Antonio Santin

Qui di seguito viene riproposta l’omelia del vescovo Antonio Santin nella Basilica di San Marco a Venezia il 9 ottobre 1977 
Parole che sono ancora attuali.
La curatrice Maria Rita Cosliani
Antonio Santin (1895-1981), nato a Rovigno, in Istria, e ordinato sacerdote nel 1918, divenne vescovo di Fiume nel 1933 e vescovo di Trieste e Capodistria nel 1938, Rimase a capo della sua diocesi fino al 1975, per un totale di trentasette anni: gli anni più difficili, quelli della seconda guerra mondiale, della guerra civile, dell’occupazione jugoslava, della guerra fredda. Fu il vescovo di tutti e per tutti. La sua parola per chi si era incamminato sulla via dell’esilio, era forza, conforto e motivo per rimanere fedele alla propria identità, alla fede cristiana e al patrimonio di storia e cultura ereditato dai padri.
“Nel trentennio dalla pace e dall’esodo”
A trent’anni da una pace che poneva fine a una guerra non voluta dal popolo e disperdeva in tutto il mondo una popolazione divelta dalle sue zolle e dalle sue case, siamo qui riuniti a ricordare. La ferita che allora si scavò nel cuore rimane aperta perché al violento dolore che l’esodo provocò, vi si aggiungeva l’ingiustizia.
Sono trent’anni da quando voci libere e alle quali quelle di Luigi Sturzo, di Benedetto Croce, di Vittorio Emanuele Orlando gridavano di non firmare, e una situazione oscura e paurosa come un fortunale spingeva riluttanti e coperti di vergogna coloro che firmavano un trattato che fa disonore agli uomini.
Sono trent’anni da quando una nave solcava il mare fra le nostre sponde e le terre che stanno di fronte freddamente ospitali, portando nel suo capace scafo uomini avviliti, senza speranza e le loro povere cose strappate alle vecchie case.
Mi rivedo a Pola in una fredda giornata invernale del 1947. Attraccata alle rive la “Toscana” e una lenta processione fatta di povera gente, triste e silenziosa muoveva verso la nave con i poveri e pochi mobili che poteva portare. Dietro lasciavano le case, con porte e finestre aperte. Il deserto e la disperazione. Io ero impietrito dal dolore.
Sono trent’anni. E noi siamo qui a meditare.
Perché questa secreta pena, che ci portiamo dietro, qualche volta vuole uscire dal cuore e mostrare il suo pianto.
Siamo qui per pregare per coloro che usciti dalla nostra terra, alla sofferenza dell’esilio unirono anche la morte che li ha colti lontano dalle loro case. E a capo di questi fratelli, che Dio ha chiamato alla pace poniamo i vescovi di Zara, di Parenzo e Pola e di Fiume, che terminata la loro difficile navigazione sono arrivati al porto.
Siamo a Venezia splendente nelle sue chiese, nei suoi palazzi, nei suoi canali, anche nella sua parlata così simile alla nostra, perché abbiamo voluto oggi portare qui con i memori ricordi le nostre rive e il nostro mare aperto verso orizzonti infiniti, raccogliere qui le case e le strade e le piazze del nostro lavoro, del nostro riposo, ma anche della nostra gioia serena. Abbiamo voluto riunire in questa basilica d’oro che è tutta un canto di storia e di bellezza tutte le nostre chiese grandi, luminose, sonanti di canti, e di preghiere e quelle piccole occhieggianti tra casa e casa o appollaiate sui monti, ma anche le nostre terre rosse, lavorate dalla nostra fatica, ricche di viti e di oliveti, noi che a Venezia abbiamo dato la nostra bella pietra bianca per le sue chiese e i suoi palazzi.
Qui a Venezia oggi, per qualche momento.
Poi riprenderà la vita con la consolazione dell’odierno fraterno incontro e la volontà salda di conservare come ricchezza che nessuno può rubarci, gli antichi ricordi.
Noi pensiamo anche a quanti staccati come foglie da una funesta tempesta, portati in tutto il mondo, non sono qui, ma idealmente formano il nostro popolo che oggi qui si ritrova. In tutto il mondo.
Non vi è parte ove essi non vi siano, a vivere, a lavorare, a ricordare. Due anni fa fui nel Canada. Ne trovai tanti, tanti che sembravano appena usciti dalle loro terre, così vivi e dolorosi erano i ricordi. E ovunque così. A trent’anni di distanza diciamo – con la calma che dà il lungo dolore – che quelle città erano da sempre nostre e solo nostre, che ci fu negato di esprimerci con un plebiscito, ci fu tolto ogni elementare diritto, che fu creato e disfatto uno staterello come i bambini giocano con le loro case che compongono e scompongono.
E si trattava del destino di un popolo! Prevalse il diritto della rapina, senza che coloro che avevano conclamato durante la guerra gli inviolabili diritti umani alzassero un dito.
Ma oggi a queste calamità passate si è aggiunto un atto che ci ha tutti sconvolti. Capodistria, il suo mare e la nobile terra che la circonda furono ceduti. E’ un’infelice, ignobile decisione, che distrugge inviolabili diritti e sentimenti. Solo chi è indifferente alla nostra tremenda tragedia poteva farlo. Una nuova tristezza che si aggiunge a tristezza e questo per opera di fratelli. Anche questo oggi ricordiamo.
Queste cose dovevamo dirle. Le dobbiamo alla nostra dignità e alla storia. Ma – è triste dirlo – continuando con la massima dimenticanza e negazione dei principi di giustizia, di fraternità, di libertà, vediamo dove il mondo oggi è finito. Perché all’origine di questo pauroso disordine che regna oggi non vi sono solo problemi di amministrazione o di petrolio, ma soprattutto principi morali conculcati.
Noi ricordammo inutilmente allora al Governo che il diritto quando crolla su di un punto, si eclissa su tutta la terra. Vi è una tragica solidarietà.
Ci siamo qui incontrati per rivedere sì nei nostri volti i nostri cieli e i nostri mari, ma anche per guardare al domani.
E dirci qui nella basilica, che vide tanti secoli di storia, che la nostra storia non è finita. Vogliamo essere e rimanere noi stessi, quali siamo usciti dai nostri luoghi piccoli e grandi, noi e i nostri figli e i figli dei nostri figli. Un popolo che continua.
Noi col nostro carattere, i nostri ricordi, le nostre tradizioni, come ci ha formati il nostro passato. Noi portiamo un patrimonio che non dobbiamo disperdere. Siamo uomini di fede, di onestà, uomini che ci tengono al loro onore e alla loro dignità, uomini di lavoro, d’impegno che non si fermano ma procedono oltre. Una nostra città riassunse questi concetti in un motto aspro e semplice: Rovigno pien d’ingegno spacca il sasso come il legno. Ma i concetti chiari e umani che questo gioco di parole contiene sono comuni a tutta la nostra gente: vigore, volontà coraggio. Assieme a questa tradizione umana nobilissima, un’altra che è cristiana.
La nostra fede in Dio e nel Cristo. Come i nostri sguardi spaziano su mari e cieli senza limiti, così lo spirito cerca l’infinito e l’eterno. Abbiamo trovato Dio nel gaudio e nella sofferenza della nostra anima, nelle vicende dure della nostra vita, nel nostro cuore affamato d’infinito. E questo Dio, che dà senso e luce alla vita ci ha parlato nelle nostre chiese e nelle nostre case, ma ci ha anche accompagnati pellegrini sulla terra del nostro esilio. Certo la fede è un dono di Dio. Ma a tutti esso è dato. Siamo noi che dobbiamo accoglierlo e coltivarlo e conservarlo in un’atmosfera di amore e di vita onesta e buona, perché la fede rimanga la grande luce e forza della vita nel cammino verso l’eternità.
Cristiani dunque, fedelmente cristiani, ieri, oggi e domani.
La nota soave che ci accumuna è l’amore alla Madonna. Maria fu la dolce Madre che ci accolse battezzati, che ci accompagnò e ci accompagnerà sempre.
Vorrei dire anche che questa nostra vita di fede deve essere viva in noi anche perché nelle nostre povere terre essa è soffocata. Manca nonostante ogni apparenza, la libertà religiosa. Maestri e professori devono sposarsi in chiesa di notte ancora oggi con paura e non osano andare a Messa per non perdere il posto e il pane. Cose di questi giorni colà, ove noi siamo stati battezzati in piena libertà.
Siamo dunque uomini di carattere, uomini di fede e di vita cristiana.
In quest’ora di barabba per tanti versi, nella quale si spara a chi la pensa diversamente, noi, forti della nostra dolorosa storia, mostriamo che quello che conta non è la violenza, la vita facile, l’accumulare beni con l’inganno, arrivare ai buoni posti per vie traverse e senza competenza, collezionare diplomi senza studio e fatica, ma porre a base della vita il diritto, il disinteresse, il senso del dovere, concepire la vita sociale come servizio degli uni verso gli altri. Se non daremo questo indirizzo al nostro cammino non usciremo dalla babele nella quale stiamo vivendo. Penso che questo sia un servizio che gli esuli possono offrire al nostro Paese (…)
Antonio Santin Parole agli esuli, a cura di don Ettore Malnati e don Paolo Rakic, CDM Trieste 2006