a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri


N. 929 – 16 Maggio 2015
    
Sommario


28 - Mailing List Histria Notizie 31/05/15 - Parenzo: Premiazioni XIII Concorso Letterario Internazionale Mailing List Histria
29 - L'Arena di Pola 10/05/15 Il presidente Mattarella visita Slovenia e Croazia
30 - Il Piccolo 13/05/15 Cristicchi "triestino". Ma l'aula si spacca (Giovanni Tomasin)
31 - La Voce del Popolo 05/05/15 Trieste: Premio Tomizza a Simone Cristicchi
32 - Avvenire 14/05/15  Noi italiani in Montenegro (Lucia Bellaspiga)
33 - Avvenire 14/05/15 Da Trieste un ponte di fratellanza (Lucia Bellaspiga)
34 - Il Piccolo 06/05/15 L'Intervento di Codarin e Braico - 1.o Maggio, enti e organizzatori si dissocino dai nostalgici titini
35 - Il Piccolo 01/05/15 Trieste - Museo istriano al traguardo (Giovanni Tomasin)
36 - La Voce del Popolo 09/05/15 - Dignano: «La mia casita» tra passato e futuro (Carlo Rotta)
37 - Il Piccolo 03/05/15 Gorizia - Lapidario imbrattato, Romoli attacca l'Anpi (Francesco Fain)
38 - Il Piccolo 05/05/15 L'inarrestabile emorragia di goriziani (Francesco Fain)
39 - Corriere della Sera 13/05/15 Lettere a Sergio Romano - Il ricordo dei dittatori da Tito a Francisco Franco (Piero Campomenosi)

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28 - Mailing List Histria Notizie 31/05/15 - Parenzo: Premiazioni XIII Concorso Letterario Internazionale Mailing List Histria
Parenzo: Premiazioni XIII Concorso Letterario Internazionale Mailing List Histria
LA MAILING LIST HISTRIA è lieta di invitarvi alla cerimonia di premiazione del XIII Concorso Letterario Internazionale che si terrà a Parenzo il 31 maggio 2015
Programma
Ore 10,30  Inizio cerimonia presso il Teatro Cittadino, Piazza del Popolo 1 (Narodni trg 1)
Esibizione e recita dei bambini della locale scuola elementare italiana "Bernardo Parentin"
Saluto della vicesindaco della Città di Parenzo, Nadia Štifanić-Dobrilović
Saluto della vicepresidente della Regione Istriana, Viviana Benussi
Saluto del Presidente della Comunità degli italiani di Parenzo, Graziano Musizza
Interventi degli illustri ospiti
Cerimonia di premiazione
Chiusura lavori


29 - L'Arena di Pola 10/05/15 Il presidente Mattarella visita Slovenia e Croazia

Il presidente Mattarella visita Slovenia e Croazia

Il presidente Mattarella visita Slovenia e Croazia Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha compiuto una visita di stato in Slovenia e Croazia. Nella mattinata del 22 aprile è giunto a Lubiana, dove è stato accolto dal suo omologo sloveno Borut Pahor nella Piazza del Congresso, presente un cospicuo pubblico con tante bandierine di plastica slovene e italiane. Dopo i rispettivi inni nazionali, gli onori alla bandiera e il passaggio in rassegna del picchetto d’onore, Mattarella si è avvicinato ai numerosissimi alunni della Scuola elementare italiana “Dante Alighieri” di Isola e dell’Asilo “L’Aquilone”, già ricevuti da Pahor. Uno di loro, uscendo dalla fila, ha porto ai due presidenti un pacchetto bianco con dentro un ramoscello dell’ulivo piantato nel giardino davanti alla scuola isolana dai presidenti Oscar Luigi Scalfaro e Milan KuÄ?an il 24 gennaio 1998 in segno di pace. Poco dopo i due capi di Stato hanno avuto nel palazzo presidenziale un cordiale colloquio, poi allargato alle delegazioni ufficiali.
Tra Italia e Slovenia vicinanza e amicizia Nel successivo punto stampa Pahor ha rimarcato la vicinanza e l’amicizia tra i due paesi. «Speriamo – ha detto – che il vertice europeo straordinario decida che i migranti siano divisi tra i vari Stati d’Europa, perché l’Italia sta facendo uno sforzo pesantissimo che noi comprendiamo e abbiamo compreso già in passato quando abbiamo inviato la nostra unità navale “Triglav” nelle operazioni di Mare Nostrum». Secondo Pahor, sul piano bilaterale Italia e Slovenia non hanno che da intensificare la cooperazione. Già oggi l’Italia è il secondo paese europeo per interscambi e investimenti e il primo per turisti in visita. Pahor ha infine chiesto che Roma pubblicizzi il rapporto steso nel 2000 dalla Commissione storico-culturale italo-slovena sulle relazioni bilaterali dal 1880 al 1956 e che Mattarella riceva i rappresentanti della minoranza slovena in Italia riguardo alla nuova legge elettorale e a quella di riforma degli enti locali in Friuli Venezia Giulia. «Abbiamo avuto – ha dichiarato Mattarella – un colloquio altamente costruttivo che ha fatto emergere quanto siano intensi i rapporti tra Slovenia e Italia. Ripeto le parole del presi-dente Pahor: due paesi vicini e amici, legati da una quantità di elementi nella storia di tanti secoli, ma proiettati nel futuro che abbiamo in comune. Questo si riverbera su tante cose, naturalmente, su azioni bilaterali, sui rapporti che abbiamo insieme in quest’area, nell’Unione Europea e nella comunità internazionale, a partire dal tema delle minoranze (che il presidente ha ricordato e che anch’io condivido) che costituisco-no una ricchezza per i nostri due paesi. Incontrerò nelle prossime settimane, con molto piacere, i rappresentanti della minoranza slovena nel mio paese». «Abbiamo registrato – ha aggiunto Mattarella – una comunanza di vedute sulla responsabilità che avvertiamo per la stabilizzazione e lo sviluppo della regione dei Balcani occidentali, anche con un’esigenza nella comune visione europeistica che è duplice: quella di rilanciare il processo di integrazione dell’Unione Europea e quella di rilanciare il processo di allargamento dell’Unione con le tappe necessarie nei Balcani occidentali».
Migranti: le responsabilità europee Quanto ai naufragi dei migranti nel Canale di Sicilia, secondo il presidente italiano l’Unione Europea è chiamata alle sue responsabilità «anzitutto perché nei luoghi dove si originano questi fenomeni migratori nati da disperazione, da guerre, da carestie, da persecuzioni si rimuovano queste condizioni; in secondo luogo perché si ponga fine allo sfruttamento ignobile di esseri umani che viene fatto dai trafficanti che spesso li conducono a morire nel Mediterraneo; in terzo luogo perché l’Europa si faccia carico, insieme alla comunità internazionale, della situazione drammatica in cui versa la Libia, aiutando la mediazione dell’ONU perché si trovi lì una soluzione che faccia uscire dalla guerra civile quel paese».
L
a collaborazione è intensa «Abbiamo registrato – ha proseguito Mattarella – anche quanto sia intensa la collaborazione tra Slovenia e Italia. Lo è stata già sul piano di Mare Nostrum: la Slovenia è stato il paese più sensibile nel farsi carico, insieme all’Italia, di questo drammatico problema. Vi è un’eccellente collaborazione in materia di difesa tra Slovenia e Italia, e abbiamo registrato una condivisione su tutti i problemi più rilevanti che abbiamo di fronte: quelli bilaterali, quelli dell’Unione Europea e quelli nell’area in cui operiamo, nell’Alto Adriatico, nell’intera Europa e nell’intera comunità internazionale. Questa comunanza di vedute e questa condivisione di esigenze rafforza i rapporti tra Slovenia e Italia e consente di vedere il futuro dei nostri rapporti sempre più intenso, contrassegnato dall’amicizia».

Successivamente Mattarella e Pahor hanno visitato il palazzo della Camera di Stato slovena, accolti dal presidente Milan Brglez. Quindi Mattarella si è recato nella residenza del primo ministro sloveno Miro Cerar per un colloquio.
Nel pomeriggio i due capi di Stato hanno visitato al Museo Civico la mostra archeologica Emona: una città dell’Impero, inerente la colonia romana di Julia Emona, sorta nel 14 a.C. nel centro dell’attuale Lubiana e distrutta nel V secolo dalle invasioni barbariche. Promossa dal Museo Civico di Lubiana in collaborazione con i Musei Capitolini di Roma e il Museo Archeologico di Aquileia, con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia e dell’Istituto Italiano di Cultura in Slovenia, l’esposi-
zione era stata inaugurata il 29 maggio 2014 e rimarrà aperta fino al 31 maggio. Vi si possono ammirare oltre mille reperti.
I due presidenti hanno quindi fatto una breve passeggiata nel centro storico di Lubiana, dove due scolaresche siciliane in gita, sorprese ed entusiaste, hanno acclamato Mattarella.
Mattarella incontra gli italiani di Slovenia Il nostro capo dello Stato ha poi raggiunto la residenza dell’ambasciatore d’Italia a Lubiana Rossella Franchini Sherifis. Lì, affiancato dalla stessa, dal sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, dalla presidente della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani e dal console generale a Capodistria Iva Palmieri, ha incontrato i rap-presentanti della Comunità nazionale italiana sottolineandone l’importantissimo ruolo, svolto con «dignità» e «coraggio» in una situazione che un tempo era difficile ma che è migliorata e in futuro migliorerà ancor di più. A suo giudizio, la minoranza italiana in Slovenia e quella slovena in Italia sono una ricchezza e un’opportunità, non un problema, e il loro ruolo crescerà, vista la comunanza di vedute tra i due paesi.
Diritti poco tutelati Il deputato italiano alla Camera di Stato Roberto Battelli ha ricordato la genesi della nostra minoranza a partire dall’esodo e il suo travagliato percorso ai tempi del totalitarismo comunista. «Avevamo – ha affermato – molte aspettative al momento della proclamazione dell’indipendenza della Slovenia, ma con il passare degli anni ci sono state parecchie delusioni per la nostra realtà che non è conosciuta in Slovenia e i diritti che non vengono tutelati, anche se con il presidente Pahor si intravedono spiragli importanti di dialogo».

Il presidente della Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana del Capodistriano (massimo organo di rappresentanza istituzionale della nostra minoranza in Slovenia) Alberto Scheriani ha posto due temi vitali: quello delle scuole italiane, la cui normativa va rinnovata, e quello del bilinguismo, previsto dalla legge in una sottile fascia costiera dell’Istria slovena ma non sempre coerentemente applicato.
Il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana Maurizio Tremul ha ringraziato lo Stato italiano e le Regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto per quanto hanno fatto e stanno facendo in favore della minoranza, che negli ultimi 25 anni è cresciuta e si è emancipata investendo anche nella cooperazione europea grazie a vari progetti. Urgente è il rifinanzia-mento, quest’anno in scadenza, della legge 73/2001 che sostiene le attività dei connazionali in Slovenia e Croazia.
Al termine Tremul ho consegnato al presidente un promemoria e tre pubblicazioni frutto dei progetti europei: Storia e antologia della letteratura italiana di Capodistria, Isola e Pirano, Conoscere.it e Minoranze e media negli Stati dell’Adriatico: linee guida per favorire servizi informativi equi e corretti, insieme ai prodotti di una campagna pubblicitaria contro l’intolleranza e la discriminazione. «Esprimo a voi – ha concluso Mattarella – i ringraziamenti di tutti gli italiani per quello che fate. C’è grande rispetto per la vostra storia».

In serata il presidente è giunto al Castello di Brdo, dove con Borut Pahor ha assistito a un breve concerto del Gruppo di Chitarre e Canto della Comunità degli Italiani “Pasquale Besenghi degli Ughi” di Isola. A seguire la cena di gala.

Migranti: la Croazia offre un guardiacoste L’indomani mattina a Zagabria Mattarella è stato accolto nella sede del Governo dal premier croato Zoran Milanović. Il colloquio, prima a due, si è poi esteso alle rispettive delegazioni. E’ stato constatato che le relazioni bilaterali sono ottime, ma che si può ancora incrementare la cooperazione economica. Si è registrato pieno accordo sulla necessità di continuare il processo di rafforzamento dell’Unione Europea e di favore l’ingresso di Albania, Montenegro, Serbia, Macedonia e Bosnia-Erzegovina. Il Governo di Zagabria si è detto disponibile a mettere a disposizione dal 10 maggio il guardia-coste “Andrija MohoroviÄ?ić” per le operazioni di salvataggio dei migranti nel Mediterraneo, essendo consapevole che questo non può essere un problema della sola Italia.
Mattarella ha poi visitato la cattedrale di Zagabria. Quindi è stato accolto nel cortile del PantovÄ?ak dalla presidente della Repubblica Kolinda Grabar Kitarović con gli onori militari e gli inni nazionali. Nel palazzo presidenziale è seguito un colloquio prima a due e poi allargato alle delegazioni ufficiali.

Italia-Croazia: rapporti ottimi «I nostri rapporti – ha esordito la presidente nel successivo punto stampa – sono veramente molto buoni, ottimi in tutti gli aspetti. Il fenomeno migratorio è un problema comune dell’Unione Europea che investe direttamente il concetto di solidarietà, che è alla base dell’integrazione continentale e richiede una presa di posizione comune. In quest’ottica, la Croazia darà un aiuto concreto inviando a maggio in Italia una sua nave da utilizzare nella lotta al contrasto del fenomeno. Le modalità di soluzione del problema però non possono prescindere dall’intervento nei paesi di origine e in particolare in Libia. Serve la sincronizzazione delle politiche volte a por-re fine alle catastrofi umane e umanitarie».

Allargare l’UE all’Europa sud-orientale Sulle questioni bilaterali ancora aperte la Grabar Kitarović si è detta «certa che i nostri Governi avranno la forza di individuare le soluzioni giuste per superarle». «Lo sguardo – ha evidenziato – è comunque rivolto al futuro dei rapporti, che vedono numerosi interessi comuni legati al futuro dell’Unione Europea, il cui allargamento è necessario perché la rafforza. In particolare serve un’accelerazione riguardo ai percorsi dei paesi dell’Europa sud-orientale. Questi paesi devono soddisfare i criteri posti da Bruxelles e il loro cammino di adesione deve rispecchiare i successi conseguiti. Contestualmente Bruxelles deve dare loro un messaggio forte di sostegno».
Le imprese italiane investano in Croazia La presidente ha osservato inoltre che «l’Italia è il primo partner della Croazia quanto a interscambio». Ci sono però «ampi margini di miglioramento, spazi che ci consentirebbero di fare meglio in tema di investimenti diretti, ma anche per impostare un’azione comune, soprattutto nei Paesi dell’Europa sudorientale». «Partnership – ha specificato – sono possibili nei settori dell’energia, delle infrastrutture, dell’industria del legno, in quella alimentare e nel settore agricolo». «La comunità italiana in Croazia – ha detto infine la Grabar Kitarović – gode di altissimi standard di riconoscimento ed è anche rappresentata da un deputato al Parlamento di Zagabria. E sono certa che i diritti della minoranza croata in Molise siano ottimamente tutelati».

Minoranze: una ricchezza e una opportunità «Abbiamo avuto – ha reso noto Mattarella – uno scambio di idee non soltanto amichevole, come amichevoli sono i rapporti tra Croazia e Italia, ma anche di piena sintonia sui vari argomenti che vi sono sull’agenda internazionale e che abbiamo sul piano bilaterale e nell’Unione Europea. Abbiamo rapporti eccellenti, di due paesi che sono amici realmente. L’Italia ha salutato come un successo l’ingresso della Croazia nell’Unione Europea perché questo consente la creazione di un nuovo centro di gravità nell’Unione, il nuovo punto di equilibrio che in quest’area può avere direttrici politiche, economiche e commerciali che muovono dalla Mitteleuropa, dall’Europa centro-orientale e dall’area dei Balcani. Il nuovo centro di gravità crea anche un equilibrio più completo nella vita dell’Unione Europea. Naturalmente occorre che questo abbia poi degli sviluppi ulteriori nell’allargamento dell’Unione ad altri paesi, e questa è una convinzione che Croazia e Italia condividono, così come abbiamo condiviso la valutazione che le rispettive minoranze, quella italiana in Croazia e quella croata in Italia, costituiscono una opportunità, un arricchimento per i due Paesi da tenere in grande considerazione». «La Croazia e l’Italia – ha proseguito Mattarella – sono paesi del Mediterraneo e questi due paesi, come l’intera Unione Europea e come qualunque altro paese, non possono accettare l’idea che il Mediterraneo divenga un grande cimitero dove sono sepolte persone che cercavano una vita migliore. Abbiamo condiviso che occorre intervenire alle origini dei fenomeni migratori perché vengano risolti i problemi drammatici di carestie, di persecuzioni e di guerre che provocano i flussi migratori poi sfruttati dai trafficanti di esseri umani, che vanno contrastati con tutta la forza e il vigore possibile, perché le speranze di queste persone non divengano fonte di arricchimento per organizzazioni criminali». «Abbiamo registrato con la presidente – ha concluso Mattarella – una perfetta coincidenza di vedute e questo rafforza la convinzione che possiamo insieme svolgere nell’Unione Europea un grande lavoro comune».

Minoranza italiana avanguardia dei buoni rapporti Nel pomeriggio, dopo il pranzo di gala offertogli dalla sua omologa, il presidente italiano ha inaugurato la targa sulla facciata ristrutturata dell’Ambasciata d’Italia. All’interno della sede ha poi incontrato i rappresentanti della Comunità nazionale italiana in Croazia, insieme al sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, all’ambasciatore Emanuela D’Alessandro e al console generale a Fiume Renato Cianfarani. «L’Italia vi sostiene, ma il merito è vostro» ha dichiarato Mattarella, esprimendo «il rispetto per il percorso fatto». «Voi oggi – ha argomentato – siete l’avanguardia dei buoni rap-porti tra i nostri due Paesi. Dall’ulteriore rafforzamento di questi rapporti scaturiranno vantaggi e positività anche per la comunità italiana, e questo va inteso come un “premio” per il coraggio dimostrato con la scelta di restare». Ma altrettanto coraggio – ha aggiunto – servì a chi percorse la strada dell’esodo, abbandonando tutto. nel 2017 all’Arena una manifestazione sull’esodo «Tra due anni – ha annunciato Furio Radin, presidente dell’Unione Italiana e deputato al Sabor – ricorderemo con una grande manifestazione il 70º anniversario dell’inizio di quell’esodo che ha sconvolto etnicamente l’Istria, Fiume e la Dalmazia. Lo faremo a Pola, in quell’Anfiteatro romano da-vanti al quale tanta povera brava gente si raccoglieva per imbarcarsi su quel piroscafo “Toscana” che ha frantumato la nostra comunità. Tutti noi rimasti abbiamo avuto le famiglie sconvolte dall’esodo. La invitiamo a questo evento che organizzeremo con le associazioni degli esuli e con le autorità locali. Vorremmo averla con noi per ricordare questi profughi che abbandonavano le proprie terre perché non avevano la forza di rimanere, come quelli che restavano perché non avevano la forza di abbandonarle. Oggi questa sarebbe definita una tragedia umanitaria. La prego di onorarci della sua pre-senza e di rimarcare che l’Italia ricorda la nostra storia e conta su di noi nel futuro». «E’ mio desiderio – gli ha risposto Mattarella – venire a incontrarvi nei luoghi in cui la presenza della Comunità è più forte, dove avete costruito una rete di Comunità degli Italiani e dove operano le scuole e le istituzioni. E’ difficile pianificare da qui a due anni, ma avere ulteriori incontri con voi è un mio desiderio».
Il presidente dell’Assemblea dell’UI Roberto Palisca ha espresso l’attaccamento alle radici, il senso di appartenenza e la volontà di mantenere vive identità, lingua e cultura italia-ne riscontrabili fra i nostri connazionali.
L’ambasciatore D’Alessandro ha esposto a Mattarella la rete di istituzioni della minoranza italiana sul territorio. Per preservarla Radin ha auspicato che continui «la solidarietà dell’Italia». «Quella culturale, politica ed economica – ha rilevato – è essenziale per la sicurezza della nostra comunità. Noi ricambiamo l’affetto mettendo tutte le nostre risorse al servizio dei rapporti economici, culturali e di ogni altro tipo tra l’Italia, la Croazia e la Slovenia e con gli altri Paesi dell’area».
Il presidente si è congedato dai connazionali dicendo: «Grazie per tutto quello che fate. Sono stato a Pola molti anni fa, nel 1971. Mi piacerebbe tornarci. Ci rivedremo».


30 - Il Piccolo 13/05/15 Cristicchi "triestino". Ma l'aula si spacca

La mozione Giorgi passata con 17 voti a favore, tre contrari, dieci astenuti e due non votanti. Il dem Barbo voleva il sigillo

Cristicchi “triestino”. Ma l’aula si spacca

di Giovanni Tomasin

Simone Cristicchi è un triestino onorario. Un riconoscimento che l'autore di Magazzino 18 «bramava» (spiega il consigliere del Pdl Lorenzo Giorgi) e che ha ottenuto attraverso un voto del Consiglio comunale cittadino. Il passaggio si è svolto lunedì sera e non è stato del tutto indolore: la mozione proposta da Giorgi ha visto 17 voti a favore, tre contrari, dieci astenuti e due non votanti. Andiamo con ordine. La mozione è stata presentata dall'esponente del Pdl, ma era accompagnata da un emendamento del consigliere Giovanni Barbo (Pd) che sostituiva il conferimento della cittadinanza con il Sigillo trecentesco. «Scorrendo la lista dei pochi che hanno avuto la cittadinanza - ha spiegato Barbo - sono giunto alla conclusione che il riconoscimento più appropriato per i meriti artistici di Cristicchi sia il sigillo». La proposta è stata però rigettata da Giorgi, che ha sottolineato come l'artista romano fosse particolarmente attaccato all'idea della cittadinanza onoraria. Marino Andolina (Prc) ha dichiarato la sua contrarietà alla mozione: «So di essere in minoranza - ha detto - ma ritengo che il modo in cui Cristicchi ha raccontato quella storia possa ferire alcune sensibilità». Si è quindi andati al voto con la possibilità che l’aula si dividesse tra favorevoli, contrari e chi avrebbe voluto dare a Cristicchi il sigillo. Così è stato: parte della maggioranza ha preferito astenersi (Cesare Cetin di Trieste Adesso e il capogruppo del Pd Marco Toncelli non hanno votato), mentre i consiglieri del Prc Andolina e Iztok Furlanic, e la consigliera Pd Anna Maria Mozzi, si sono espressi contro. A favore tutti gli altri, inclusi il sindaco Roberto Cosolini e il consigliere di Sel Marino Sossi. «È sgradevole che un riconoscimento non venga approvato con un’ampia maggioranza», aveva commentato Paolo Rovis (Pdl) prima del voto. «Si sarebbe potuto fare convergendo sul sigillo», ha chiosato Barbo.
Giorgi, autore della mozione, ha commentato: «Penso che con questo riconoscimento l’amministrazione comunale chiuda un percorso condiviso di pacificazione, iniziato con un simile atto al maestro Muti per il concerto dei “Tre presidenti”,  necessario per poter guardare al futuro con uno spirito condiviso e di ritrovata unità». Su Twitter Cristicchi ha ringraziato, aggiungendo: «Dispiace solo che il Consiglio si sia spaccato in due». Ma la cittadinanza a Cristicchi non è la sola onorificenza passata in consiglio lunedì sera: il regista Gabriele Salvatores ha ottenuto, grazie a una mozione di Barbo e Alessandro Carmi (Pd), il sigillo trecentesco.
L’assemblea si è occupata poi di un ventaglio di temi anche se, per ragioni che spiegheremo infine, tutti in un'ottica monocolore. Tra le misure approvate anche quella (sempre di Barbo e Carmi), che istituisce le stelle in stile “Hall of fame” davanti al teatro Rossetti. Fatta propria dal sindaco anche una mozione a firma Curreli, Ravalico, Carmi e Cimolino (tutti Pd) che impegna la giunta a intervenire presso la Provincia e Trieste trasporti per incrementare e modificare il percorso del trasporto pubblico fino alla stazione ferroviaria di Opicina, attualmente «pressoché inesistente». Approvata inoltre anche una proposta di Carmi e Ravalico sulla messa in sicurezza dei passaggi pedonali a rischio incidente. Tutte proposte della maggioranza. Perché? Ad un certo punto della serata il capogruppo Pd Toncelli ha chiesto di rovesciare l'ordine delle mozioni, per trattare prima alcuni temi che gli stavano a cuore. Su questo ha trovato l'opposizione del capogruppo forzista Everest Bertoli, coautore di alcune delle mozioni da saltare. La vicenda è finita ai voti e la maggioranza non si è fatta molti scrupoli. L’opposizione, protestando per la scelta «inaudita», si è ritirata sull'Aventino abbandonando l'aula (M5S escluso).


31 - La Voce del Popolo 05/05/15 Trieste: Premio Tomizza a Simone Cristicchi

Premio Tomizza a Simone Cristicchi

Il “Premio Tomizza 2015” da parte del Lions Club Trieste Europa in collaborazione con il Comune di Trieste viene attribuito quest’anno a Simone Cristicchi, come riconoscimento della sua attività di divulgazione dei fatti drammatici nelle nostre terre nel secolo appena concluso, nel’opera “Magazzino 18”. La consegna del premio avverrà di una cerimonia che avrà inizio alle ore 19.30 di sabato 23 maggio all’Hotel Greif Maria Theresia, così come verrà comunicato alla conferenza stampa di mercoledì con la partecipazione del Presidente del Lions Club Trieste Europa, Dario Stechina e dell’Assessore alla Cultura del Comune di Trieste, Paolo Tassinari.


32 - Avvenire 14/05/15  Noi italiani in Montenegro
Noi, italiani in Montenegro

Lucia Bellaspiga

 «La mia famiglia è in Montenegro dal 1580, ma siamo originari di Salò. Quattro fratelli vennero ad aprire le prime farmacie quando qui c’era la Serenissima Repubblica di San Marco, in fondo restavano a casa... La prima licenza la ottenne Giacomo Antonioli nel 1621, l’ultima mia mamma: in mezzo 500 anni di antenati farmacisti, speziali e chirurghi, tutti laureati a Padova...». Siamo a Cattaro (Kotor), la perla dei Balcani, eppure ascoltare Dalibor Antonioli, 70 anni, avvocato montenegrino, ha il sapore di una chiacchierata con un «italiano vero», come cantava Toto Cutugno anni fa, e in fondo non stupisce più di tanto che nella konoba 'Portùn' intanto i commensali in una nuvola di fumo (ancora non è vietato) cantino proprio Cutugno, Nicola Di Bari, Claudio Villa...

Montenegro, Bocche di Cattaro, spettacolare fiordo nell’Adriatico orientale. Un serpente di mare blu intenso che si incunea fino all’omonima città, 'patrimonio dell’umanità' protetta dall’Unesco, e lì si allarga come un lago di montagna. Il nero delle rocce incombe a picco sulle case venete. Qui si scrive in cirillico e si parla in slavo, ma Venezia scorre ancora nelle vene dei bocchesi e l’Italia occupa un posto privilegiato, nei loro cuori come nella parlata locale. A Cattaro da undici anni ha sede una Comunità degli Italiani del Montenegro con ben seicento iscritti, in buona parte giovani, gente che qui si è fatta valere e ricopre importanti ruoli sociali. Oggi è il giorno del loro congresso annuale, un evento sentito, cui partecipano le autorità montenegrine e l’ambasciatore d’Italia Vincenzo Del Monaco, ma anche i rappresentanti della Regione Friuli Venezia Giulia e dell’Università Popolare di Trieste, l’ente che dalla Farnesina ha il mandato di tutelare e far crescere l’italianità dei 'nostri' montenegrini. «Circa 300 sono italiani 'di origine', come me – spiega Aleksandar Dender, architetto, attuale presidente della Comunità –, altri 120 hanno proprio il passaporto italiano, i rimanenti sono 'italiani d’elezione', amano la cultura e hanno assorbito l’italianità che qui non si è mai dissolta». Dopo 400 anni di Venezia, persino sotto l’impero austroungarico la lingua ufficiale era quella italiana, usata nei documenti e nella marineria. «Oggi lo stretto rapporto con l’Università Popolare di Trieste e con l’associazione 'Veneziani nel mondo' ci permette di tenere vive le nostre radici e conservare un patrimonio inestimabile di storia e di arte». Il fatto che l’ultima regina d’Italia, Elena, morta nel 1952, fosse figlia del re del Montenegro, è solo un ulteriore sigillo a secoli di destini condivisi.

«Qui Venezia restò dal 1420 al 1797 – riprende Dalibor Antonioli – poi arrivò l’Austria fino al 1805, poi i russi per 16 mesi, nel 1807 i soldati di Napoleone, che bruciò tutto e ci costrinse alla fuga. Nel 1814 tornò l’Austria per un secolo, fino alla fine della prima guerra mondiale, con le guerre contro i turchi e l’arrivo dei serbi... Nel 1941 fu la volta dell’Italia». In nessun posto come nella regione di Cattaro la parola razzismo è priva di senso: nessuno è di 'sangue puro' e questo fa la ricchezza di un popolo culturalmente vivace. «Noi chi siamo? Mah, posso dirle che mio padre, Casimiro Antonioli, si dichiarava dalmata-veneto. Le nostre radici sono intrecciate con Venezia, Padova, Trieste, Zara, Curzola, ma anche con tutto il mosaico multietnico dei popoli che si sono succeduti sulla nostra terra. Oggi ho tre figli e sei nipotini, e ancora nel nostro petto batte un cuore veneto. Quando sono nato, nel 1945, l’Italia non c’era già più da due anni...».

Netti invece i ricordi dell’Italia per Jovan Martinovic, 80 anni, noto archeologo, anche lui al congresso della Comunità. «Io ho frequentato la prima elementare italiana, semplicemente perché qui dal 1941 fino all’8 settembre del 1943 era proprio Italia», racconta. Ma guai a parlargli di 'occupazione': «Le Bocche di Cattaro e la zona circostante erano annesse – puntualizza –, erano una vera provincia d’Italia con tutti i diritti degli altri cittadini, i programmi scolastici erano quelli di Roma e il mio sussidiario 'Prime letture' cominciava con 'La mia patria è l’Italia'», dice con orgoglio. Nessun rancore, nonostante a 7 anni dovesse vestire i panni del 'Balilla' e cantare 'Giovinezza'. «L’Italia non pretese dai nostri uomini il servizio militare, quindi qui non si sentì la guerra, sono stati mesi sereni. Inoltre i soldati ci davano buon cibo, pasta, carne di cavallo... Ben diversi furono i tedeschi, entrati dopo l’8 settembre quando l’Italia capitolò». Poi, nel ’45, l’arrivo del maresciallo Tito «e io da 'Balilla' fascista diventai 'Pioniere' comunista, ovvero... non cambiava niente», ride. E guai anche a parlargli male di Tito: «In quei tempi feci il ginnasio a Cattaro, la laurea in archeologia a Zagabria, il master a Belgrado», e nel 1979, l’anno di un terremoto disastroso, Tito ordinò di fare ricerche archeologiche sugli edifici lesionati di Cattaro, soprattutto le tante chiese romaniche del XII-XIII secolo. «Così ho scoperto sotto la cattedrale di San Trifone il sarcofago e le ossa del santo portate qui nell’809», quando la nave che trasportava le spoglie da Costantinopoli a Venezia riparò nel fiordo a causa di una tempesta e il fatto venne letto come la volontà del santo di riposare in quel posto unico al mondo.

«Mio padre, che ha 90 anni ed è avvocato, ricorda bene che dopo l’armistizio del 1943 la gran parte degli italiani della Divisione Garibaldi restò per aiutare i nostri partigiani nella lotta contro i nazisti», conferma Dender. Ha avi italiani e montenegrini, cechi e austro-ungarici, ma il suo fiore all’occhiello è il trisnonno Antonio Martecchini, uno dei più importanti stampatori della storia.

Un passato lontano che però riaffiora ad ogni passo, si respira, si vede nelle case e nelle chiese. «Per la nostra Comunità è arrivato il momento di restituire, non più di ricevere soltanto: saremo il nesso tra Italia e Montenegro, intendiamo coinvolgere le ditte italiane, produrre economia ». Proprio ieri a Trieste è stato siglato un accordo storico con il Porto di Cattaro, che si impegna a promuovere il porto italiano per l’ormeggio invernale e i servizi di manutenzione dei 1.700 grandi yacht che ogni estate raggiungono il Montenegro. Una svolta, in tempi di crisi, che mira a portare in Friuli-Venezia Giulia un turismo di qualità. «L’accordo nasce nell’ambito della cooperazione internazionale da tempo avviata con il Montenegro, proprio grazie alla vivace Comunità italiana e dell’attiva presenza lì dell’Università Popolare di Trieste», fa sapere la Regione
.
Radici, storie, legami, nostalgie, affetti... Come ai tempi di Venezia la Serenissima. Sopra Cattaro la veneta vegliano, in pietra, venti Leoni di San Marco, tutti con il libro aperto. Come si usava per indicare che erano tempi di pace.

33 - Avvenire 14/05/15 Da Trieste un ponte di fratellanza

Da Trieste un ponte di fratellanza

L'Università Popolare: tuteliamo un patrimonio

La cooperazione

Il presidente Somma: «Dal ministero degli Esteri e dalla Regione il mandato di tutelare le radici comuni». Dai corsi di italiano, parlato anche dai giovani, alla formazione degli studenti per i porti

Dall’inviata a Cattaro (Montenegro)
In Montenegro lo studio dell’italiano è previsto dai programmi didattici na­zionali: è una lingua straniera, ma sen­tita come patrimonio proprio». Fabrizio Som­ma, 52 anni, è presidente dell’Università Po­polare di Trieste (Upt), ente morale nato 115 anni fa (non a caso sotto l’Austria-Ungheria) «per difendere, sostenere e incrementare la cultura italiana».
Oggi non tira più alia di irredentismo, ma si de­ve proprio all’lJpt se l’irripetibile patrimonio umano, storico e artistico delle nostre comu­nità nella Penisola Balcanica non è solo un ri­cordo ma una realtà vitale. «Operiamo grazie al finanziamento del ministero degli Esteri italiano e della Regione Friuli-Venezia Giulia - spiega Somma- A Cattaro organizziamo pro­getti di formazione per introdurre gli studen­ti nel mondo del lavoro, curiamo importanti mostre d'arte, collaboriamo con le scuole mu­sicali, soprattutto finanziamo i corsi di lingua italiana». Fino ad oggi bisognava sostenere 1 ’esame finale nelle "Società Dante Alighieri", co­me avviene in tutto il mondo, «ora, invece, in Montenegro gli attestati saranno riconosciuti direttamente, grazie a un accordo con le uni­versità di Pisa e di Perugia», annuncia Som­ma. « il tutto con l’entusiasmo, non scontato, dei presidi montenegrini, che considerano l'i­taliano un valore aggiunto: 120 i ragazzi del li­ceo statale che hanno aderito».

Prove pratiche di un’Europa che è convivenza tra minoranze e laboratorio di relazioni. «Dai primi contatti avvenuti nel 2004 con gli italia­ni di Cattaro - ricorda Alessandro Perelli, Ser­vizio relazioni internazionali della Regione Friuli-Venezia Giulia - abbiamo fatto diven­tare questa Comunità soggetto attivo in vari ambiziosi progetti, come il ripristino dell’arte antica (da noi quasi scomparsa) del merletto, riportata in vita proprio dalle donne di Catta­ro». Due i progetti di cooperazione appena co- finanziali dal Friuli-Venezia Giulia: la realiz­zazione di dieci cooperative sociali per l'in­clusione sociale di persone disabili, e lo scam­bio di esperienze tra i Dipartimenti di salute mentale di Trieste e Udine e l’ospedale psi­chiatrico di Cattaro, che tuttora tratta i suoi 240 pazienti secondo logiche superate da trent’anni. Di forte impatto a tal riguardo la piece teatrale "Eslravaganza” di Dacia Maraini, portala in scena al teatro di Cattaro proprio dalla triestina "Acca­demia della Follia" di Claudio Misculin, composta tutta da pazienti psi­chiatrici.

In questi giorni, poi, ha preso il via un corso di formazione sul la logistica por­tuale, materia fondamentale in un Paese appena nato e che vede una cre­scita esponenziale grazie ai suoi por­ti. A colmare il «baratro» tra mondo della scuola e del lavoro ci pensa Clau­dio Crini, 50 anni di esperienza, già dirigente della compagnia di navigazio­ne Lloyd Triestino: «1 giovani, qui co­me in Italia, hanno sempre una glande volontà di rendersi operativi dopo gli studi, ma l’inse­rimento non è facile. Tengo una full immer­sion per formare operatori dei trasporti por­tuali, rivolta a diplomati e universitari: la par­te teorica tratta il mercato mondiale e la logi­stica intermodale, camion, navi, ferrovie... la parte pratica li rende subito in grado di lavo­rare. Il Montenegro è la porta dei Balcani e i suoi porli potranno rivelarsi una risorsa enor­me anche per l’Italia». Nel 2008 il piccolo Pae­se ha presentato domanda di ingresso in Eu­ropa e da allora ha fatto passi da gigante, rag­giungendo già 16 dei 32 parametri richiesti.

Lucia Bellaspiga


34 - Il Piccolo 06/05/15 L'Intervento di Codarin e Braico - 1.o Maggio, enti e organizzatori si dissocino dai nostalgici titini
L'Intervento di Renzo Codarin e Manuele Braico
1.o Maggio, enti e organizzatori si dissocino dai nostalgici titini

Il Primo Maggio è mondialmente riconosciuto come una giornata di riflessione sui temi del lavoro e dei diritti sindacali, due argomenti di grandissima attualità in questo periodo di crisi economica. Eppure capita in maniera sempre più evidente in questi ultimi anni che a Trieste il corteo dei lavoratori venga infiltrato con altri scopi da un manipolo di attivisti, evidentemente in buoni rapporti con gli organizzatori che non hanno nulla da ridire in partenza, salvo poi ricorrere a frettolosi distinguo. E l'anno dopo siamo, però, punto e a capo e anche le amministrazioni cittadine sembrano venire colte di sorpresa dall'apparizione di bandiere tricolori fregiate con la stella rossa e jugoslave a margine del corteo. Sono i vessilli che nella primavera ’45 sventolavano coloro i quali volevano annettere senza plebisciti Trieste, Gorizia, l'Istria, Fiume e la Dalmazia alla nascente Jugoslavia di Tito, infoibando come "fascisti" quanti vi si opponevano (anche se ex partigiani e antifascisti italiani) in attesa di sradicare in un clima di persecuzione oltre 300mila italiani dalle province in cui vivevano da secoli. A essere generosi, dalle foto degli stessi militanti in "titovka", si tratta di 30-40 persone ma furbe abbastanza da non sfilare da sole, temendo di far notare la propria inconsistenza numerica e senza il coraggio di chiamare la cittadinanza a condividere in un'apposita manifestazione i loro ideali di oppressione dell'italianità e di nostalgia per l'imperialismo jugoslavo capeggiato da Tito nella fase finale della Seconda guerra mondiale. Gioca a loro favore la coincidenza storica che il 1 maggio 1945 la cosiddetta "corsa per Trieste" vide i partigiani di Tito giungere con 24 ore di anticipo rispetto alle avanguardie britanniche, dando poi il via a quei Quaranta giorni duranti i quali centinaia di italiani sparirono nel nulla deportati, scaraventati nelle foibe o annegati nell'Adriatico. Tali temi sono purtroppo ancora poco noti e la toponomastica cittadina, che pur commemora Caduti partigiani e martiri delle foibe, non ha ancora dedicato una via o piazza a quel 30 Aprile 1945 che, grazie all'insurrezione dei Volontari della Libertà del Comitato di liberazione nazionale di Trieste, segnò veramente la fine della presenza militare tedesca nel capoluogo giuliano, ben prima dell'apparizione dell'esercito jugoslavo in città. Tra i legittimi vincitori della Seconda guerra mondiale vi è pure l'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, vincitore di una guerra civile e poi capace di liberare quasi da solo il territorio nazionale. Nel momento in cui la legittima lotta di liberazione nazionale capeggiata da Tito superò i confini del Regno di Jugoslavia del 1941, ecco che essa assunse tuttavia i toni di quell'espansionismo e di quella snazionalizzazione contro la quale aveva lottato. Il Regno d'Italia e il Regno dei Serbi, Sloveni e Croati erano giunti con il Trattato di Rapallo nel 1920 a fissare un confine internazionalmente riconosciuto. Aveva trascurato la composizione etnica, tanto nella Venezia Giulia interna quanto lungo la costa dalmata, ma i margini per ridiscuterlo diplomaticamente alla Conferenza di pace si trovavano nei principi di autodeterminazione dei popoli contenuti nella Carta Atlantica, sottoscritta dalla Jugoslavia stessa. Noi non dimentichiamo che nel momento in cui Tito trascurò la liberazione della Jugoslavia settentrionale per concentrarsi sull'occupazione militare di quelle terre italiane che già durante i primi massacri nelle foibe successivi all'8 settembre ’43 erano state unilateralmente dichiarate annesse a Slovenia e Croazia dagli insorti, diventò a sua volta invasore, occupante e spietato persecutore di oppositori o presunti tali. Non dimentichiamo che nel Centenario dell'entrata dell'Italia nella Grande Guerra mondiale, uno dei cui principali obiettivi era proprio la liberazione delle terre irredente di Venezia Giulia e Dalmazia, vedere simili bandiere in piazza costituisce un'offesa anche agli oltre 650mila italiani caduti in quel conflitto e già umiliati dal Trattato di Pace del 1947 che mutilò l'Italia di gran parte di quelle province conquistate a così caro prezzo. Come noi non dimentichiamo cosa abbia significato il 1.o maggio 1945 per chi aveva a cuore l'italianità del confine orientale, così auspichiamo che l'anno prossimo lo ricordino pure gli organizzatori del corteo e gli enti locali, affinché si dissocino preliminarmente dai nostalgici delle occupazioni straniere e non diano loro spazio per inquinare i genuini significati della giornata dei lavoratori inneggiando alla ricorrenza dell'inizio di una stagione di morte e disperazione.

* presidente dell’Anvgd e presidente dell’Associazione delle Comunità istriane di Trieste


35 - Il Piccolo 01/05/15 Trieste - Museo istriano al traguardo
Mercoledì in via Torino parte l’operazione: tutto pronto al massimo a inizio giugno Ma il mondo degli esuli chiede modifiche e migliorie. Il nodo dei quadri al Sartorio

Museo istriano al traguardo
L’allestimento può iniziare

di Giovanni Tomasin

L’allestimento del Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata in via Torino inizierà mercoledì prossimo. Sarà pronto entro maggio o all’inizio di giugno. «Tra le opere custodite - dice la presidente dell’Irci Chiara Vigini
- ci sarà anche una delle rappresentazioni precristiane della capretta di cui parla anche Pietro Kandler. Un vero simbolo dell’Istria». I vertici dell’Irci esultano per aver portato a compimento una vicenda durata molti anni e non priva di polemiche. In passato le associazioni degli Esuli non risparmiarono critiche al progetto: oggi buona parte delle sigle si rallegra dell’apertura, anche se l’Unione degli istriani sferza ancora la dirigenza dell’Irci. Tutti, in ogni caso, concordano sul fatto che i contenuti dovranno essere rivisti in futuro. I lavori La spesa complessiva prevista dal Comune sarà di 108mila 891 euro iva inclusa. L’assessore alla cultura Paolo Tassinari si compiace della fine di un lungo percorso: «La ristrutturazione dell’immobile è stata ultimata diversi anni fa, poi la cosa aveva perso slancio. Per fortuna ora stiamo recuperando i tempi e arriveremo presto a conclusione». Il progetto Il percorso ha subito dei rallentamenti.
Il progetto di allestimento era stato presentato nel dicembre scorso ricevendo non poche critiche, in primis per l’assenza di spazio dedicato alle realtà di Fiume e della Dalmazia, nonché per l’assenza di importanti opere di arte istriana conservate ora al museo Sartorio. Le proteste delle associazioni degli esuli avevano portato a un confronto fra un trio di esperti da loro nominati (Giuseppe Parlato, Giorgio Baroni e Davide Rossi) con la commissione incaricata di delineare il progetto: quest’ultima è composta dalla presidente dell’Irci, dal segretario Raoul Pupo e dal direttore Piero Delbello e da tre membri designati dal Comune (Maria Masau Dan, vicepresidente dell’Irci, Francesco Fait e Marzia Vidulli Torlo).
Secondo Tassinari quel confronto ha tamponato l’emergenza: «Il comitato di esperti nominato dagli esuli ha sostanzialmente approvato il progetto, dando alcune indicazioni e suggerimenti che sono stati accolti con piacere».
L’Irci Vigini non nasconde la soddisfazione: «Sarà un museo tecnologicamente avanzato e interattivo - dice -. Sarà parte del circuito dei Civici musei e dei Musei senza confini, a cui si accede con un biglietto unico». La presidente auspica che si trovi una soluzione alla questione dei quadri del
Sartorio: «Soltanto un muro separa le opere dal museo, in qualche modo si potrà fare. La vicenda è complicata perché quei quadri sono pertinenza del ministero, non del Comune o dell’Irci». Gli esuli Le associazioni cosa ne pensano? Il presidente di Federesuli Antonio Ballarin dichiara: «L’incontro tra i nostri esperti e il comitato scientifico dell’Irci è stato cordiale e costruttivo. L’Irci mostra di voler seguire le indicazioni che emergono dal nostro mondo. Certo è che il percorso continua: la versione del museo in fase di allestimento verrebbe definita 1.0 in linguaggio informatico, poi nel tempo si potrà migliorare e arricchire». Manuele Braico, presidente delle Comunità istriane, dice: «Personalmente non vedo l’ora che il museo venga inaugurato perché le polemiche si sono protratte anche troppo. Però sui contenuti si può opinare: la prossima presidenza dell’Irci avrà modo di migliorarlo». Uno degli aspetti, infatti, è che l’attuale dirigenza Vigini si avvicina a fine mandato: l’assemblea per le nuove nomine dovrebbe venir convocata a breve. Braico sottolinea l’importanza di portare in via Torino le opere del Sartorio: «Uno degli scopi del museo era proprio questo, trasferire lì quelle opere darà dignità alla mostra». Sulla stessa linea anche Renzo Codarin di Angvd: «Il museo è in formazione e non tutto è stato detto e chiarito, ma valutiamo positivamente il lavoro svolto. Importante sarà trasferire lì i capolavori del Sartorio, considerato che nel museo c’è una sala concepita appositamente a questo scopo. Faremo i passi necessari con il Ministero dei beni culturali perché ciò avvenga, credo che anche la prossima gestione dell’Irci dovrà impegnarsi su questo fronte». Duro Massimiliano Lacota dell’Unione degli istriani: «Se la dirigenza dell’Irci pensa di inaugurarlo in un lampo soltanto per chiudere in bellezza il mandato mi trova contrario - dice -. Il progetto presentato a dicembre aveva carenze intollerabili: Fiume e Dalmazia erano totalmente assenti. Poco anche lo spazio dedicato alla persecuzione e alle foibe, che sono inevitabilmente un passaggio imprescindibile di quella civiltà. Un lavoro sviluppato in fretta e furia che andrà cambiato».



36 - La Voce del Popolo 09/05/15 - Dignano: «La mia casita» tra passato e futuro

«La mia casita» tra passato e futuro

Carla Rotta


È stata inaugurata ieri nel Parco delle casite la nona edizione del progetto “Moj kažun - La mia casita”, manifestazione che inizia più che con un tradizionale taglio del nastro con un rimboccarsi le maniche e infilare di guanti. Perché si tratta di lavorare; così almeno per quanti sono impegnati nel recupero delle bellissime costruzioni e delle masere che ricamano la campagna dignanese e più oltre quella istriana. Ma il discorso andrebbe ampliato a tutta l’area del Mediterraneo.

La breve cerimonia che ha fatto decollare l’azione ha visto la partecipazione degli alunni dell’elementare dignanese, che hanno proposto un’introduzione musicale in italiano e in croato. E accanto alle casite del Parco hanno fatto bella figura due coppie nei costumi tradizionali istriano e dignanese. L’area ha respirato la tradizione anche per alcune pecore (e un dolcissimo agnello) che Lino Capolicchio ha portato da Gallesano per farle vedere ai bambini. Eppoi ha dato il suo apporto l’Ecomuseo di Dignano, che ha offerto qualche giro a bordo di un carro trainato dai miti “sameri”.

“Finora, nel corso dell’azione ‘La mia casita’ abbiamo recuperato una settantina di costruzioni, ma tenendo conto degli incentivi versati ai proprietari il numero delle casite che siamo riusciti a recuperare si avvicina alle due centinaia - ha detto il sindaco di Dignano, Klaudio Vitasović -.
Sono fiero di quanto è stato possibile realizzare e sono convinto della necessità di continuare nell’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica per quel che riguarda il rispetto e il recupero del patrimonio culturale.” Ha ringraziato poi quanti prenderanno parte all’edizione di quest’anno dando un personale contributo: accanto al già citato Lino Capolicchio e all’Ecomuseo, grazie a Odino Fioranti e a Lucio Vellico.

Intervento quindi di Branko Orbanić, della “Kapitel”, partner del progetto. “Nel corso delle azioni svolte finora siamo riusciti a costruire sia beni materiali che immateriali, del resto l’uno senza l’altro in questo caso non avrebbe proprio senso. E l’abbiamo fatto bene: una cosa di successo non può in alcun modo essere mediocre, quindi Dignano ha fatto qualcosa di straordinario. Il Parco delle casite altro non è se non un’anticamera a quello più vasto, che comprende tutta la campagna dignanese”. E siccome aveva già detto che è il caso di lavorare e non di parlare, ha chiuso qui l’intervento.
Che cosa si farà quest’anno? Si porterà a compimento il Parco. Come abbiamo già detto, esso si compone di quattro costruzioni che illustrano le fasi di edificazione della casita: dalla tracciatura della base, all’elevazione all’altezza del tetto, alla costruzione della copertura per giungere poi alla casita fatta e finita (e ci abbiamo pure ricavato la rima!).
L’azione ha pure carattere educativo: ogni venerdì e sabato (fino al 23 maggio) si svolgeranno i laboratori di recupero delle casite e chi vorrà potrà prendervi parte. Poi ci saranno le gite a bordo del trenino, che porteranno i visitatori per due ore sui sentieri della casite, fino a S. Fosca. Si viaggerà di sabato, dalle 10 alle 17. Per gli amanti delle pedalate, sabato 23 maggio si viaggerà in bici nell’ambito del “Bumbarbike marathon”.
Quali che siano le intenzioni e la disponibilità di tempo, con una buona dose di campanilismo si suggerisce di ritagliarsi dei momenti per visitare il Parco. Per le giovani generazioni è qualcosa di nuovo; per chi difficilmente può infilarsi nella categoria “giovane generazione” è un piacevole ritornare indietro nel tempo, ripensando a qualche tempo trascorso in casita, magari aspettando che cessasse di piovere per riprendere il lavoro nei campi, o solo per gioco. Per me la casita è il dono - forse inconsapevole - di un bisnonno (vecchio come il mondo in una foto di uno sbiadito documento), costruita con pazienza raccogliendo le pietre dalla campagna. Ogni pietra è passata per le sue mani, per ognuna ha cercato la giusta collocazione. Sì, la casita è il passato e il futuro.

Carla Rotta


37 - Il Piccolo 03/05/15 Gorizia - Lapidario imbrattato, Romoli attacca l'Anpi
Il sindaco di Gorizia: «Non ha preso le distanze dal fatto». Il presidente
Primosig: «Non era il caso di fare un comunicato»

Lapidario imbrattato, Romoli attacca l’Anpi

di Francesco Fain

GORIZIA Alla vigilia della cerimonia al Lapidario (appuntamento oggi alle
17.30 al Parco della Rimembranza) scoppia una polemica a distanza fra il sindaco Ettore Romoli e l’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia. Tutto nasce dal fatto che tale sodalizio «non ha condannato, nè attraverso un comunicato stampa nè con una semplice dichiarazione, l’atto vandalico ai danni del monumento che ricorda i 665 deportati dai partigiani titini che furono poi fucilati o infoibati». Tant’è che, ieri mattina, il primo cittadino l’ha fatto notare. «Non mi sembra che l’Anpi abbia preso le distanze», la sottolineatura del primo cittadino. Cosa dice l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, una volta sollecitata a prendere posizione?
Il suo è stato un atto deliberato? O una semplice dimenticanza? A rispondere è Mirko Primosig, presidente della sezione di Gorizia dell’Anpi. Ringrazia per avergli dato la possibilità di chiarire la posizione dell’associazione.
«Certo che condanniamo l’atto vandalico e quelle scritte vergate sul Lapidario. Noi, al contrario di altre associazioni (il riferimento diretto è alla Lega Nazionale), abbiamo sempre condannato questo tipo di azioni ai danni di qualsiasi monumento. Non dimentichiamo che anche noi siamo rimasti vittima di atti spregevoli ma non ho notato da parte di altre associazioni decise prese di posizione di condanna». Ma perché non comunicare questo pensiero ufficialmente, senza che dovesse essere la nostra testata a stimolare e a caldeggiare un intervento? «Non pensavamo fosse il caso di fare un comunicato», sottolinea Primosig. Che aggiunge: «Noto che questo tipo di azioni e di imbrattamenti avvengono sempre attorno al 25 aprile. E ciò non ci piace. Come non ci piacciono certe prese di posizione (in questo caso l’allusione è agli interventi del consigliere regionale Rodolfo Ziberna, ndr) contrarie a questa importante ricorrenza». Intanto, oggi si svolgerà la cerimonia al Lapidario che assume un’importanza ancora maggiore dopo che ignoti, nella notte fra lunedì e martedì scorso, scrissero con lo spray rosso “Fasci in foiba” e disegnarono la falce e il martello sopra i nominativi degli infoibati. Un’azione senza precedenti e che suscitò quasi istantaneamente un coro di reazioni negative e di condanna. Verrà deposta alle 17.30 una corona da parte delle autorità «per onorare la memoria dei deportati in Jugoslavia - si legge in una breve nota - a guerra finita.
L'Arcivescovo Carlo Roberto Maria Redaelli celebrerà la messa in suffragio per gli scomparsi alle 18.30 nella chiesa del Sacro Cuore. Intanto, sull’argomento interviene Roberto Criscitiello, segretario provinciale di Rifondazione comunista: «La verità è che molti cercano di far salire la tensione a Gorizia, da molti mesi ormai sulla questione dei richiedenti asilo».



38 - Il Piccolo 05/05/15 L'inarrestabile emorragia di goriziani

Dal 1970 la città ha perso 9mila residenti di cui 233 nell’ultimo anno. La
causa: poche nascite e la “fuga” di molti giovani

L’inarrestabile emorragia di goriziani

di Francesco Fain

GORIZIA Se Atene piange, Sparta non ride. Gorizia continua inesorabilmente a rimpicciolirsi. Ma anche Nova Gorica perde residenti. Verrebbe da dire: anche la demografia ha abbattuto i confini. Al 31 dicembre 2014 a Gorizia risultavano essere iscritte all’Anagrafe 35.114 persone. Ormai ci stiamo avvicinando a quota 35mila. In dodici mesi i residenti sono calati di 233 unità. Prendendo la calcolatrice e facendo una banale divisione si scopre che ogni mese se ne vanno da Gorizia 20 persone. Non c’è niente da fare: la città si sta rimpicciolendo sempre più. E secondo il principio dei vasi comunicanti a beneficiarne sono i paesi limitrofi che, in diversi casi, hanno registrato una crescita. E Nova Gorica: gli abitanti sono al 31 dicembre scorso 31.773, contro i 31.992 di dodici mesi prima. La città ha ricominciato a svuotarsi, vuoi perché le nascite (che avvengono con frequenza sempre minore come testimoniato concretamente anche dalla vicenda della dolorosa chiusura del reparto materno-infantile) non riescono minimamente a compensare i decessi, vuoi perché i giovani sono costretti a fare “armi e bagagli” perché le possibilità di lavoro non ci sono o sono ridotte al lumicino. Qualcuno mette in campo le tante occasioni mancate (vedi scuola della Guardia di finanza). Tutti, indistintamente, parlano di “fuga dei giovani”, determinata dalla mancanza di prospettive e di posti di lavoro adeguati. Ma c’è anche un’altra spiegazione per motivare il decremento demografico evidenziatosi soprattutto degli ultimi anni: la scomparsa della Zona franca. Sì, le agevolazioni e il prezzo ridotto della benzina avevano anche determinato un vero e proprio boom di residenze fittizie (difficile, se non impossibile quantificarle): residenze che servivano per ottenere il beneficio, poi magari la persona abitava da tutt’altra parte. Quando le agevolazioni sono finite, è venuta meno anche la necessità della residenza: ergo, la popolazione è calata. Illuminanti sono le statistiche contenute nel sito web del Comune di Gorizia: elaborazioni effettuate dall’ufficio statistica su dati del gestionale anagrafico AscotWeb di Insiel. Ebbene: in città risultano essere 35.114 residenti: di questi la maggior parte sono femmine (18.260) mentre i restanti 16.854 sono maschi. Nel 2013 (sempre al 31 dicembre) si registrarono 35.347 abitanti. Se poi andiamo a ritroso e allarghiamo temporalmente l’analisi, si scopre che in 7 anni Gorizia ha visto “svanire” quasi 1.000 abitanti. Nel 2007, infatti, erano iscritte all’Anagrafe del Comune di Gorizia 36.106 persone contro le 35.114 di oggi. Addirittura impietoso il confronto con il dato relativo al 1970. Allora, la città contava qualcosa come 43.918 residenti.
Come a dire che in 52 anni la città ha perso quasi 9.000 abitanti, si è ridotta di un quinto. Dieci anni dopo (era il 1980) Gorizia ha iniziato a registrare un calo demografico, pur restando ampiamente al di sopra di quella che potremmo definire la «soglia psicologica» dei 40mila abitanti: ne assommava infatti 42.532. Ma la variazione più vistosa si è registrata fra il 1986 e il 1987: in quei dodici mesi il capoluogo di provincia è sceso a
39.839 residenti. Proseguendo: nel 1990 ha toccato quota 39.008, nel 2000 la popolazione è diminuita ulteriormente a 37.072 abitanti. E passiamo ai giorni nostri: al 31 dicembre del 2012 la città contava 35.545 abitanti.
L’anno successivo la somma è scesa a 35.347 unità mentre il 2014 ha chiuso fissando “quota” 35.114. Il 2013 è stato, invece, il vero annus horribilis per quanto riguarda le nascite: globalmente sono state 257 (nello specifico,
140 maschietti e 117 rappresentanti del gentil sesso). Un numero che non è riuscito minimamente a compensare il totale dei decessi che sono stati, nel corso del 2013, 500 tondi tondi: 306 femmine e 194 maschi. Pertanto, il saldo naturale si è chiuso con un "-243" che compromette l'esito del bilancio demografico nella sua interezza.



39 - Corriere della Sera 13/05/15 Lettere a Sergio Romano - Il ricordo dei dittatori da Tito a Francisco Franco
IL RICORDO DEI DITTATORI DA TITO A FRANCISCO FRANCO
Nell’Istria, a Capodistria, ho trovato una piazza dedicata a Tito, e così pure mi è capitato di constatare in varie città della Croazia. Ma Tito, un dittatore che è stato anche amico di Stalin, non dovrebbe essere stato rimosso dalla memoria collettiva, o, meglio, dalle carte geografiche e topografiche, come abbiamo fatto noi con Mussolini?

Piero Campomenosi
Tito non fu sempre amico di Stalin. Fu anzi, sin dai primi anni del dopoguerra, il suo maggiore avversario nel campo comunista e l’esponente, agli occhi di Mosca, di una eresia nazionale che provocò processi e purghe in molti Paesi satelliti. Ebbe altri meriti. Trasformò i nuclei della resistenza in una Armata popolare che dette filo da torcere alle truppe tedesche e italiane sino all’ultima fase del conflitto. Creò uno Stato federale che divenne una sorta di cuscinetto fra i due blocchi della Guerra fredda. Prese la guida, con l’egiziano Nasser e l’indiano Nehru, dei «non allineati», una «terza forza» che raccolse consensi soprattutto in Africa e in Asia. Nella sua biografia vi furono altri capitoli molto meno positivi: la spietata durezza con cui trattò gli oppositori dopo la conquista del potere, la creazione di un regime poliziesco ispirato al culto della sua persona, il fallimento di riforme che misero in luce la fragilità dello Stato. Ma non sarebbe giusto dimenticare che la Jugoslavia, sotto la sua guida, ebbe un ruolo internazionale di cui i suoi compatrioti potevano andare orgogliosi e che la disintegrazione dello Stato federale cominciò dopo la sua scomparsa. Non possiamo pretendere che gli jugoslavi pensino di Tito ciò che ancora pensano di lui, probabilmente, gli istriani, i dalmati, i triestini e i goriziani. Tito non è il solo personaggio ambiguo e controverso del Ventesimo secolo. Un altro è certamente il generale Francisco Franco y Bahamonde, il protagonista di un colpo di Stato che gettò la Spagna in una sanguinosa guerra civile, il dittatore che non smise mai, per molti anni, di perseguitare i suoi nemici dopo la vittoria. Ma anche Franco, come Tito, suscita nel suo Paese sentimenti contrastanti. Esiste un enorme sacrario, la Valle de los Caidos (la Valle dei Caduti), meta di pellegrinaggi per le solenni messe di suffragio che si celebrano nell’anniversario della sua morte. Esistono fondi pubblici per l’amministrazione del sacrario. Esiste una Fondazione Francisco Franco che promuove, sia pure con discrezione, il culto del Caudillo. Negli anni in cui il presidente del Consiglio era il socialista José Luiz Rodriguez Zapatero (2004-2011), il governo ordinò la rimozione di un grande statua in suo onore da una strada di Madrid. Ma ve ne sono altre in qualche città del Paese e vi sono ancora strade intestate al suo nome. La regola non scritta, soprattutto dopo il ritorno al potere del Partito popolare, è che tutti gli spagnoli — eredi di un campo o dell’altro — hanno il diritto di onorare le proprie memorie. Anche questa è democrazia.

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia