aveva come obiettivo lo “sradicamento della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia”. Ma soprattutto gli siamo grati per il mea culpa pronunciato a nome dell’Italia: “Dobbiamo assumerci la responsabilità dell’aver negato la verità per pregiudizi ideologici”.

Un altro grande passo sulla via della verità è stato compiuto proprio qui alla Camera il 13 giugno scorso, quando per la prima volta dopo 68 anni si è commemorata (e riconosciuta) la strage di Vergarolla, 28 ordigni fatti esplodere sulla spiaggia di Pola, oltre cento vittime tra adulti e bambini. Era l’agosto del 1946, già in tempo di pace, si tratta quindi della prima strage della nostra Repubblica, più sanguinosa di piazza Fontana, più della stazione di Bologna, eppure da sempre nascosta. Con Vergarolla fu chiaro che la sola salvezza era l’esilio.
L’esilio… Proviamo a immaginare il momento del distacco definitivo: uscire dalla casa dove sei sempre stato e non per tornarci la sera, no: mai più. Tiri la porta e delle chiavi non sai che fare: chiudere? A che serve? Domani stesso nelle tue stanze entrerà gente nuova, che non sa nulla della vita vissuta là dentro. Ti porti dietro quello che puoi, poche cose, ma ciò che non potrai portare con te, che mai più riavrai, è la scuola che frequentavi, le voci degli amici, un amore che magari sbocciava, il negozio all’angolo, l’orto di casa, i volti noti, il tuo mare, il campanile… persino i tuoi morti al cimitero.
 Addio Pola, addio Fiume, addio Zara. I racconti sono spesso uguali: in una gelida giornata di bora, in un silenzio irreale rotto solo dai singhiozzi, la nave si staccava dalla riva che era sempre più lontana. Da laggiù la tua casa, la tua stessa finestra diventavano già quel dolore-del-ritorno che mai sarebbe guarito. Da che cosa si scappava? Dai rastrellamenti notturni, dalle foibe, dai processi sommari. Dai massacri perpetrati in quelle regioni d’Italia dai partigiani jugoslavi nell’autunno del 1943 e di nuovo dal maggio del 1945, cioè quando il mondo già festeggiava la pace.

Se nel resto d’Italia il 25 aprile a portare la Liberazione erano gli angloamericani, nelle terre adriatiche facevano irruzione ben altri “liberatori”. E iniziava il terrore. Da Gorizia e Trieste fino giù a Zara dei colpi alla porta con il calcio del fucile preannunciavano l’ingresso dei titini e il rapimento dei capifamiglia, centinaia ogni notte. Poi sparirono anche le donne, persino i ragazzini: “Condannato”, si legge sulle carte dei processi farsa, in realtà fucilati a due passi da casa o gettati vivi nelle foibe, tanti nel mare con una pietra al collo.
Da questo si fuggiva. Ma dove? In un’Italia povera e da ricostruire, anche solo un parente in una città lontana era l’ancora di salvezza, a Milano, La Spezia, Ancona, Venezia, Roma, Taranto… Sorsero villaggi giuliano-dalmati, quartieri di esuli, ma anche campi profughi, più di 100 in tutta Italia, ex manicomi, ex carceri, caserme dismesse, dove le famiglie si trovarono scaraventate in un nuovo incubo. Pensate, pensiamo cosa significhi: comunità spezzate, tessuti sociali frantumati, improvvisamente non più i colori della propria terra ma miseri accampamenti dove restarono per anni, le coperte appese a fare da parete tra una famiglia e l’altra.
Qualcuno impazzì, qualcuno, svuotato della propria identità, si tolse la vita, molti morirono di crepacuore (così morì mia nonna). Al loro arrivo, presero loro le impronte digitali, come fossero delinquenti. Fascisti! Così erano chiamati, solo poiché fuggivano da un regime comunista, e il grave equivoco resta ancora oggi incancrenito in residue forme di ignoranza, che il Giorno del Ricordo vuole dissipare: gli italiani della Venezia Giulia uscivano da un’Italia che era stata fascista, esattamente come gli italiani di Roma, Trento, Napoli…
 I nostri nonni e genitori erano stati antifascisti o fascisti esattamente come tutti gli altri italiani. Si usciva tutti, indistintamente, dalla stessa guerra persa. Nelle foibe furono gettati maestri di scuola, impiegati, carabinieri, medici, artigiani, operai, imprenditori… tutti, purché italiani o avversi alla nuova dittatura. E quanti tra questi erano stati antifascisti!
Ma c’è poi un secondo enorme equivoco in cui ancora oggi incorre chi non conosce la storia: “Di che vi lamentate? – dicono – L’Italia ha perso la guerra, era giusto che pagasse”. Vero, ma tutta l’Italia era stata sconfitta, eppure per saldare i 125 milioni di dollari, debito di guerra dell’intera nazione, il governo utilizzò le case, i negozi, i risparmi di una vita, soltanto dei giuliano-dalmati. Promettendo indennizzi poi mai erogati. Se dunque noi oggi qui abbiamo le nostre case, se Milano, Palermo, Torino, Bari sono ancora Italia, è perché i giuliano-dalmati hanno pagato per tutti. Le loro vite hanno riscattato le nostre.
Vogliamo almeno dire grazie? Vogliamo che almeno si sappia e che si studi a scuola? E intanto che cosa succedeva al di là dell’Adriatico, dove poche migliaia di italiani erano rimasti per vari motivi, per non lasciare la propria casa, per non separarsi dai loro vecchi, perché fiduciosi nel nuovo regime comunista, o invece perché dallo stesso regime non ottenevano il permesso di partire? Accusati dagli esuli di essere comunisti e dagli jugoslavi di essere italiani quindi fascisti, a loro volta patirono una sorta di esilio in casa loro.
E con questo torno alla domanda iniziale: che ruolo abbiamo oggi tutti noi, i nati dopo l’esodo sulle due sponde dell’Adriatico? Due ruoli principalmente. Il primo: difendere una verità ancora non del tutto condivisa. Ma in questa opera di civiltà riusciremo solo con il sostegno forte e incondizionato delle Istituzioni. Se infatti l’essere qui, oggi, alla presenza delle massime cariche dello Stato legittima senza se e senza ma la nostra Storia, atti di vandalismo morale contro la nostra memoria sono sempre in agguato (basti accennare all’amministratore locale che pochi mesi fa, proprio in un anniversario storico per gli esuli e per l’Italia intera, ha ufficialmente esaltato Tito come liberatore delle nostre genti). Secondo nostro ruolo è vegliare perché il Giorno del Ricordo non diventi col tempo un retorico appuntamento celebrato per dovere o una sorta di lamentoso amarcord, ma sia testimonianza sempre viva.
Cito al riguardo due storie esemplari, tra le tante che ho incontrato nel mio lavoro di giornalista. Giorgia Rossaro Luzzatto, goriziana, nella cui famiglia si intrecciano i drammi del Novecento: il padre ucciso dai partigiani di Tito, la nonna deportata ad Auschwitz dai tedeschi, uno zio assassinato alle Fosse di Katyn, due cugini morti nei gulag sovietici. A 92 anni va per le scuole, voce irrinunciabile, perché i ragazzi sappiano. E Sergio Uljanic, che ha vissuto tutta l’infanzia, sette anni, nei campi profughi di Gorizia, Bari, Bagnoli e Torino. Nato il 16 settembre del 1947, è l’ultimo esule di Pola: il giorno prima gli inglesi avevano consegnato le chiavi della città agli jugoslavi. A Trieste nel Magazzino 18 restano le masserizie degli esuli. Ma nelle case di ognuno di noi c’è un Magazzino 18 personale, e anche io ho il mio. È un grande specchio dalla casa di Pola, partito anche lui con l’esodo, e mi piace pensare che su quella superficie si riflettevano i volti dei miei nonni, di mia madre bambina, delle persone di cui mi parla sempre. In un certo senso nessuno li potrà cancellare, sono rimasti là dentro, invisibili, ma come dice Saint-Exupéry nel Piccolo Principe “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Loro sono il nostro essenziale, non dimentichiamo di onorarli.





12 – La Repubblica Milano 12/02/15 Milano: Rosati (Pd) diserta il ricordo delle foibe Destra all`attacco

Rosati (Pd) diserta il ricordo delle foibe Destra all`attacco

ANDREA MONTANARI

È POLEMICA, come ogni anno, sulle foibe. Il consigliere regionale del Pd Onorio Rosati diserta la cerimonia sulle foibe al Pirellone. Si giustifica su Facebook: «Non mi presto a questa operazione di revisionismo storico-militante». Il centrodestra chiede al Pd di prendere le distanze e il segretario regionale Alessandro Alfieri lo bacchetta: «Evitiamo strumentalizzazioni da ogni parte». L`Fdi Riccardo De Corato, però, attacca Giuliano Pisapia. «Ancora una volta assente» alla commemorazione dei martiri istriani e dalmati. Pronta la replica del sindaco: «Fratelli d`Italia purtroppo non sa quello che dice. Non studia, non guarda. Come tutti gli anni abbiamo commemorato le foibe, sono state una grande tragedia».

Foibe, il Pd Rosati non va alla cerimonia è polemica in Regione che commemora le vittime delle foibe e dell`esodo giulianodalmata-istriano. Al Pirellone, il Pd Onorio Rosati annuncia su Face book: «Ho deciso di non partecipare alla cerimonia del "Giorno del Ricordo". L`ex sindacalista, ora consigliere regionale del Pd, spiega sul suo profilo che «le tante vittime innocenti di quei terribili fatti hanno diritto di essere ricordate alla umana pietà, ma non posso dimenticare che la triste e crudele vicenda delle foibe in Istria e Dalmazia sia stata e continui ad essere strumentalizzata dalla destra neofascista italiana, nel tentativo di mettere in atto un`operazione di revisionismo storico-militante. Io a questa operazione non mi presto». Immediata la reazione dell`assessore regionale Viviana Beccalossi di Fratelli d`Italia che si dice «basita» e intima a Rosati di «chiedere scusa». Il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo definisce le affermazioni di Rosati «dichiarazioni gravi e intollerabili». Mentre Forza Italia con Gianluca Comazzi chiede al Pd di «dissociarsi dalle sue parole». L`Fdi Carlo Fidanza le paragona «ai sassi lanciati da alcuni sindacalisti rossi il 18 febbraio 1947 contro un treno di profughi istriani alla stazione di Bologna». Il leader nazionale del partito Giorgia Meloni alza il tiro: «Mi aspetto che Renzi, come segretario del Pd, prenda le distanze dalle affermazioni di tal Onorio Rosati». Invito che viene raccolto sia dal segretario regionale del Pd Alessandro Alfieri che da quello provinciale Pietro Bussolati. «Almeno per oggi sarebbe opportuno evitare strumentalizzazioni. Da ogni parte politica-precisa il primo su Facebook. Una frase che suona come una esplicita critica anche alla scelta di Rosati di non partecipare alla cerimonia per il Giorno del ricordo nell`aula del Consiglio regionale. Tocca a Bussolati sottolineare che «tutto il Pd partecipa al ricordo e alle commemorazioni delle vittime delle foibe». Oltre a ricordare «la congiura del silenzio, la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell`oblio. Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell`aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologie e cecità politica e di averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali». Nelle stesse ore, però, sempre Fratelli d`Italia attacca il sindaco Giuliano Pisapia «ancora una volta assente», secondo Riccardo De Corato, alla commemorazione dei martiri. «Una umiliazione che i nostri morti e i nostri esuli non meritano». Pronta la reazione del sindaco che replica: «Fratelli d`Italia purtroppo non sa quello che dice e non studia, non guarda. Oggi come tutti gli anni abbiamo ricordato le foibe, che è stata una grande tragedia». Inoltre, Pisapia ricorda di «essere andato personalmente negli anni scorsi a visitare quei luoghi. Come troppo spesso avviene in Italia il clamore delle polemiche, delle speculazioni elette a contenuto della politica, sovrastano quel composto silenzio che dovrebbe accompagnare una giornata di commemorazione». Durante la cerimonia ieri nell`aula del Pirellone, davanti non solo ai consiglieri regionali di tutti i gruppi, ma anche ad alcune scolaresche e ai rappresentanti dell`associazione nazionale Venezia Giulia Dalmazia, il presidente del Consiglio regionale Raffaele Cattaneo ha specificato che il ricordo delle vittime delle foibe «è un atto di riparazione e giustizia nei confronti di ognuna di queste e al dolore che hanno dovuto subire per i decenni









13 - Corriere della Sera 11/02/15 Il profugo dalmata diventato sindaco e il ricordo di Zara

Il profugo dalmata diventato sindaco e il ricordo di Zara
«Le foibe, un monito per i più giovani» Memoria Toni Concina: «Niente in quella terra ha lo stesso sapore che aveva in origine»
La voce di Toni Concina arriva da qualche angolo di Orvieto, «il mio porto sicuro», per dirla con le sue parole. Classe 1938, nato a Zara, in Dalmazia, quest?uomo un tempo è stato esule per forza, oggi è in esilio volontario. «Ho un amico che ha una bella barca e adora il Mar Adriatico ? racconta lui stesso ?. Mi invita ogni anno e io ci vado volentieri ma resto sempre a bordo anche quando siamo ormeggiati lì, davanti a Zara. Guardo la costa da lontano, mando sempre gli altri a fare la spesa. Non ci voglio tornare, mi sembra che più niente in quella terra abbia lo stesso sapore che aveva in origine. Noi dalmati siamo sempre stati coesi, non abbiamo mai rotto le scatole a nessuno, avevamo una tradizione veneziana di secoli, massacrata anche fisicamente...e poi non sento di avere niente a che vedere con la popolazione e la situazione di oggi».Non è rinnegare, semmai «è dispiacere perché è andata com?è andata», precisa Concina. Sono i danni collaterali di una vita vissuta lontana dalle proprie radici ma che,a guardarla oggi, non è mai stata la storia di non-luogo. Anzi «di luoghi a cui legarmi ne ho avuti molti» dice lui stesso, «perché come tutti gli esuli ho girato il mondo». Giurisprudenza a Roma, diploma ad Harvard, il primo lavoro di pubbliche relazioni fra New York e Londra, poi mille incarichi importanti in Italia, da consigliere del ministero degli Interni nell?87 a uomo delle relazioni esterne di Telecom e Rcs Mediagroup. Perfino assessore del «Libero comune di Zara in esilio» e, dal 2009 fino all?anno scorso, sindaco di Orvieto. Quella parola, esilio, per lui cammina a braccetto con un?altra, ricordo. «Ricordare significa non negare ciò che è successo, e questo 10 febbraio del ricordo è necessario per le generazioni che verranno. Perché possano capire, e far tesoro della memoria di quel che accadde, e parlo sia della popolazione costretta a fuggire (350 mila dalmati-istriani, ndr ) sia della pagina vergognosa delle foibe, che per anni rimasero un fatto messo da parte». Torniamo indietro, al 1945. Concina ripesca un?immagine: «Me la ricordo bene, la mia Zara. Ricordo i cantieri di mio nonno che era un costruttore, e ricordo il mare bello delle Dalmazie. E sì che io e la mia famiglia fummo fortunati...».Fortunati vuol dire che li aiutò una coincidenza: «Successe che mia madre nel ?43 rimase incinta di mia sorella e allora mio padre, che era un ufficiale di complemento, ci mandò nelle Marche, a Sassoferrato, dove saremmo stati più tranquilli. Poi la situazione precipitò e la fine della guerra ci ha colto che eravamo già via dalla nostra terra. Ma gli zii, i miei nonni...quelle loro facce stravolte quando arrivavano, quelle fughe per le vie più impensate...Non siamo più potuti tornare». Concina ha rimesso piede a Zara una volta soltanto, e l?ha fatto per suo padre che stava morendo. «Me lo chiese lui. Mi disse: ?Va? a vedere la terra, ti prego? e non ho potuto dire di no. È una cosa un po? patetica, lo so, ma quando arrivai feci quel che fanno i papi, baciai il suolo. Ricordo che non c?erano ancora i telefonini, così cercai un telefono pubblico e chiamai mio padre per dirgli che ero lì, nella nostra città. Si commosse molto». Ogni anno, i ricordi portano polemiche: «C?è chi nega che siano avvenuti i fatti, chi è sicuro che i suoi morti siano più morti degli altri...lasciamo stare. È stata pura ferocia, come quella dell?Isis oggi».
Fasano Giusi



14 -  Il Tempo 12/02/15 Roma: «Viva i partigiani jugoslavi» Foibe, oltraggio alle vittime

Casa del Ricordo -  La scritta sul muro dell'edificio. Danni al citofono

«Viva i partigiani jugoslavi» Foibe, oltraggio alle vittime

Il sindaco Marino: «Atto vile che la città condanna Frase subito cancellata»


3 metri la lunghezza della scritta condannata dal mondo politico

■ Una scritta «Viva i partigiani jugoslavi», accompagnata da falce e martello, è stata trovata sul muro vicino alla Casa del Ricordo di Roma, in via San Teodoro, inaugurata pochi giorni fa ricordare le vittime delle Foibe e dell’esodo giuliano dalmata. La scritta, in vernice nera, era lunga circa 3 metri. Danni anche al citofono, mentre risulta imbrattato il muro d’ingresso. Indaga la polizia.
   «Esprimiamo ferma condanna per questo gesto. Roma è città della Memoria, e forte resta il nostro impegno per una maggiore presa di coscienza e diffusione di conoscenza su questi temi. Il nucleo Pics della Polizia di Roma Capitale ha già provveduto a ripulire il muro. Il Dipartimento Cultura è al lavoro per il ripristino della targa e del citofono», hanno detto l’assessore alla Cultura e alTurismo, Giovanna Marinelli, e l’assessore alla Scuola con delega alla Memoria Paolo Masini.
   «Abbiamo dato immediatamente mandato anche a una squadra di Ama Linea Decoro di rimuovere la scritta, atto vile che Roma condanna fermamente. Le Foibe rappresentano un capitolo drammatico della nostra storia da ricordare e trasmettere ai nostri ragazzi, ai nostri figli e ai nostri nipoti perché non accada mai più», ha inoltre affermato il sindaco Ignazio Marino.
   Indignazione è arrivata da tutto il mondo politico, dal centrosinistra al centrodestra. «Imbrattata la Casa del Ricordo. Diciamo no a chi prova a cancellare la nostra memoria condivisa», ha scritto su twit- ter il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingarettì. Ancora più duro il segretario nazionale de La Destra e vicepresidente del Consiglio regionale, Francesco Storace. «Imbrattare la Casa del Ricordo dei Martiri delle Foibe e dell’Esodo Giuliano-Dalmata è la solita azione da vigliacchi. Non è con questi gestì che si cancella la Memoria di questa tragedia del ’900. Sono felice di vedere, in questa occasione, tutte le Istituzioni compatte nel condannare una nuova prova di demenza mentale».
   «Vergognoso l’oltraggio alla Casa del ricordo delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Basta omertà e silenzi: i responsabili vanno puniti», ha tuonato su twitter anche Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale.

Fra. Mar.






15 - Il Giornale 10/02/15 Stefano Zecchi: Vite negate, massacri, falsità. Anche la verità fu infoibata
Vite negate, massacri, falsità. Anche la verità fu infoibata
Oggi la "Giornata del ricordo" per celebrare gli italiani cacciati e uccisi da Tito dopo la guerra. Una tragedia che nella gerarchia del dolore sta sempre dietro le vittime delle dittature fasciste
Stefano Zecchi - 10/02/2015
Cos'era accaduto sulle coste orientali italiane dell'Adriatico dopo la guerra? Niente di rilevante, avrebbero voluto rispondere chi governava l'Italia e chi da sinistra faceva l'opposizione.
Soltanto un nuovo confine segnato con un tratto di penna sulla carta geografica dell'Europa. Vite negate. Amori, amicizie, speranze sconvolte, sentimenti calpestati, che per pudore, in silenzio, lontano da occhi inquisitori, l'esule arrivato dall'Istria, dalla Dalmazia, da Fiume chiudeva nel dolore, forse sperando che questo dignitoso comportamento lo aiutasse ad essere accolto da chi non ne gradiva la presenza. Si chiudeva così il cerchio dell'oblio, e una pesante coltre di omertà si distendeva sopra le sconvenienti ragioni degli sconfitti.
La Storia non apre le porte agli ospiti che non ha invitato. Sceglie i protagonisti e i comprimari, anche se gli esclusi si sono dati tanto da fare. Esuli, allora, con la nostalgia del ritorno, con il dolore dell'assenza. L'esule dei Paesi comunisti non è mai stato troppo gradito; le sue scelte giudicate con sospetto. Nella gerarchia morale della sofferenza, egli rientra stentatamente, sì e no, agli ultimi posti, molto indietro rispetto agli esiliati delle dittature fasciste e dei sanguinari regimi latino-americani.
In una intervista a Panorama del 21 luglio 1991, Milovan Gilas dichiarava tra l'altro: «Nel 1946, io e Edward Kardelij andammo in Istria a organizzare la propaganda anti italiana ... bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Così fu fatto». Gilas era il braccio destro di Tito, l'intellettuale del partito comunista jugoslavo; Kardelij era il teorico della «via jugoslava al comunismo», punto di riferimento dell'organizzazione della propaganda anti italiana.
Dunque, due protagonisti di primissimo piano del partito comunista jugoslavo impegnati a cacciare con «pressioni di ogni tipo» gli italiani dalle loro case, dal loro lavoro, dalle loro terre. Tra le pressioni di ogni tipo ci furono il terrore e il massacro: una pulizia etnica. A migliaia gli italiani, senza nessun processo, senza nessuna accusa, se non quella di essere italiani, venivano prelevati di notte, fatti salire sui camion e infoibati o annegati. Non si saprà mai quanti furono ammazzati. A decine di migliaia: una stima approssimativa è stata fatta sulla base del peso dei cadaveri che venivano recuperati dalle foibe; nulla si sa degli annegati.
E poi gli esuli: oltre 350mila, che lasciarono tutto, pur di rimanere italiani e vivi. Accolti in Italia con disprezzo, perché solo dei ladri, assassini, malfattori fascisti potevano decidere di abbandonare il paradiso comunista jugoslavo. Ricordo bene quando a Venezia arrivavano le motonavi con i profughi: appena scesi sulla riva, erano accolti con insulti, sputi, minacce dai nostri comunisti, radunati per l'accoglienza. Il treno che doveva trasportare gli esuli giù verso le Marche e le Puglie, dai ferrovieri comunisti non fu lasciato sostare alla stazione di Bologna per fare rifornimento d'acqua e di latte da dare ai bambini.
Alla gente che abitava l'oriente Adriatico, fu negato dal nostro governo il plebiscito che avrebbe dimostrato come in quelle terre la stragrande maggioranza della popolazione fosse italiana. Prudente, De Gasperi pensava che l'esito del plebiscito avrebbe turbato gli equilibri internazionali e interni col PCI. A quel tempo, Togliatti aveva fatto affiggere questo manifesto a sua firma: «Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e collaborare con esse nel modo più stretto». Per esempio, sostenendo, come voleva “il Migliore”, che il confine italiano fosse sull'Isonzo, lasciando a Tito Trieste e la Venezia Giulia.
I liberatori comunisti non potevano essere degli assassini: e così, sotto lo sguardo ipocrita dell'Italia repubblicana, con la vergognosa collaborazione degli storici comunisti, disposti a scrivere nei loro libri il falso, quella tragedia sparisce, non è mai accaduta. Ma il cammino trionfale della Storia dei vincitori si distrae e la verità incomincia ad affiorare. Non si dice con ottimismo che il tempo è galantuomo? Stavolta sembra di sì. Il 10 febbraio (giorno della firma a Parigi nel 1947 del trattato di pace) viene istituita nel marzo 2004 la «Giornata del ricordo», per celebrare la memoria dei trucidati nelle foibe e di coloro che patirono l'esilio dalle terre istriane, dalmate, giuliane. Ci sono voluti sessant'anni per incominciare a restituire un po' di verità alla Storia: adesso sarebbe un bel gesto che il nuovo Presidente della Repubblica onorasse questa verità ritrovata, recandosi al mausoleo sulla foiba di Basovizza per chiedere scusa alle migliaia di italiani dimenticati, offesi, umiliati, massacrati soltanto perché volevano rimanere italiani.




16 - Corriere della Sera 10/02/15 Tragedia delle Foibe il Ricordo dopo l’oblio
La cerimonia Le foibe, 70 anni fa È il Giorno del Ricordo

di Dino Messina

TRAGEDIA DELLE FOIBE IL RICORDO DOPO L'OBLIO

La cerimonia che si svolge oggi a Montecitorio con il capo dello Stato Sergio Mattarella e la presidente della Camera Laura Boldrini per celebrare il «Giórno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo giuliano-dalmata» non è un rito stanco. Istituito con una legge nel 2004, il Giorno del Ricordo suona come risarcimento alla memoria di quelle oltre diecimila vittime gettate vive nelle foibe, le cavità carsiche ai confini orientali, o uccise dopo processi sommari dai comunisti titilli. Due le ondate di violenza omicida: la prima nel settembre-ottobre 1943, la seconda, più forte, nell’aprile maggio 1945. Settant’anni fa, quando in molte parti d’Italia si festeggiava la Liberazione, a Trieste, Gorizia, Monfalcone, nei territori dell’Istria si viveva nella paura.

Le esecuzioni non riguardavano soltanto gli ex fascisti, ma anche i partigiani non comunisti o quanti erano visti come ostacolo al disegno egemonico di Tito, appoggiato dal capo del Pci Palmiro Togliatti che il 19 ottobre 1944 dopo un incontro con Edvard Kardelj e Milovan Gilas, scrisse che «l’occupazione jugoslava è un fatto positivo, di cui dobbiamo rallegrarci e in tutti i modi favorire».

Degli eccidi del’43-’45 e dell’esodo dei trecentomila italiani che abbandonarono i territori diventati jugoslavi per mezzo secolo non si è potuto parlare. Una pagina lacerante della nostra storia tenuta nascosta per tre motivi.

Il primo è che la rottura fra Stalin e Tito ci spingeva a dar credito alla falsa vulgata di una «spontanea lotta di popolo» mentre si trattò di un piano preordinato che prevedeva l’annessione di Trieste alla Jugoslavia e la slavizzazione di un ampio territorio. Il secondo è l’imbarazzo dei governi italiani che volevano coprire i militari ancora in carriera responsabili di misfatti dinante l’occupazione fascista. H terzo sono le ambiguità politiche e culturali del nostro Partito comunista che crearono un clima di ostilità in tutta Italia attorno ai profughi giuliano-dalmati, spesso tacciati di fascismo.

Dino Messina





17 - Osservatorio Balcani 10/02/15 Le foibe nella rappresentazione pubblica
Le foibe nella rappresentazione pubblica
Gorazd Bajc*     
10 febbraio 2015

"Una ricerca basata su fonti in diverse lingue e una buona dose di coraggio intellettuale". Pubblichiamo la recensione di Gorazd Bajc al libro di Federico Tenca Montini: "Fenomenologia di un martirologio mediatico. Le foibe nella rappresentazione pubblica dagli anni Novanta ad oggi"
Negli ultimi anni si sente spesso parlare delle violenze subite dagli italiani lungo il confine italo-jugoslavo: per mano dei partigiani jugoslavi dopo l’8 settembre 1943 in Istria e per responsabilità delle autorità jugoslave dopo il primo maggio 1945 nella Venezia Giulia – “foibe” e ”esodo”.
Si dice che la gente in Italia non ne abbia saputo nulla e che solamente nell’ultimo periodo, dopo l’approvazione nel 2004 del cosiddetto Giorno del ricordo, vi sia stata finalmente a livello nazionale quella presa di coscienza necessaria e doverosa su questi temi; la grande congiura del silenzio sarebbe finalmente finita. Tale assunto risulta non del tutto esatto. Se a Trieste, Gorizia e lungo il confine, in particolare dalla parte italiana e molto meno da quella slovena (e/o croata), questi temi erano stati sempre molto presenti – e questo è indiscutibile –, dobbiamo rilevare che anche a livello nazionale non ci fosse poi quel totale oblio.
«Quello che avete davanti non è l’ennesimo libro sulla questione delle cosiddette “foibe”, ma un libro che ci voleva. Per il semplice motivo che è il primo testo che si occupa di analizzare approfonditamente, anche attraverso confronti e paragoni, quello che è stato l’aspetto principale dell’assunzione della questione delle “foibe” tra i temi fondanti di un nuovo mito nazionale italiano, di un nuovo senso comune storico degli italiani, in sostanza di una storia “nazionale” italiana: come tale questione è stata raccontata al grande pubblico e celebrata da “artisti”, media, istituzioni. L’autore lo fa con uno sguardo molto più aperto ed ampio di quello usuale tra gli autori degli ormai innumerevoli testi sull’argomento, che non riescono ad uscire da orizzonti limitatamente regionali e/o nazionali.» Dalla Postfazione di Sandi Volk
Lo testimonia per esempio il copioso volume curato nel 2008 da Antonio Maria Orecchia per i tipi della Insubria University Press (La Stampa e la Memoria. Le foibe, l’esodo e il confine orientale nelle pagine dei giornali lombardi agli albori della Repubblica, Varese, 439pp.) che raccoglie una gran mole di articoli su “foibe”, “esodo” e questione triestina apparsi sulla stampa lombarda nell’immediato dopoguerra.
Nel volume possiamo trovare le trascrizioni di una selezione di numerosi articoli apparsi sulle pagine dei giornali della regione più importante dell’Italia settentrionale sul problema del confine tra l’Italia e la Jugoslavia, negli anni cruciali 1945-1954. Nei 266 articoli (39 nel 1945, di cui tre apparsi prima della Liberazione; 58 nel 1946; 58 nel 1947; 25 nel 1948; 11 nel 1949; 17 nel 1950; 10 nel 1951; 12 nel 1952; 12 nel 1953; 24 nel 1954) i temi delle “foibe” e dell’ ”esodo” sono molto frequenti, anzi prevalgono su altre  questioni. Altri giornali nazionali scrissero spesso delle “foibe” (per esempio La Stampa, dalla fine del gennaio 1944 in poi; facilmente verificabile grazie all’aiuto dell’archivio storico on-line del giornale). Né si può affermare che il tema si sia del tutto eclissato a seguito della restituzione di Trieste all’Italia, perché a livello nazionale si continuava a parlarne.
Per esempio alla fine del 1959 ci furono in merito due interrogazioni parlamentari da parte di esponenti del Movimento Sociale Italiano, e sul tema delle “foibe” scrissero poi alcuni giornali e settimanali nazionali (per esempio Il Borghese), nel 1983 il tema venne trattato in due numeri della rivista di divulgazione storica Storia illustrata, e negli anni successivi pure in trasmissioni dal grande impatto mediatico, come nel febbraio del 1987, quando la RAI dedicò all’argomento un lungo approfondimento radiofonico, e nel 1991, nella celebre puntata televisiva sulle “foibe” del formatMixer.
È vero invece che negli ultimi anni, a seguito della legge del 2004 che istituisce il “Giorno del ricordo”, si sia verificato un autenticomemory boom, un’ondata di notorietà che però ha portato, assieme ad una grande attenzione mediatica ed istituzionale agli episodi di violenza al confine orientale dell’Italia, una escalation di errori e semplificazioni. Inoltre, a livello nazionale, si è incominciato a parlare molto di “foibe” ed “esodo” a costo di tralasciare altre questioni altrettanto spinose (e forse per qualcuno anche oggettivamente più importanti) per la storia del paese.
Non c’è insomma in Italia quasi altro tema della storia recente frequentato quanto quello delle “foibe”. Si ha l’impressione che alcuni storici o non-storici (da qualcuno chiamati pseudostorici), che non si sono mai occupati in maniera approfondita della storia molto complessa e intricata del confine orientale, si siano sentiti quasi in dovere di dire la propria sull’argomento, aggiungendo però spesso quelle semplificazioni o esagerazioni che solitamente non possono contribuire a far chiarezza, anzi. Infine, molti, o forse troppi, mass media hanno fatto quasi a gara tra loro nel presentare la questione al grande pubblico, senza contestualizzare quelli eventi tragici, presentando spesso immagini e/o filmati d’epoca senza una necessaria spiegazione.
Osservatorio sui Balcani nel progetto AestOvest percorre quel ''confine orientale'' che molto ha diviso, ma che ora è divenuto più che mai un'opportunità di relazioni. Una sezione dedicata e un DVD multimediale per le scuole.
Dopo dieci anni di “Giornate di ricordo” non è facile stabilire un vero e proprio bilancio, tranne, ovviamente, nella constatazione generale che si è fatta veramente molta confusione. Se da una parte abbiamo avuto il volume (di Jože Pirjevec e alcuni coautori, tra cui anche l’autore di questa recensione), pubblicato dalla Einaudi nel 2009 e tre anni dopo in forma ampliata in lingua slovena dalla Cankarjeva založba, dall’altra ci si può ora avvalere, in particolare per quello che riguarda come la storia intorno alle “foibe” venne presentata attraverso i media e gli spettacoli negli ultimi 25 anni, del libro Fenomenologia di un martirologio mediatico. L’autore, il giovane studioso Federico Tenca Montini, affronta questi temi con un’apertura singolare. L’opera ha il pregio di mostrare in maniera molto chiara le esagerazioni e le manipolazioni nel discorso pubblico sulle “foibe”, unendo alla chiarezza delle interpretazioni una forma agile e leggibile (anche se, in verità, il volume potrebbe essere molto più copioso).
Il libro comincia con un’analisi degli antecedenti storici delle “foibe”. Vi si riassumono (pp. 19–72) gli esiti più convincenti delle storiografie italiana, slovena e croata, riferimenti che spesso in Italia vengono trascurati per la scarsa dimestichezza linguistica. Da rilevare purtroppo in questa parte storico-introduttiva alcune imprecisioni non tali da intaccare l’interesse dell’opera.
Nella seconda parte (pp. 73–180) si passa alla politica della memoria. Quella “riscoperta” delle foibe negli anni ’90, identificata come l’esito della fine del socialismo in Jugoslavia, delle guerre jugoslave e della profonda crisi del sistema politico italiano, trova uno dei suoi presupposti nel progressivo addolcimento del giudizio sul fascismo (p. 83).
Si passa poi agli antecedenti della legge che istituisce il “Giorno del ricordo”, risalenti al 2001 con la presentazione di un primo Disegno di Legge (p. 90), alle interessanti circostanze dell’approvazione nel 2004 del provvedimento e infine si dedica ampio spazio all’accostamento, in larga parte voluto, tra foibe e Shoah, di cui si analizzano anche certi effetti di distorsione percettiva altrimenti raramente indagati in letteratura.
Con la descrizione della simbologia che inevitabilmente circonda l’immaginario collettivo delle “foibe” incomincia la parte più originale del libro. L’autore la analizza minuziosamente (p. 95), mette in risalto l’importanza di quel “locus horridus” della voragine nella sua abbondanza di elementi archetipici e topoi leggendari (p. 96), come pure la persistenza della cultura del martirio (p. 97). Vengono inoltre indagati i motivi reconditi di alcune scelte lessicali alla base della narrativa delle “foibe”, tra cui il termine “genocidio”– cioè l’uso indiscriminato della terminologia (p. 97).
L’ormai celebre fiction Il cuore nel pozzo è poi presentata in modo molto originale in comparazione con altri sceneggiati simili, il tedesco Die Flucht e il polacco Katyn. L’autore mette anche in risalto alcuni errori grossolani nella menzionata fiction (pp. 109, 118). Si dedica inoltre spazio allo spettacolo teatrale Magazzino 18 e al celebre discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano del 2007, da cui emerge, nella reazione del Presidente croato Stjepan Mesić, la contraddizione tra la celebrazione di una visione nazionalista della storia e l’integrazione europea.
L’ultima parte è dedicata al travagliato iter di intitolazione di un riferimento toponomastico “alle vittime delle foibe” nella città di Udine, infine ci sono alcuni esempi di sfruttamento della figura femminile martirizzata nella propaganda nazionalista e di utilizzo di immagini artefatte come materiali d’epoca nei media.
La ricerca di tutte le pagine della storia, dolorose o meno, non è solo un fatto di civiltà. Per fare un’operazione degna, che non falsifichi il passato ferendo con ciò in primis coloro che subirono violenze, ci si deve avvalere tra l’altro dell’interpretazione delle fonti in diverse lingue – queste non mancano – e di una buona dose di coraggio intellettuale.
Si tratta indubbiamente di caratteristiche che l’autore del libro, Federico Tenca Montini, possiede.
Il libro è dunque un testo importante e ci dà l’opportunità di fare alcune riflessioni serie sui problemi di storia che hanno caratterizzato le memorie in un territorio mistilingue e multiculturale. Appare oggi evidente che ci sia bisogno di promuovere ricerche simili.
 
* Gorazd Bajic è ricercatore e docente presso l'Università del Litorale a Koper/Capodistria
Fenomenologia di un martirologio mediatico



18 - La Voce di Romagna 10/02/15 Giorno del Ricordo: Tanti gli emiliano-romagnoli scomparsi sul confine orientale
GIORNO DEL RICORDO: TANTI GLI EMILIANO - ROMAGNOLI SCOMPARSI SUL CONFINE ORIENTALE

Si faccia piena luce sui deportati

GLI ARCHIVI ministeriali custodiscono documenti ancora secretati che servirebbero a ricostruire in parte le presenze italiane nei lager di Tito

Sfogliando l’Albo d’Oro si incontrano diversi nominativi di caduti nati in Romagna. E’ il caso dell’insegnante elementare Galdo Pinzi, nato a San Pietro in Vincoli di Ravenna il 31 gennaio 1901. Il padre si chiamava Aristodemo. Pinzi risulta scomparso per mano partigiana a Doberdò del Lago, oggi in provincia di Gorizia ma allora di Trieste, dove insegnava, il 30 settembre 1943. Ferruccio Cimatti, nato a Faenza il 10 marzo 1903, risulta deceduto nell’eccidio di Rifembergo, allora provincia di Gorizia, il 2 febbraio 1944. Faceva parte della Milizia difesa territoriale 1° Reggimento di Trieste. Quel giorno una colonna che portava rifornimenti ai presidi di Comeno e Rifembergo (oggi in Slovenia) venne attaccata da partigiani titini. Guerrino Antimi, nato a Savignano sul Rubicone il 19 maggio 1916, faceva parte della Milizia portuale terza legione di Trieste. Aveva lasciato Savignano con la famiglia da bambino. E’ morto il 18 dicembre 1944 nell’attentato alla trattoria alla pace di Servola, a pochi chilometri da Trieste, oggi non più esistente. Lavorava probabilmente nelle Ferrovie dello Stato Giovanni Paoletti, di Carlo Michele e Lucia Dolci, nato a Rimini il 10 giugno 1908, geometra. Risulta deceduto il 26 maggio 1944 per fatto di guerra lungo il tratto di linea ferroviaria, allora in provincia di Trieste, tra Sesana e Divaccia (oggi Sezana e Divaca in Slovenia). Esaminando i nominativi dei caduti dell’Albo d’Oro, si evince che tra Sesana e Divaccia si verificarono altri attentati partigiani. Sempre il 26 maggio 1944 risulta infatti deceduto il milite della 5a Legione della milizia ferroviaria Francesco Dragotta. E’ rimasto vittima di un attentato partigiano il 15 aprile 1945 tra le stazioni di Smogliani e Canfanaro (oggi Smoljanci e Kanfanar in Croazia) della linea Trieste – Pola il ferroviere Teresio Dapporto, figlio di Francesco e Rosa Kerpan, nato a Faenza il 12 novembre 1915 e residente a Trieste. Veniva da Faenza, dove era nato il 3 gennaio 1905, anche Rinaldo Ossani. Risulta sindacalista ai Cantieri navali di Monfalcone, dove era residente. E’ stato assassinato in un agguato di partigiani italo-sloveni. Tra gli arrestati a Gorizia nel maggio 1945 e deportati verso ignota destinazione, compare anche il nome del brigadiere dei carabinieri Carlo Gattiglia, in servizio presso il Comando gruppo (oggi provinciale) che allora aveva sede in via Nazario Sauro, davanti al Tribunale. Era nato a Rimini il 27 febbraio 1894, da Luigi e Antonietta Marsiani. Da ricerche eseguite presso l’anagrafe, il padre risulta un militare di passaggio che non ha mai avuto la residenza a Rimini. Il sottufficiale potrebbe essere stato trucidato a Tarnova, località oggi in Slovenia, nella foiba di Nemci, dove secondo alcune testimonianze raccolte da Giovanni Guarini, presidente della sezione di Gorizia dell’Associazione nazionale carabinieri e figlio di un altro appartenente all'Arma infoibato, l’appuntato Pasquale Guarini, vennero gettati i militari prelevati nel capoluogo isontino ed anche gli agenti della Questura. Negli elenchi degli scomparsi appare Alfredo Casadio, nato a Faenza, brigadiere della Guardia confinaria del 1° Reggimento, arrestato il 3 maggio 1945 nella caserma di via Cologna a Trieste e deportato a Lubiana; di lui non si sono avute più notizie. Il figlio dello scomparso, Paolo Casadio, ha ricevuto al Quirinale dalle mani dell’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, la medaglia ricordo per il 10 febbraio, Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo delle popolazioni istriane. Sono scomparsi nel nulla nella notte tra il 12 e il 13 gennaio 1944, i militari del distaccamento della Guardia di Finanza di Matteria, località a pochi chilometri da Trieste, allora in provincia di Fiume, oggi Materija in Slovenia. Consultando la relazione del capitano Gerardo Severino, direttore del Museo Storico della Guardia di Finanza per la proposta di conferimento della Medaglia d’Oro al Merito civile alla bandiera del Corpo per il comportamento tenuto sul Confine orientale, è possibile ricostruire i vari attacchi subiti dalle Fiamme Gialle da parte di formazioni partigiane sulla strada statale 14 Trieste-Fiume. Il primo è proprio quello della notte tra il 12 e il 13 gennaio 1944 a Matteria. Dalla relazione del capitano Severino, si apprende che la squadra di finanzieri, appartenente alla Compagnia autonoma di Sicurezza di Basovizza, era stata trasferita a Matteria, proprio il 12 gennaio, dove aveva occupato la casa cantoniera. La notte tra il 12 e il 13 gennaio, la guarnigione della Finanza, avrebbe subito un attacco dei partigiani e secondo una testimonianza tratta da un libro sloveno, i militari, una trentina, sarebbero stati condotti a Vatovlje, una località di un centinaio di abitanti distante una decina di chilometri, e uccisi nei pressi del cimitero. Secondo un’altra versione, i finanzieri sarebbero stati invitati con l’inganno a una festa presso una vicina casa colonica e catturati. A comandare il distaccamento era il brigadiere Serafino Ricci Lucchi, nato a Lugo nel 1915. Anche il figlio Franco ha ricevuto dalle mani dell’allora presidente Ciampi la medaglia per il 10 febbraio. Tra i civili di cui non si hanno più notizie, l’ingegner Felice Gallavotti, di famiglia santarcangiolese, fermato dai partigiani slavi nei pressi di Villanova del Judrio il 2 dicembre 1944 mentre tornava a Udine, dove risiedeva, da Gorizia. Con lui vennero presi il cugino Arrigo Gallavotti, geometra, e l’autista Vincenzo Chiappetta, di Partitico (Palermo). Secondo la testimonianza di un partigiano, l’ingegnere nel novembre 1945 era ancora in vita e si trovava in un campo di concentramento nei pressi di Lubiana. Tra i deportati goriziani figura anche Ermanno Vites, la cui famiglia si è poi trasferita a Rimini; uno dei figli, Ermanno junior, è un noto artista. Negli elenchi spiccano poi i nomi di Licurgo Olivi, nato a Bagnolo di Piano (Reggio Emilia) nel 1897, e di Augusto Sverzutti, esponenti di punta del Comitato di Liberazione nazionale di Gorizia, entrambi fermamente contrari ai progetti annessionistici jugoslavi. Olivi era in vita nell’estate del 1948, quando era stato condotto assieme ad altri deportati nei pressi del valico italo-jugoslavo della Casa Rossa di Gorizia per uno scambio di prigionieri, poi non avvenuto. Lo attesta la dichiarazione scritta di un altro deportato reggiano, Francesco Freddi di Luzzara, rimpatriato nel 1950, in possesso della famiglia di Gino Morassi, noto commerciante di Gorizia che nel 1948 era assieme a Olivi in occasione del mancato scambio di prigionieri. Anche di Morassi si sono perse le tracce.

Aldo Viroli

Quando si svolgono i fatti Il dramma si accentua a guerra finita

L’Unione degli Istriani sta riproponendo, in versione aggiornata a cura di Giorgio Rustia, l’Albo d’Oro di Luigi Papo. Si tratta di una imponente pubblicazione con i nominativi di caduti e scomparsi sul Confine orientale. E’ uscita la parte relativa alla provincia di Trieste, che prima del Trattato di pace comprendeva anche comuni assegnati in gran parte alla Jugoslavia e altri inseriti nella provincia di Gorizia per effetto della creazione del Tlt, il Territorio libero di Trieste. Da tempo Storie e personaggi si occupa delle tormentate vicende accadute in quei territori anche perché tra le vittime accertate e i deportati a guerra finita nell’ex Jugoslavia, ci sono numerosi emiliano – romagnoli. Si tratta sia di civili che di appartenenti alle forze armate o dell’ordine. Di gran parte degli scomparsi non si conosce la sorte: alcuni hanno terminato la loro esistenza terrena nelle foibe, altri nei campi di concentramento. Da più parti viene chiesta la desecretazione degli atti relativi al Confine orientale, un provvedimento che darebbe qualche risposta su quelle tormentate vicende. Dalla consultazione degli interrogatori cui vennero sottoposti i deportati in Jugoslavia al momento del rimpatrio, si potrebbero ricavare notizie utili su chi purtroppo non ha fatto più ritorno.


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia