a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri


N. 928 – 25 Aprile 2015
   
Sommario

19 - Il Piccolo 21/04/15 Gli esuli a rischio processo per i rimborsi non dovuti (Gianpaolo Sarti)
20 - Il Piccolo 24/04/15 L’invito dalla minoranza: «A Pola nel 2017», celebrazioni per i 70 anni dall’inizio dell’esodo: la richiesta di Radin (gi.va.)
21 - Il Tempo 25/04/15  Mattarella scopre il sangue dei vinti. (Pietro De Leo)
22 - Secolo d'Italia 18/04/15 Se per il fisco italiano gli esuli istriani sono considerati "jugoslavi" (Gianluca Veneziani)
23 - La Repubblica Bologna 25/04/15 Revocata onorificenza a Paride Mori
24 - Il Piccolo 25/04/15 «Litorale, stop alla vignetta viola il Trattato di Osimo» (Mauro Manzin)
25 - Il Manifesto 19/04/15 Da Trieste all'Istria, una geografia sentimentale marcata
26 - East Journal 24/04/15  L’eccidio di Porzûs, la Resistenza spezzata
27 - Osservatorio Balcani 24/04/15 Armenia, 100 anni (Simone Zoppellaro)


_________          __________


19 - Il Piccolo 21/04/15 Gli esuli a rischio processo per i rimborsi non dovuti

Gli esuli a rischio processo per i rimborsi non dovuti

Le autorità slovene potrebbero non solo chiedere la restituzione dei soldi erogati ma anche avviare una causa legale che vedrebbe coinvolti 1.500-1.800 triestini

di Gianpaolo Sarti

Per gli esuli istriani residenti a Trieste che hanno chiesto e ottenuto denaro dal governo di Lubiana, come forma a quanto pare non dovuta di risarcimento per i danni subiti dal regime comunista, si profilano seri guai giudiziari. Le autorità slovene, secondo quanto si apprende, oltre a domandare la restituzione dei soldi erogati, potrebbero presto avviare una causa legale per reati riconducibili alla truffa e al falso in atto pubblico.

Hanno innescato una baraonda garantendo risarcimenti ai sensi di una legge della vicina Repubblica. Ma Lubiana nega e minaccia di chiedere indietro i soldi. A farne le spese almeno 1.500 istriani
Scatterebbe così un maxi processo con inevitabili strascichi politici che coinvolgerebbe tra i 1.500 e i 1.800 triestini, tanti quanti hanno intascato i fondi pubblici sloveni nell’ultimo anno e mezzo: migliaia di euro a famiglia, con cifre che in alcuni casi hanno toccato i 20-24mila euro a testa. Per un totale di 700mila euro, stando alle stime. È la polizia d’oltreconfine a indagare in queste settimane.

Il caso è scoppiato dopo le segnalazioni alla Digos partite dal presidente dell’Unione degli istriani Massimiliano Lacota, insospettito da alcuni racconti dei propri associati. Esuli, residenti a Trieste, che erano stati avvicinati da alcuni studi legali di Capodistria, Nova Gorica e Postumia con la promessa di poter beneficiare di una legge di Lubiana (la n. 70 del 2005) che effettivamente consente indennizzi per chi ha vissuto sulla propria pelle le ingiustizie perpetrate nel periodo di Tito.

Il ministero della Giustizia sloveno: «Nessun risarcimento dovuto agli italiani». Ma in 1500 hanno già ricevuto 700mila euro
Gli avvocati si sono serviti anche di badanti e donne di servizio che lavorano, o lavoravano, nelle case di questa gente. Hanno fatto loro da tramite. Tutto si è svolto nel segreto, negli appartamenti e nei bar. I soldi sono effettivamente arrivati a questi 1.500-1.800 triestini con un rapido passaparola che, dopo i primi bonifici autorizzati da Lubiana, ha invogliato chi, da anni, attende invano qualche riconoscimento per il proprio passato.

Ma nei giorni scorsi il ministero della Giustizia sloveno ha seccamente smentito la possibilità per i triestini di beneficiare dei fondi: i risarcimenti sono riservati agli sloveni. Ma già l’11 marzo il direttore generale del dicastero, Andreja Lang, con una lettera personale (protocollo 007-161/2012/41) aveva puntualizzato che, a riguardo, non risultano leggi a Lubiana a favore degli italiani «e una simile legge non è nemmeno in procinto di essere adottata», le sue parole. Si presume che gli avvocati abbiano fatto firmare a questa gente, per la gran parte anziani, documentazione non tradotta in italiano.

Moduli in cui gli esuli avrebbero dichiarato, imprudentemente, la cittadinanza oltreconfine. Forse con autocertificazioni. Di queste carte, al momento, non c’è traccia perché copie, curiosamente, non sono mai state rilasciate. È questo che la Policija sta cercando di appurare nell’indagine che si è aperta nelle ultime settimane, dopo le segnalazioni alla Digos di Trieste: il ruolo degli studi legali, cosa hanno fatto sottoscrivere ed eventuali complicità con la Commissione ministeriale che passa al setaccio le domande. Successive verifiche hanno confermato in buona sostanza tutti i lati oscuri di questa storia: non appena l’Unione degli istriani ha avuto sentore di cosa stava accadendo, ha proposto a cinque esuli di provare a fare domanda di indennizzo alla Commissione, in forma privata, attraverso la modulistica scaricabile via web.

Il ministero della Giustizia sloveno: «Nessun risarcimento dovuto agli italiani». Ma in 1500 hanno già ricevuto 700mila euro
Nulla da fare, richieste respinte: «Non ha diritto», si sono visti rispondere. Di questi, due si sono poi rivolti agli studi legali sloveni che hanno fatto da ponte con la Commissione slovena: nel giro di tre mesi è arrivato il bonifico. Possibile? Una vicenda che sta gettando nell’imbarazzo le rispettive ambasciate che proprio in questi giorni stanno preparando la visita in Slovenia del Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella.

Evitare «pericolose polemiche e non riproporre fantasmi del passato», avvertono le sedi diplomatiche in attesa di chiarimenti. Lacota, presidente dell’Unione degli istriani, sta meditando una denuncia internazionale a Bruxelles attraverso la figura del mediatore europeo


20 - Il Piccolo 24/04/15 L’invito dalla minoranza: «A Pola nel 2017», celebrazioni per i 70 anni dall’inizio dell’esodo: la richiesta di Radin

Celebrazioni per i 70 anni dall’inizio dell’esodo: la richiesta di Radin (Unione italiana) al capo dello Stato
L’invito dalla minoranza: «A Pola nel 2017»
ZAGABRIA È soddisfatta, la comunità italiana, alla fine dell’incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nella giornata di visita ufficiale al premier socialdemocratico Zoran Milanović e alla presidente Kolinda Grabar-Kitarović, il capo dello Stato si è intrattenuto nel pomeriggio anche con i rappresentanti della minoranza italiana in Croazia.
«Il presidente ci ha assicurato che vuole lavorare il più possibile in sinergia con noi, con quella che ha definito “l’avanguardia dell’amicizia tra Italia e Croazia”», afferma Furio Radin, presidente dell’Unione italiana (Ui) e deputato al Sabor, il parlamento di Zagabria. «Sarebbe stato un immenso piacere per tutta l’Ui e le sue 52 comunità ricevere il presidente in Istria, a Fiume e in Dalmazia», afferma Radin, comunque soddisfatto per il «rispetto» e l’«ammirazione» che il Capo dello Stato ha espresso nei confronti della minoranza italiana. Delle 52 comunità che oggi compongono l’Ui, 46 si trovano in Croazia e sei in Slovenia. Nel loro complesso raggruppano un totale di oltre 37mila iscritti (secondo i dati di qualche anno fa).
Anche se ieri l’incontro tra il capo di Stato e i rappresentanti dell’Ui si è svolto a Zagabria, le occasioni non mancheranno se si volesse organizzare una visita nelle regioni di residenza della comunità italiana. Tra due anni, nel 2017, l’Unione italiana organizzerà una grande manifestazione di ricordo e celebrazione a Pola in occasione del settantesimo anniversario dell’inizio dell’esodo degli Istriani, Fiumani e Dalmati. «Abbiamo invitato il capo di Stato a onorarci con la sua presenza - anticipa Radin - lui ci ha confidato di essere stato a Pola per l’ultima volta nel 1971, e che la città gli è piaciuta moltissimo». A detta dello stesso presidente dell’Ui Mattarella ha assicurato che «farà il possibile per prender parte» alla commemorazione del 1947 e che, in ogni caso, incontrerà presto i rappresentanti della minoranza.
Durante l’incontro, riferisce Radin, si è menzionato anche il Giorno del ricordo istituito proprio per ricordare, ogni 10 febbraio, la «tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe e dell’esodo». «Dalla Seconda guerra mondiale, oltre un milione di persone di diverse etnie hanno dovuto lasciare la Croazia - conclude Radin - e tra questi 350mila italiani». (gi.va.)


21 - Il Tempo 25/04/15  Mattarella scopre il sangue dei vinti.

Liberazione II Capo dello Stato intervistato da Ezio Mauro: «Vendette e violenze non devono essere nascoste»

Mattarella scopre il sangue dei vinti

Per il Presidente gli omicidi della Resistenza e le Foibe sono «casi gravi e inaccettabili»

Piazzale Loreto «Una barbarie l`esposizione dei corpi del Duce e di Claretta»

Pietro De Leo

Ebbene sì, il Presidente Sergio Mattarella, ieri, ha stupito. Due volte nella stessa occasione, l`intervista al direttore de la Repubblica Ezio Mauro. Uno aspetta per settimane, di fronte ad un governo che per fai passare l`Italicum fa strame delle Camere, che il garante della Costituzione dica qualcosa in merito, magari per mettere le baldanze renziane sul binario giusto. E invece, alla prima intervista a un quotidiano, il titolo in prima è su «Il 25 aprile patrimonio di tutto il Paese». Primo stupore. Oltretutto trattasi di un`ovvietà buona senz`altro per la seconda metà del Novecento, ma oggi, forse un po` meno, almeno stando al sondaggio Ixè secondo i] quale «il 58% degli italiani non considera più attuali i valori della Resistenza». Al di là del titolo, l`intervista si snoda senza sobbalzi; allaprolissità autocompiaciuta delle domande
(costante dell`Olimpo de la Repubblica, basti ricordare lo storico colloquio tra il Papa dell`Io, Eugenio Scalfari, e il suo collega Papa Francesco) corrispondono risposte senza nulla di nuovo. Cose così vere da essere state sentite mille volte, tipo: «i morti delle Ardeatine è come se ci ammonissero continuamente, ricordandoci che mai si può abbassare la guardia della difesa strenua dei diritti dell`uomo». Poi, però, arriva il guizzo. L`assist lo offre Ezio Mauro, con una domanda sulle violenze e le vendette, altro lato della Resistenza, e sulla tragedia delle Foibe. «Si tratta di casi gravi, inaccettabili e che non vanno nascosti», ha risposto Mattarella. «L`esposizione del corpo di Mussolini, di Claretta Petacci e degli altri gerarchi fucilati (...) la considero un episodio barbaro e disumano». Secondo stupore. Ma stavolta in positivo. Perché si tratta di un` ap er - tura a quel percorso di allargamento della memoria storica che questo Paese non è mai riuscito a intraprendere. Tra libri censurati e simbologia a senso unico, oggi il 25 aprile si è ridotto all` 1 1 Settembre dell`Unità Nazionale, quella vera, che non lascia fuori nessuno dal recinto della storia. Una sola stonatura, nel ragionamento del Presidente. Egli afferma che, mentre le efferatezze di uomini della Resistenza furono una «deviazione dagli ideali originari dellaResistenza stessa», nel caso del nazifascismo gli abomini sono lo sbocco naturale di un`ideologia totalitaria. Piano. Come scrive Giampaolo Pansa («La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti»), i comunisti della Resistenza intendevano la lotta come «il primo tempo di un passaggio storico: fare dell`Italia uscita dalla guerra una democrazia popolare schierata con l`Unione Sovietica». Quindi tifavano, anche loro, per il totalitarismo. Sarebbe ora, forse, di riconoscere anche questo.



22 - Secolo d'Italia 18/04/15 Se per il fisco italiano gli esuli istriani sono considerati "jugoslavi"
Se per il fisco italiano gli esuli istriani sono considerati “jugoslavi”


Ora ci mancava quest’altra mazzata. Dopo la storia, la storiografia e la giustizia, ci si è messo anche il fisco a bastonare gli esuli istriani, giuliani e dalmati, reputandoli «non italiani». Come denuncia Il Piccolo di Trieste, nel nuovo modulo online precompilato del 730 i nati nelle terre del Nord-est passate a fine guerra sotto il regime di Tito, risultano formalmente nati in Jugoslavia: una distorsione non soltanto storica, ma anche giuridica, visto che dal 1989 (non a caso, anno di fine Guerra Fredda) è in vigore una legge (n.54/89) che prevede che tutti gli esuli siano considerati dalle istituzioni come nati in Italia; e che «tutte le amministrazioni dello Stato, nei documenti rilasciati a cittadini italiani nati nei territori poi ceduti ad altri Stati, hanno l’obbligo di riportare unicamente il nome italiano del Comune, senza alcun riferimento allo Stato cui attualmente appartiene».
Per gli esuli istriani un altro schiaffo Il dettato della legge, purtroppo, viene però smentito dalla prassi e così si verificano casi come quello del signor Pietro Valente, nato a Capodistria nel 1937 e che «secondo il nuovo 730 è nato in Iugoslavia, per di più con la I al posto della J (la scrittura “Iugoslavia” è infatti slovena, ndr); per sua moglie, nata a Cherso, Comune del Quarnero, prima della guerra, stessa storia. Ironia vuole peraltro che i due risultino nati in uno Stato che oggi non esiste più, la Jugoslavia appunto.


Ma sono numerosissimi i casi simili a quelli della famiglia Valente, come denuncia l’Unione istriana degli esuli che ha ricevuto diverse lamentele e ora, tramite il suo presidente Massimiliano Dacota, definisce «la vicenda
scandalosa: l’Agenzia delle entrate pesca in archivi vecchi, riportandoci indietro di vent’anni».
Dietro i disguidi burocratici, ci sono infatti le ferite della storia e la consapevolezza di sentirsi ancora apolidi, dopo essere stati cacciati dalla terra natia e poi esiliati in altre regioni italiane, che a lungo hanno faticato ad accogliere chi, a torto, veniva considerato “un fascista compromesso col regime”. Concedere un pezzo di carta o un documento digitale che attesti l’identità italiana degli esuli significherebbe quindi non solo rendere giustizia al passato, ma anche restituire un po’ di dignità a chi ha sofferto la perdita della propria terra, della propria casa e della propria nazione. E ancora oggi, quasi villanamente, viene sbeffeggiato dallo Stato italiano, sentendosi dare, in modo offensivo, dello «jugoslavo».
Gianluca Veneziani


23 - La Repubblica Bologna 25/04/15 Revocata onorificenza a Paride Mori
Palazzo Chigi revoca l`onorificenza al repubblichino ucciso dai partigiani

BOLOGNA. La Presidenza del Consiglio ha deciso di revocare l`onorificenza come martire delle foibe attribuita al parmense Paride Mori, capitano dei bersaglieri e repubblichino ucciso dai partigiani di Tito nell`inverno `44 nella valle dell`Isonzo.11 riconoscimento gli era stato attribuito in occasione della "Giornata del ricordo" il 10 febbraio nel corso della cerimonia alla Camera dei deputati che si tiene annualmente. La reazione del mondo antifascista e di alcuni deputati di Pd e Sel ( Patrizia Maestri, Giuseppe Romanini e Giovanni Paglia) nonché del presidente nazionale Anpi Carlo Smuraglia, ha portato la commissione esaminatrice a rivedere la decisione e successivamente a proporre la revoca dell`onorificenza, ipotesi appoggiata dalla presidenza del Consiglio e dal ministro Graziano Delrio.




24 - Il Piccolo 25/04/15 «Litorale, stop alla vignetta viola il Trattato di Osimo»
I sindaci di Isola, Pirano e Capodistria di nuovo in pressing su Lubiana
contro il pagamento del pedaggio per il traforo del monte San Marco

«Litorale, stop alla vignetta viola il Trattato di Osimo»

di Mauro Manzin

TRIESTE Arrabbiati è dire poco. E adesso i sindaci dei tre Comuni del Litorale sloveno, ossia Capodistria, Isola e Pirano vanno al contrattacco e chiedono al governo di Lubiana che rispetti gli accordi presi all’inizio dei lavori del traforo del monte San Marco. In questa direzione si è mosso il
consiglio comunale di Isola che ha dato mandato al suo sindaco, Igor Kolenc e a quello di Capodistria, Boris Popovi„ e a quello di Pirano, Peter Bossman di pretendere dallo Stato il rispetto degli accordi chiedendo che la strada costiera che collega attualmente Capodistria e Isola venga ceduta in proprietà ai due comuni e che venga tolto il pedaggio della vignetta lungo il tratto autostradale sloveno che da Scoffie va in direzione del confine con la Croazia e questo anche per il pieno rispetto del Trattato di Osimo sottoscritto nel 1975 dall’Italia e dall’allora Jugoslavia ma di cui la Slovenia si è fatta carico al momento della proclamazione dell’indipendenza.

Ma qual è il punto di questo trattato internazionale che viene chiamato in causa? Secondo il consigliere del Comune di Isola, Igor Franca della Smc, il partito del premier Miro Cerar e riportato dalle Primorske Novice, la normativa slovena che introduce le vignette è in contrasto con l’articolo 5 del Trattato di Osimo in cui si legge che i due Paesi attueranno tutte le soluzioni per il miglioramento del traffico nelle aree di confine, soprattutto nelle zone di forte interesse turistico, e troveranno accordi per ulteriori sviluppi. Secondo questa logica, dunque, Italia e Slovenia, prima dell’imposizione della vignetta, avrebbero dovuto raggiungere un accordo bilaterale. E proprio il Trattato di Osimo venne a suo tempo evocato anche dall’allora sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza quando l’Anas paventò l’idea di far pagare il transito anche lungo la Grande viabilità e cioà dal Lisert verso Trieste. La paura più che fondata dei sindaci del Litorale è che se anche il tratto di transito oltre il traforo San Marco sarà a pagamento tutto il traffico veicolare si riverserà sulla stretta e tortuosa arteria litoranea tra Capodistria e Isola, soprattutto ne periodo estivo creando pesanti intasamenti. In più ci sono già dei progetti, peraltro sostenuti anche dal governo di Lubiana, di trasformare la suddetta arteria in una sorta di area pedonale, a disposizione dei bagnanti e dei
cicloamatori.




25 - Il Manifesto 19/04/15 Da Trieste all'Istria, una geografia sentimentale marcata
Da Trieste all'Istria, una geografia sentimentale marcata

Il rito degli anniversari riserva talvolta buone sorprese. A cinquanta anni dalla scomparsa, ritorna visibile, con un imponente volume, Pier Antonio Quarantotti Gambini, istriano e triestino (Opere scelte, a cura e con una bella introduzione di Mauro Covacich, Bompiani, pp. XLIV-1505, euro 35,00). Il volume comprende alcuni tra i titoli migliori dello scrittore: i romanzi e racconti L'onda dell'incrociatore, Amor militare, Il cavallo Tripoli, I giochi di Norma; le memorie politiche e civili di Primavera a Trieste; gli scritti di viaggio Sotto il cielo di Russia e Neve a Manhattan, il carteggio con Saba.
Quarantotti, poi improvvisamente scomparso, pensò a un certo punto di organizzare le sue opere narrative in un ciclo unitario, Gli anni ciechi, polittico che sempre ha sullo sfondo i territori intorno a Pola, così descritti da Fulvio Tomizza in Alle spalle di Trieste: «un'Istria marcatamente e forse pomposamente veneta, che in un certo senso mi esclude e che sento appartenere di diritto al suo vero cantore, Pier Antonio Quarantotti Gambini, ma anche al Giani Stuparich di Racconti istriani». Né vanno trascurati due brevi quanto intensi riferimenti di Tomizza ai territori del nostro cantore: «Ciò non significa che io non ami quel dono di Dio che si chiama Rovigno, o mi senta estraneo ai pia­nori di terra bianca e pietra gialla sopra Capodistria». L'Istria «quasi anonima» prediletta da Tomizza è amata perché sembra «meno condizionata dalla storia»; l'Istria di Quarantotti Gambini fu, al contrario, tanto intrisa di storia da strariparne. Quei luoghi furono per Quarantotti Gambini una radice biografica e poi un modo di rappresentazione dove sembrava di poter scorgere, come in scor­cio, lo svolgersi del tempo - un ampio arco di Novecento - nello spazio, che è sempre l'arte del rac­contare secondo il ritmo della vita. Una nota d'autore aggiungeva alla data di nascita, nel 1910: a Pisino d'Istria, «città italiana che il trattato di pace attribuisce alla Jugoslavia, da Giovanni e Fides Histriae Gambini”.

I due punti di riferimento di Quarantotti Gambini, Trieste e l'Istria, si trovano ad attirare e a raggru­ppare i suoi titoli, a partire dalla mitica Semedella, che inaugura come luogo perduto e affetti­vamente ritrovato il ciclo degli Anni ciechi - fino alla meravigliosa, elegantissima rassegna di luoghi, paesaggi e personaggi consegnata a Luce di Trieste. Lo struggimento e l'ansia del confine sono recati in Quarantotti Gambini da una scrittura di grande calma sotto la quale agisce una febbre almeno di stessa grandezza. Quando comincia il racconto di Gli anni ciechi, l'Istria sta nell'Impero austro-ungarico; poi sono, dal '18 al '43, venticinque anni di Italia; dal '43 al '45 avamposto della Germania hitleriana sull'Adriatico: poi terra titina e jugoslava, con Trieste che diventa confine, lembo ultimo di un territorio perduto, e con Capodistria diventata irraggiungibile.
Paolo de Brionesi Amidei, protagonista degli Anni ciechi, si imbarca a Venezia, passa per Trieste e fa crociera verso l'Istria. E guardando Capodistria lontana e sola da bordo del «Valmarino», comincia a ripercorrere, nel ricordo di geografia e storia, il Novecento di quelle terre. Si vorrebbe dire che, attraverso Paolo e gli anni di cecità della sua infanzia e adolescenza, Quarantotti Gambini ha accolto la storia di quelle terre e ne ha infisse le radici come in un vaso più antico. Se si dà un'occhiata alla cartina dell'Istria, scorrendo con gli occhi e scendendo da Trieste verso la punta della penisola, verso Pola, giusto prima delle isole Brioni che danno l'origine onomastica al protagonista degli Anni ciechi, si incontra Rovigno, il segno più certo dell'accoglienza della storia come luogo di civiltà e di umano sentire sul quale si posa la vicenda di Paolo. L'intreccio con la storia, così sempre urgente, Quarantotti Gambini lo ha ricostruito nella premessa a Primavera a Trieste: «L'autore di questo libro - come tutti i suoi conterranei sopra i trent'anni - è nato sotto una dominazione straniera: quella dell'impero austro-ungarico. Ha poi conosciuto, alla fine della prima guerra europea e dopo un breve periodo di governo liberale, vent'anni di fascismo. Più tardi, durante la seconda guerra europea, ha sperimentato la dittatura nazista (che nella Venezia Giulia, quasi annessa al Reich sotto l'autorità semisovrana di un Oberkommissar e Gauleiter, premette in modo particolare); e a guerra finita, nel maggio '45, ha dovuto subire la dittatura comunista del maresciallo Tito. Oggi infine (se è possibile dire infine) egli è cittadino del Territorio Libero di Trieste, e precisamente di quella Zona A ch'è amministrata dagli angloamericani. In meno di sei lustri, fra guerre e paci: austriaci, italiani, germ­anici, jugoslavi, neozelandesi, inglesi, americani; e liberali, fascisti, nazisti, comunisti. Sembra che l'ago di una bussola impazzita abbia voluto segnare, a una a una, tutte le direzioni della rosa dei venti: Vienna, Roma, Berlino, Belgrado, Londra e Washington, e proprio nei momenti politicamente più critici per ognuna di queste capitali. Basta rilevare ciò - forse - per esprimere il drammatico destino di Trieste e dell'intera regione che sta fra l'Isonzo, le Alpi Giulie e il Quarnaro». La prim­avera di cui si parla va dal 29 aprile al 12 giugno del '45, «un periodo in cui converse fatalmente, aggrovigliandosi in un nodo mostruoso, quanto di più crudele era andato maturando da decenni». Da quelle settimane Trieste diventa «una specie di teatro lillipuziano, su cui molti si agitano illudendosi di recitare alla ribalta del mondo»: un teatro sul cui fondo sta l'immagine incancellabile, ferma nel ricordo, delle «folle attonite che fluivano incessantemente per le sue vie». Né, negli Anni ciechi, si omette testimonianza sulle foibe.
Per Quarantotti Gambini le sue terre furono dunque storia. E letteratura, molta letteratura, come si sa a partire da Il vecchio e il giovane, l'epistolario con Saba. E se si può pensare che Sotto il cielo di Russia si presentasse come l'occasione di rasserenare il rapporto con l'anima slava, nell'intervista a Gian Antonio Cibotto, «Quarantotti Gambini, 'un italiano sbagliato'», lo scrittore, parlando del quid che unisce certi autori giuliani, ne rilevava le caratteristiche anche dalla presenza slava nel «ceppo neolatino»: una presenza temperamentale, per la quale sarà bene tener davanti il riscontro del viag­gio russo. Ma sarebbe fuorviante considerare una genealogia unicamente giuliana, così attento Qua­rantotti Gambini fu alla varia cultura letteraria dei suoi giorni.
Ciò che, finita l'infantile cecità, vede Paolo adulto non è diverso da ciò che vide l'autore e che ci viene riferito da Primavera a Trieste alla data 27 maggio 1945: «Ecco l'Istria laggiù, lieve e sfumata sul mare. Lì dentro, in mezzo a quei promontori verdi, è Capodistria; lì fuori su quella punta è Pirano, piccola chiara appena visibile sopra la lieve foschia estiva, col campanile che luccica nel sole. E più giù, invisibili ma vive in me, Parenzo con la sua basilica; e Rovigno cui mi legano tanti secoli di vita patrizia e marinara della mia famiglia paterna; ed Albona tutta di sasso, spalto d'Italia sul Quarnaro; e Pisino nell'interno, la mia cittadina natale»; guardare queste terre è pensare a chi vi abitò. Quel nonno degli Anni ciechi per esempio, quel Gambini «che conosceva l'Istria, la 'provincia', come il palmo della propria mano» (il lettore se n'è accorto, la lingua italiana è in Pier Antonio sempre piena di luce).




26 - East Journal 24/04/15  L’eccidio di Porzûs, la Resistenza spezzata
L’eccidio di Porzûs, la Resistenza spezzata

Diciassette partigiani, membri delle Brigate Osoppo, furono fucilati da altri partigiani, in prevalenza garibaldini, nei pressi dell'alpeggio di Porzûs, in Friuli. E' forse l'evento più controverso di tutta la guerra partigiana combattuta sul suolo italiano e, ancora oggi, è motivo di scontro e strumentalizzazioni politiche.
La guerra partigiana ha visto tragedie che non esauriscono la loro carica emotiva e dividono, anziché unire, le memorie di quell'evento fondamentale nella storia italiana che fu la Resistenza al nazifascismo. Alcuni lo definiscono come un "secondo Risorgimento" combattuto da una élite, ma assai particolare. Non una élite di censo, ma di dignità, composta da studenti, operai, soldati, professori, avvocati, sbandati e qualche farabutto. I soliti "mille" che tengono in piedi l'Italia quando è necessario. Quel "Risorgimento" ebbe giocoforza anche un carattere nazionale e patriottico che, nelle regioni nord-orientali dell'allora territorio italiano, diede luogo a peculiari tensioni che sono all'origine di eventi come l'eccidio di Porzûs.
Siamo nel febbraio del 1945, la guerra sta finendo. Ci troviamo nella "Slavia friulana", terra da secoli abitata da genti slave ma annessa all'Italia fin dai tempi della Repubblica di Venezia. La località di Porzûs si trova oggi nel Friuli orientale, nelle Valli del Torre. All'epoca però la regione era contesa. Vi operavano infatti diverse formazioni partigiane: quelle garibaldine, formate soprattutto da gappisti appartenenti al partito comunista italiano; quelle jugoslave, in particolare gli sloveni del IX Korpus, fortemente organizzati e inseriti all'interno dell'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia; e quelle "verdi" che raccoglievano cattolici, socialisti e azionisti. Queste ultime si erano organizzate nelle Brigate Osoppo, formatesi già il 12 settembre del 1943, a soli quattro giorni dall'armistizio. Il nome scelto richiamava la località di Osoppo che durante i moti risorgimentali del 1848 resistette per ben sette mesi agli austriaci e al momento della resa ebbe l'onore delle armi dallo stesso avversario e fu insignita della medaglia d'oro al valor militare. Fin dal nome i partigiani "osovani" vollero sottolineare come la loro lotta fosse anche una lotta nazionale, legata ai destini della patria, in opposizione ai desideri di espansione territoriale jugoslavi e alle istanze socialiste rivoluzionarie dei garibaldini.
Le formazioni garibaldine intendevano procedere a una rivoluzione sociale di tipo marxista che fosse avulsa dal retaggio nazionale e nazionalista. Tuttavia fino al 1944 le formazioni osovane e garibaldine collaborarono realizzando un comando unificato. Fu poi l'offensiva tedesca a spezzare l'unità e l'inserimento dei partigiani jugoslavi complicò la situazione. Il PCI, congiuntamente al Partito comunista jugoslavo, si dichiarò a favore dell'autodeterminazione degli slavi residenti in Friuli financo alla secessione dall'Italia poiché l'obiettivo era la "liberazione dagli stati imperialistici che sono l'Italia, la Jugoslavia e l'Austria", nel contempo affermando che "chi non lavora e non lotta per realizzare questa linea politica non è un comunista, ma un opportunista contro il quale si deve combattere".
Una posizione condivisa da parte jugoslava. In una nota lettera inviata alla direzione del PCI Alta Italia, Edvard Kardelj, dirigente comunista sloveno e collaboratore di Tito, scriveva che occorreva "fare un repulisti" di quelle unità partigiane in cui "lo spirito imperialistico italiano potrebbe essere camuffato da falsi democratici". In un passaggio ci si riferisce alla Osoppo che, di quello spirito, sembra essere pervasa in quanto "sotto una forte influenza di diversi ufficiali badogliani e politicamente guidata dai seguaci del Partito d'Azione". Nella stessa missiva si confermava il desiderio di vedere l'intera regione passare nella nuova Jugoslavia socialista.
Queste dunque le posizioni in campo e le relative aspirazioni e ideologie. I fatti di Porzûs si inseriscono in questo complesso quadro nel quale controllo del territorio, prestigio delle diverse formazioni partigiane, obiettivi politici immediati e futuri diversi, contribuirono a far crescere la tensione all'interno del fronte partigiano via via che la fine della guerra - e quindi i nodi da venire al pettine - si avvicinavano.
Ci fu però un fatto a scatenare la tragedia. E qui seguiamo la ricostruzione dei fatti proposta dall''ANPI. Nell'inverno '44 - '45 si intrecciano una serie di colloqui clandestini tra la direzione dell'Osoppo, che aveva rifiutato di inquadrarsi nelle formazioni titine, e il comando delle SS tedesche e  - almeno in un caso -  tra l'Osoppo e la X MAS di Junio Valerio Borghese, con l'intento da parte fascista e nazista di costituire un fronte contro l'avanzante "slavocomunismo" - e almeno retrospettivamente, da parte dell'Osoppo, con l'intento di raggiungere un'accordo dopo le feroci rappresaglie naziste che nel settembre 1944 colpirono duramente la popolazione innocente.
Agendo in questo modo le formazioni Osoppo ricaddero sotto l'ordinanza del CVL, il Comando Volontari della Libertà riconosciuto dal governo Badoglio e dagli alleati, che aveva il compito di coordinare la guerra partigiana nell'Alta Italia. L'ordinanza del CVL qualificava come "tradimento" - e questo in tempo di guerra equivale alla fucilazione - ogni trattativa con il nemico (direttiva ripresa dal CVL del Triveneto nel novembre 1944). Tali trattative, tuttavia, non giunsero a nessuna conclusione e in nessun caso le Brigate Osoppo collaborarono con i nazifascisti. Ma il sospetto bastò.
Fu così che il 7 febbraio del '45 un centinaio di partigiani garibaldini, capeggiati dal gappista comunista Mario Toffanin, detto "Giacca", salirono al quartier generale della Brigata Osoppo. Qui disarmarono il comandante Francesco De Gregori e lo uccisero insieme al commissario politico del Partito d'Azione e fecero prigionieri altri 16 osovani, tra cui Guido Pasolini ("Ermes"), fratello dello scrittore Pier Paolo. Nei giorni seguenti, dopo sommari processi, li fucilarono. Chi furono i mandanti di quell'azione è ancora oggi dubbio, forse il PCI udinese (una delle ipotesi più probabili), forse quello milanese, forse i comandi jugoslavi, forse avvenne con il benestare di entrambi mentre per alcuni Toffanin era un agente tedesco, per altri uno che agì di testa sua. Sappiamo solo che Toffanin fuggì in Jugoslavia e non fece mai più ritorno in Italia, dove era stato condannato all'ergastolo per l'eccidio e poi, nel 1972, graziato. Quel che è certo è che Toffanin e i suoi agirono senza un mandato del CLN. I processi intentati dopo la guerra non portarono a una verità risolutrice e furono in parte influenzati dal clima politico del periodo. Ancora oggi gli storici sono divisi sulle reali responsabilità di quei fatti. Alcune ombre recenti si sono poi andate a sommare con quelle più vecchia, creando un nodo inestricabile di dietrologie e teorie del complotto, come quelle su Gladio, un'organizzazione anticomunista di tipo stay-behind legata alla NATO, a cui aderì un numero imprecisato di ex partigiani della Osoppo.
A settant'anni dai quei fatti resta solo la certezza delle morti e degli esecutori. Dal 2008 Porzûs è monumento nazionale e dal 2009 anche l'ANPI - di cui i reduci della Osoppo non fanno parte - partecipa alla cerimonia che ogni anno si tiene all'alpeggio di Porzûs. Nel 2012 l'allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, pose una targa in memoria dell'accaduto dichiarando: "Le ragioni, quelle palesi e quelle occulte, per le quali dei partigiani garibaldini, membri di una formazione legata al Partito Comunista Italiano, uccisero altri partigiani, della formazione Osoppo, ci paiono oggi incomprensibili, tanto sono lontane l’asprezza e la ferocia degli scontri di quegli anni e la durezza di visioni ideologicamente totalitarie. Ne fu certo questo - occorre ribadirlo con forza - il carattere fondamentale della Resistenza italiana, che seppe mantenere uno spirito unitario e condusse con comune impegno la lotta contro il nazismo ed il fascismo repubblichino”. A  Porzûs la lotta di Resistenza fu spezzata. Ma quell'evento, unico e terribile, lo possiamo oggi ricordare proprio perché forti e consapevoli del carattere unitario della guerra partigiana.
---
NOTA: Sull'eccidio di Porzûs è stato girato nel 1997 un film, discusso e discutibile, dal titolo Porzûs. Acquistato dalla RAI è stato trasmesso solo molti anni dopo su Rai Movie. Più interessante è invece la puntata de Il tempo e la storia, con lo storico Raoul Pupo. Dal canto suo Pupo, che è docente di storia contemporanea a Trieste, è accusato dai suoi detrattori di essere "anticomunista e antijugoslavista". Segno di quanto, anche in ambito accademico, questi temi siano ancora oggetto di controversie.



27 - Osservatorio Balcani 24/04/15 Armenia, 100 anni
Armenia, 100 anni

Simone Zoppellaro

Yerevan

24 aprile 2015
 
Ieri sera a Yerevan sono iniziate le commemorazioni del centenario del genocidio armeno. L’arrivo delle delegazioni internazionali, il concerto dei System of a Down, la speranza del riconoscimento
Immaginate di vivere in un mondo in cui l’Olocausto sia stato negato per cento anni dal paese che ne eredita la responsabilità morale e storica. Immaginate che i sopravvissuti e i loro discendenti abbiano perso ogni diritto su quel paese: le loro case, i luoghi di culto, le proprietà – tutto perduto. Ora, immaginate che molti altri paesi nel mondo portino avanti lo stesso negazionismo, rinnegando la verità della storia per una mera convenienza politica o economica. Purtroppo, non si tratta di fantascienza, ma del mondo in cui viviamo noi tutti, se si considera al posto della Shoah il suo predecessore e l’evento ad essa più prossimo: il genocidio armeno.
Cento rintocchi di campana hanno risuonato ieri in Armenia, a Gerusalemme e in altre città del mondo alle 19:15. Un gesto simbolico, compiuto in religioso silenzio, per ricordare i tragici eventi del 1915. Una tragedia che qui a Yerevan non è parte di un passato lontano, ma un incubo destinato a ripetersi nel corpo e nella mente dei discendenti fino a che la memoria di quelle vittime non troverà pace.
E di pace, in terra d’Armenia, se ne vede ancora pochissima. Piegata da una miseria sempre più feroce e invadente, approdo di migliaia di profughi giunti qui per miracolo dalla Siria, e infine stremata da una guerra – quella per il Nagorno Karabakh – che dopo vent’anni dal cessate il fuoco pare sempre più lontana dal trovare una soluzione, l’Armenia lotta ogni giorno per la sua sopravvivenza. Anche per questo – perché la tragedia è ancora oggi il pane quotidiano di questa gente – il genocidio non pare una cosa remota, qui ai piedi dell’Ararat.
Mentre si susseguono gli arrivi all’aeroporto di Yerevan, dal cantante Charles Aznavour a diversi capi di stato come Putin, Hollande, il presidente serbo e il suo omologo di Cipro, sale l’aspettativa nel cuore di molti cittadini armeni. Che questa sia la volta buona, sembrano dire, che si rompa una volta per tutte l’indifferenza e l’isolamento a cui questa giovane repubblica dal cuore antico pare condannata da un crudele destino.
 
E allora il simbolo scelto per questa commemorazione, un fiore dal nome simbolico, il non-ti-scordar-di-me, assume quasi una seconda valenza. Un fiore che in questi giorni si vede ovunque a Yerevan, dai cartelloni disseminati nelle strade cittadine, fino alle spille sulle giacche e alle magliette, e finanche sul palco del concerto dove si sono esibiti – la sera del 23 aprile – i System of a Down. Ebbene, questo fiore viola ci invita non solo a meditare sul passato e sulle vittime, ma anche a ricordarci che la tragedia è ancora in corso, e pare lontana dal trovare un epilogo.
Quei cento rintocchi di campana giungevano al termine di un’importante cerimonia tenutasi ieri a Echmiadzin, il centro storico e spirituale della chiesa apostolica armena. Si è trattato del primo degli eventi in programma che marcano fra il 23 e il 24 aprile il culmine del centenario del genocidio. Quanto è avvenuto, alla presenza del presidente della repubblica armena Sargsyan e del catholicos Karekin II, padre spirituale della chiesa apostolica, è stata la canonizzazione del milione e mezzo di vittime del genocidio compiuto un secolo fa. Una cerimonia di due ore e mezza che si è conclusa nel momento in cui, un secolo fa esatto, ebbe inizio il genocidio degli armeni nell’impero ottomano.
Fu proprio nella notte fra il 23 e il 24 aprile del 1915 che il piano di sterminio ordito dai triumviri Mehmed Talaat Pascià, Ahmed Gemal e Ismail Enver iniziò la sua tragica messa in atto. Obiettivo primo di quella notte furono gli intellettuali, i leader politici e spirituali armeni dell’Impero ottomano, arrestati e in seguito deportati, e nella quasi totalità uccisi. A ulteriore testimonianza di un’attenta pianificazione dello sterminio che sarebbe seguito, i Giovani turchi miravano così a soffocare sul nascere ogni possibile resistenza all’attuazione del genocidio.
Dopo la cerimonia di canonizzazione, la commemorazione è proseguita a Yerevan con un altro evento molto sentito dalla gente, e che ha trovato – nonostante la pioggia incessante – una notevole partecipazione di pubblico. Ci riferiamo al concerto dei System of a Down, la band armeno-californiana capitanata da Serj Tankian che si è esibita alle nove nella centralissima piazza della Repubblica.
Un concerto bello e coinvolgente, in cui non sono mancati spunti di riflessione su quel tragico passato e anche sull’attualità politica dell’Armenia. Si è trattata della prima esibizione della band a Yerevan, e per molti nel paese anche del primo grande evento di questo tipo. Che non si trattasse solo di rock’n’roll, è stato reso subito evidente anche dalla maglietta indossata dal batterista John Dolmayan: “Our wounds are still open” (“Le nostre ferite sono ancora aperte”), con chiaro riferimento al mancato riconoscimento del genocidio da parte di paesi quali la Turchia e gli Stati Uniti.
Il culmine emotivo del concerto si è toccato con il discorso dal palco del vocalist Serj Tankian. Un discorso denso e destinato a lasciare il segno, che dimostra ancora una volta l’impegno politico portato avanti su molti fronti dalla band in questi anni.
Dal palco, il vocalist – da sempre impegnato nel dialogo e nella riconciliazione – ha raccontato come sua nonna fu salvata da un turco, e come il governo turco di oggi dovrebbe considerare come eroi uomini come questi. Il nonno, invece, vide a cinque anni la morte del padre, e divenne cieco a causa degli stenti. Dopo un appello alla Turchia e agli USA perché riconoscano come genocidio quanto avvenuto un secolo fa, non è mancata una critica alla Russia e anche al governo di Yerevan, responsabile – a detta di Tankian – per la mancanza di uguaglianza sociale e la continua emigrazione all’estero dei suoi cittadini.
Attorno al palco, gli onnipresenti non-ti-scordar-di-me. E la speranza nostra è proprio questa: che ricordo degli orrori di ieri serva soprattutto, scolpito per sempre nelle nostra memoria, a prevenire quelli di oggi e di domani.

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia